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2022-02-06
Partiti, coalizioni e maggioranza a pezzi
Luigi Di Maio (Ansa)
Luigi Di Maio si dimette dal Comitato di garanzia del M5s, spiazza Giuseppe Conte e archivia tutte le voci che lo volevano a un passo dall’addio al movimento. «Dopo la rielezione del presidente Sergio Mattarella», scrive Di Maio nella lettera di dimissioni, «ho proposto di avviare una riflessione interna al Movimento. Penso che all’interno di una forza politica sia fondamentale dialogare, confrontarsi e ascoltare tutte le voci. Tutte le anime, anche chi la pensa in maniera diversa, devono avere spazio e la possibilità di esprimere le proprie idee. E lo dico perché anche io in passato ho commesso degli errori su questo aspetto, errori che devono farci crescere e maturare. Tutti avranno notato che in questi giorni il dibattito interno è degenerato», aggiunge Di Maio, «si è iniziato a parlare di scissioni, processi, gogne. Si è provato a colpire e screditare la persona. Continuo a pensare che sia fondamentale confrontarsi dentro il Movimento, perché il Movimento è casa nostra, ed è fondamentale ascoltare le tante voci esistenti, e mai reprimerle. Io sarò tra le voci che sono pronte a sostenere il nuovo corso, mantenendo la libertà di alzare la mano e dire cosa non va bene e cosa andrebbe migliorato. Ho preso questa decisione perché voglio continuare a dare il mio contributo, portando avanti idee e proposte. Voglio dare il mio contributo sui contenuti», aggiunge ancora Di Maio, «voglio continuare a fare in modo che si generi un dibattito positivo e franco all’interno della nostra comunità. Un confronto che ci permetta davvero di rilanciare il nuovo corso del Movimento 5 stelle. Se rimaniamo uniti, con le idee di tutti, torneremo a essere determinanti». Il messaggio è cristallino: Di Maio vuole avere le mani libere per poter portare avanti le sue idee all’interno del M5s, e la sua presenza in un organismo «terzo» glielo impedirebbe. Non solo: la scelta del ministro degli Esteri è anche dettata dalla costatazione che la guerra interna tra lui e Conte sta dilaniando il M5s, diviso in gruppi e gruppetti ciascuno con il suo piccolo leaderino. «State fermi e tranquilli», è il messaggio lanciato da Di Maio, che raccoglie così l’appello lanciato sempre ieri da Beppe Grillo sul suo blog.
Il passo indietro di Luigi Di Maio, come dicevamo, mette alle strette Giuseppe Conte, che a questo punto non potrà più rinviare a lungo una assemblea per discutere delle prospettive del Movimento: la volontà del ministro degli Esteri di mettere un punto alle faide interne e di trasportare il confronto nel M5s sui contenuti, infatti, costringe Giuseppi a dover fare a sua volta un passo nella direzione dell’unità, anche perché i litigi e le beghe intestine hanno stufato gli elettori: il crollo nei sondaggi continua inesorabile. Decine e decine di parlamentari ieri si sono complimentati con Di Maio, mentre dalla cabina di comando è stato diramato un comunicato col quale Conte commenta la mossa del suo «caro nemico»: «Il giusto e dovuto passo indietro di Luigi Di Maio rispetto al suo ruolo nel Comitato di garanzia costituisce un elemento di chiarimento necessario nella vita del Movimento rispetto alle gravi difficoltà a cui ha esposto la nostra comunità, che merita un momento di spiegazione in totale trasparenza. Il confronto delle idee» recita la nota, «e la pluralità delle opinioni non è mai stata in discussione. Questo però non significherà mai permettere che i nostri impegni con gli iscritti e con i cittadini siano compromessi da percorsi divisivi e personali, da tattiche di logoramento che minano l’unità e la medesima forza politica del Movimento».
