True
2022-02-06
Partiti, coalizioni e maggioranza a pezzi
Luigi Di Maio (Ansa)
Luigi Di Maio si dimette dal Comitato di garanzia del M5s, spiazza Giuseppe Conte e archivia tutte le voci che lo volevano a un passo dall’addio al movimento. «Dopo la rielezione del presidente Sergio Mattarella», scrive Di Maio nella lettera di dimissioni, «ho proposto di avviare una riflessione interna al Movimento. Penso che all’interno di una forza politica sia fondamentale dialogare, confrontarsi e ascoltare tutte le voci. Tutte le anime, anche chi la pensa in maniera diversa, devono avere spazio e la possibilità di esprimere le proprie idee. E lo dico perché anche io in passato ho commesso degli errori su questo aspetto, errori che devono farci crescere e maturare. Tutti avranno notato che in questi giorni il dibattito interno è degenerato», aggiunge Di Maio, «si è iniziato a parlare di scissioni, processi, gogne. Si è provato a colpire e screditare la persona. Continuo a pensare che sia fondamentale confrontarsi dentro il Movimento, perché il Movimento è casa nostra, ed è fondamentale ascoltare le tante voci esistenti, e mai reprimerle. Io sarò tra le voci che sono pronte a sostenere il nuovo corso, mantenendo la libertà di alzare la mano e dire cosa non va bene e cosa andrebbe migliorato. Ho preso questa decisione perché voglio continuare a dare il mio contributo, portando avanti idee e proposte. Voglio dare il mio contributo sui contenuti», aggiunge ancora Di Maio, «voglio continuare a fare in modo che si generi un dibattito positivo e franco all’interno della nostra comunità. Un confronto che ci permetta davvero di rilanciare il nuovo corso del Movimento 5 stelle. Se rimaniamo uniti, con le idee di tutti, torneremo a essere determinanti». Il messaggio è cristallino: Di Maio vuole avere le mani libere per poter portare avanti le sue idee all’interno del M5s, e la sua presenza in un organismo «terzo» glielo impedirebbe. Non solo: la scelta del ministro degli Esteri è anche dettata dalla costatazione che la guerra interna tra lui e Conte sta dilaniando il M5s, diviso in gruppi e gruppetti ciascuno con il suo piccolo leaderino. «State fermi e tranquilli», è il messaggio lanciato da Di Maio, che raccoglie così l’appello lanciato sempre ieri da Beppe Grillo sul suo blog.
Il passo indietro di Luigi Di Maio, come dicevamo, mette alle strette Giuseppe Conte, che a questo punto non potrà più rinviare a lungo una assemblea per discutere delle prospettive del Movimento: la volontà del ministro degli Esteri di mettere un punto alle faide interne e di trasportare il confronto nel M5s sui contenuti, infatti, costringe Giuseppi a dover fare a sua volta un passo nella direzione dell’unità, anche perché i litigi e le beghe intestine hanno stufato gli elettori: il crollo nei sondaggi continua inesorabile. Decine e decine di parlamentari ieri si sono complimentati con Di Maio, mentre dalla cabina di comando è stato diramato un comunicato col quale Conte commenta la mossa del suo «caro nemico»: «Il giusto e dovuto passo indietro di Luigi Di Maio rispetto al suo ruolo nel Comitato di garanzia costituisce un elemento di chiarimento necessario nella vita del Movimento rispetto alle gravi difficoltà a cui ha esposto la nostra comunità, che merita un momento di spiegazione in totale trasparenza. Il confronto delle idee» recita la nota, «e la pluralità delle opinioni non è mai stata in discussione. Questo però non significherà mai permettere che i nostri impegni con gli iscritti e con i cittadini siano compromessi da percorsi divisivi e personali, da tattiche di logoramento che minano l’unità e la medesima forza politica del Movimento».
