Ospiti della nuova punta del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Christian Di Sanzo del Pd e Gianni Lampis di Fratelli d'Italia: conversazione a tutto campo sulla manovra.
Ospiti della nuova punta del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Christian Di Sanzo del Pd e Gianni Lampis di Fratelli d'Italia: conversazione a tutto campo sulla manovra.
Donald Trump (Ansa)
Dopo il Minnesota lo scandalo si allarga in Ohio, California e Nebraska. Donald Trump: «Toglierò la cittadinanza ai truffatori e li rimanderò nei loro Paesi d’origine».
Le notizie che arrivano di continuo dallo Stato del Minnesota mostrano un quadro di eccezionale gravità. Le autorità federali hanno individuato almeno tre reti criminali distinte, tutte impegnate nello sfruttamento sistematico dei programmi di assistenza pubblica. Il bilancio giudiziario parla chiaro: 59 condanne in sede federale, 86 persone incriminate e una sottrazione di risorse ai contribuenti che supera il miliardo di dollari. Un dato colpisce più di altri: solo otto degli imputati non hanno origini somale.
Il contesto demografico è noto. Il Minnesota ospita oggi la più numerosa comunità somala degli Stati Uniti, frutto di una traiettoria iniziata nei primi anni Novanta, quando il collasso dello Stato somalo e la guerra civile spinsero decine di migliaia di persone a fuggire, in particolare da Mogadiscio. I programmi federali di reinsediamento indirizzarono una parte consistente dei rifugiati verso il Midwest, dove il Minnesota offriva opportunità occupazionali, un sistema di welfare accessibile e un costo della vita relativamente contenuto. Oggi la presenza somala, stimata in circa 80.000 persone, è una componente stabile del tessuto sociale, economico e politico dello Stato. È proprio all’interno di questo contesto che esplode uno scandalo rapidamente divenuto nazionale, mettendo sotto pressione il governatore Tim Walz, candidato a un terzo mandato.
Le indagini descrivono un sistema di frodi condotto con modalità grossolane, privo di reali contromisure, inserito in un ambiente caratterizzato da politiche permissive in materia di immigrazione, integrazione e accesso ai sussidi. La vicenda ha assunto un rilievo politico immediato. Nel corso di una riunione di gabinetto, il presidente Donald Trump ha adottato toni durissimi, chiamando in causa la deputata di origine somala Ilhan Omar (punto di riferimento dei Fratelli Musulmani negli Usa) e «chi le sta attorno», sostenendo che «non dovrebbero stare nel nostro Paese» e invitandoli a «tornare indietro a risolvere i problemi da cui provengono». Trump ha affermato che «gran parte delle frodi in Minnesota, fino al 90%, è causata da persone arrivate illegalmente dalla Somalia», rinnovando gli attacchi a Ilhan Omar e definendola «una delle tante truffatrici». «Rimandateli indietro da dove sono venuti, dalla Somalia, forse il Paese peggiore e più corrotto della terra», ha scritto.
Ora l’amministrazione Usa ha deciso di congelare 185 milioni di dollari in sussidi federali destinati all’assistenza all’infanzia a basso reddito, in seguito alle accuse di frode che coinvolgono asili nido gestiti da cittadini somali americani a Minneapolis. Sul piano istituzionale, il portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato a Fox News che l’amministrazione «sta valutando» la possibilità di revocare la cittadinanza ai cittadini somali americani condannati per frode, precisando che la denaturalizzazione resta «uno strumento a disposizione del presidente e del segretario di Stato». Una misura giuridicamente possibile, ma rara, che richiede un elevato onere probatorio.
Intanto, le verifiche stanno assumendo dimensioni sempre più vaste. Gli investigatori segnalano che la quasi totalità dei centri formalmente destinati alla comunità somala risulta fittizia, vuota o abbandonata, pur avendo incassato fondi pubblici. Emergono reti di enti non profit solo sulla carta, utilizzati – secondo l’accusa – come veicoli per drenare risorse statali e federali. Indagini analoghe sono in corso anche in Ohio, California e Nebraska, dove affiorano schemi identici: strutture registrate, progetti rendicontati e servizi mai erogati.
