Pd e M5s trovano l’accordo: massacrare tutti di tasse
I fan dell’invisibile cattedratico partenopeo esultano per l’arrivo dei soldi in municipio. Che così potrà indebitarsi di nuovo. Spremere i contribuenti è l’unica ricetta che ex comunisti e grillini conoscono: l’alleanza per il potere non ha altre basi.

Gaetano Manfredi, candidato sindaco di Napoli in quota giallorossa, cioè da 5 stelle e Pd, ha lo stesso appeal politico di un carciofo. Per oltre un anno è stato ministro dell’Università nel secondo governo Conte, e della sua presenza non si è praticamente accorto nessuno, se non i parenti che hanno dovuto registrare l’assenza da casa del professore e i docenti della Federico II di Napoli, l’ateneo di cui per circa sei anni è stato rettore. Per il resto, altre notizie non risulta che siano pervenute. Tuttavia, nonostante la scarsa attrattiva sugli elettori, sia Giuseppe Conte che Enrico Letta, sostenuti da quel pezzo da novanta di Roberto Speranza, si sono dati da fare per convincere il cattedratico, che è nativo di Ottaviano, a correre per Palazzo San Giacomo, sede del principale municipio campano. In principio, neppure l’ingegnere (laurea in Tecnica delle costruzioni) ne voleva sapere. Conoscendo il disastro dei conti comunali che gli lascerebbe in eredità Luigi De Magistris, l’accademico aveva respinto le avances, congedandosi dai suoi sponsor con un «No, grazie». Troppi debiti per poter fare una campagna elettorale decente, promettendo a destra e a manca. Fin dai tempi di Achille Lauro, le elezioni a Napoli le vince chi è in grado di assicurare qualche vantaggio alle categorie a cui chiede di votarlo, ma se nelle casse comunali non ci sono soldi bensì soltanto cambiali da onorare e interessi da pagare, diventa difficile poter annunciare assunzioni e finanziamenti a pioggia, che poi sono i soli impegni che possono indurre qualcuno a mettere la crocetta sul nome di un tipo grigio come Manfredi.

No, l’ex rettore aveva preferito declinare l’offerta. Ma poi il trio Lescano della sinistra (Conte, Letta e Speranza) ha avuto una pensata geniale e risolutiva: «Un patto per Napoli», ossia un’operazione degna di mago Silvan, capace di far sparire in un colpo circa cinque miliardi di debiti, scaricandoli sulle spalle dei contribuenti napoletani e non solo sulle loro. Il trucco dei tre illusionisti ricorda molto quello messo a segno anni fa ai danni degli italiani e dei romani. Con la bacchetta magica i debiti della Capitale furono trasferiti a un commissario, liberando la città dal peso di dover pagare una montagna di interessi e quindi consentendole di spendere e indebitarsi di nuovo. Vi state domandando però chi alla fine ha provveduto al saldo di mutui e spese finanziarie contratte nel passato dalle giunte capitoline, peraltro quasi tutte di sinistra? Semplice: a pagare il conto sono i romani, con addizionali che vengono incassate da un commissario, e gli italiani, che attraverso altre tasse concorrono a ripianare il debito.

Questo è il gioco di prestigio che Letta e compagni hanno architettato per Napoli, che grazie ad anni di gestione rossa (in tutti i sensi, politica e finanziaria) è la città più indebitata d’Italia, con un disavanzo da paura. In pratica, la voragine nei conti pubblici sarebbe affidata a un commissario di governo, lasciando al Comune la gestione ordinaria dei debiti successivi a una certa data, cioè da adesso in poi. In poche parole, con un colpo di spugna si tolgono i debiti e con un colpo da alta finanza si dà a Napoli la possibilità di indebitarsi di nuovo, aumentando nel frattempo da 500 milioni a un miliardo la dotazione del Fondo per il sostegno all’equilibrio di bilancio degli enti locali. Così Manfredi, nella sua campagna elettorale, potrà promettere un piano straordinario per l’assunzione e la riqualificazione di personale e il candidato giallorosso, qualora venisse eletto, non sarà costretto a un programma «lacrime e sangue», a dismettere e tagliare. No, «Arriveranno i soldi», assicura il Fatto quotidiano, che alla sola idea di un Manfredi sostenuto da Grillo e compagni già sprizza entusiasmo. Perfetto, Napoli da città ultraindebitata a città ultrasdebitata. Del resto, come cantava Massimo Ranieri: «Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto… Chi ha dato, ha dato, ha dato… Scurdámmoce ‘o ppassato, simmo ‘e Napule paisá!». Ma qui il problema è che i creditori il debito non se lo scorderanno, ma lo pretenderanno dai napoletani una volta finita la campagna elettorale e a pagare saranno anche gli italiani, con le tasse aeroportuali e con i pedaggi agli imbarchi. Ogni volta che i turisti prenderanno un traghetto al Molo Beverello o partiranno in aereo da Capodichino, contribuiranno alla campagna elettorale di Manfredi e della sinistra. E non nel 2021, ma per gli anni se non i decenni a venire, perché il commissario al debito potrà esigere gabelle di ogni tipo e il comune amministrato dall’ex ministro magari avrà la faccia tosta di dire che le addizionali non sono roba sua, bensì dello Stato che tartassa il Sud. Sì, il patto per Napoli è un grande imbroglio che si basa sulle tasse, per napoletani e italiani. Come ha titolato il giornale di Marco Travaglio celebrando l’accordo: «Promessi i soldi a Manfredi». Il carciofo è servito, ma con le spine.

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