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2020-12-05
Per fomentare la paura tra la gente Giuseppi straparla persino di Tso
Giuseppe Conte (Ansa)
«Meglio il sacrificio di uno soltanto, che la corruzione di molti», scrive Aldous Huxley nel Mondo nuovo. Qui invece, con il comandante Giuseppe Conte siamo al sacrificio di molti per la corruzione di uno. Corruzione non di soldi, per carità, ma dell'uso della lingua italiana. E dalla corruzione della lingua, si sa, iniziano i guai della democrazia.
Le parole pronunciate dal presidente del Consiglio giovedì sera in conferenza stampa sul ricovero obbligatorio per i malati psichici (in gergo Tso) sono queste e non sono purtroppo equivocabili. «Se noi siamo in una condizione di gestire la curva del contagio, come confido stiamo facendo e continueremo a fare», ha sillabato il premier, «non sarà necessario imporre un trattamento sanitario obbligatorio e preferiamo, fino all'ultimo, preservare la facoltatività della vaccinazione». «Trattamento sanitario obbligatorio» è esattamente uno degli strumenti della legge Basaglia e Conte, avvocato dalla parcella pesante, lo sa bene. «Facoltatività», invece, entra purtroppo nel vocabolario di questo modesto Don Ferrante.
Anche al premier è sicuramente noto che «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Lo dice la Costituzione (articolo 32), non un dpcm. In subordine, la materia dei trattamenti sanitari obbligatori è regolata dalla famosa legge «180» del 1978, che quando non c'era ancora la dittatura del politicamente corretto era simpaticamente chiamata «Pazzi in libertà». La legge (non un dpcm) prevede che a nessuno possano essere imposte cure (vale anche per i vaccini), visite mediche e tantomeno ricoveri. Questo principio, per i minori, in casi gravissimi e per i pazienti psichiatrici, può essere violato solo in presenza di alterazioni psichiche tali da richiedere interventi terapeutici urgenti, se ci si rifiuta di farsi curare e qualora non si possa ricorrere a cure non ospedaliere idonee e tempestive.
Chi dispone il Tso? Conte? Il supervisore Rocco Casalino? Il ministro Roberto Speranza, sentito Massimo D'Alema? Lo firma Vincenzo De Luca con il lanciafiamme? Un dpcm ad personam? No, la legge dice che è disposto dal sindaco del Comune di residenza del paziente o dove questi si trova momentaneamente. Quindi, giovedì sera, nell'intento di spaventare il popolo in vista del Natale, il premier si è anche appropriato di un potere che non gli appartiene. A meno di cambiare la legge Basaglia (ma non con un dpcm). Il Tso va quindi firmato dal sindaco, su proposta di un medico qualsiasi, convalidata da un collega di una struttura pubblica, ed entro altre 48 ore va comunicato al giudice tutelare. Il giudice, a sua volta, ha altri due giorni per convalidarlo, come è uso quando si tratta della libertà personale, e se non fa nulla il Tso decade. Insomma, il Tso parte di solito dai parenti della persona interessata, o da infermieri o agenti di pubblica sicurezza intervenuti per un caso grave, ma poi viene interamente gestito da medici e magistrati. E questo perché tanto un familiare, quanto una persona in divisa o un collega di lavoro, potrebbe anche avere interesse a far passare per matta una persona che matta non è.
Ecco quindi che il Conte che prima invita tutti gli italiani a fare i bravi e ad accettare le limitazioni, alcune anche cervellotiche come equiparare i movimenti all'interno di un Comune di 1.000 abitanti a quelli di un comune come Roma o Milano, e poi si mette a citare il «trattamento sanitario obbligatorio», sembra proprio un signore che ambisce a governare fomentando la paura. Un trucco per altro vecchiotto, visto quanto diceva in proposito Thomas Jefferson, il terzo presidente degli Stati Uniti: «Quando il popolo ha paura del governo, c'è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c'è libertà».
