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Arriva anche il fermo provvisorio prima delle manifestazioni. La sinistra (e, pare, Mattarella) dice che è incostituzionale. Ma dimenticano il Daspo. E quanto è stato fatto durante il Covid: ricordate Puzzer?
Finalmente il governo pare intenzionato a fornire uno scudo penale alle forze dell’ordine e un provvedimento di fermo provvisorio preventivo dei teppisti politici. Dico finalmente perché si tratta di misure lungamente attese e su cui purtroppo si è, dal mio punto di vista, eccessivamente temporeggiato. Lo scudo, ossia una legge che impedisca l’iscrizione automatica nel registro degli indagati di poliziotti e carabinieri protagonisti di una sparatoria, avrebbe dovuto essere varato da tempo, ma alla decisione si sono contrapposte le obiezioni della sinistra e – ahinoi – sembra anche del Quirinale. L’una e l’altro avrebbero manifestato dubbi costituzionali, temendo una sorta di licenza di uccidere concessa alle forze dell’ordine.
Ma qui non si tratta di consentire agli agenti di sparare all’impazzata, senza rendere conto in alcun modo del loro operato. Ma di evitare che dei servitori dello Stato finiscano come il brigadiere capo Legrottaglie, un carabiniere che dopo 40 anni di servizio e a un solo giorno dalla pensione sette mesi fa è stato ucciso a Francavilla Fontana da un rapinatore. Il bandito lo ha colpito mentre era in fuga e il brigadiere non ha fatto in tempo a reagire. Se Legrottaglie avesse sparato per primo sarebbe ancora vivo, ma premere il grilletto molto probabilmente avrebbe significato essere accusato di omicidio volontario, come è successo al poliziotto antidroga in servizio nel bosco dello spaccio a Milano. Colpire per primo, anche dopo uno speronamento, quasi certamente lo avrebbe messo nei guai con la giustizia, come è successo al vicebrigadiere Emanuele Marroccella, condannato a tre anni di carcere e a 137.000 euro di provvisionale per aver ucciso un malvivente che aveva ferito un collega con un cacciavite lungo 20 centimetri.
Ecco, lo scudo per poliziotti e carabinieri significa salvare la vita a qualche servitore dello Stato ed evitare che uno di loro finisca sotto processo per aver sparato a un delinquente o aver inseguito chi non si ferma all’alt, come accaduto, sempre a Milano, con il caso Ramy. Lo scudo serve a proteggere le forze dell’ordine, a impedire che finiscano indagate per aver fatto il loro mestiere, significa sottrarre il loro operato a giudizi sommari. Se vogliamo che ci difendano da ladri, rapinatori, stupratori e terroristi non c’è altra via che garantire loro la protezione e la solidarietà dello Stato, affinché non si sentano con le mani legate.
Sinistra e Quirinale a quanto pare hanno dubbi pure sul fermo provvisorio preventivo. Gli uffici giuridici del Colle nutrirebbero perplessità per un provvedimento che non punisce chi ha commesso un reato, ma si pone l’obiettivo che non sia compiuto. Secondo la presidenza della Repubblica le nuove norme non sarebbero compatibili con il dettato costituzionale. E ça va sans dire la sinistra sposa in pieno l’opinione degli uomini di Mattarella.
Eppure, le misure preventive esistono da tempo e nessuno fino a oggi ha alzato il ditino ponendo obiezioni. Che cos’è il Daspo se non un provvedimento che, vietando la partecipazione a manifestazioni sportive, punta a impedire che tifosi violenti scatenino tafferugli durante le partite? Si limita la libertà di movimento di certi soggetti per evitare che vengano compiuti dei reati. Eppure, nessuno si è mai preoccupato della compatibilità costituzionale. Come peraltro non si è opposta la Carta su cui si fonda la nostra Repubblica quando, durante il Covid, fu vietata al capo dei portuali di Trieste la presenza a una manifestazione nella Capitale. Qual era la pericolosità sociale di Stefano Puzzer? Manifestava pacificamente contro il green pass, non metteva a ferro e fuoco una città. Ma per il solo fatto di aver osato improvvisare una manifestazione – ribadisco, pacifica – fu denunciato e allontanato per ordine del questore.