Giovannini fa infuriare la Lega: «Le bollette? Caleranno da sole»
Mentre i nostri vicini francesi corrono ai ripari e tamponano l’aumento delle bollette dell’energia, per non far finire in ginocchio le imprese, qui in Italia il governo si balocca e perde tempo inseguendo assurdi teoremi e lo scostamento di bilancio, richiesto a gran voce dalla Lega e da altri autorevoli protagonisti politici, viene stoppato dal governo. Una situazione inaudita: il governo di Parigi, ricordiamolo, due settimane fa ha imposto ad Edf, la maggiore azienda produttrice e distributrice di energia in Francia, controllata dallo Stato, di non aumentare le bollette energetiche più del 4%, a partire dal primo febbraio 2022, per contenere l’impatto dei rincari e tutelare il potere d’acquisto dei cittadini francesi. La Francia sa perfettamente che senza misure straordinarie si rischia, in primavera, di assistere a una ecatombe di imprese. Ecatombe che in Italia è ancora una prospettiva concreta: i 5,5 miliardi stanziati dal governo guidato da Mario Draghi sono una goccia nel mare, considerato che dall’inizio del 2022 lo scatto degli incrementi è stato del 55% per l’elettricità e del 42% per il gas. Secondo la Cgia, il rincaro dei costi dell’energia, sotto forma di bollette di luce e gas, per il 2022 si calcola ammonterà a 89,7 miliardi.
«Vi siete resi conto», scrive su Twitter Guido Crosetto, guru di Fratelli d’Italia, «che una parte della manifattura italiana migliore, anche quella che esporta oltre il 90% del fatturato, rischia di morire (non essere indebolita, morire) per il problema costo energia, materie prime, trasporti, forniture?»
«Il rincaro delle bollette», avvertono inoltre Fabrizio Cecchetti, coordinatore della Lega lombarda per Salvini premier, e Giacomo Ghilardi, coordinatore regionale sindaci Lega della Lombardia, «non va a colpire pesantemente soltanto le famiglie e il sistema produttivo, ma anche gli enti locali, che devono garantire riscaldamento e corrente a uffici pubblici e alle strutture pubbliche. L’unica soluzione immediata e percorribile è quella di uno scostamento di bilancio per scongiurare per le amministrazioni locali di dover tagliare dei servizi essenziali».
Appelli per un immediato e sostanzioso scostamento di bilancio ai quali il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, risponde come se fosse un turista svedese: «Bisogna essere estremamente attenti», dice Giovannini a La7, «e magari fare scelte di ricomposizione della spesa. Il tema è sul tavolo», aggiunge Giovannini, «ma abbiamo bisogno di essere estremamente attenti. Siamo intervenuti per ridurre al massimo l’impatto (del caro bollette ndr) in particolare sulle famiglie a basso reddito e le imprese stanno indubbiamente fronteggiando pressioni molto forti ma, tutti gli analisti continuano a ritenere che questa bolla possa in qualche modo rientrare nei prossimi mesi. Quindi bisogna stare attenti a una prospettiva sì di breve, ma anche di medio termine come abbiamo provato a fare, proprio per evitare di essere colti nell’anno di massima dei prezzi. Dobbiamo evitare», conclude Giovannini, «che questa distorsione provochi effetti duraturi sull’economia e blocchi la ripresa». Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere: Giovannini si affida alla Divina Provvidenza, spera che i prezzi tornino a scendere, ma intanto tra qualche mese si conteranno migliaia di aziende costrette a chiudere.
«È incredibile», commentano fonti della Lega a proposito delle parole di Giovannini, «che un ministro non capisca l’emergenza che stanno vivendo migliaia di imprese, e milioni di famiglie, per l’aumento spropositato dei costi di luce e gas. Prima ancora del Pnrr, il governo ha il dovere di intervenire, bene e in fretta, per aiutare famiglie e imprese a non spegnere luce e gas».