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Zohran Mamdani (Ansa)
Durante la cerimonia di insediamento, il neo primo cittadino di New York sostituisce il testo sacro dell’islam alla Bibbia: non era mai successo. Rudy Giuliani, alla testa della città l’11 settembre: «Distruggerà la nostra civiltà».
Ieri, il sindaco entrante di New York, il democratico Zohran Mamdani, ha prestato giuramento sul Corano. Non era mai accaduto che un primo cittadino della Grande Mela giurasse sul testo sacro dell’islam. D’altronde, Mamdani è il primo sindaco di fede musulmana della storia newyorchese. «La maggior parte dei predecessori di Mamdani hanno prestato giuramento su una Bibbia, sebbene il giuramento di rispettare le leggi federali, statali e cittadine non richieda l’uso di alcun testo religioso», ha riferito l’Associated Press. Ebbene, la scelta di giurare sul Corano ha scatenato diverse polemiche.
«Il nemico è dentro i cancelli», ha affermato il senatore repubblicano, Tommy Tuberville, commentando la notizia. «Questa non è una religione su cui prestare giuramento. Sono anti occidentali. E l’intero movimento degli islamici ortodossi mira a distruggere la civiltà occidentale», ha inoltre detto a Newsmax Rudy Giuliani, che era sindaco della Grande Mela, quando l’11 settembre 2001 si svolsero gli attentati alle Torri Gemelle: attentati che, ricordiamolo, erano stati orchestrati da Al-Qaeda. Ma le critiche non sono arrivate soltanto dal Partito repubblicano americano.
«Giuramento non valido. Niente Corano. Gli Stati Uniti non sono islamici. Non ancora. Svegliati, America», ha dichiarato il politico olandese Geert Wilders. «Nel mondo occidentale, ciascuno può praticare la sua religione: cosa che invece non è garantita in tutti i Paese islamici. Ma preoccupa comunque che il nuovo sindaco di New York, Mamdani, che ha un programma di ultrasinistra ipercomunista, abbia giurato sul Corano. Applicherà la Costituzione americana o le regole della Sharia? Un conto è rivendicare la liberà di culto, altro è anteporre la propria religione alle regole vigenti in uno Stato. Questo episodio non deve essere trascurato. È indice dei tempi», ha affermato, dal canto suo, il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, per poi aggiungere: «Noi cattolici abbiamo sancito il principio della libera Chiesa in libero Stato da molto tempo in Italia, evitando confusone di ruoli. Non vorremmo che altre religioni imponessero una logica diversa. Non abbiamo certo bisogno di talebani a Manhattan».
Nei mesi scorsi, le posizioni di Mamdani hanno suscitato più di una perplessità tra la comunità ebraica. A giugno, il diretto interessato fu criticato per non aver condannato inequivocabilmente l’espressione «globalizzare l’Intifada». L’attuale primo cittadino ha inoltre accusato lo Stato ebraico di «genocidio» e si è anche impegnato a far arrestare Benjamin Netanyahu qualora il premier israeliano dovesse recarsi a New York. Non a caso, alle ultime elezioni municipali, circa il 64% degli ebrei newyorchesi ha votato per il candidato indipendente Andrew Cuomo. Più in generale, a novembre, l’amministrazione Trump ha designato alcune realtà legate alla Fratellanza musulmana come «organizzazioni terroristiche straniere». L’argomento, insomma, è politicamente sensibile. E le polemiche sul giuramento coranico di Mamdani probabilmente non si spegneranno molto presto.
