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2024-01-24
Paradisi fiscali e società di comodo: due facce della stessa medaglia
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L’ultimo lavoro pubblicato dall’osservatorio europeo “EuTax” ha mappato a livello internazionale i principali centri dove sono localizzate le shell companies. La presenza di queste entità giuridiche in località tipicamente poco popolate è un segnale abbastanza inequivocabile che ci troviamo di fronte ad una giurisdizione che offre elevati vantaggi fiscali e che viene usata per eludere le tasse nazionali. Si tratta di società che di fatto non svolgono alcuna attività, tendenzialmente non hanno nemmeno dipendenti né sede operativa. Il loro scopo è quello di impedire l’individuazione del beneficiario economico e dei beni, con l’obiettivo di eludere il fisco o di riciclare denaro. La mappatura delle società di comodo evidenzia dunque la concentrazione dell'attività in pochi territori, poco densamente popolati. Parliamo dei classici paradisi fiscali insulari. Al primo posto troviamo le Isole Vergini Britanniche, che nonostante rappresentino appena lo 0,0005% della popolazione mondiale ospitano lo 0,3% delle società di comodo registrate (15.672). Tra gli altri paradisi fiscali c’è al secondo posto il Delaware negli Usa (2.889), le Isole Cayman (2.324), leSeychelles (1.927), Anguilla (1.512) e a chiudere la classifica Bermuda (404) e Saint Martin(396). La popolarità delle Isole Vergini Britanniche deriva principalmente dall'esenzione di tutte le forme di reddito societario e di quelle relativa ai flussi di interessi, royalties, e dividendi. Tuttavia, la sorprendente concentrazione di società di comodo è molto più probabilmente legata allo status di “Società d'affari internazionale”. Queste realtà sono infatti soggette ad obblighi fiscali minimi o quasi nulli, a requisiti di rendicontazione bassi e possono essere costruite anche da un solo fondatore, proprietario e direttore.Usa: Delaware e WyomingSpostando il focus negli Stati Uniti, due sono i territori che sono messi sotto la lente di ingrandimento: il Delaware e il Wyoming. Entrambi presentano una concentrazione aziendale particolarmente elevata in rapporto al numero di abitanti. Nel Delaware, parliamo di quasi 3imprese per ogni adulto residente. Dato che supera di gran lunga la media nazionale (per 1.000adulti 180 aziende). Stessa dinamica si può rilevare anche nel Wyoming.Il secondo posto del Delaware nelle classifiche internazionali e il primo in quello nazionale è dovuto alle sue leggi particolarmente favorevoli alle imprese. Premessa: negli Stati Uniti, le società sono domiciliate o comunque considerate cittadini dello Stato in cui sono state costituite. Ciò significa che quando un’azienda viene citata in giudizio, sarà il tribunale locale ad avere la giurisdizione. Pertanto, quando si vuole costruire una società, alcuni considerano quali leggi statali siano più vantaggiose nel caso in cui si dovesse incorrere in controversie legali. Lo Stato del Delaware è il luogo di costituzione più popolare grazie appunto alle sue leggi fiscali molto favorevoli, alla protezione dei manager e alla specializzazione in diritto fallimentare. Per quanto riguarda l'elusione fiscale, il Delaware può funzionare come paradiso fiscale onshore per le imprese statunitensi. Ad esempio, una società può costituire nel Delaware un'impresa che detiene un determinato bene immateriale, come un logo brevettato. Successivamente, le aziende di tutti gli Stati Uniti pagano delle royalties all'azienda del Delaware per poter utilizzare il logo. Questi pagamenti riducono i profitti delle affiliate in altri stati americani, andando di fatto a ridurre la loro pressione fiscale. Questo metodo di elusione è noto come "scappatoia delDelaware". Per quanto riguarda il Wyoming, è probabile che una parte dell'elevata presenza di società di comodo sia dovuta all'anonimato e alla segretezza che garantisce lo stato americano. Il nome e l'indirizzo dell'amministratore della società non devono infatti essere indicati nel modulo di costituzione.