Non solo, ma anche il contesto nel quale è uscita questa perla di democrazia dalla bocca del Conte è un po' inquietante. Al premier era stato chiesto di esprimersi sull'obbligatorietà del vaccino per il Covid, che secondo vari sondaggi non piacerebbe al 40% circa degli italiani. E la risposta in cui si evocava il Tso assume quindi un peso ancora maggiore. Nel caso i contagi non fossero «sotto controllo», per altro sulla base di dati spesso gonfiati o palesemente falsi come quelli sui morti (caso strano) di giovedì, il governo che fa? Impone la vaccinazione di massa agli italiani (con le doti manageriali di Domenico Arcuri si finisce nel 2022) e poi ricovera d'imperio qualche milione di obiettori, con fasce di contrizione e bombe di psicofarmaci? E visto che già oggi, come qualunque medico potrà spiegare al presidente del Consiglio, non ci sono letti nei reparti psichiatrici, che cosa facciamo? Mettiamo renitenti al vaccino positivi (o negativi!) al Covid insieme agli altri malati? E i matti veri li lasciamo a casa con mamma e papà?
Sì, rischia proprio di sembrare una barzelletta. Come quelle in cui tutti i folli si credono Napoleone. Il 26 aprile 2020, in un discorso alla nazione, un presidente del Consiglio italiano usò una dozzina di volte le locuzioni «noi permettiamo», «noi acconsentiamo» , «acconsento», «consento», «non permettiamo». Prima o poi, con il senso della democrazia di Conte, sarà possibile chiedere il Tso anche per chi si crede Luigi XIV.
L’Oms spinge la patente d’immunità
Immaginate di mescolare gli ingredienti più inquietanti di ogni distopia: la tecnologia e il controllo sociale. Non ne verrebbe fuori un libro di Aldous Huxley, bensì l'ultima trovata dell'Oms: il «certificato elettronico di vaccinazione».
La trovata è di Siddharta Datta, l'esperto di vaccini della divisione europea dell'Oms: «Stiamo esaminando molto da vicino l'uso della tecnologia nella risposta al Covid e uno degli aspetti è come possiamo lavorare con gli Stati membri» a quello che sarebbe, a tutti gli effetti, un patentino riservato ai vaccinati. Uno stratagemma per prendere due piccioni con una fava: evitare l'obbligo di legge, al fine di spacciarsi da campioni della libertà di scelta, esercitando però una tale pressione sulla popolazione, da istituire un obbligo di fatto. Chi non fosse in possesso del certificato o del patentino, infatti, finirebbe vittima di una sorta di segregazione sanitaria: niente mezzi e locali pubblici, niente stadi, niente palestre, niente cinema, niente viaggi. Lockdown permanente. Se questa è libertà di scelta, viene da citare un esempio del filosofo David Hume: quant'è libero un uomo tratto a forza su una barca, al quale, una volta al largo, viene comunicato che, se preferisce, può tranquillamente tuffarsi in mare?
La prospettiva è tanto più allarmante, visto che, contemporaneamente, l'Oms, tramite il suo direttore delle emergenze, Mike Ryan, ci avvisa: «I vaccini non significano zero Covid. Non risolveranno il problema da soli». Insomma: senza vaccini, non ci lasciano vivere. Eppure, i vaccini non bastano a tirarci fuori da un'emergenza che i caudillos del virus, in mezzo mondo, hanno imparato a sfruttare ad arte.
Penserete: sono solo sparate. Può darsi. Ma data l'impopolarità dell'obbligo giuridico (che, comunque, non escludono né i tecnocrati alla Walter Ricciardi, il consulente di Roberto Speranza, né il viceministro Pierpaolo Sileri, di solito bonariamente liberale), la via del patentino raccoglie sempre più sostenitori.