Polemiche che si sommeranno a quelle già in corso sul suo programma politico, considerato come assai orientato a sinistra. Durante la campagna elettorale, Mamdani ha per esempio promesso il congelamento degli affitti e gli autobus gratuiti. A inizio dicembre, l’attuale sindaco ha anche chiesto la cessazione delle retate negli accampamenti dei senzatetto: una posizione a cui si è opposta la governatrice dem dello Stato di New York, Kathy Hochul. Tutto questo per dire che l’agenda politica di Mamdani non è apprezzata neanche da alcuni settori dello stesso Partito democratico. Non a caso, durante la campagna elettorale, non tutta la leadership nazionale dell’Asinello si schierò con lui. Evitò, per esempio, di dargli l’endorsement il leader della minoranza al Senato, Chuck Schumer, che, oltre a essere ebreo e di orientamento politico (parzialmente) centrista, è altresì detentore del seggio senatoriale di New York.
La frattura nel Partito democratico americano è dunque sempre più evidente. Prova ne è il fatto che, ieri, all’insediamento di Mamdani erano presenti Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez: quella stessa Ocasio-Cortez che, secondo indiscrezioni, vorrebbe contendere a Schumer il seggio senatoriale di New York. L’estrema sinistra americana strizza d’altronde sempre di più l’occhio al mondo islamico, anche a prezzo di alcune contraddizioni: ricordiamo, per esempio, che Mamdani, a luglio, è stato sostenuto dall’organizzazione pro choice Planned Parenthood. E qui sta il paradosso. Molte delle proposte politiche di Mamdani, dal green all’aperturismo migratorio, non costituiscono ricette appetibili per i colletti blu della Rust Belt. Ora, è vero che, essendo nato in Uganda, il primo cittadino newyorchese non può candidarsi alla Casa Bianca. Ma le sue idee difficilmente aiuteranno l’Asinello a riconquistare la presidenza. Senza poi contare che, sui temi etici, le comunità musulmane della Rust Belt appaiono spesso più vicine ai repubblicani che agli ultraprogressisti.
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Gli euro bulgari con i elementi decorativi nazionali sul rovescio (Getty)
Sofia adotta la moneta unica contro la volontà di metà popolazione. Con un referendum avrebbero vinto i «No». Economisti convinti: i prezzi aumenteranno mentre le buste paga rimarranno al palo.
Da ieri la Bulgaria è il ventunesimo Paese dell’Unione Europea ad avere l’euro come moneta. Lo ha scelto senza un governo in carica. Senza una legge di bilancio approvata. Senza il consenso di quasi la metà della popolazione. E contro il parere di importanti economisti. Ma con il plauso della presidente della Bce Christine Lagarde ed un bel po’ di cartelloni pubblicitari pagati dall’esecutivo che però non c’è più e dove campeggia la bandiera blu con le dodici stelle gialle.
La propaganda europeista descrive l’ingresso nell’eurozona come il coronamento di uno sforzo quasi ventennale dopo che la Bulgaria ha aderito prima all’Ue e poi all’area Schengen. «Ma non sembra una favola a lieto fine. Quanto piuttosto un monito» per chi abbia intenzioni analoghe. Sono le parole dei corrispondenti bulgari di Bloomberg. Organo di informazione tutt’altro che ostile a Bruxelles.
Poco più grande del Lazio ma col Pil pro capite paragonabile a quello della Calabria, la Bulgaria è un paese povero. Un reddito pro capite in termini reali di poco superiore ai 20.000 dollari contro una media dell’area euro di 50.000. 6,5 milioni di abitanti e una probabile imminente elezione politica. L’ottava in cinque anni. Ci sono tutti i presupposti per un fallimento epocale della politica di allargamento dell’Area Euro. Serve avere sempre più Paesi aderenti per dimostrare e dimostrarsi di essere un’istituzione viva e vegeta. Ma tutto somiglia sinistramente al più classico dei colpi di coda prima di esalare l’ultimo respiro.
Ripetutamente messa nel mirino da Bruxelles per una legislazione ed un’organizzazione dell’amministrazione non proprio esemplare la Bulgaria non è certo un benchmark in termini di stato di diritto. Più o meno lo stesso trattamento riservato alla Polonia (prima che il turbo europeista Tusk tornasse a governare) e all’Ungheria. Ma non troppo uguale. Anche perché i partiti europeisti in Bulgaria sono appunto la maggioranza. I primi due sono riconducibili alle aree del Partito Popolare Europeo e Renew Europe. Secondo gli ultimi sondaggi arrivano assieme al 45% circa. Ma a differenza della Bulgaria, Ungheria e Polonia saggiamente non hanno ceduto la propria sovranità monetaria. Oggi Budapest e Varsavia vantano un reddito reale pro capite (secondo il Fmi) rispettivamente pari a 26.000 e 28.000 dollari. Niente a che vedere con Sofia.