Dunque, vista la pericolosità dei gruppi antagonisti, quando ci decideremo a metterli fuori legge e a impedire loro di partecipare alle manifestazioni? Capisco il diritto di esprimere le proprie opinioni e anche di contestare una linea politica. A Torino però non abbiamo assistito a una protesta, ma a una guerriglia. Il diritto alla sassaiola, a incendiare i cassonetti, a colpire con il martello un agente non esiste. Esiste la legge e va applicata con durezza, anche impedendo ai terroristi del sabato sera di manifestare. Negli anni Settanta contro il terrorismo lo Stato varò la legge Reale e anche all’epoca qualcuno si appellò alla Costituzione, ma quelle norme contribuirono a fermare le violenze.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 3 febbraio con Carlo Cambi
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- Choc a Napoli: carabiniere azzannato al petto da un africano irregolare che stava molestando i passanti Arezzo, nigeriano spezza la caviglia a un uomo dell’Arma in borghese. Roma, vigili assaliti da camerunese.
- Milano, i fari della Procura sulla pattuglia che ha ferito un rapinatore cinese armato. Città blindata in vista dei Giochi, ma le forze dell’ordine temono i calvari giudiziari.
Lo speciale contiene due articoli
Forze dell’ordine sotto assedio da Nord a Sud solo perché svolgono «il loro dovere». Dopo la violenza inaudita di Torino contro i poliziotti, quanto accaduto nella periferia di Napoli ha dell’incredibile: un cinquantenne ghanese è stato fermato mentre molestava i passanti e per tutta risposta ha morso al petto uno dei militari.
È successo in via Roma, nei pressi di Scampia: al 112 sono giunte diverse segnalazioni di residenti allarmati per la presenza di un cittadino straniero che molestava le persone della zona.
Immediatamente, sul posto sono arrivati i carabinieri della stazione di Secondigliano, intervenuti per riportare la calma e mettere in sicurezza i cittadini. I militari hanno fermato l’uomo chiedendogli le generalità. Ma a quel punto, il cittadino ghanese (che è risultato irregolare sul territorio nazionale) si è opposto alle richieste dei carabinieri e in preda a una furia incontrollabile si è avventato contro uno degli uomini dell’Arma dandogli un forte morso al petto. I carabinieri sono riusciti a bloccare l’uomo e lo hanno portato in caserma, mentre il militare è stato subito soccorso e trasferito in ospedale. Le sue lesioni sono state ritenute guaribili in sette giorni. Il cinquantenne è stato arrestato con l’accusa di lesioni personali e resistenza a pubblico ufficiale. Quindi il ghanese è stato portato in camera di sicurezza.
Sono in corso le indagini per verificare se l’uomo avesse precedenti penali e se avesse già compiuto gesti simili, anche perché risulta senza alcun permesso per vivere in Italia. L’aggressione di Scampia ha provocato reazioni molto forti sia sui social che nell’opinione pubblica, soprattutto per la violenza con la quale il cinquantenne si è fiondato contro il carabiniere mordendolo al petto. Numerosi i post su Facebook e Instagram di cittadini spaventati dalla «ferocia» e dalla «violenza» del ghanese e dalla «forza brutale» con la quale chi «commette reati» si scaglia contro uomini e donne delle forze dell’ordine mentre lavorano. Infatti, l’episodio di Scampia non è stato l’unico delle scorse ore.