Se si guarda all’Europa il focus ricade sulle dipendenze della corona britannica, come Jersey e Guernsey, che infatti si collocano ai primi posti, rispettivamente con 474 e 497 aziende ogni1.000 adulti. Per contro, la media europea non ponderata è molto più bassa, 148. Anche altri noti paradisi fiscali, come Lussemburgo, Monaco e Cipro, presentano tassi elevati di imprese pro capite rispetto ad altre grandi economie Europee. Il Liechtenstein, domina la classifica delle società di comodo, dato che ha diversi regimi fiscali favorevoli. In primo luogo, offre l’entità giuridica "Anstalt", che non ha azionisti o membri del consiglio di amministrazione e non è soggetta ad alcuna imposta quando svolge esclusivamente attività di investimento. A questa si aggiunge la “Stiftung”. Chi cerca l'anonimato può infatti costituire questo tipo di fondazione che presenta un elevato livello di segretezza sui beneficiari. I dividendi distribuiti a residenti e non residenti non sono imponibili e non c'è alcuna ritenuta alla fonte su interessi e royalties. Il Liechtenstein offre infine strutture patrimoniali private, cioè entità giuridiche che non intraprendono alcuna attività economica ma detengono solo attività finanziarie. Queste realtà devono pagare un'imposta annuale di 1.800 CHF e null’altro.
Estonia: un regime fiscale sottovalutato
L’Estonia è il paradiso fiscale che non ti aspetti. Secondo l’ultimo report dell’osservatorio “EuTax” se si confrontano i paesi dell'Ue 27 si nota che le giurisdizioni dove sono maggiormente presenti società di comodo sono l’Estonia, al primo posto, il Lussemburgo e Cipro. Di questi tre Lussemburgo e Cipro sono noti paradisi fiscali, mentre l’Estonia è sempre passata sotto traccia. Eppure, questo Paese ha un interessante profilo economico. Una delle principali caratteristiche che la rendono vantaggiosa è l'economia e l'amministrazione pubblica digitalizzate, che consentono una rapida registrazione e costituzione di società e la possibilità di aprire conti bancari a distanza. Essendo poi un membro dell'Ue, la costituzione di società in Estonia offre un rapido accesso al mercato europeo. Opzione quest’ultima molto richiesta specialmente da società extra Ue. Se a tutto ciò si aggiungono i servizi elettronici semplificati e a basso costo per la costituzione e la gestione delle società, una bassa due diligence e un'elevata tolleranza al rischio tra i fornitori di servizi aziendali, si capisce perché l’Estonia sia particolarmente attraente per la costruzione di società di comodo.
Se si va ad analizzare il sistema fiscale si scopre che l'Estonia non applica alcuna imposta sul reddito delle società, il che significa che i profitti sono esenti da tasse, quando vengono trattenuti o reinvestiti. Invece di tassare il reddito societario, l'Estonia tassa la distribuzione degli utili ad un'aliquota compresa tra il 14% e il 25%, andando a creare dunque un incentivo a mantenere questi nella società per evitare la tassazione. I dividendi pagati, ai non residenti, sono soggetti all'imposta sugli utili distribuiti, a meno che il reddito, da cui viene pagato il dividendo, non derivi da filiali estere già soggette a tassazione. Per quanto riguarda i pagamenti dei dividendi e degli interessi non si applicano ulteriori ritenute, mentre le royalties sono soggette ad una tassa del 10%, a meno che non sia stata concordata una aliquota inferiore in un trattato fiscale. Da sottolineare in questo caso come, una ritenuta alla fonte pari a zero sulle royalties è concordata nei trattati fiscali di Bahrain, Cipro, Isola di Man, Jersey, Lussemburgo, Svizzera ed Emirati Arabi Uniti.
Nell’ultimo rapporto dell’Ocse sulla competitività dei vari sistemi fiscali, l’Estonia si è guadagnata il primo posto. Innanzitutto, ha un’aliquota fiscale del 20% sul reddito societario che viene applicata solo agli utili distribuiti. In secondo luogo, prevede un’imposta fissa del 20% sul reddito individuale che non si applica ai redditi da dividendi personali. Terzo, è l’imposta patrimoniale che si applica solo al valore dei terreni, piuttosto che a quello della proprietà immobiliare o del capitale. Infine, l’Estonia ha un sistema fiscale territoriale che esenta del 100% i profitti esteri realizzati dalle società nazionali della tassazione locale, con poche restrizioni. A questo si aggiunge che ha accordi fiscali solo con 62 paesi. Numero che si colloca ben al di sotto della media Ocse che arriva a 74.