Secondo i sondaggi Eurobarometro, cioè dell’Unione Europea, il 49% della popolazione è contraria all’ingresso nell’eurozona contro un 42% di favorevoli ed il 9% di indecisi. Se si fosse tenuto un referendum per adottare la moneta unica i No avrebbero ottenuto il 54%. E stiamo parlando di un sondaggio made in Bruxelles. Classico strumento della propaganda federalista ed europeista. Con buona probabilità i No avrebbero quindi vinto con un più ampio margine. Ma il problema non si pone. Perché la decisione è stata presa da un governo che nel frattempo ha tagliato la corda mentre la popolazione non manca di dimostrare il suo dissenso. In piazza e facendo la coda davanti alle stazioni di rifornimento. Il buon senso, e l’esperienza degli altri Paesi aderenti lascia intuire alla popolazione che i prezzi aumenteranno ma i salari rimarranno al palo. È qui che il buon senso dell’uomo della strada si salda con il pensiero di illustri economisti. Il più critico è l’economista americano Steve Hanke docente di macroeconomia applicata alla John Hopkins University di Baltimora. Con cui ho avuto modo di confrontarmi alcuni mesi fa. Liberista e ultraconservatore ma al contempo anti-trumpiano, Hanke conosce la Bulgaria meglio di chiunque altro. La posizione di Hanke non è quindi pregiudiziale. La Bulgaria non dovrebbe assolutamente adottare l’euro essendo la sua moneta già agganciata alla moneta unica per mezzo del cosiddetto «Currency board». È il suo pensiero. «La Banca Nazionale della Bulgaria - più nello specifico il dipartimento dedicato all’emissione di moneta - ha iniziato ad operare con questo sistema a partire dal luglio del 1997. Le regole sono semplici: i lev messi in circolazione dovevano essere pienamente garantiti da riserve di marchi tedeschi (poi trasformate in euro)». Ci spiegava Hanke. In quale misura? Con un tasso di cambio definito. Si chiama «peg» in gergo monetario. La Banca Centrale si impegna a garantire la conversione in euro a richiesta del detentore di moneta nazionale bulgara. Nell’ultimo anno con un euro si potevano avere circa 1,96 lev. Negli ultimi 18 anni il lev non è praticamente quasi mai sceso sotto 1,94 se non sporadicamente ed eccezionalmente per poi tornare. E quasi mai ha superato 1,96 se non sempre sporadicamente ed eccezionalmente. Per poi tornare nella banda di oscillazione 1,94-1,96. È il meccanismo che Hanke, da consulente del governo bulgaro ha ideato e consigliato quando l’iperinflazione da quelle parti aveva toccato la stratosferica cifra del 242%: al mese! «I risultati ottenuti grazie all’adozione del Currency Board sono stati immediati e drammatici. Il tasso di inflazione a metà del 1998 era collassato al 13%: all’anno. Il lev era tornato ad essere una moneta di cui le persone si fidavano». La visione di Hanke è molto pragmatica. «La Bulgaria è già un membro di fatto dell’Eurozona perché il suo Currency board garantisce che il lev sia un clone dell’euro. Di conseguenza, tutto ciò che la Bulgaria otterrebbe adottando l’euro è la rinuncia alla sua sovranità monetaria. Sotto il regime del Currency board bulgaro, la Bulgaria manterrebbe invece la sua sovranità monetaria e l’opzione di cambiare la sua valuta di ancoraggio. Se la Bulgaria adottasse l’euro, sarebbe per sempre legata al destino dell’euro». E così sarà. Auguri Bulgaria. Ne avrai bisogno.