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Luigi Di Maio lascia il Comitato di garanzia interno e spacca il M5s. Matteo Salvini fa il funerale al centrodestra («Io ci credevo, ma si è sciolto come neve al sole») e apre la guerra delle bollette attaccando Enrico Giovannini: «Servono soldi».Niente scostamento di bilancio per salvare le imprese. Il Carroccio: «Incredibile».Lo speciale contiene due articoli. Luigi Di Maio si dimette dal Comitato di garanzia del M5s, spiazza Giuseppe Conte e archivia tutte le voci che lo volevano a un passo dall’addio al movimento. «Dopo la rielezione del presidente Sergio Mattarella», scrive Di Maio nella lettera di dimissioni, «ho proposto di avviare una riflessione interna al Movimento. Penso che all’interno di una forza politica sia fondamentale dialogare, confrontarsi e ascoltare tutte le voci. Tutte le anime, anche chi la pensa in maniera diversa, devono avere spazio e la possibilità di esprimere le proprie idee. E lo dico perché anche io in passato ho commesso degli errori su questo aspetto, errori che devono farci crescere e maturare. Tutti avranno notato che in questi giorni il dibattito interno è degenerato», aggiunge Di Maio, «si è iniziato a parlare di scissioni, processi, gogne. Si è provato a colpire e screditare la persona. Continuo a pensare che sia fondamentale confrontarsi dentro il Movimento, perché il Movimento è casa nostra, ed è fondamentale ascoltare le tante voci esistenti, e mai reprimerle. Io sarò tra le voci che sono pronte a sostenere il nuovo corso, mantenendo la libertà di alzare la mano e dire cosa non va bene e cosa andrebbe migliorato. Ho preso questa decisione perché voglio continuare a dare il mio contributo, portando avanti idee e proposte. Voglio dare il mio contributo sui contenuti», aggiunge ancora Di Maio, «voglio continuare a fare in modo che si generi un dibattito positivo e franco all’interno della nostra comunità. Un confronto che ci permetta davvero di rilanciare il nuovo corso del Movimento 5 stelle. Se rimaniamo uniti, con le idee di tutti, torneremo a essere determinanti». Il messaggio è cristallino: Di Maio vuole avere le mani libere per poter portare avanti le sue idee all’interno del M5s, e la sua presenza in un organismo «terzo» glielo impedirebbe. Non solo: la scelta del ministro degli Esteri è anche dettata dalla costatazione che la guerra interna tra lui e Conte sta dilaniando il M5s, diviso in gruppi e gruppetti ciascuno con il suo piccolo leaderino. «State fermi e tranquilli», è il messaggio lanciato da Di Maio, che raccoglie così l’appello lanciato sempre ieri da Beppe Grillo sul suo blog. Il passo indietro di Luigi Di Maio, come dicevamo, mette alle strette Giuseppe Conte, che a questo punto non potrà più rinviare a lungo una assemblea per discutere delle prospettive del Movimento: la volontà del ministro degli Esteri di mettere un punto alle faide interne e di trasportare il confronto nel M5s sui contenuti, infatti, costringe Giuseppi a dover fare a sua volta un passo nella direzione dell’unità, anche perché i litigi e le beghe intestine hanno stufato gli elettori: il crollo nei sondaggi continua inesorabile. Decine e decine di parlamentari ieri si sono complimentati con Di Maio, mentre dalla cabina di comando è stato diramato un comunicato col quale Conte commenta la mossa del suo «caro nemico»: «Il giusto e dovuto passo indietro di Luigi Di Maio rispetto al suo ruolo nel Comitato di garanzia costituisce un elemento di chiarimento necessario nella vita del Movimento rispetto alle gravi difficoltà a cui ha esposto la nostra comunità, che merita un momento di spiegazione in totale trasparenza. Il confronto delle idee» recita la nota, «e la pluralità delle opinioni non è mai stata in discussione. Questo però non significherà mai permettere che i nostri impegni con gli iscritti e con i cittadini siano compromessi da percorsi divisivi e personali, da tattiche di logoramento che minano l’unità e la medesima forza politica del Movimento». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/partiti-coalizioni-maggioranza-pezzi-2656574071.