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Le aziende continuano a dirottare miliardi verso regimi fiscali più vantaggiosi: ecco come e dove si nascondono i soldi. Il caso dell'Estonia: al primo posto in Europa per numero di shell companies.Lo speciale contiene due articoli. L’ultimo lavoro pubblicato dall’osservatorio europeo “EuTax” ha mappato a livello internazionale i principali centri dove sono localizzate le shell companies. La presenza di queste entità giuridiche in località tipicamente poco popolate è un segnale abbastanza inequivocabile che ci troviamo di fronte ad una giurisdizione che offre elevati vantaggi fiscali e che viene usata per eludere le tasse nazionali. Si tratta di società che di fatto non svolgono alcuna attività, tendenzialmente non hanno nemmeno dipendenti né sede operativa. Il loro scopo è quello di impedire l’individuazione del beneficiario economico e dei beni, con l’obiettivo di eludere il fisco o di riciclare denaro. La mappatura delle società di comodo evidenzia dunque la concentrazione dell'attività in pochi territori, poco densamente popolati. Parliamo dei classici paradisi fiscali insulari. Al primo posto troviamo le Isole Vergini Britanniche, che nonostante rappresentino appena lo 0,0005% della popolazione mondiale ospitano lo 0,3% delle società di comodo registrate (15.672). Tra gli altri paradisi fiscali c’è al secondo posto il Delaware negli Usa (2.889), le Isole Cayman (2.324), leSeychelles (1.927), Anguilla (1.512) e a chiudere la classifica Bermuda (404) e Saint Martin(396). La popolarità delle Isole Vergini Britanniche deriva principalmente dall'esenzione di tutte le forme di reddito societario e di quelle relativa ai flussi di interessi, royalties, e dividendi. Tuttavia, la sorprendente concentrazione di società di comodo è molto più probabilmente legata allo status di “Società d'affari internazionale”. Queste realtà sono infatti soggette ad obblighi fiscali minimi o quasi nulli, a requisiti di rendicontazione bassi e possono essere costruite anche da un solo fondatore, proprietario e direttore.Usa: Delaware e WyomingSpostando il focus negli Stati Uniti, due sono i territori che sono messi sotto la lente di ingrandimento: il Delaware e il Wyoming. Entrambi presentano una concentrazione aziendale particolarmente elevata in rapporto al numero di abitanti. Nel Delaware, parliamo di quasi 3imprese per ogni adulto residente. Dato che supera di gran lunga la media nazionale (per 1.000adulti 180 aziende). Stessa dinamica si può rilevare anche nel Wyoming.Il secondo posto del Delaware nelle classifiche internazionali e il primo in quello nazionale è dovuto alle sue leggi particolarmente favorevoli alle imprese. Premessa: negli Stati Uniti, le società sono domiciliate o comunque considerate cittadini dello Stato in cui sono state costituite. Ciò significa che quando un’azienda viene citata in giudizio, sarà il tribunale locale ad avere la giurisdizione. Pertanto, quando si vuole costruire una società, alcuni considerano quali leggi statali siano più vantaggiose nel caso in cui si dovesse incorrere in controversie legali. Lo Stato del Delaware è il luogo di costituzione più popolare grazie appunto alle sue leggi fiscali molto favorevoli, alla protezione dei manager e alla specializzazione in diritto fallimentare. Per quanto riguarda l'elusione fiscale, il Delaware può funzionare come paradiso fiscale onshore per le imprese statunitensi. Ad esempio, una società può costituire nel Delaware un'impresa che detiene un determinato bene immateriale, come un logo brevettato. Successivamente, le aziende di tutti gli Stati Uniti pagano delle royalties all'azienda del Delaware per poter utilizzare il logo. Questi pagamenti riducono i profitti delle affiliate in altri stati americani, andando di fatto a ridurre la loro pressione fiscale. Questo metodo di elusione è noto come "scappatoia delDelaware". Per quanto riguarda il Wyoming, è probabile che una parte dell'elevata presenza di società di comodo sia dovuta all'anonimato e alla segretezza che garantisce lo stato americano. Il nome e l'indirizzo dell'amministratore della società non devono infatti essere indicati nel modulo di costituzione. Se si guarda all’Europa il focus ricade sulle dipendenze della corona britannica, come Jersey e Guernsey, che infatti si collocano ai primi posti, rispettivamente con 474 e 497 aziende ogni1.000 adulti. Per contro, la media europea non ponderata è molto più bassa, 148. Anche altri noti paradisi fiscali, come