Giovannini fa infuriare la Lega: «Le bollette? Caleranno da sole»
Mentre i nostri vicini francesi corrono ai ripari e tamponano l’aumento delle bollette dell’energia, per non far finire in ginocchio le imprese, qui in Italia il governo si balocca e perde tempo inseguendo assurdi teoremi e lo scostamento di bilancio, richiesto a gran voce dalla Lega e da altri autorevoli protagonisti politici, viene stoppato dal governo. Una situazione inaudita: il governo di Parigi, ricordiamolo, due settimane fa ha imposto ad Edf, la maggiore azienda produttrice e distributrice di energia in Francia, controllata dallo Stato, di non aumentare le bollette energetiche più del 4%, a partire dal primo febbraio 2022, per contenere l’impatto dei rincari e tutelare il potere d’acquisto dei cittadini francesi. La Francia sa perfettamente che senza misure straordinarie si rischia, in primavera, di assistere a una ecatombe di imprese. Ecatombe che in Italia è ancora una prospettiva concreta: i 5,5 miliardi stanziati dal governo guidato da Mario Draghi sono una goccia nel mare, considerato che dall’inizio del 2022 lo scatto degli incrementi è stato del 55% per l’elettricità e del 42% per il gas. Secondo la Cgia, il rincaro dei costi dell’energia, sotto forma di bollette di luce e gas, per il 2022 si calcola ammonterà a 89,7 miliardi.
«Vi siete resi conto», scrive su Twitter Guido Crosetto, guru di Fratelli d’Italia, «che una parte della manifattura italiana migliore, anche quella che esporta oltre il 90% del fatturato, rischia di morire (non essere indebolita, morire) per il problema costo energia, materie prime, trasporti, forniture?»
«Il rincaro delle bollette», avvertono inoltre Fabrizio Cecchetti, coordinatore della Lega lombarda per Salvini premier, e Giacomo Ghilardi, coordinatore regionale sindaci Lega della Lombardia, «non va a colpire pesantemente soltanto le famiglie e il sistema produttivo, ma anche gli enti locali, che devono garantire riscaldamento e corrente a uffici pubblici e alle strutture pubbliche. L’unica soluzione immediata e percorribile è quella di uno scostamento di bilancio per scongiurare per le amministrazioni locali di dover tagliare dei servizi essenziali».
Appelli per un immediato e sostanzioso scostamento di bilancio ai quali il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, risponde come se fosse un turista svedese: «Bisogna essere estremamente attenti», dice Giovannini a La7, «e magari fare scelte di ricomposizione della spesa. Il tema è sul tavolo», aggiunge Giovannini, «ma abbiamo bisogno di essere estremamente attenti. Siamo intervenuti per ridurre al massimo l’impatto (del caro bollette ndr) in particolare sulle famiglie a basso reddito e le imprese stanno indubbiamente fronteggiando pressioni molto forti ma, tutti gli analisti continuano a ritenere che questa bolla possa in qualche modo rientrare nei prossimi mesi. Quindi bisogna stare attenti a una prospettiva sì di breve, ma anche di medio termine come abbiamo provato a fare, proprio per evitare di essere colti nell’anno di massima dei prezzi. Dobbiamo evitare», conclude Giovannini, «che questa distorsione provochi effetti duraturi sull’economia e blocchi la ripresa». Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere: Giovannini si affida alla Divina Provvidenza, spera che i prezzi tornino a scendere, ma intanto tra qualche mese si conteranno migliaia di aziende costrette a chiudere.
«È incredibile», commentano fonti della Lega a proposito delle parole di Giovannini, «che un ministro non capisca l’emergenza che stanno vivendo migliaia di imprese, e milioni di famiglie, per l’aumento spropositato dei costi di luce e gas. Prima ancora del Pnrr, il governo ha il dovere di intervenire, bene e in fretta, per aiutare famiglie e imprese a non spegnere luce e gas».