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="giovannini-fa-infuriare-la-lega-le-bollette-caleranno-da-sole" data-post-id="2656574071" data-published-at="1644142588" data-use-pagination="False"> Giovannini fa infuriare la Lega: «Le bollette? Caleranno da sole» Mentre i nostri vicini francesi corrono ai ripari e tamponano l’aumento delle bollette dell’energia, per non far finire in ginocchio le imprese, qui in Italia il governo si balocca e perde tempo inseguendo assurdi teoremi e lo scostamento di bilancio, richiesto a gran voce dalla Lega e da altri autorevoli protagonisti politici, viene stoppato dal governo. Una situazione inaudita: il governo di Parigi, ricordiamolo, due settimane fa ha imposto ad Edf, la maggiore azienda produttrice e distributrice di energia in Francia, controllata dallo Stato, di non aumentare le bollette energetiche più del 4%, a partire dal primo febbraio 2022, per contenere l’impatto dei rincari e tutelare il potere d’acquisto dei cittadini francesi. La Francia sa perfettamente che senza misure straordinarie si rischia, in primavera, di assistere a una ecatombe di imprese. Ecatombe che in Italia è ancora una prospettiva concreta: i 5,5 miliardi stanziati dal governo guidato da Mario Draghi sono una goccia nel mare, considerato che dall’inizio del 2022 lo scatto degli incrementi è stato del 55% per l’elettricità e del 42% per il gas. Secondo la Cgia, il rincaro dei costi dell’energia, sotto forma di bollette di luce e gas, per il 2022 si calcola ammonterà a 89,7 miliardi. «Vi siete resi conto», scrive su Twitter Guido Crosetto, guru di Fratelli d’Italia, «che una parte della manifattura italiana migliore, anche quella che esporta oltre il 90% del fatturato, rischia di morire (non essere indebolita, morire) per il problema costo energia, materie prime, trasporti, forniture?» «Il rincaro delle bollette», avvertono inoltre Fabrizio Cecchetti, coordinatore della Lega lombarda per Salvini premier, e Giacomo Ghilardi, coordinatore regionale sindaci Lega della Lombardia, «non va a colpire pesantemente soltanto le famiglie e il sistema produttivo, ma anche gli enti locali, che devono garantire riscaldamento e corrente a uffici pubblici e alle strutture pubbliche. L’unica soluzione immediata e percorribile è quella di uno scostamento di bilancio per scongiurare per le amministrazioni locali di dover tagliare dei servizi essenziali». Appelli per un immediato e sostanzioso scostamento di bilancio ai quali il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, risponde come se fosse un turista svedese: «Bisogna essere estremamente attenti», dice Giovannini a La7, «e magari fare scelte di ricomposizione della spesa. Il tema è sul tavolo», aggiunge Giovannini, «ma abbiamo bisogno di essere estremamente attenti. Siamo intervenuti per ridurre al massimo l’impatto (del caro bollette ndr) in particolare sulle famiglie a basso reddito e le imprese stanno indubbiamente fronteggiando pressioni molto forti ma, tutti gli analisti continuano a ritenere che questa bolla possa in qualche modo rientrare nei prossimi mesi. Quindi bisogna stare attenti a una prospettiva sì di breve, ma anche di medio termine come abbiamo provato a fare, proprio per evitare di essere colti nell’anno di massima dei prezzi. Dobbiamo evitare», conclude Giovannini, «che questa distorsione provochi effetti duraturi sull’economia e blocchi la ripresa». Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere: Giovannini si affida alla Divina Provvidenza, spera che i prezzi tornino a scendere, ma intanto tra qualche mese si conteranno migliaia di aziende costrette a chiudere. «È incredibile», commentano fonti della Lega a proposito delle parole di Giovannini, «che un ministro non capisca l’emergenza che stanno vivendo migliaia di imprese, e milioni di famiglie, per l’aumento spropositato dei costi di luce e gas. Prima ancora del Pnrr, il governo ha il dovere di intervenire, bene e in fretta, per aiutare famiglie e imprese a non spegnere luce e gas».
il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
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Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
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Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
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iStock
Il riciclaggio di denaro attraverso le criptovalute non è più un fenomeno marginale né confinato al cybercrime. È diventato un sistema globale, strutturato e in rapida espansione. Secondo il report Confronting the Illicit-Finance Hydra in Crypto Markets, negli ultimi vent’anni almeno 350 miliardi di dollari sono stati ripuliti attraverso asset digitali in 164 casi documentati, con una crescita media annua del 16,5%. Numeri che raccontano una trasformazione profonda: il passaggio da un’economia criminale tradizionale a una finanza parallela digitale, capace di aggirare controlli, confini e sistemi bancari.