Lussemburgo, Monaco e Cipro, presentano tassi elevati di imprese pro capite rispetto ad altre grandi economie Europee. Il Liechtenstein, domina la classifica delle società di comodo, dato che ha diversi regimi fiscali favorevoli. In primo luogo, offre l’entità giuridica "Anstalt", che non ha azionisti o membri del consiglio di amministrazione e non è soggetta ad alcuna imposta quando svolge esclusivamente attività di investimento. A questa si aggiunge la “Stiftung”. Chi cerca l'anonimato può infatti costituire questo tipo di fondazione che presenta un elevato livello di segretezza sui beneficiari. I dividendi distribuiti a residenti e non residenti non sono imponibili e non c'è alcuna ritenuta alla fonte su interessi e royalties. Il Liechtenstein offre infine strutture patrimoniali private, cioè entità giuridiche che non intraprendono alcuna attività economica ma detengono solo attività finanziarie. Queste realtà devono pagare un'imposta annuale di 1.800 CHF e null’altro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/paradisi-fiscali-societa-di-comodo-2667075664.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="estonia-un-regime-fiscale-sottovalutato" data-post-id="2667075664" data-published-at="1706108411" data-use-pagination="False"> Estonia: un regime fiscale sottovalutato L’Estonia è il paradiso fiscale che non ti aspetti. Secondo l’ultimo report dell’osservatorio “EuTax” se si confrontano i paesi dell'Ue 27 si nota che le giurisdizioni dove sono maggiormente presenti società di comodo sono l’Estonia, al primo posto, il Lussemburgo e Cipro. Di questi tre Lussemburgo e Cipro sono noti paradisi fiscali, mentre l’Estonia è sempre passata sotto traccia. Eppure, questo Paese ha un interessante profilo economico. Una delle principali caratteristiche che la rendono vantaggiosa è l'economia e l'amministrazione pubblica digitalizzate, che consentono una rapida registrazione e costituzione di società e la possibilità di aprire conti bancari a distanza. Essendo poi un membro dell'Ue, la costituzione di società in Estonia offre un rapido accesso al mercato europeo. Opzione quest’ultima molto richiesta specialmente da società extra Ue. Se a tutto ciò si aggiungono i servizi elettronici semplificati e a basso costo per la costituzione e la gestione delle società, una bassa due diligence e un'elevata tolleranza al rischio tra i fornitori di servizi aziendali, si capisce perché l’Estonia sia particolarmente attraente per la costruzione di società di comodo.Se si va ad analizzare il sistema fiscale si scopre che l'Estonia non applica alcuna imposta sul reddito delle società, il che significa che i profitti sono esenti da tasse, quando vengono trattenuti o reinvestiti. Invece di tassare il reddito societario, l'Estonia tassa la distribuzione degli utili ad un'aliquota compresa tra il 14% e il 25%, andando a creare dunque un incentivo a mantenere questi nella società per evitare la tassazione. I dividendi pagati, ai non residenti, sono soggetti all'imposta sugli utili distribuiti, a meno che il reddito, da cui viene pagato il dividendo, non derivi da filiali estere già soggette a tassazione. Per quanto riguarda i pagamenti dei dividendi e degli interessi non si applicano ulteriori ritenute, mentre le royalties sono soggette ad una tassa del 10%, a meno che non sia stata concordata una aliquota inferiore in un trattato fiscale. Da sottolineare in questo caso come, una ritenuta alla fonte pari a zero sulle royalties è concordata nei trattati fiscali di Bahrain, Cipro, Isola di Man, Jersey, Lussemburgo, Svizzera ed Emirati Arabi Uniti.Nell’ultimo rapporto dell’Ocse sulla competitività dei vari sistemi fiscali, l’Estonia si è guadagnata il primo posto. Innanzitutto, ha un’aliquota fiscale del 20% sul reddito societario che viene applicata solo agli utili distribuiti. In secondo luogo, prevede un’imposta fissa del 20% sul reddito individuale che non si applica ai redditi da dividendi personali. Terzo, è l’imposta patrimoniale che si applica solo al valore dei terreni, piuttosto che a quello della proprietà immobiliare o del capitale. Infine, l’Estonia ha un sistema fiscale territoriale che esenta del 100% i profitti esteri realizzati dalle società nazionali della tassazione locale, con poche restrizioni. A questo si aggiunge che ha accordi fiscali solo con 62 paesi. Numero che si colloca ben al di sotto della media Ocse che arriva a 74.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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