L'ultimo esempio arrivata direttamente da Palazzo Chigi, con le farneticazioni di Giuseppe Conte sul Tso. Prima di lui, il sindaco di Bergamo, il piddino Giorgio Gori, aveva twittato: «Niente obbligo, ma facciamo che a scuola, nei luoghi di lavoro, negli uffici pubblici, nei cinema, nei teatri e negli stadi entra solo chi è vaccinato. Poi ognuno si regola». Di tenore analogo, una sortita del senatore di Italia viva, Davide Faraone, che invocava il «passaporto sanitario integrato al vaccino». In assenza del quale, si dovrebbe interdire persino l'accesso a «luoghi pubblici con rilevante presenza di soggetti a rischio, come scuole e ospedali».
D'altronde, il commissario Domenico Arcuri, un paio di settimane fa, aveva annunciato: «Stiamo progettando una piattaforma informatica che consentirà di sapere come si chiamano le persone che hanno fatto il vaccino e dove lo hanno fatto». Con il caveat che sarebbe stato il ministero a decidere in merito a obbligo o patentini. E sorvoliamo sul caravanserraglio di Vip e saltimbanchi alla Alessandro Gassmann: lui, per il confino perpetuo dei non vaccinati, sarebbe disposto - l'ha ammesso sui social - a calpestare la Costituzione più bella del mondo.
L'idea, poi, è presa in considerazione da alcune compagnie aeree, a partire dall'australiana Qantas. Nondimeno, l'associazione internazionale degli aeroportuali civili ha rispedito al mittente la bizzarra proposta.
Chiariamolo: un vaccino efficace è un'arma potente. Ma se le nostre sono ancora società liberaldemocratiche, la persuasione resta migliore dell'imposizione. Specie se l'imposizione è subdola.
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Conte e le vaccinazioni: «Se la curva è sotto controllo non è necessario un trattamento sanitario obbligatorio». Pur di tenere alta la tensione, si appropria di un potere che non gli compete e in contrasto con la Costituzione.La divisione europea lavora a un «certificato elettronico»: lockdown perenne per chi non assume il farmaco. Sul quale l'agenzia però ammette: «Non fermerà il virus».Lo speciale contiene due articoli.«Meglio il sacrificio di uno soltanto, che la corruzione di molti», scrive Aldous Huxley nel Mondo nuovo. Qui invece, con il comandante Giuseppe Conte siamo al sacrificio di molti per la corruzione di uno. Corruzione non di soldi, per carità, ma dell'uso della lingua italiana. E dalla corruzione della lingua, si sa, iniziano i guai della democrazia.Le parole pronunciate dal presidente del Consiglio giovedì sera in conferenza stampa sul ricovero obbligatorio per i malati psichici (in gergo Tso) sono queste e non sono purtroppo equivocabili. «Se noi siamo in una condizione di gestire la curva del contagio, come confido stiamo facendo e continueremo a fare», ha sillabato il premier, «non sarà necessario imporre un trattamento sanitario obbligatorio e preferiamo, fino all'ultimo, preservare la facoltatività della vaccinazione». «Trattamento sanitario obbligatorio» è esattamente uno degli strumenti della legge Basaglia e Conte, avvocato dalla parcella pesante, lo sa bene. «Facoltatività», invece, entra purtroppo nel vocabolario di questo modesto Don Ferrante.Anche al premier è sicuramente noto che «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Lo dice la Costituzione (articolo 32), non un dpcm. In subordine, la materia dei trattamenti sanitari obbligatori è regolata dalla famosa legge «180» del 1978, che quando non c'era ancora la dittatura del politicamente corretto era simpaticamente chiamata «Pazzi in libertà». La legge (non un dpcm) prevede che a nessuno possano essere imposte cure (vale anche per i vaccini), visite mediche e tantomeno ricoveri. Questo principio, per i minori, in casi gravissimi e per i pazienti psichiatrici, può essere violato solo in presenza