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2020-12-05
Per fomentare la paura tra la gente Giuseppi straparla persino di Tso
Giuseppe Conte (Ansa)
«Meglio il sacrificio di uno soltanto, che la corruzione di molti», scrive Aldous Huxley nel Mondo nuovo. Qui invece, con il comandante Giuseppe Conte siamo al sacrificio di molti per la corruzione di uno. Corruzione non di soldi, per carità, ma dell'uso della lingua italiana. E dalla corruzione della lingua, si sa, iniziano i guai della democrazia.
Le parole pronunciate dal presidente del Consiglio giovedì sera in conferenza stampa sul ricovero obbligatorio per i malati psichici (in gergo Tso) sono queste e non sono purtroppo equivocabili. «Se noi siamo in una condizione di gestire la curva del contagio, come confido stiamo facendo e continueremo a fare», ha sillabato il premier, «non sarà necessario imporre un trattamento sanitario obbligatorio e preferiamo, fino all'ultimo, preservare la facoltatività della vaccinazione». «Trattamento sanitario obbligatorio» è esattamente uno degli strumenti della legge Basaglia e Conte, avvocato dalla parcella pesante, lo sa bene. «Facoltatività», invece, entra purtroppo nel vocabolario di questo modesto Don Ferrante.
Anche al premier è sicuramente noto che «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Lo dice la Costituzione (articolo 32), non un dpcm. In subordine, la materia dei trattamenti sanitari obbligatori è regolata dalla famosa legge «180» del 1978, che quando non c'era ancora la dittatura del politicamente corretto era simpaticamente chiamata «Pazzi in libertà». La legge (non un dpcm) prevede che a nessuno possano essere imposte cure (vale anche per i vaccini), visite mediche e tantomeno ricoveri. Questo principio, per i minori, in casi gravissimi e per i pazienti psichiatrici, può essere violato solo in presenza di alterazioni psichiche tali da richiedere interventi terapeutici urgenti, se ci si rifiuta di farsi curare e qualora non si possa ricorrere a cure non ospedaliere idonee e tempestive.
Chi dispone il Tso? Conte? Il supervisore Rocco Casalino? Il ministro Roberto Speranza, sentito Massimo D'Alema? Lo firma Vincenzo De Luca con il lanciafiamme? Un dpcm ad personam? No, la legge dice che è disposto dal sindaco del Comune di residenza del paziente o dove questi si trova momentaneamente. Quindi, giovedì sera, nell'intento di spaventare il popolo in vista del Natale, il premier si è anche appropriato di un potere che non gli appartiene. A meno di cambiare la legge Basaglia (ma non con un dpcm). Il Tso va quindi firmato dal sindaco, su proposta di un medico qualsiasi, convalidata da un collega di una struttura pubblica, ed entro altre 48 ore va comunicato al giudice tutelare. Il giudice, a sua volta, ha altri due giorni per convalidarlo, come è uso quando si tratta della libertà personale, e se non fa nulla il Tso decade. Insomma, il Tso parte di solito dai parenti della persona interessata, o da infermieri o agenti di pubblica sicurezza intervenuti per un caso grave, ma poi viene interamente gestito da medici e magistrati. E questo perché tanto un familiare, quanto una persona in divisa o un collega di lavoro, potrebbe anche avere interesse a far passare per matta una persona che matta non è.
Ecco quindi che il Conte che prima invita tutti gli italiani a fare i bravi e ad accettare le limitazioni, alcune anche cervellotiche come equiparare i movimenti all'interno di un Comune di 1.000 abitanti a quelli di un comune come Roma o Milano, e poi si mette a citare il «trattamento sanitario obbligatorio», sembra proprio un signore che ambisce a governare fomentando la paura. Un trucco per altro vecchiotto, visto quanto diceva in proposito Thomas Jefferson, il terzo presidente degli Stati Uniti: «Quando il popolo ha paura del governo, c'è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c'è libertà».
