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2023-03-15
Pd e 5 stelle, ecco tutti i nomi dei colpevoli
Quando tra una manciata di anni gli italiani saranno costretti a spendere una fortuna per adeguare le proprie case alla severissima e miope direttiva green, potranno inviare una lettera o magari il conto della ditta di ristrutturazioni a chi l’ha votata. Il documento, infatti, è passato ieri in plenaria al Parlamento Ue con 343 voti favorevoli, 216 contrari e 78 astenuti, suscitando ancora una volta le rimostranze di quanti, soprattutto nel nostro Paese, avevano fatto presente che si tratta di un obiettivo insostenibile per chi, come in Italia, ha un’altissima percentuale di immobili privati e per giunta di elevato valore storico o di pregio. A poco è valso il tentativo dei giorni scorsi degli eurodeputati dei partiti che sostengono il governo Meloni, di cercare di portare alla ragione quanti si erano accodati pedissequamente al diktat di Bruxelles, per ribaltare un esito che appariva scontato e purtroppo lo è stato. Entro il 2030, dunque, tutte le case dovranno rientrare nella categoria energetica E, per poi passare alla categoria D entro il 2033, alimentando una delle tante chimere partorite dai tecnocrati Ue, e cioè l’obiettivo case a zero emissioni per il 2050.
E che si trattasse di una direttiva slegata dalla realtà e dal buonsenso lo si è capito anche dal fatto che il Ppe, dalle cui indicazioni si era sfilata immediatamente Forza Italia, si è diviso in tre tronconi, mentre il Terzo Polo (fatta eccezione per Sandro Gozi, passato alla storia per essere stato il primo politico italiano a farsi eleggere in Francia e a lavorare per il governo transalpino e ieri fautore del sì) si è astenuto sottolineando la mancanza di flessibilità nel dispositivo della direttiva, e qualche mal di pancia è arrivato anche dai parlamentari fedeli al presidente francese Emmanuel Macron. Fatto sta, però, che il blocco di potere che governa l’Ue praticamente da quando è stata fondata ha tenuto, e dalla maggior parte dei rappresentanti dei cittadini italiani si sono dimostrati refrattari alle specificità che presenta in questo ambito il nostro patrimonio immobiliare.
A scorrere la lista di chi si è allineato all’eco-diktat ritroviamo vecchie e nuove conoscenze, ovviamente partendo dal gruppo dei Socialdemocratici, quello che ha dato in blocco il via libera alla direttiva: ci troviamo, tra gli altri, il dem rampante e capogruppo Brando Benifei, reduce dalla scoppola delle primarie Pd, per il quale aveva coordinato la mozione dello sconfitto Stefano Bonaccini. Poi c’è l'ex-sindaco di Milano Giuliano Pisapia, l’exvicesegretaria del Pd Irene Tinagli, Alessandra Moretti, astro nascente della stagione renziana tramontato rapidamente, Pietro Bartolo, divenuto famoso quando era medico a Lampedusa, l’ex ministro delle Politiche agricole Paolo De Castro, l’altra sconfitta al congresso e renziana decaduta Pina Picierno, l’esponente dell’ala sinistra Massimiliano Smeriglio e l’ex procuratore antimafia Franco Roberti. A completare il quadro dei socialdemocratici tricolore che hanno avallato la direttiva sulle case green, abbiamo tra gli altri l’economista Elisabetta Gualmini, Caterina Chinnici e la transfuga grillina Daniela Rondinelli.
Scontato il voto favorevole dei Verdi, che annoverano tra le proprie fila tre eurodeputati italiani: i tre transfughi grillini Ignazio Corrao, Rosa D’Amato e Piernicola Pedicini. E a proposito di transfughi grillini, nel gruppo dei non iscritti (una sorta di gruppo Misto europeo) si segnala il sì alla direttiva dell’ex Iena Dino Giarrusso, che vota per le case green mentre è in cerca di una casa politica, come testimonia il goffo tentativo di aderire al Pd sostenendo Bonaccini all’ultimo congresso, sfociato in una sollevazione dei militanti che non ha certo portato bene al governatore dell’Emilia-Romagna.