di alterazioni psichiche tali da richiedere interventi terapeutici urgenti, se ci si rifiuta di farsi curare e qualora non si possa ricorrere a cure non ospedaliere idonee e tempestive. Chi dispone il Tso? Conte? Il supervisore Rocco Casalino? Il ministro Roberto Speranza, sentito Massimo D'Alema? Lo firma Vincenzo De Luca con il lanciafiamme? Un dpcm ad personam? No, la legge dice che è disposto dal sindaco del Comune di residenza del paziente o dove questi si trova momentaneamente. Quindi, giovedì sera, nell'intento di spaventare il popolo in vista del Natale, il premier si è anche appropriato di un potere che non gli appartiene. A meno di cambiare la legge Basaglia (ma non con un dpcm). Il Tso va quindi firmato dal sindaco, su proposta di un medico qualsiasi, convalidata da un collega di una struttura pubblica, ed entro altre 48 ore va comunicato al giudice tutelare. Il giudice, a sua volta, ha altri due giorni per convalidarlo, come è uso quando si tratta della libertà personale, e se non fa nulla il Tso decade. Insomma, il Tso parte di solito dai parenti della persona interessata, o da infermieri o agenti di pubblica sicurezza intervenuti per un caso grave, ma poi viene interamente gestito da medici e magistrati. E questo perché tanto un familiare, quanto una persona in divisa o un collega di lavoro, potrebbe anche avere interesse a far passare per matta una persona che matta non è. Ecco quindi che il Conte che prima invita tutti gli italiani a fare i bravi e ad accettare le limitazioni, alcune anche cervellotiche come equiparare i movimenti all'interno di un Comune di 1.000 abitanti a quelli di un comune come Roma o Milano, e poi si mette a citare il «trattamento sanitario obbligatorio», sembra proprio un signore che ambisce a governare fomentando la paura. Un trucco per altro vecchiotto, visto quanto diceva in proposito Thomas Jefferson, il terzo presidente degli Stati Uniti: «Quando il popolo ha paura del governo, c'è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c'è libertà». Non solo, ma anche il contesto nel quale è uscita questa perla di democrazia dalla bocca del Conte è un po' inquietante. Al premier era stato chiesto di esprimersi sull'obbligatorietà del vaccino per il Covid, che secondo vari sondaggi non piacerebbe al 40% circa degli italiani. E la risposta in cui si evocava il Tso assume quindi un peso ancora maggiore. Nel caso i contagi non fossero «sotto controllo», per altro sulla base di dati spesso gonfiati o palesemente falsi come quelli sui morti (caso strano) di giovedì, il governo che fa? Impone la vaccinazione di massa agli italiani (con le doti manageriali di Domenico Arcuri si finisce nel 2022) e poi ricovera d'imperio qualche milione di obiettori, con fasce di contrizione e bombe di psicofarmaci? E visto che già oggi, come qualunque medico potrà spiegare al presidente del Consiglio, non ci sono letti nei reparti psichiatrici, che cosa facciamo? Mettiamo renitenti al vaccino positivi (o negativi!) al Covid insieme agli altri malati? E i matti veri li lasciamo a casa con mamma e papà?Sì, rischia proprio di sembrare una barzelletta. Come quelle in cui tutti i folli si credono Napoleone. Il 26 aprile 2020, in un discorso alla nazione, un presidente del Consiglio italiano usò una dozzina di volte le locuzioni «noi permettiamo», «noi acconsentiamo» , «acconsento», «consento», «non permettiamo». Prima o poi, con il senso della democrazia di Conte, sarà possibile chiedere il Tso anche per chi si crede Luigi XIV.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/per-fomentare-la-paura-tra-la-gente-giuseppi-straparla-persino-di-tso-2649255538.