
«Ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto», anche quello di «avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla».
Queste le parole della prima meditazione della Via Crucis del Papa scritte da padre Francesco Patton, francescano, già Custode di Terra Santa, e che ieri sera al Colosseo hanno introdotto le quattordici stazioni con papa Leone XIV che ha portato la croce lungo tutto il cammino.
Papa Prevost celebra la sua prima Pasqua da pontefice e, come aveva ricordato giovedì in occasione della messa del crisma, è consapevole di essere in «un’ora scura della storia» in cui «è piaciuto a Dio inviarci a diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte». In questi giorni intensi di preghiera il profilo di papa Leone XIV emerge sempre più chiaro, un Papa che ritorna in San Giovanni in Laterano a compiere il rito della lavanda dei piedi, facendone partecipi 12 sacerdoti della diocesi di Roma, un Papa che porta la Croce per tutte le 14 stazioni della Via Crucis, un Papa mite, ma fermo in quel proposito che espresse nella sua prima messa una volta eletto, davanti ai cardinali: «Sparire perché rimanga Cristo», il principe della pace perché forte di poter portare la pace nel cuore di ogni uomo prima ancora che nei delicati equilibri geopolitici.
Ieri mattina anche due colloqui telefonici del Papa, uno con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e l’altro con il presidente israeliano Isaac Herzog. Due territori «cerniera» che si trovano ad essere epicentro di questa «ora oscura della storia» e a cui, riferisce la sala stampa vaticana, il Papa ha ribadito «vicinanza». Con Zelensky si è «rinnovato l’auspicio che, con l’impegno e il concorso della comunità internazionale, si possa giungere quanto prima alla cessazione delle ostilità e a una pace giusta e duratura». Al presidente Herzog il messaggio è stato significativamente duplice, da una parte «è stata ribadita la necessità di riaprire tutti i possibili canali di dialogo diplomatico, per porre fine al grave conflitto in corso, in vista di una pace giusta e duratura in tutto il Medio Oriente», d’altro canto ci si è soffermati sull’importanza di «proteggere la popolazione civile e di promuovere il rispetto del diritto internazionale e umanitario». Un comunicato dell’ufficio del presidente israeliano ha affermato che Herzog ha discusso con il papa della guerra israelo-americana contro l’Iran, inclusa «la continua minaccia di attacchi missilistici da parte del regime iraniano e dei suoi gruppi terroristici contro persone di tutte le fedi nella regione».
I due colloqui hanno fatto seguito all’appello lanciato dallo stesso Papa il 31 marzo, in alcune dichiarazioni rilasciate ai giornalisti all’uscita da Castel Gandolfo. In quell’occasione Leone XIV aveva detto di nutrire speranza sul desiderio espresso dal presidente Donald Trump per cercare un modo per fermare la guerra. Rivolgendosi a tutti i leader mondiali il Papa li aveva esortati a tornare «al tavolo, al dialogo. Cerchiamo soluzioni ai problemi, cerchiamo modi per ridurre la violenza che stiamo alimentando, affinché la pace - specialmente a Pasqua - regni nei nostri cuori». Le meditazioni della Via Crucis di ieri sera hanno richiamato passi degli scritti di san Francesco di Assisi di cui proprio quest’anno si celebra l’ottavo centenario della morte e un altro francescano, il Patriarca di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, nella sua omelia per la messa in coena domini di giovedì ha ricordato che «forse non possiamo cambiare le grandi dinamiche della storia, ma possiamo decidere se avere parte con Cristo nel suo modo di stare dentro la storia: non sopra, non contro, ma accanto».
È un modo poco rumoroso di stare in questa «ora scura della storia», ma è il modo cristiano. Nella meditazione dell’undicesima stazione della Via Crucis del Papa ci si rivolge proprio a Cristo, perché «Tu manifesti che il potere autentico non è quello di chi usa la forza e la violenza per imporsi, ma quello di chi è capace di prendere su di sé il male dell’umanità, il nostro, il mio; e annullarlo con la potenza dell’amore che si manifesta nel perdono. […] Tu sei Re e regni dalla croce: non ti servi dell’apparente potenza degli eserciti, ma dell’apparente impotenza dell’amore, che si lascia inchiodare. Tu sei Re e la tua croce diventa l’asse attorno al quale ruotano la storia e l’intero universo, per non precipitare nell’inferno dell’incapacità di amare». È una logica difficile per il mondo, ma è la logica di questi giorni pasquali. Quella di un mistero che diventa speranza di vita e di vita eterna, accento di un pontificato che qualcuno vorrebbe sbrigativamente incasellare tra quelli poco incisivi, ma che in realtà sembra orientato proprio in una chiave cristocentrica per puntare a una crescita della fede.