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Vladimir Putin (Ansa)
Donald Trump mette in dubbio l’attacco alla residenza di Vladimir Putin. Mosca: gli mandiamo le prove.
Il discorso di fine anno del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e i massicci bombardamenti nella notte di Capodanno sembrano confermare che la svolta sulle trattative non sia dietro l’angolo. Parlando per venti minuti alla nazione, il leader di Kiev è tornato a ribadire che il piano di pace per l’Ucraina è «pronto al 90%», ma ha anche ammesso che la sorte della fine della guerra è legata proprio a quel 10% rimasto irrisolto. «Quel 10% contiene di fatto tutto: determinerà il destino della pace, il destino dell’Ucraina e dell’Europa, il modo in cui vivranno le persone» ha dichiarato.
Ha poi precisato che Kiev vuole la fine del conflitto, ma «non a qualunque costo». Su X, Zelensky ha poi rivelato che domani si terrà in Ucraina «una riunione dei consiglieri per la sicurezza nazionale» a cui prenderanno parte «i rappresentanti europei e della Nato» e probabilmente anche «il team americano». Sul fronte opposto, il presidente russo, Vladimir Putin, nel suo messaggio di fine anno, rivolgendosi ai soldati, ha affermato: «La Russia crede in voi e in una nostra vittoria».
Nel frattempo, il 2026 si è aperto con nuovi raid. Mosca ha sganciato 200 droni contro il territorio ucraino, prendendo di mira le infrastrutture energetiche. Intervenendo in merito, Zelensky ha commentato che «la Russia porta deliberatamente la guerra nel nuovo anno». A essere colpite sono state soprattutto le regioni di Odessa e della Volinia: gli attacchi russi hanno causato incendi e blackout, con più di 100.000 utenze che sono rimaste senza elettricità.
Dall’altra parte, il Cremlino ha dichiarato che nella notte sono stati intercettati e abbattuti 168 droni ucraini. Ma a scatenare l’ira di Mosca è stato soprattutto l’attacco condotto da Kiev nella regione di Kherson: mentre si festeggiava la serata più lunga dell’anno, tre droni ucraini avrebbero colpito un hotel e un bar nell’insediamento di Khorly, uccidendo 24 persone e ferendone altre 29. Il governatore russo, Vladimir Saldo, ha riferito: «Molti sono bruciati vivi. Un bambino è morto». A puntare il dito contro l’Europa è stato il ministero degli Esteri russo, che ha affermato in una nota: «L’atrocità sanguinosa commessa dalla cricca di Kiev, ricade interamente sulla coscienza dei leader occidentali che continuano a rifornire il regime in bancarotta con denaro e armi». E il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, ha già avvertito che Kiev dovrà prepararsi ad affrontare «rappresaglie inevitabili».
Ciò si aggiunge a un’altra reazione violenta promessa dalla Russia contro Kiev dopo il presunto attacco ucraino, fallito, contro la residenza di Putin a Valdai. L’episodio risalente a lunedì scorso continua a tenere banco anche perché il Wall Street Journal ha reso noto che, secondo le indagini della Cia, i droni ucraini non avevano preso di mira la dacia dello zar, bensì un obiettivo militare situato nella stessa regione. A mettere in dubbio la versione russa è stato lo stesso presidente americano, Donald Trump: su Truth, senza aggiungere commenti, ha condiviso un editoriale del New York Post in cui si afferma che il raid ucraino sarebbe frutto di «una narrazione inventata o abbellita» di Mosca per «ostacolare la pace». In ogni caso il Cremlino ha manifestato la volontà di fornire tutte le prove della colpevolezza ucraina all’amministrazione americana. Il ministero della Difesa russo ha fatto sapere che «la decriptazione dei dati di routing ha rivelato che l’obiettivo finale dell’attacco con drone ucraino del 29 dicembre 2025 era una struttura presso la residenza presidenziale russa nella regione di Novgorod». Pare che Mosca abbia decodificato un file da un drone ucraino che era stato distrutto. Nella nota, il ministero ha poi aggiunto: «Questi materiali saranno trasferiti alla parte americana attraverso i canali stabiliti».
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