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2026-04-04
Giorgetti: «Patto di stabilità da rivedere». L’Ue delira: «No, prima la recessione»
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Considerato che il paziente non è ancora morto, è inutile curarlo: è questa la sintesi della risposta negativa della Commissione europea alla considerazione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sulla necessità di rivedere o comunque prevedere delle deroghe ai rigidissimi parametri del Patto di stabilità, considerato il drammatico quadro internazionale e la crisi energetica che ne deriva.
In conferenza stampa dopo che il Cdm, ieri, ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio, Giorgetti fa una dichiarazione all’insegna del più puro pragmatismo: «Sull’ipotesi di sforamento del limite del 3% del deficit a causa della crisi energetica», risponde il ministro a una domanda sull’argomento, «credo che si faccia riferimento alla volontà di chiedere o non chiedere la clausola di deroga prevista dal nuovo regolamento europeo di governance economica. È chiaro che la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile. Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del conflitto, l’ho ribadita all’Eurogruppo a inizio settimana. Lo farò in qualsiasi consenso internazionale a cui parteciperò, perché questa è la realtà. Abbiamo fatto un G7 con la partecipazione delle organizzazioni internazionali proprio in settimana», aggiunge il ministro dell’Economia, «e il quadro che è stato rappresentato è oggettivamente preoccupante per le ricadute economiche. Tutti correlano alla durata del conflitto le misure da assumere. Il tema della durata produrrà ahimè conseguenze sia sulla politica monetaria sia sulla politica fiscale dei diversi Paesi. Chi più chi meno, credo che tutto il globo ne sia colpito».
Niente di clamoroso, niente di stupefacente: siamo in un periodo di gravissima crisi e quindi, se c’è un momento in cui rimodulare le norme adeguandole alla realtà, è questo. E invece, ma forse non c’è neanche più da stupirsi, la risposta da Bruxelles è ai limiti del delirio: «La Commissione europea», sottolinea una portavoce, «non ritiene che attualmente la Ue si trovi in una situazione che richiede la sospensione delle regole del Patto di stabilità come avvenuto all’epoca della crisi pandemica. La possibilità di far scattare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità esiste solo in caso di grave recessione nell’area euro o nella Ue nel suo complesso. Stiamo monitorando attentamente la situazione instabile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in tale scenario».
Quindi, secondo questi cervelloni, per dare un po’ di ossigeno alle economie europee bisogna aspettare che si precipiti in una condizione di grave recessione, ovvero alla fame. Siamo di fronte, come è evidente, a una follia. Lo stesso Commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, una settimana fa, in conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, aveva ribadito che «la clausola di salvaguardia generale è subordinata a una grave recessione economica nell’Ue o nell’area dell’euro nel suo complesso. Attualmente, anche sulla base dell’analisi di scenario non siamo in questa situazione». E in quale situazione siamo? «Siamo di fronte», aveva aggiunto Dombrovskis, detto Draculovskis, «al rischio di uno shock di tipo stagflazionistico, vale a dire una situazione in cui una crescita più debole coincide con un’inflazione più elevata. Questo vale anche se le interruzioni delle forniture energetiche dovessero essere relativamente di breve durata». In sostanza: se tutto va bene, siamo rovinati.
Pensate che anche uno che di regole europee se ne intende, e che certamente non è sospettabile di simpatie per il governo guidato da Giorgia Meloni, ovvero l’ex presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea Romano Prodi, pensa che sia l’ora di sospendere il Patto di stabilità: «Il problema», sottolinea Prodi a Sky Tg24, «è che non sia solo un caso speciale per l’Italia. Che non dimostriamo ancora una volta le nostre debolezze. Deve essere un problema europeo con una revisione dei vincoli a livello europeo. Ho sempre detto che il Patto di stabilità rigido è stupido. Si deve tener conto che c’è una situazione straordinaria e anche i bilanci di tutti i Paesi europei devono essere adattati a questa situazione, l’Italia è più a rischio perché è già fuori di questi parametri e quindi il problema per noi è più serio ma il problema è generale».