Il report utilizza una metafora efficace: quella dell’Idra. Ogni volta che le autorità chiudono un canale di riciclaggio, ne emergono altri, più sofisticati e difficili da tracciare. È questa capacità di adattamento a rendere il fenomeno particolarmente insidioso. Le operazioni di contrasto restano spesso reattive, mentre le reti criminali evolvono in tempo reale, sfruttando nuove tecnologie e falle normative. Il meccanismo ricalca le tre fasi classiche del riciclaggio — ingresso, occultamento e reintegrazione — ma con strumenti completamente nuovi. Nella fase iniziale, i fondi illeciti entrano nel sistema crypto attraverso darknet, attacchi hacker, ransomware e schemi Ponzi, generando oltre 127 miliardi di dollari. Tuttavia, meno di un terzo viene recuperato dalle autorità. Segue la fase più opaca, quella del cosiddetto «layering», in cui i fondi vengono frammentati e nascosti tramite mixer, piattaforme DeFi e passaggi tra diverse blockchain. Infine, il denaro viene riportato nell’economia reale attraverso exchange centralizzati o broker over-the-counter: un passaggio critico dove i controlli risultano ancora insufficienti, con sequestri inferiori ai 500 milioni di dollari a fronte di flussi illeciti per 22 miliardi.
Il dato più preoccupante riguarda però l’impunità. Il report evidenzia che il 79% dei casi non ha portato a condanne, mentre il tasso medio di recupero dei fondi si ferma al 27%.
Un contesto in cui il rischio penale resta limitato rispetto ai profitti genera un incentivo evidente per gruppi criminali e attori ostili. E proprio la dimensione geopolitica rappresenta uno degli elementi più rilevanti. La Corea del Nord, secondo lo studio, ricaverebbe fino a un terzo delle proprie entrate statali da operazioni illecite in criptovalute, utilizzate anche per finanziare programmi militari. La Russia emerge come hub centrale per exchange e gruppi ransomware, con metà delle piattaforme illecite e la maggior parte delle organizzazioni criminali legate al settore. Non si tratta quindi solo di criminalità diffusa, ma di un ecosistema ibrido in cui cybercrime, intelligence e finanza si sovrappongono. Nel frattempo, anche gli strumenti utilizzati stanno cambiando. Se in passato il Bitcoin dominava le transazioni illegali, oggi il report segnala una crescente preferenza per le stablecoin, più stabili e facilmente convertibili in valuta reale. Un’evoluzione che indica una maggiore maturità operativa delle reti criminali, sempre più orientate all’efficienza finanziaria.Accanto a questi sviluppi, emergono nuove forme di minaccia.
Le cosiddette truffe «pig butchering» — schemi che combinano relazioni sentimentali e falsi investimenti — colpiscono un numero crescente di vittime, mentre in alcuni casi si registra un aumento della violenza fisica per costringere al trasferimento di asset digitali. È il segnale di un passaggio ulteriore: dalla criminalità digitale pura a una forma ibrida che integra strumenti tecnologici e coercizione tradizionale. Il vero salto, però, è nella democratizzazione del crimine finanziario. Oggi non servono più strutture complesse o reti internazionali: bastano uno smartphone, accesso a piattaforme decentralizzate e competenze di base. File, servizi e infrastrutture sono disponibili online, spesso «chiavi in mano», abbattendo drasticamente le barriere d’ingresso. Il report riconosce alcuni limiti — a partire dalla difficoltà di tracciare un fenomeno per sua natura opaco e dalla parzialità dei dati disponibili — ma il quadro che emerge è chiaro. Il riciclaggio attraverso criptovalute non rappresenta ancora la quota principale del denaro illecito globale, stimata tra il 2% e il 5% del PIL mondiale, ma la sua incidenza è in crescita costante.
In questo scenario, la sfida non è tanto tecnologica quanto politica. Le criptovalute continueranno a essere parte integrante del sistema finanziario globale. Il problema è la distanza tra la velocità dell’innovazione e la capacità degli Stati di regolamentarla e controllarla. Ed è proprio in questo spazio che l’Idra continua a moltiplicare le sue teste.
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