Continua a leggereRiduci
Luigi Di Maio lascia il Comitato di garanzia interno e spacca il M5s. Matteo Salvini fa il funerale al centrodestra («Io ci credevo, ma si è sciolto come neve al sole») e apre la guerra delle bollette attaccando Enrico Giovannini: «Servono soldi».Niente scostamento di bilancio per salvare le imprese. Il Carroccio: «Incredibile».Lo speciale contiene due articoli. Luigi Di Maio si dimette dal Comitato di garanzia del M5s, spiazza Giuseppe Conte e archivia tutte le voci che lo volevano a un passo dall’addio al movimento. «Dopo la rielezione del presidente Sergio Mattarella», scrive Di Maio nella lettera di dimissioni, «ho proposto di avviare una riflessione interna al Movimento. Penso che all’interno di una forza politica sia fondamentale dialogare, confrontarsi e ascoltare tutte le voci. Tutte le anime, anche chi la pensa in maniera diversa, devono avere spazio e la possibilità di esprimere le proprie idee. E lo dico perché anche io in passato ho commesso degli errori su questo aspetto, errori che devono farci crescere e maturare. Tutti avranno notato che in questi giorni il dibattito interno è degenerato», aggiunge Di Maio, «si è iniziato a parlare di scissioni, processi, gogne. Si è provato a colpire e screditare la persona. Continuo a pensare che sia fondamentale confrontarsi dentro il Movimento, perché il Movimento è casa nostra, ed è fondamentale ascoltare le tante voci esistenti, e mai reprimerle. Io sarò tra le voci che sono pronte a sostenere il nuovo corso, mantenendo la libertà di alzare la mano e dire cosa non va bene e cosa andrebbe migliorato. Ho preso questa decisione perché voglio continuare a dare il mio contributo, portando avanti idee e proposte. Voglio dare il mio contributo sui contenuti», aggiunge ancora Di Maio, «voglio continuare a fare in modo che si generi un dibattito positivo e franco all’interno della nostra comunità. Un confronto che ci permetta davvero di rilanciare il nuovo corso del Movimento 5 stelle. Se rimaniamo uniti, con le idee di tutti, torneremo a essere determinanti». Il messaggio è cristallino: Di Maio vuole avere le mani libere per poter portare avanti le sue idee all’interno del M5s, e la sua presenza in un organismo «terzo» glielo impedirebbe. Non solo: la scelta del ministro degli Esteri è anche dettata dalla costatazione che la guerra interna tra lui e Conte sta dilaniando il M5s, diviso in gruppi e gruppetti ciascuno con il suo piccolo leaderino. «State fermi e tranquilli», è il messaggio lanciato da Di Maio, che raccoglie così l’appello lanciato sempre ieri da Beppe Grillo sul suo blog. Il passo indietro di Luigi Di Maio, come dicevamo, mette alle strette Giuseppe Conte, che a questo punto non potrà più rinviare a lungo una assemblea per discutere delle prospettive del Movimento: la volontà del ministro degli Esteri di mettere un punto alle faide interne e di trasportare il confronto nel M5s sui contenuti, infatti, costringe Giuseppi a dover fare a sua volta un passo nella direzione dell’unità, anche perché i litigi e le beghe intestine hanno stufato gli elettori: il crollo nei sondaggi continua inesorabile. Decine e decine di parlamentari ieri si sono complimentati con Di Maio, mentre dalla cabina di comando è stato diramato un comunicato col quale Conte commenta la mossa del suo «caro nemico»: «Il giusto e dovuto passo indietro di Luigi Di Maio rispetto al suo ruolo nel Comitato di garanzia costituisce un elemento di chiarimento necessario nella vita del Movimento rispetto alle gravi difficoltà a cui ha esposto la nostra comunità, che merita un momento di spiegazione in totale trasparenza. Il confronto delle idee» recita la nota, «e la pluralità delle opinioni non è mai stata in discussione. Questo però non significherà mai permettere che i nostri impegni con gli iscritti e con i cittadini siano compromessi da percorsi divisivi e personali, da tattiche di logoramento che minano l’unità e la medesima forza politica del Movimento». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/partiti-coalizioni-maggioranza-pezzi-2656574071.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giovannini-fa-infuriare-la-lega-le-bollette-caleranno-da-sole" data-post-id="2656574071" data-published-at="1644142588" data-use-pagination="False"> Giovannini fa infuriare la Lega: «Le bollette? Caleranno da sole» Mentre i nostri vicini francesi corrono ai ripari e tamponano l’aumento delle bollette dell’energia, per non far finire in ginocchio le imprese, qui in Italia il governo si balocca e perde tempo inseguendo assurdi teoremi e lo scostamento di bilancio, richiesto a gran voce dalla Lega e da altri autorevoli protagonisti politici, viene stoppato dal governo. Una situazione inaudita: il governo di Parigi, ricordiamolo, due settimane fa ha imposto ad Edf, la maggiore azienda produttrice e distributrice di energia in Francia, controllata dallo Stato, di non aumentare le bollette energetiche più del 4%, a partire dal primo febbraio 2022, per contenere l’impatto dei rincari e tutelare il potere d’acquisto dei cittadini francesi. La Francia sa perfettamente che senza misure straordinarie si rischia, in primavera, di assistere a una ecatombe di imprese. Ecatombe che in Italia è ancora una prospettiva concreta: i 5,5 miliardi stanziati dal governo guidato da Mario Draghi sono una goccia nel mare, considerato che dall’inizio del 2022 lo scatto degli incrementi è stato del 55% per l’elettricità e del 42% per il gas. Secondo la Cgia, il rincaro dei costi dell’energia, sotto forma di bollette di luce e gas, per il 2022 si calcola ammonterà a 89,7 miliardi. «Vi siete resi conto», scrive su Twitter Guido Crosetto, guru di Fratelli d’Italia, «che una parte della manifattura italiana migliore, anche quella che esporta oltre il 90% del fatturato, rischia di morire (non essere indebolita, morire) per il problema costo energia, materie prime, trasporti, forniture?» «Il rincaro delle bollette», avvertono inoltre Fabrizio Cecchetti, coordinatore della Lega lombarda per Salvini premier, e Giacomo Ghilardi, coordinatore regionale sindaci Lega della Lombardia, «non va a colpire pesantemente soltanto le famiglie e il sistema produttivo, ma anche gli enti locali, che devono garantire riscaldamento e corrente a uffici pubblici e alle strutture pubbliche. L’unica soluzione immediata e percorribile è quella di uno scostamento di bilancio per scongiurare per le amministrazioni locali di dover tagliare dei servizi essenziali». Appelli per un immediato e sostanzioso scostamento di bilancio ai quali il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, risponde come se fosse un turista svedese: «Bisogna essere estremamente attenti», dice Giovannini a La7, «e magari fare scelte di ricomposizione della spesa. Il tema è sul tavolo», aggiunge Giovannini, «ma abbiamo bisogno di essere estremamente attenti. Siamo intervenuti per ridurre al massimo l’impatto (del caro bollette ndr) in particolare sulle famiglie a basso reddito e le imprese stanno indubbiamente fronteggiando pressioni molto forti ma, tutti gli analisti continuano a ritenere che questa bolla possa in qualche modo rientrare nei prossimi mesi. Quindi bisogna stare attenti a una prospettiva sì di breve, ma anche di medio termine come abbiamo provato a fare, proprio per evitare di essere colti nell’anno di massima dei prezzi. Dobbiamo evitare», conclude Giovannini, «che questa distorsione provochi effetti duraturi sull’economia e blocchi la ripresa». Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere: Giovannini si affida alla Divina Provvidenza, spera che i prezzi tornino a scendere, ma intanto tra qualche mese si conteranno migliaia di aziende costrette a chiudere. «È incredibile», commentano fonti della Lega a proposito delle parole di Giovannini, «che un ministro non capisca l’emergenza che stanno vivendo migliaia di imprese, e milioni di famiglie, per l’aumento spropositato dei costi di luce e gas. Prima ancora del Pnrr, il governo ha il dovere di intervenire, bene e in fretta, per aiutare famiglie e imprese a non spegnere luce e gas».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 27 marzo con Carlo Cambi
Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
Anzi, è altamente probabile che il capo dello Stato farebbe ciò che è abilissimo a fare: un governo tecnico o di larghe intese. Matteo Renzi, che pure lo aveva fatto eleggere presidente della Repubblica, quando lasciò Palazzo Chigi scelse Paolo Gentiloni come suo sostituto, convinto che sarebbe rimasto a scaldargli la sedia per qualche mese, giusto il tempo di tornare a votare. Come sia finita si sa: per un anno e mezzo Er Moviola (questo il soprannome dell’ex commissario Ue) restò incollato alla poltrona, concludendo la legislatura e bruciando le ambizioni del Bullo toscano. Dunque, nessuno potrebbe assicurare a Meloni un anticipo del voto. Anzi, semmai si rischia un posticipo, perché l’ultima volta che si sono tenute le Politiche era il 25 settembre del 2022 e dunque, a rigor di logica, si dovrebbe tornare ai seggi dopo cinque anni e non dopo quattro e mezzo. Quindi, l’idea di puntare allo scioglimento anticipato delle Camere per non dare tempo alla sinistra di organizzarsi, di trovare un leader e mettere da parte le divisioni (che già si intravedono), è un azzardo. Con la guerra alle porte, la crisi energetica e i dazi che pesano sulle esportazioni, Mattarella avrebbe gioco facile a piazzare a Palazzo Chigi qualche riserva dello Stato, come già ha fatto nel 2021 con Mario Draghi e come fece Giorgio Napolitano nel 2011 con Mario Monti. Dopo un rettore e un banchiere potrebbe toccarci in sorte un ragioniere (dello Stato) e nel caso non se ne trovasse uno disponibile potrebbe pure capitarci un magistrato, magari della Corte dei conti, così la Repubblica giudiziaria sarebbe perfetta.
No, mettiamo da parte le scorciatoie: il governo ha davanti a sé almeno un altro anno, se non 18 mesi; dunque, urge riempire questo periodo di contenuti e, soprattutto, di decisioni. È vero che, come diceva Giulio Andreotti, tirare a campare è sempre meglio che tirare le cuoia, ma se conosco appena un poco Giorgia Meloni non è certo sua intenzione restare a Palazzo Chigi con il solo obiettivo di diventare la premier più longeva della storia repubblicana. Affondata la riforma della giustizia, bisogna trovare qualche misura che caratterizzi l’ultimo periodo della legislatura e di sicuro non può essere la legge elettorale. Le regole del gioco interessano ai politici, che devono puntare all’elezione, ma non appassionano di certo chi vota. Quanto al premierato e all’autonomia regionale, dopo la bocciatura della riforma sulla giustizia credo sia meglio rimettere tutto nel cassetto, prima di essere vittima di altre delusioni. Che resta, dunque? L’economia. Bisogna cercare di attutire gli effetti dell’instabilità dei mercati causa guerra nel Golfo. Non so se si possa fare riprendendo le forniture con la Russia o ignorando un po’ di regole europee, ma credo che per recuperare consensi il solo modo efficace sia aprire il portafogli, per mettere un po’ di soldi in quello degli italiani. Il caro benzina, l’aumento delle bollette e l’inflazione spaventano gli elettori e per tranquillizzarli c’è un solo modo: far tintinnare i contanti. Certo, il pareggio di bilancio è importante, soprattutto per chi ha un debito pubblico come quello italiano, ma è indispensabile anche quello del bilancio familiare. E direi che quest’ultimo smuove le intenzioni di voto, come Renzi insegnò alle Europee del 2014.
Se poi a questo si potesse aggiungere pure un’altra cosa concreta, come il Piano casa, cominciando a spendere quegli 8 miliardi necessari per offrire «100.000 alloggi a chi la casa non ce l’ha», di certo l’entusiasmo per il governo crescerebbe. Insomma, citando sempre Andreotti, il potere logora chi non ce l’ha, ma se chi ce l’ha lo esercita è destinato a durare nel tempo. Il divino Giulio insegna.
Continua a leggereRiduci