Altri non iscritti italiani che hanno votato sì sono stati i pentastellati Tiziana Beghin, Fabio Massimo Castaldo, Maria Angela Danzì, Laura Ferrara, Mario Furore, e Sabrina Pignedoli. L’iter della direttiva prevede ora una laboriosa fase di contrattazione tra le istituzioni europee e i governi nazionali. La scorsa settimana il nostro Parlamento ha approvato una mozione che impegna il governo Meloni a chiedere una profonda revisione dei contenuti del provvedimento.
I popolari si spaccano in tre pezzi. Il capo Weber è col fronte del «no»
Se si dovesse giudicare dai tabulati di ieri della plenaria dell’Europarlamento che ha dato il via libera alla direttiva-capestro sulle case green, si potrebbe dire che i tecnocrati targati sinistra dormono tra due guanciali. L’elemento politico che emerge con più chiarezza, è che il Ppe si è frantumato addirittura in tre tronconi, annoverando nelle proprie fila eurodeputati che hanno votato sia contro, sia a favore che astenuti. Tra i contrari, ovviamente, gli esponenti di Forza Italia, i quali da tempo avevano annunciato – in primis il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin – la loro contrarietà alla direttiva e la loro piena sintonia con Lega e Fdi, a ribadire la compattezza della maggioranza che sostiene il governo Meloni.
Ma la cosa bella è che ad andare in dissenso con la posizione ufficiale del Partito popolare europeo è stato, tra gli altri, il capogruppo Manfred Weber, che ha votato contro, al pari dei suoi compagni di gruppo italiani. Ciò non è bastato, evidentemente, a far gettare il cuore oltre l’ostacolo ai popolari eletti a Strasburgo e Bruxelles, sbarrando una strada a un provvedimento che ha suscitato un’infinità di critiche non solo in Italia ma in tutte le 27 nazioni Ue. Sarebbe stato un primo laboratorio di quell’alternativa al blocco di potere del centrosinistra europeo, che molti politici liberali e moderati hanno affermato di voler sperimentare nella prossima legislatura.
Se infatti gli eurodeputati Ppe avessero portato fino in fondo le proprie perplessità sulla direttiva, avrebbero potuto contare sul sostegno di Ecr e di Id (più qualche esponente non iscritto ad alcun gruppo) non solo avendo ottime possibilità di stoppare il documento, ma avendo la quasi certezza di costringere Bruxelles a delle correzioni. Inoltre, si sarebbero gettate le basi di quel «ribaltone» al timone dell’Unione che molti additano come auspicabile. Un’occasione mancata, dunque, che in ogni caso rappresenta plasticamente l’ennesimo fallimento della cosiddetta «coalizione Ursula», già ampiamente archiviata come suggestione nel nostro paese. Si vedrà nei prossimi mesi, con dossier altrettanto importanti e controversi che arriveranno sui banchi dell’Europarlamento, se il disegno di un centrodestra europeo potrà maturare. Ciò che è accaduto ieri, lascia intuire che la strada è ancora lontana. Il dato numerico, intanto, dice che sono stati di più gli europarlamentari popolari che hanno votato contro la direttiva (58) di quelli che hanno votato a favore (51).
La portata politica del voto di ieri non è sfuggita alle forze politiche che da subito si erano schierate per il no, che hanno approfittato dell’occasione per incalzare il Ppe. Tra queste ovviamente la Lega, la cui delegazione europea in seno al gruppo Id, ha osservato che «persino il presidente del Ppe Manfred Weber ha votato contro la direttiva sull’efficientamento degli edifici, altro che pericolosi sovranisti...». «Mentre Pd e M5s si arrampicano sugli specchi per difendere il loro voto a favore di un provvedimento che colpisce aziende, lavoratori e famiglie italiane», hanno aggiunto fonti del Carroccio, «questo dato evidenzia le forti criticità della direttiva, che andava rigettata senza se e senza ma. Anziché attaccare il centrodestra che governa l’Italia, forse la sinistra farebbe meglio a chiarirsi con gli altri componenti di quella maggioranza Ursula che, di fatto, oggi non esiste più».