Non solo, ma anche il contesto nel quale è uscita questa perla di democrazia dalla bocca del Conte è un po' inquietante. Al premier era stato chiesto di esprimersi sull'obbligatorietà del vaccino per il Covid, che secondo vari sondaggi non piacerebbe al 40% circa degli italiani. E la risposta in cui si evocava il Tso assume quindi un peso ancora maggiore. Nel caso i contagi non fossero «sotto controllo», per altro sulla base di dati spesso gonfiati o palesemente falsi come quelli sui morti (caso strano) di giovedì, il governo che fa? Impone la vaccinazione di massa agli italiani (con le doti manageriali di Domenico Arcuri si finisce nel 2022) e poi ricovera d'imperio qualche milione di obiettori, con fasce di contrizione e bombe di psicofarmaci? E visto che già oggi, come qualunque medico potrà spiegare al presidente del Consiglio, non ci sono letti nei reparti psichiatrici, che cosa facciamo? Mettiamo renitenti al vaccino positivi (o negativi!) al Covid insieme agli altri malati? E i matti veri li lasciamo a casa con mamma e papà?
Sì, rischia proprio di sembrare una barzelletta. Come quelle in cui tutti i folli si credono Napoleone. Il 26 aprile 2020, in un discorso alla nazione, un presidente del Consiglio italiano usò una dozzina di volte le locuzioni «noi permettiamo», «noi acconsentiamo» , «acconsento», «consento», «non permettiamo». Prima o poi, con il senso della democrazia di Conte, sarà possibile chiedere il Tso anche per chi si crede Luigi XIV.
L’Oms spinge la patente d’immunità
Immaginate di mescolare gli ingredienti più inquietanti di ogni distopia: la tecnologia e il controllo sociale. Non ne verrebbe fuori un libro di Aldous Huxley, bensì l'ultima trovata dell'Oms: il «certificato elettronico di vaccinazione».
La trovata è di Siddharta Datta, l'esperto di vaccini della divisione europea dell'Oms: «Stiamo esaminando molto da vicino l'uso della tecnologia nella risposta al Covid e uno degli aspetti è come possiamo lavorare con gli Stati membri» a quello che sarebbe, a tutti gli effetti, un patentino riservato ai vaccinati. Uno stratagemma per prendere due piccioni con una fava: evitare l'obbligo di legge, al fine di spacciarsi da campioni della libertà di scelta, esercitando però una tale pressione sulla popolazione, da istituire un obbligo di fatto. Chi non fosse in possesso del certificato o del patentino, infatti, finirebbe vittima di una sorta di segregazione sanitaria: niente mezzi e locali pubblici, niente stadi, niente palestre, niente cinema, niente viaggi. Lockdown permanente. Se questa è libertà di scelta, viene da citare un esempio del filosofo David Hume: quant'è libero un uomo tratto a forza su una barca, al quale, una volta al largo, viene comunicato che, se preferisce, può tranquillamente tuffarsi in mare?
La prospettiva è tanto più allarmante, visto che, contemporaneamente, l'Oms, tramite il suo direttore delle emergenze, Mike Ryan, ci avvisa: «I vaccini non significano zero Covid. Non risolveranno il problema da soli». Insomma: senza vaccini, non ci lasciano vivere. Eppure, i vaccini non bastano a tirarci fuori da un'emergenza che i caudillos del virus, in mezzo mondo, hanno imparato a sfruttare ad arte.
Penserete: sono solo sparate. Può darsi. Ma data l'impopolarità dell'obbligo giuridico (che, comunque, non escludono né i tecnocrati alla Walter Ricciardi, il consulente di Roberto Speranza, né il viceministro Pierpaolo Sileri, di solito bonariamente liberale), la via del patentino raccoglie sempre più sostenitori.