Nella giornata di ieri, è stata resa nota anche un’altra aggressione avvenuta in provincia di Arezzo lo scorso sabato pomeriggio. Un carabiniere, in quel momento libero dal servizio, è stato colpito con un calcio da un cittadino della Nigeria che si trovava all’interno di un supermercato a Levane. Da quanto è stato ricostruito, il militare non solo ha riportato la frattura di una caviglia con una prognosi di 30 giorni, ma è stato ricoverato anche per una tachicardia causata dalla violenta aggressione. Il carabiniere, che in quel momento non era appunto in servizio, ha avuto la «colpa» di intervenire per invitare il cittadino africano a mantenere un comportamento corretto, perché l’uomo stava creando momenti di tensione. La situazione è degenerata e il nigeriano ha perso il controllo prendendo a calci il carabiniere. A quel punto è giunta una pattuglia dell’Arma della compagnia di San Giovanni Valdarno che è riuscita ad arrestare il trentenne africano non senza difficoltà. Ieri mattina si è svolta l’udienza per la convalida dell’arresto davanti al giudice Ada Grignani e al pm Bernardo Albergotti. Il giudice ha convalidato l’arresto disponendo per il trentenne l’obbligo di presentazione ai carabinieri di Montevarchi, dove è domiciliato.
Non è andata meglio nemmeno agli agenti intervenuti a Roma per fermare un camerunense di 30 anni, che stava inveendo contro un commerciante della zona. La situazione stava degenerando quando nel corso di un servizio di controllo, nell’area compresa tra via Guglielmo Pepe e via Filippo Turati, rione Esquilino, gli agenti del Gruppo centro della polizia locale di Roma hanno sorpreso il cittadino straniero minacciare un esercente. Il camerunense, però, alla vista degli agenti si è fiondato contro di loro aggredendoli. A quel punto è giunta un’altra pattuglia: il trentenne ha iniziato a sferrare calci e pugni contro i vigili e ha poi danneggiato l’automobile di servizio della Municipale. Un agente è rimasto ferito. Il camerunense, con precedenti penali, è finito in manette per danneggiamento, lesioni personali, resistenza a pubblico ufficiale e di porto abusivo di arma perché è stato trovato in possesso di un coltello.
Ma la furia violenta ha raggiunto l’apice con il gesto di un senegalese che prima ha preso a calci e pugni una donna e poi si è lanciato contro un gruppo di agenti, intervenuti per calmarlo. È accaduto nei pressi della stazione ferroviaria di Padova. Gli agenti, dopo una chiamata al 118, sono giunti in zona e hanno trovato una donna con ferite agli arti e al volto. I poliziotti, seguendo le informazioni fornite dalla vittima, si sono messi sulle tracce dell’uomo e hanno arrestato il senegalese, che è risultato senza fissa dimora e con numerosi precedenti penali.
Il trentacinquenne, alla vista delle forze dell’ordine, si è opposto con violenza all’arresto aggredendo brutalmente gli agenti e ferendone tre.
Altri 4 poliziotti indagati per lesioni
Quattro poliziotti indagati per lesioni colpose, con la scriminante dell’uso legittimo delle armi. Un altro agente, pochi giorni prima e a poche centinaia di metri di distanza, indagato per omicidio volontario. È da qui che bisogna partire per leggere le due sparatorie di Rogoredo: dal peso che quelle iscrizioni nel registro degli indagati producono su chi è chiamato a intervenire in uno dei contesti più violenti della città.
In vista delle Olimpiadi invernali, su Milano è scattato un dispositivo di sicurezza rafforzato: migliaia di operatori tra forze dell’ordine ed esercito, rinforzi quotidiani, servizi ad alto impatto e zone rosse con controlli mirati attorno a stazioni, cantieri olimpici e aree sensibili. Rogoredo, snodo olimpico anche per l’arena dell’hockey, rientra stabilmente in questo perimetro di massima attenzione: presidi fissi, pattuglie continue e unità specializzate come le Uopi raccontano un territorio che, nonostante il dispiegamento, resta uno dei fronti più delicati della città.