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Da Alessandra Moretti a Pina Picierno all’ex ministro Paolo De Castro: gli europarlamentari dem hanno dato in blocco l’ok alla direttiva green. Via libera pure dai grillini, compreso il fuoriuscito Dino Giarrusso, da indipendenti di sinistra come Giuliano Pisapia e dall’ex renziano Sandro Gozi, eletto in Francia.Il voto era l’occasione per testare il Ppe. Così più difficile un accordo con Ecr nel 2024.Lo speciale contiene due articoli.Quando tra una manciata di anni gli italiani saranno costretti a spendere una fortuna per adeguare le proprie case alla severissima e miope direttiva green, potranno inviare una lettera o magari il conto della ditta di ristrutturazioni a chi l’ha votata. Il documento, infatti, è passato ieri in plenaria al Parlamento Ue con 343 voti favorevoli, 216 contrari e 78 astenuti, suscitando ancora una volta le rimostranze di quanti, soprattutto nel nostro Paese, avevano fatto presente che si tratta di un obiettivo insostenibile per chi, come in Italia, ha un’altissima percentuale di immobili privati e per giunta di elevato valore storico o di pregio. A poco è valso il tentativo dei giorni scorsi degli eurodeputati dei partiti che sostengono il governo Meloni, di cercare di portare alla ragione quanti si erano accodati pedissequamente al diktat di Bruxelles, per ribaltare un esito che appariva scontato e purtroppo lo è stato. Entro il 2030, dunque, tutte le case dovranno rientrare nella categoria energetica E, per poi passare alla categoria D entro il 2033, alimentando una delle tante chimere partorite dai tecnocrati Ue, e cioè l’obiettivo case a zero emissioni per il 2050. E che si trattasse di una direttiva slegata dalla realtà e dal buonsenso lo si è capito anche dal fatto che il Ppe, dalle cui indicazioni si era sfilata immediatamente Forza Italia, si è diviso in tre tronconi, mentre il Terzo Polo (fatta eccezione per Sandro Gozi, passato alla storia per essere stato il primo politico italiano a farsi eleggere in Francia e a lavorare per il governo transalpino e ieri fautore del sì) si è astenuto sottolineando la mancanza di flessibilità nel dispositivo della direttiva, e qualche mal di pancia è arrivato anche dai parlamentari fedeli al presidente francese Emmanuel Macron. Fatto sta, però, che il blocco di potere che governa l’Ue praticamente da quando è stata fondata ha tenuto, e dalla maggior parte dei rappresentanti dei cittadini italiani si sono dimostrati refrattari alle specificità che presenta in questo ambito il nostro patrimonio immobiliare.A scorrere la lista di chi si è allineato all’eco-diktat ritroviamo vecchie e nuove conoscenze, ovviamente partendo dal gruppo dei Socialdemocratici, quello che ha dato in blocco il via libera alla direttiva: ci troviamo, tra gli altri, il dem rampante e capogruppo Brando Benifei, reduce dalla scoppola delle primarie Pd, per il quale aveva coordinato la mozione dello sconfitto Stefano Bonaccini. Poi c’è l'ex-sindaco di Milano Giuliano Pisapia, l’exvicesegretaria del Pd Irene Tinagli, Alessandra Moretti, astro nascente della stagione renziana tramontato rapidamente, Pietro Bartolo, divenuto famoso quando era medico a Lampedusa, l’ex ministro delle Politiche agricole Paolo De Castro, l’altra sconfitta al congresso e renziana decaduta Pina Picierno, l’esponente dell’ala sinistra Massimiliano Smeriglio e l’ex procuratore antimafia Franco Roberti. A completare il quadro dei socialdemocratici tricolore che hanno avallato la direttiva sulle case green, abbiamo tra gli altri l’economista Elisabetta Gualmini, Caterina Chinnici e la transfuga grillina Daniela Rondinelli.Scontato il voto favorevole dei Verdi, che annoverano tra le proprie fila tre eurodeputati italiani: i tre transfughi grillini Ignazio Corrao, Rosa D’Amato e Piernicola Pedicini. E a proposito di transfughi grillini, nel gruppo dei non iscritti (una sorta di gruppo Misto europeo) si segnala il sì alla direttiva