La sensazione è che si proceda a passi da gigante verso razionamenti e altre misure drastiche, quelle sì, da stato di guerra, ma evitando accuratamente di dare respiro ai Paesi membri della Ue aspettando che la situazione diventi irreparabile. Viene da chiedersi se siamo di fronte a una totale incompetenza, a una imperdonabile cocciutaggine oppure, e sarebbe molto grave, a un preciso disegno per mettere in ginocchio mezza Europa, il che sarebbe non solo peggio: sarebbe criminale. Le prossime settimane ci diranno quale di queste ipotesi, tutte catastrofiche, sarà quella giusta.
Intanto la pressione fiscale in Italia nel 2025 fa segnare il record degli ultimi dieci anni: i dati grezzi dell’Istat indicano che ha raggiunto il 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4 del 2024. Per trovare un livello più alto bisogna tornare al 2014, quando era al 43,1%. Il dato del quarto trimestre, poi, del 51,4%, rappresenta un picco che non si vedeva dall’analogo periodo del 2014, con il 52,2%. Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente dello 0,8%.
E l’incubo razionamenti si avvicina
Tira aria di austerity in Europa. Mentre il governo Meloni prolunga al 1° maggio il taglio delle accise sui carburanti in scadenza il 7 aprile, da Bruxelles la consegna è tirare la cinghia sui consumi energetici. Non siamo ancora alle domeniche a piedi dello shock energetico degli anni Settanta, ma la tentazione di varare misure drastiche c’è, eccome. Basta leggere quello che ha detto il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, sul principale quotidiano finanziario britannico, il Financial Times, per capire che aria tira. «L’Unione europea si sta preparando a uno shock energetico duraturo legato alla guerra in Medio Oriente e sta valutando tutte le possibilità, comprese misure di razionamento dei carburanti e un nuovo rilascio di petrolio dalle riserve strategiche». Più chiaro di così. Secondo Jorgensen, «questa sarà una crisi lunga» e «i prezzi dell’energia saranno più alti per moltissimo tempo». Il commissario ha spiegato che il blocco comunitario non si trova «ancora» in una crisi di sicurezza degli approvvigionamenti, ma sta preparando piani per affrontare gli effetti «strutturali e duraturi» del conflitto. Jorgensen ha aggiunto che la Commissione sta valutando anche «gli scenari peggiori», pur non essendo ancora arrivata al punto di dover imporre il razionamento di prodotti critici come il carburante per l’aviazione e il gasolio. «Meglio essere preparati che dovercene pentire», ha affermato, sottolineando che l’Ue «sta valutando tutte le possibilità» anche se non ha ancora modificato le regole vigenti. «Più la situazione diventa grave, più dovremo guardare anche agli strumenti legislativi». Jorgensen ha infine detto di non escludere un nuovo ricorso alle riserve strategiche «se la situazione dovesse peggiorare» pur precisando che ogni decisione dovrà essere presa «nel momento esatto giusto e in modo proporzionato». Il mese scorso i Paesi dell’Ue hanno partecipato al più grande rilascio di riserve strategiche di petrolio della storia, nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi.
Jorgensen non è nuovo nel tratteggiare scenari drammatici. Alcuni giorni fa aveva detto che nessuno deve illudersi sulla fine veloce delle conseguenze per il mercato dell’energia «perché non succederà e anche se si raggiungesse la pace domani le infrastrutture energetiche comunque sono state danneggiate, e servirà tempo per tornare alla normalità». E siccome - sostiene - lo shock non sarà breve, «gli Stati membri della Ue devono prepararsi a razionamenti».
Jorgensen ha anche inviato una lettera ai Ventisette in cui ha lanciato un messaggio ancora più esplicito, ovvero: «Più riuscite a risparmiare petrolio, in particolare diesel e carburante per aerei, meglio è per tutti», confermando di spingere sulla stretta dei consumi anche attraverso la riduzione della mobilità.
La sua non è una voce isolata ma sta acquisendo proseliti. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dalla sanità sposta il suo interesse alla geopolitica e afferma che «bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi». E a proposito del decreto taglia accise, commenta che «non bisogna spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto».