L'ultimo esempio arrivata direttamente da Palazzo Chigi, con le farneticazioni di Giuseppe Conte sul Tso. Prima di lui, il sindaco di Bergamo, il piddino Giorgio Gori, aveva twittato: «Niente obbligo, ma facciamo che a scuola, nei luoghi di lavoro, negli uffici pubblici, nei cinema, nei teatri e negli stadi entra solo chi è vaccinato. Poi ognuno si regola». Di tenore analogo, una sortita del senatore di Italia viva, Davide Faraone, che invocava il «passaporto sanitario integrato al vaccino». In assenza del quale, si dovrebbe interdire persino l'accesso a «luoghi pubblici con rilevante presenza di soggetti a rischio, come scuole e ospedali».
D'altronde, il commissario Domenico Arcuri, un paio di settimane fa, aveva annunciato: «Stiamo progettando una piattaforma informatica che consentirà di sapere come si chiamano le persone che hanno fatto il vaccino e dove lo hanno fatto». Con il caveat che sarebbe stato il ministero a decidere in merito a obbligo o patentini. E sorvoliamo sul caravanserraglio di Vip e saltimbanchi alla Alessandro Gassmann: lui, per il confino perpetuo dei non vaccinati, sarebbe disposto - l'ha ammesso sui social - a calpestare la Costituzione più bella del mondo.
L'idea, poi, è presa in considerazione da alcune compagnie aeree, a partire dall'australiana Qantas. Nondimeno, l'associazione internazionale degli aeroportuali civili ha rispedito al mittente la bizzarra proposta.
Chiariamolo: un vaccino efficace è un'arma potente. Ma se le nostre sono ancora società liberaldemocratiche, la persuasione resta migliore dell'imposizione. Specie se l'imposizione è subdola.
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Conte e le vaccinazioni: «Se la curva è sotto controllo non è necessario un trattamento sanitario obbligatorio». Pur di tenere alta la tensione, si appropria di un potere che non gli compete e in contrasto con la Costituzione.La divisione europea lavora a un «certificato elettronico»: lockdown perenne per chi non assume il farmaco. Sul quale l'agenzia però ammette: «Non fermerà il virus».Lo speciale contiene due articoli.«Meglio il sacrificio di uno soltanto, che la corruzione di molti», scrive Aldous Huxley nel Mondo nuovo. Qui invece, con il comandante Giuseppe Conte siamo al sacrificio di molti per la corruzione di uno. Corruzione non di soldi, per carità, ma dell'uso della lingua italiana. E dalla corruzione della lingua, si sa, iniziano i guai della democrazia.Le parole pronunciate dal presidente del Consiglio giovedì sera in conferenza stampa sul ricovero obbligatorio per i malati psichici (in gergo Tso) sono queste e non sono purtroppo equivocabili. «Se noi siamo in una condizione di gestire la curva del contagio, come confido stiamo facendo e continueremo a fare», ha sillabato il premier, «non sarà necessario imporre un trattamento sanitario obbligatorio e preferiamo, fino all'ultimo, preservare la facoltatività della vaccinazione». «Trattamento sanitario obbligatorio» è esattamente uno degli strumenti della legge Basaglia e Conte, avvocato dalla parcella pesante, lo sa bene. «Facoltatività», invece, entra purtroppo nel vocabolario di questo modesto Don Ferrante.Anche al premier è sicuramente noto che «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Lo dice la Costituzione (articolo 32), non un dpcm. In subordine, la materia dei trattamenti sanitari obbligatori è regolata dalla famosa legge «180» del 1978, che quando non c'era ancora la dittatura del politicamente corretto era simpaticamente chiamata «Pazzi in libertà». La legge (non un dpcm) prevede che a nessuno possano essere imposte cure (vale anche per i vaccini), visite mediche e tantomeno ricoveri. Questo principio, per i minori, in casi gravissimi e per i pazienti psichiatrici, può essere violato solo in