È dentro questo quadro che si è consumata la scena di domenica in piazza Mistral. A pochi giorni di distanza dall’altra sparatoria, in via Impastato, dove un agente in borghese ha reagito dopo essersi visto puntare contro una pistola - una replica a salve di Beretta 92, priva di tappo rosso - uccidendo Abderrahim Mansouri.
Domenica, una volante blindata delle Uopi, le Unità operative di primo intervento, viene raggiunta da una raffica di colpi: almeno tre proiettili. Se gli agenti sono vivi è grazie alla blindatura del mezzo. Di fronte, un rapinatore cinese irregolare che poco prima aveva aggredito una guardia giurata con una mazza di ferro, sottraendole la pistola d’ordinanza. La risposta della polizia è stata immediata.
Nei giorni immediatamente precedenti l’uomo era stato fermato più volte: trovato con pietre e catena, denunciato per porto di oggetti atti a offendere; segnalato per minacce con bastoni; accompagnato in ospedale per un controllo psichiatrico e dimesso poche ore dopo. Tre interventi, tre rilasci. Nessuna misura capace di toglierlo stabilmente dalla strada. È da qui che nasce la domanda centrale: si poteva fermarlo prima?
Le difficoltà operative sono strutturali. In Italia non esiste un arresto preventivo in senso proprio: la Costituzione tutela la libertà personale e consente restrizioni solo in casi specifici e sotto controllo giudiziario. Le misure cautelari e di prevenzione non equivalgono a una detenzione; il Tso è sanitario e temporaneo; l’obbligo di firma presuppone che venga rispettato; gli arresti domiciliari richiedono un domicilio, che chi è senza fissa dimora spesso non ha. Anche quando c’è un fermo, il rischio concreto è che la persona torni rapidamente in strada.
A Rogoredo, intanto, la Procura ha iscritto appunto nel registro degli indagati anche gli altri tre agenti dell’Uopi intervenuti in piazza Mistral, oltre al collega che ha sparato, per lesioni colpose con la scriminante dell’uso legittimo delle armi: un atto a garanzia che potrebbe concludersi con l’archiviazione. Sul fronte opposto, il trentenne cinese dovrà rispondere di tentato omicidio dei quattro poliziotti, oltre che di rapina e lesioni aggravate per l’aggressione alla guardia giurata.
Va ricordato che in altri Paesi europei l’approccio è diverso: nel Regno Unito, come in Francia e Germania, la reazione armata della polizia viene valutata prima sul piano funzionale e disciplinare, e l’indagine penale non scatta automaticamente, ma solo se emergono elementi di abuso.
Andrea Varone, segretario del Siulp di Milano, collega la sparatoria di Rogoredo a quella di via Impastato e all’aggressione di un collega a Torino: «Anche una minima esitazione può rivelarsi fatale, con un calvario giudiziario che compromette la serenità degli agenti. Lavorare così diventa sempre più difficile». In questo clima, a Milano sono comparse scritte contro la polizia - «All cops are targets», «Colpirne uno per fargli male» e «Lo sbirro non è un tuo amico» -: un pessimo biglietto da visita mentre la città si prepara alle Olimpiadi.
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Giornalisti e politici alla ricerca di «infiltrati», smentiti persino da Askatasuna.
Per farla breve: è colpa di tutti tranne che sei simpatici militanti del centro sociale. Nelle versioni fornite dalla sinistra italiana sui fatti di Torino dello scorso fine settimana ci sono ovviamente sfumature di diversa intensità, ma un comune denominatore: le forze oscure della reazione hanno tramato per trasformare un grande momento di festa democratica in un disastro con botte e martellate.
Una tesi molto diffusa è quella degli infiltrati. Storia vecchia, che si sente ripetere già dai tempi del G8 di Genova e ritorna ogni volta che ci sono scontri di strada. La sostiene ad esempio Luca Bottura, il fine umorista involontario, il quale spiega che a Torino come a Genova hanno agito «i fascisti» ovvero i violenti che menano e spaccano, cioè i famigerati black block. I quali manco a dirlo sono infiltrati, cioè manovrati, dagli agenti o dai servizi segreti. Fa sorridere, questa posizione, anche solo per il fatto che uno dei capi di Askatasuna, Nicola Gastini, ci tiene a specificare sui suoi profili social che il blocco nero non esiste, e che è una invenzione del sistema per depotenziare le rivolte e la legittima violenza politica delle masse.