Di razionamento e austerità energetica ha parlato anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea - International energy agency). Già il 20 marzo aveva stilato una sorta di decalogo per ridurre la domanda di carburanti, invitando a lavorare da casa, a prendere meno aerei, a lasciare l’auto ferma e a preferire i trasporti pubblici. Aveva stimato che con politiche su larga scala per la riduzione dei viaggi aziendali, la domanda di carburante per aerei potrebbe diminuire tra il 7% e il 15%. Quindi arrivava a dire che in un mercato volatile, i cittadini devono adattarsi alla riduzione dei consumi.
L’Agenzia, poi, faceva l’esempio di alcuni Paesi che avevano adottato misure di austerità: le Filippine e il Pakistan hanno introdotto settimane lavorative di quattro giorni per i dipendenti pubblici, mentre lo Sri Lanka ha chiuso gli uffici pubblici il mercoledì. Anche il Laos, la Thailandia e il Vietnam stanno promuovendo attivamente il lavoro da casa. Modelli virtuosi da seguire, secondo l’Iea.
E di interruzione o contingentamento dei servizi di mobilità cominciano a parlare anche alcune categorie. Assarmatori e Confitarma hanno lanciato l’allarme di un rischio per i collegamenti nazionali. «L’aumento del costo dei carburanti impatta sui servizi marittimi per passeggeri e merci», affermano le due associazioni. E avvertono: «In assenza di interventi correttivi, c’è il rischio concreto di una compromissione dei servizi, fino a una possibile riduzione dell’offerta, o, nei casi più critici, al venir meno dei collegamenti». Stesso allarme dalle compagnie aeree. Ryanair ventila il rischio di dover cancellare alcuni voli in estate, qualora il conflitto iraniano dovesse continuare per un mese ancora e interrompere le forniture di jet fuel. Anche Lufthansa ha fatto sapere che in piena stagione estiva potrebbe lasciare a terra 40 aerei.
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Il ministro dell’Economia avverte che, se la crisi persiste, sarà inevitabile ripensare il tetto al disavanzo. Ma dall’Unione frenano: non si tocca finché non scorre il sangue.Intervistato dal «Financial Times», il commissario all’Energia Dan Jorgensen spiega che i controlli sui consumi sono una possibilità all’orizzonte. Il modello è sempre quello dei lockdown.Lo speciale contiene due articoliConsiderato che il paziente non è ancora morto, è inutile curarlo: è questa la sintesi della risposta negativa della Commissione europea alla considerazione del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, sulla necessità di rivedere o comunque prevedere delle deroghe ai rigidissimi parametri del Patto di stabilità, considerato il drammatico quadro internazionale e la crisi energetica che ne deriva. In conferenza stampa dopo che il Cdm, ieri, ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio, Giorgetti fa una dichiarazione all’insegna del più puro pragmatismo: «Sull’ipotesi di sforamento del limite del 3% del deficit a causa della crisi energetica», risponde il ministro a una domanda sull’argomento, «credo che si faccia riferimento alla volontà di chiedere o non chiedere la clausola di deroga prevista dal nuovo regolamento europeo di governance economica. È chiaro che la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile. Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del conflitto, l’ho ribadita all’Eurogruppo a inizio settimana. Lo farò in qualsiasi consenso internazionale a cui parteciperò, perché questa è la realtà. Abbiamo fatto un G7 con la partecipazione delle organizzazioni internazionali proprio in settimana», aggiunge il ministro dell’Economia, «e il quadro che è stato rappresentato è oggettivamente preoccupante per le ricadute economiche. Tutti correlano alla durata del conflitto le misure da assumere. Il tema della durata produrrà ahimè conseguenze sia sulla politica monetaria sia sulla politica fiscale dei diversi Paesi. Chi più chi meno, credo che tutto il globo ne sia colpito». Niente di clamoroso, niente di stupefacente: siamo in un periodo di gravissima crisi e quindi, se c’è un momento in cui rimodulare le norme adeguandole alla realtà, è questo. E invece, ma forse non c’è neanche più da stupirsi, la risposta da Bruxelles è ai limiti del delirio: «La Commissione europea», sottolinea una portavoce, «non ritiene che attualmente la Ue si trovi in una situazione che richiede la sospensione delle regole del