presenza di alterazioni psichiche tali da richiedere interventi terapeutici urgenti, se ci si rifiuta di farsi curare e qualora non si possa ricorrere a cure non ospedaliere idonee e tempestive. Chi dispone il Tso? Conte? Il supervisore Rocco Casalino? Il ministro Roberto Speranza, sentito Massimo D'Alema? Lo firma Vincenzo De Luca con il lanciafiamme? Un dpcm ad personam? No, la legge dice che è disposto dal sindaco del Comune di residenza del paziente o dove questi si trova momentaneamente. Quindi, giovedì sera, nell'intento di spaventare il popolo in vista del Natale, il premier si è anche appropriato di un potere che non gli appartiene. A meno di cambiare la legge Basaglia (ma non con un dpcm). Il Tso va quindi firmato dal sindaco, su proposta di un medico qualsiasi, convalidata da un collega di una struttura pubblica, ed entro altre 48 ore va comunicato al giudice tutelare. Il giudice, a sua volta, ha altri due giorni per convalidarlo, come è uso quando si tratta della libertà personale, e se non fa nulla il Tso decade. Insomma, il Tso parte di solito dai parenti della persona interessata, o da infermieri o agenti di pubblica sicurezza intervenuti per un caso grave, ma poi viene interamente gestito da medici e magistrati. E questo perché tanto un familiare, quanto una persona in divisa o un collega di lavoro, potrebbe anche avere interesse a far passare per matta una persona che matta non è. Ecco quindi che il Conte che prima invita tutti gli italiani a fare i bravi e ad accettare le limitazioni, alcune anche cervellotiche come equiparare i movimenti all'interno di un Comune di 1.000 abitanti a quelli di un comune come Roma o Milano, e poi si mette a citare il «trattamento sanitario obbligatorio», sembra proprio un signore che ambisce a governare fomentando la paura. Un trucco per altro vecchiotto, visto quanto diceva in proposito Thomas Jefferson, il terzo presidente degli Stati Uniti: «Quando il popolo ha paura del governo, c'è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c'è libertà». Non solo, ma anche il contesto nel quale è uscita questa perla di democrazia dalla bocca del Conte è un po' inquietante. Al premier era stato chiesto di esprimersi sull'obbligatorietà del vaccino per il Covid, che secondo vari sondaggi non piacerebbe al 40% circa degli italiani. E la risposta in cui si evocava il Tso assume quindi un peso ancora maggiore. Nel caso i contagi non fossero «sotto controllo», per altro sulla base di dati spesso gonfiati o palesemente falsi come quelli sui morti (caso strano) di giovedì, il governo che fa? Impone la vaccinazione di massa agli italiani (con le doti manageriali di Domenico Arcuri si finisce nel 2022) e poi ricovera d'imperio qualche milione di obiettori, con fasce di contrizione e bombe di psicofarmaci? E visto che già oggi, come qualunque medico potrà spiegare al presidente del Consiglio, non ci sono letti nei reparti psichiatrici, che cosa facciamo? Mettiamo renitenti al vaccino positivi (o negativi!) al Covid insieme agli altri malati? E i matti veri li lasciamo a casa con mamma e papà?Sì, rischia proprio di sembrare una barzelletta. Come quelle in cui tutti i folli si credono Napoleone. Il 26 aprile 2020, in un discorso alla nazione, un presidente del Consiglio italiano usò una dozzina di volte le locuzioni «noi permettiamo», «noi acconsentiamo» , «acconsento», «consento», «non permettiamo». Prima o poi, con il senso della democrazia di Conte, sarà possibile chiedere il Tso anche per chi si crede Luigi XIV.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fomentare-la-paura-tra-la-gente-giuseppi-straparla-persino-di-tso-2649255538.