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="loms-spinge-la-patente-dimmunita" data-post-id="2649255538" data-published-at="1607122718" data-use-pagination="False"> L’Oms spinge la patente d’immunità Immaginate di mescolare gli ingredienti più inquietanti di ogni distopia: la tecnologia e il controllo sociale. Non ne verrebbe fuori un libro di Aldous Huxley, bensì l'ultima trovata dell'Oms: il «certificato elettronico di vaccinazione». La trovata è di Siddharta Datta, l'esperto di vaccini della divisione europea dell'Oms: «Stiamo esaminando molto da vicino l'uso della tecnologia nella risposta al Covid e uno degli aspetti è come possiamo lavorare con gli Stati membri» a quello che sarebbe, a tutti gli effetti, un patentino riservato ai vaccinati. Uno stratagemma per prendere due piccioni con una fava: evitare l'obbligo di legge, al fine di spacciarsi da campioni della libertà di scelta, esercitando però una tale pressione sulla popolazione, da istituire un obbligo di fatto. Chi non fosse in possesso del certificato o del patentino, infatti, finirebbe vittima di una sorta di segregazione sanitaria: niente mezzi e locali pubblici, niente stadi, niente palestre, niente cinema, niente viaggi. Lockdown permanente. Se questa è libertà di scelta, viene da citare un esempio del filosofo David Hume: quant'è libero un uomo tratto a forza su una barca, al quale, una volta al largo, viene comunicato che, se preferisce, può tranquillamente tuffarsi in mare? La prospettiva è tanto più allarmante, visto che, contemporaneamente, l'Oms, tramite il suo direttore delle emergenze, Mike Ryan, ci avvisa: «I vaccini non significano zero Covid. Non risolveranno il problema da soli». Insomma: senza vaccini, non ci lasciano vivere. Eppure, i vaccini non bastano a tirarci fuori da un'emergenza che i caudillos del virus, in mezzo mondo, hanno imparato a sfruttare ad arte. Penserete: sono solo sparate. Può darsi. Ma data l'impopolarità dell'obbligo giuridico (che, comunque, non escludono né i tecnocrati alla Walter Ricciardi, il consulente di Roberto Speranza, né il viceministro Pierpaolo Sileri, di solito bonariamente liberale), la via del patentino raccoglie sempre più sostenitori. L'ultimo esempio arrivata direttamente da Palazzo Chigi, con le farneticazioni di Giuseppe Conte sul Tso. Prima di lui, il sindaco di Bergamo, il piddino Giorgio Gori, aveva twittato: «Niente obbligo, ma facciamo che a scuola, nei luoghi di lavoro, negli uffici pubblici, nei cinema, nei teatri e negli stadi entra solo chi è vaccinato. Poi ognuno si regola». Di tenore analogo, una sortita del senatore di Italia viva, Davide Faraone, che invocava il «passaporto sanitario integrato al vaccino». In assenza del quale, si dovrebbe interdire persino l'accesso a «luoghi pubblici con rilevante presenza di soggetti a rischio, come scuole e ospedali». D'altronde, il commissario Domenico Arcuri, un paio di settimane fa, aveva annunciato: «Stiamo progettando una piattaforma informatica che consentirà di sapere come si chiamano le persone che hanno fatto il vaccino e dove lo hanno fatto». Con il caveat che sarebbe stato il ministero a decidere in merito a obbligo o patentini. E sorvoliamo sul caravanserraglio di Vip e saltimbanchi alla Alessandro Gassmann: lui, per il confino perpetuo dei non vaccinati, sarebbe disposto - l'ha ammesso sui social - a calpestare la Costituzione più bella del mondo. L'idea, poi, è presa in considerazione da alcune compagnie aeree, a partire dall'australiana Qantas. Nondimeno, l'associazione internazionale degli aeroportuali civili ha rispedito al mittente la bizzarra proposta. Chiariamolo: un vaccino efficace è un'arma potente. Ma se le nostre sono ancora società liberaldemocratiche, la persuasione resta migliore dell'imposizione. Specie se l'imposizione è subdola.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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