Patto di stabilità come avvenuto all’epoca della crisi pandemica. La possibilità di far scattare la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità esiste solo in caso di grave recessione nell’area euro o nella Ue nel suo complesso. Stiamo monitorando attentamente la situazione instabile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in tale scenario». Quindi, secondo questi cervelloni, per dare un po’ di ossigeno alle economie europee bisogna aspettare che si precipiti in una condizione di grave recessione, ovvero alla fame. Siamo di fronte, come è evidente, a una follia. Lo stesso Commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, una settimana fa, in conferenza stampa al termine dell’Eurogruppo, aveva ribadito che «la clausola di salvaguardia generale è subordinata a una grave recessione economica nell’Ue o nell’area dell’euro nel suo complesso. Attualmente, anche sulla base dell’analisi di scenario non siamo in questa situazione». E in quale situazione siamo? «Siamo di fronte», aveva aggiunto Dombrovskis, detto Draculovskis, «al rischio di uno shock di tipo stagflazionistico, vale a dire una situazione in cui una crescita più debole coincide con un’inflazione più elevata. Questo vale anche se le interruzioni delle forniture energetiche dovessero essere relativamente di breve durata». In sostanza: se tutto va bene, siamo rovinati. Pensate che anche uno che di regole europee se ne intende, e che certamente non è sospettabile di simpatie per il governo guidato da Giorgia Meloni, ovvero l’ex presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea Romano Prodi, pensa che sia l’ora di sospendere il Patto di stabilità: «Il problema», sottolinea Prodi a Sky Tg24, «è che non sia solo un caso speciale per l’Italia. Che non dimostriamo ancora una volta le nostre debolezze. Deve essere un problema europeo con una revisione dei vincoli a livello europeo. Ho sempre detto che il Patto di stabilità rigido è stupido. Si deve tener conto che c’è una situazione straordinaria e anche i bilanci di tutti i Paesi europei devono essere adattati a questa situazione, l’Italia è più a rischio perché è già fuori di questi parametri e quindi il problema per noi è più serio ma il problema è generale». La sensazione è che si proceda a passi da gigante verso razionamenti e altre misure drastiche, quelle sì, da stato di guerra, ma evitando accuratamente di dare respiro ai Paesi membri della Ue aspettando che la situazione diventi irreparabile. Viene da chiedersi se siamo di fronte a una totale incompetenza, a una imperdonabile cocciutaggine oppure, e sarebbe molto grave, a un preciso disegno per mettere in ginocchio mezza Europa, il che sarebbe non solo peggio: sarebbe criminale. Le prossime settimane ci diranno quale di queste ipotesi, tutte catastrofiche, sarà quella giusta. Intanto la pressione fiscale in Italia nel 2025 fa segnare il record degli ultimi dieci anni: i dati grezzi dell’Istat indicano che ha raggiunto il 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4 del 2024. Per trovare un livello più alto bisogna tornare al 2014, quando era al 43,1%. Il dato del quarto trimestre, poi, del 51,4%, rappresenta un picco che non si vedeva dall’analogo periodo del 2014, con il 52,2%. Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente dello 0,8%.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/patto-stabilita-scontro-ue-giorgetti-2676663015.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-lincubo-razionamenti-si-avvicina" data-post-id="2676663015" data-published-at="1775252156" data-use-pagination="False"> E l’incubo razionamenti si avvicina Tira aria di austerity in Europa. Mentre il governo Meloni prolunga al 1° maggio il taglio delle accise sui carburanti in scadenza il 7 aprile, da Bruxelles la consegna è tirare la cinghia sui consumi energetici. Non siamo ancora alle domeniche a piedi dello shock energetico degli anni Settanta, ma la tentazione di varare misure drastiche c’è, eccome. Basta leggere quello che ha detto il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, sul principale quotidiano finanziario britannico, il Financial Times, per capire che aria tira. «L’Unione europea si sta preparando a uno shock energetico duraturo legato alla guerra in Medio Oriente e sta valutando tutte le possibilità, comprese misure di razionamento dei carburanti e un nuovo rilascio di petrolio dalle