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="loms-spinge-la-patente-dimmunita" data-post-id="2649255538" data-published-at="1607122718" data-use-pagination="False"> L’Oms spinge la patente d’immunità Immaginate di mescolare gli ingredienti più inquietanti di ogni distopia: la tecnologia e il controllo sociale. Non ne verrebbe fuori un libro di Aldous Huxley, bensì l'ultima trovata dell'Oms: il «certificato elettronico di vaccinazione». La trovata è di Siddharta Datta, l'esperto di vaccini della divisione europea dell'Oms: «Stiamo esaminando molto da vicino l'uso della tecnologia nella risposta al Covid e uno degli aspetti è come possiamo lavorare con gli Stati membri» a quello che sarebbe, a tutti gli effetti, un patentino riservato ai vaccinati. Uno stratagemma per prendere due piccioni con una fava: evitare l'obbligo di legge, al fine di spacciarsi da campioni della libertà di scelta, esercitando però una tale pressione sulla popolazione, da istituire un obbligo di fatto. Chi non fosse in possesso del certificato o del patentino, infatti, finirebbe vittima di una sorta di segregazione sanitaria: niente mezzi e locali pubblici, niente stadi, niente palestre, niente cinema, niente viaggi. Lockdown permanente. Se questa è libertà di scelta, viene da citare un esempio del filosofo David Hume: quant'è libero un uomo tratto a forza su una barca, al quale, una volta al largo, viene comunicato che, se preferisce, può tranquillamente tuffarsi in mare? La prospettiva è tanto più allarmante, visto che, contemporaneamente, l'Oms, tramite il suo direttore delle emergenze, Mike Ryan, ci avvisa: «I vaccini non significano zero Covid. Non risolveranno il problema da soli». Insomma: senza vaccini, non ci lasciano vivere. Eppure, i vaccini non bastano a tirarci fuori da un'emergenza che i caudillos del virus, in mezzo mondo, hanno imparato a sfruttare ad arte. Penserete: sono solo sparate. Può darsi. Ma data l'impopolarità dell'obbligo giuridico (che, comunque, non escludono né i tecnocrati alla Walter Ricciardi, il consulente di Roberto Speranza, né il viceministro Pierpaolo Sileri, di solito bonariamente liberale), la via del patentino raccoglie sempre più sostenitori. L'ultimo esempio arrivata direttamente da Palazzo Chigi, con le farneticazioni di Giuseppe Conte sul Tso. Prima di lui, il sindaco di Bergamo, il piddino Giorgio Gori, aveva twittato: «Niente obbligo, ma facciamo che a scuola, nei luoghi di lavoro, negli uffici pubblici, nei cinema, nei teatri e negli stadi entra solo chi è vaccinato. Poi ognuno si regola». Di tenore analogo, una sortita del senatore di Italia viva, Davide Faraone, che invocava il «passaporto sanitario integrato al vaccino». In assenza del quale, si dovrebbe interdire persino l'accesso a «luoghi pubblici con rilevante presenza di soggetti a rischio, come scuole e ospedali». D'altronde, il commissario Domenico Arcuri, un paio di settimane fa, aveva annunciato: «Stiamo progettando una piattaforma informatica che consentirà di sapere come si chiamano le persone che hanno fatto il vaccino e dove lo hanno fatto». Con il caveat che sarebbe stato il ministero a decidere in merito a obbligo o patentini. E sorvoliamo sul caravanserraglio di Vip e saltimbanchi alla Alessandro Gassmann: lui, per il confino perpetuo dei non vaccinati, sarebbe disposto - l'ha ammesso sui social - a calpestare la Costituzione più bella del mondo. L'idea, poi, è presa in considerazione da alcune compagnie aeree, a partire dall'australiana Qantas. Nondimeno, l'associazione internazionale degli aeroportuali civili ha rispedito al mittente la bizzarra proposta. Chiariamolo: un vaccino efficace è un'arma potente. Ma se le nostre sono ancora società liberaldemocratiche, la persuasione resta migliore dell'imposizione. Specie se l'imposizione è subdola.
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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