Appena più moderata è la posizione di commentatori autorevoli come Marco Revelli, secondo cui un corteo pacifico è stato oscurato da pochi violenti. Versione analoga a quella della Cgil torinese. «Quella di sabato», dice il sindacato rosso, «è stata un’enorme e pacifica manifestazione, con tanti giovani e tantissimi torinesi, che non può essere cancellata dalla violenza di pochi. Violenza che condanniamo fermamente, e che peraltro oscura le ragioni di tutti i manifestanti. Il tema degli spazi sociali non può essere ridotto ad un problema di ordine pubblico, scaricato sui lavoratori delle forze dell’ordine, né strumentalizzato a fini elettorali da una destra incapace di affrontare le crescenti diseguaglianze sociali».
Che cosa c’entrino le diseguaglianze sociali non è dato sapere. Giova ricordare a tale proposito che a Torino non hanno sfilato cittadini indignati per gli stipendi bassi o per gli affitti opprimenti. Hanno marciato per lo più antagonisti in protesta contro la chiusura di un centro sociale che il Comune avrebbe dovuto sgomberare anni fa, visto il curriculum dei militanti. Per altro, l’amministrazione torinese sta ancora mantenendo Aska in un limbo: dovrebbe destinare lo spazio a qualche coop o ad altre attività sociali, ma non lo fa. Dunque gli attivisti sperano ancora di tenersi la struttura, magari pensano di ottenerla pestando e creando guai, minacciando e ricattando. Motivo per cui si dovrebbe provvedere a chiudere la partita quanto prima. Ma veniamo all’ultima e più suggestiva tesi progressista sull’accaduto. È quella rilanciata l’altra sera da Massimo Giannini a Che tempo che fa. Secondo la nota firma sinistrorsa quello di cui dobbiamo preoccuparci «non è tanto la violenza di quei cento criminali, che poi sono sempre gli stessi ogni volta che c’è una manifestazione, soprattutto a Torino». No, dobbiamo piuttosto temere il governo. E perché mai? Beh, perché non ha agito prima del corteo. «Se sono sempre gli stessi, è possibile che non si riesce a intervenire, ad arrestarli, a metterli in prigione, a fargli pagare i loro conti con la giustizia?», dice Giannini. Su una linea simile Ilaria Cucchi, senatrice di Avs. «Abbiamo tutti condannato la violenza che ha insanguinato le strade di Torino. Ho visto che Giorgia Meloni ci ha messo poche ore a raggiungere l’agente rimasto ferito», spiega. «Ha fatto bene a esprimere la propria solidarietà, e ci mancherebbe altro. Ma ha per caso trovato il coraggio di chiedere scusa a tutti, agenti, giornalisti, cittadini, per quello che è successo? Quelli che ora si lamentano dei disordini che si sono scatenati sono proprio gli stessi che avrebbero dovuto fare di tutto per scongiurarli. Invece niente, nessuna assunzione di responsabiltà». Capito? Il governo avrebbe lasciato fare agli antagonisti per poi giustificare una feroce repressione e una comprensione delle libertà. Una operazione in stile incendio del Reichstag, in pratica. Quindi o il governo avrebbe infiltrato black block nel corteo o avrebbe lasciato liberi di agire i violenti. Che esistano attivisti di sinistra che menano per ragioni politiche ai nostri illustri commentatori non passa nemmeno per l’anticamera del cervello: il cattivo o è di destra o non è. Però su un punto hanno ragione: Aska andava fermato prima. Bisognava sgomberarlo almeno dieci anni fa.
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