riserve strategiche». Più chiaro di così. Secondo Jorgensen, «questa sarà una crisi lunga» e «i prezzi dell’energia saranno più alti per moltissimo tempo». Il commissario ha spiegato che il blocco comunitario non si trova «ancora» in una crisi di sicurezza degli approvvigionamenti, ma sta preparando piani per affrontare gli effetti «strutturali e duraturi» del conflitto. Jorgensen ha aggiunto che la Commissione sta valutando anche «gli scenari peggiori», pur non essendo ancora arrivata al punto di dover imporre il razionamento di prodotti critici come il carburante per l’aviazione e il gasolio. «Meglio essere preparati che dovercene pentire», ha affermato, sottolineando che l’Ue «sta valutando tutte le possibilità» anche se non ha ancora modificato le regole vigenti. «Più la situazione diventa grave, più dovremo guardare anche agli strumenti legislativi». Jorgensen ha infine detto di non escludere un nuovo ricorso alle riserve strategiche «se la situazione dovesse peggiorare» pur precisando che ogni decisione dovrà essere presa «nel momento esatto giusto e in modo proporzionato». Il mese scorso i Paesi dell’Ue hanno partecipato al più grande rilascio di riserve strategiche di petrolio della storia, nel tentativo di contenere l’impennata dei prezzi.Jorgensen non è nuovo nel tratteggiare scenari drammatici. Alcuni giorni fa aveva detto che nessuno deve illudersi sulla fine veloce delle conseguenze per il mercato dell’energia «perché non succederà e anche se si raggiungesse la pace domani le infrastrutture energetiche comunque sono state danneggiate, e servirà tempo per tornare alla normalità». E siccome - sostiene - lo shock non sarà breve, «gli Stati membri della Ue devono prepararsi a razionamenti».Jorgensen ha anche inviato una lettera ai Ventisette in cui ha lanciato un messaggio ancora più esplicito, ovvero: «Più riuscite a risparmiare petrolio, in particolare diesel e carburante per aerei, meglio è per tutti», confermando di spingere sulla stretta dei consumi anche attraverso la riduzione della mobilità.La sua non è una voce isolata ma sta acquisendo proseliti. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dalla sanità sposta il suo interesse alla geopolitica e afferma che «bisogna preparare il Paese a uno shock energetico di lunga durata e disincentivare i consumi». E a proposito del decreto taglia accise, commenta che «non bisogna spacciare per cura l’ennesimo decreto cerotto».Di razionamento e austerità energetica ha parlato anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea - International energy agency). Già il 20 marzo aveva stilato una sorta di decalogo per ridurre la domanda di carburanti, invitando a lavorare da casa, a prendere meno aerei, a lasciare l’auto ferma e a preferire i trasporti pubblici. Aveva stimato che con politiche su larga scala per la riduzione dei viaggi aziendali, la domanda di carburante per aerei potrebbe diminuire tra il 7% e il 15%. Quindi arrivava a dire che in un mercato volatile, i cittadini devono adattarsi alla riduzione dei consumi.L’Agenzia, poi, faceva l’esempio di alcuni Paesi che avevano adottato misure di austerità: le Filippine e il Pakistan hanno introdotto settimane lavorative di quattro giorni per i dipendenti pubblici, mentre lo Sri Lanka ha chiuso gli uffici pubblici il mercoledì. Anche il Laos, la Thailandia e il Vietnam stanno promuovendo attivamente il lavoro da casa. Modelli virtuosi da seguire, secondo l’Iea.E di interruzione o contingentamento dei servizi di mobilità cominciano a parlare anche alcune categorie. Assarmatori e Confitarma hanno lanciato l’allarme di un rischio per i collegamenti nazionali. «L’aumento del costo dei carburanti impatta sui servizi marittimi per passeggeri e merci», affermano le due associazioni. E avvertono: «In assenza di interventi correttivi, c’è il rischio concreto di una compromissione dei servizi, fino a una possibile riduzione dell’offerta, o, nei casi più critici, al venir meno dei collegamenti». Stesso allarme dalle compagnie aeree. Ryanair ventila il rischio di dover cancellare alcuni voli in estate, qualora il conflitto iraniano dovesse continuare per un mese ancora e interrompere le forniture di jet fuel. Anche Lufthansa ha fatto sapere che in piena stagione estiva potrebbe lasciare a terra 40 aerei.
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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