dell’ex Iena Dino Giarrusso, che vota per le case green mentre è in cerca di una casa politica, come testimonia il goffo tentativo di aderire al Pd sostenendo Bonaccini all’ultimo congresso, sfociato in una sollevazione dei militanti che non ha certo portato bene al governatore dell’Emilia-Romagna. Altri non iscritti italiani che hanno votato sì sono stati i pentastellati Tiziana Beghin, Fabio Massimo Castaldo, Maria Angela Danzì, Laura Ferrara, Mario Furore, e Sabrina Pignedoli. L’iter della direttiva prevede ora una laboriosa fase di contrattazione tra le istituzioni europee e i governi nazionali. 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L’elemento politico che emerge con più chiarezza, è che il Ppe si è frantumato addirittura in tre tronconi, annoverando nelle proprie fila eurodeputati che hanno votato sia contro, sia a favore che astenuti. Tra i contrari, ovviamente, gli esponenti di Forza Italia, i quali da tempo avevano annunciato – in primis il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin – la loro contrarietà alla direttiva e la loro piena sintonia con Lega e Fdi, a ribadire la compattezza della maggioranza che sostiene il governo Meloni. Ma la cosa bella è che ad andare in dissenso con la posizione ufficiale del Partito popolare europeo è stato, tra gli altri, il capogruppo Manfred Weber, che ha votato contro, al pari dei suoi compagni di gruppo italiani. Ciò non è bastato, evidentemente, a far gettare il cuore oltre l’ostacolo ai popolari eletti a Strasburgo e Bruxelles, sbarrando una strada a un provvedimento che ha suscitato un’infinità di critiche non solo in Italia ma in tutte le 27 nazioni Ue. Sarebbe stato un primo laboratorio di quell’alternativa al blocco di potere del centrosinistra europeo, che molti politici liberali e moderati hanno affermato di voler sperimentare nella prossima legislatura. Se infatti gli eurodeputati Ppe avessero portato fino in fondo le proprie perplessità sulla direttiva, avrebbero potuto contare sul sostegno di Ecr e di Id (più qualche esponente non iscritto ad alcun gruppo) non solo avendo ottime possibilità di stoppare il documento, ma avendo la quasi certezza di costringere Bruxelles a delle correzioni. Inoltre, si sarebbero gettate le basi di quel «ribaltone» al timone dell’Unione che molti additano come auspicabile. Un’occasione mancata, dunque, che in ogni caso rappresenta plasticamente l’ennesimo fallimento della cosiddetta «coalizione Ursula», già ampiamente archiviata come suggestione nel nostro paese. Si vedrà nei prossimi mesi, con dossier altrettanto importanti e controversi che arriveranno sui banchi dell’Europarlamento, se il disegno di un centrodestra europeo potrà maturare. Ciò che è accaduto ieri, lascia intuire che la strada è ancora lontana. Il dato numerico, intanto, dice che sono stati di più gli europarlamentari popolari che hanno votato contro la direttiva (58) di quelli che hanno votato a favore (51). La portata politica del voto di ieri non è sfuggita alle forze politiche che da subito si erano schierate per il no, che hanno approfittato dell’occasione per incalzare il Ppe. Tra queste ovviamente la Lega, la cui delegazione europea in seno al gruppo Id, ha osservato che «persino il presidente del Ppe Manfred Weber ha votato contro la direttiva sull’efficientamento degli edifici, altro che pericolosi sovranisti...». «Mentre Pd e M5s si arrampicano sugli specchi per difendere il loro voto a favore di un provvedimento che colpisce aziende, lavoratori e famiglie italiane», hanno aggiunto fonti del Carroccio, «questo dato evidenzia le forti criticità della direttiva, che andava rigettata senza se e senza ma. Anziché attaccare il centrodestra che governa l’Italia, forse la sinistra farebbe meglio a chiarirsi con gli altri componenti di quella maggioranza Ursula che, di fatto, oggi non esiste più».
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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