True
2021-05-26
Orlando battuto: addio stop ai licenziamenti
Andrea Orlando (A.Masiello/Getty Images)
Il blitz del ministro del Lavoro Andrea Orlando è già rientrato. La proroga al 28 agosto del blocco dei licenziamenti è infatti saltata, sparendo dal decreto Sostegni bis. Detto con le parole di Mario Draghi, «la mediazione ha retto, l'intervento che abbiamo previsto è in linea con tutti gli altri Paesi Ue. Garantiamo la Cig anche dopo il primo luglio in cambio dell'impegno a licenziare. Un'azienda che non vuole chiedere la Cig è libera di licenziare, ma c'è un incentivo a non farlo». Il premier ha parlato ieri al termine del Consiglio europeo soffermandosi sul tema del blocco e spiegando che «il testo è stato migliorato». In sostanza, dal primo luglio non c'è più il divieto assoluto di licenziare, «perché un'azienda che non richiede la cassa può farlo», ma c'è un «forte incentivo a non farlo. Tutto ciò solo per industria e edilizia, mentre per i servizi il blocco per tutti, sia che usino o meno la Cig, dura fino a fine ottobre. e la Cig gratuita fino a fine anno. Mi pare una mediazione che certamente scontenta chi avrebbero voluto continuare con il blocco ma non scontenta quelli che avrebbero voluto sbloccare tutto immediatamente», ha spiegato Draghi. Sottolineando che «il governo aveva già annunciato il termine del blocco all'epoca della presentazione del Def, e quindi questo provvedimento è decisamente un miglioramento rispetto alla situazione precedente».
Fino al 30 giugno c'è la cassa integrazione Covid gratuita e il divieto di licenziamento totale per tutte le aziende, sia quelle che usano la Cig sia quelle che non la usano - spiegano da Palazzo Chigi - e in assenza di un intervento da parte dell'esecutivo, l'industria e l'edilizia tornerebbero alla normalità dal primo luglio, ovvero userebbero la loro Cig ordinaria che ha un costo di funzionamento del 9%-15% della retribuzione e avrebbero la libertà di licenziare. L'intervento che il governo prevede, «in linea con tutti gli altri Paesi europei che da sempre hanno preso questa strada», ha precisato il presidente del Consiglio, è quindi quello di garantire la Cig gratuita anche dopo il primo luglio (le aziende non avrebbero possibilità di scelta tra usare Cig a pagamento o gratuita, ovvero se azienda prende Cig deve prenderla gratuita) in cambio dell'impegno a non licenziare nessun dipendente. Diversamente da ora, quindi, dopo il primo luglio non si tratterebbe più di un divieto assoluto di licenziamento (perché un'azienda che non voglia chiedere la Cig è libera di licenziare) ma di un forte incentivo a non farlo (perché il ricorso alla Cig è gratuito per l'azienda).
Draghi spera che in questa mediazione si ritrovino anche imprese e sindacati ancora sulle barricate pur mantenendo aperta la carta del dialogo con l'esecutivo con la richiesta di bloccare i licenziamenti fino al 31 ottobre in attesa della riforma degli ammortizzatori sociali. Resta da capire quali saranno i prossimi passaggi: l'articolo del decreto relativo ai licenziamenti sarà riscritto. Il provvedimento «migliorato» dovrà tornare sul tavolo del Consiglio dei ministri? È assai probabile di no. Tenendo, infatti, ferme le date di sblocco del divieto alla situazione pre incursione di Orlando non si rischia di disallineare l'agenda rispetto ai precedenti decreti. Basterà dunque inserire maggiori incentivi per spingere le imprese a trattenere il personale. In queste ore la Ragioneria sta valutando gli impatti della modifica.
Di certo, il blitz del titolare del Lavoro che aveva portato in Consiglio dei ministri, giovedì scorso, una proposta accolta da critiche bipartisan di imprese e buona parte della maggioranza, è stato nettamente ridimensionato. E il tentativo del ministro di imporre la linea è fallito. Ma sul piano politico restano degli strascichi. Perché sempre ieri, mentre il premier parlava a Bruxelles, su Twitter il ministro della Salute nonché capodelegazione di Leu, Roberto Speranza, ha cinguettato il «pieno sostegno ad Andrea Orlando che si batte ogni giorno a difesa dei diritti dei lavoratori».
Dai 5 stelle a difendere il ministro è intervenuto su Facebook il capodelegazione Stefano Patuanelli definendo la proposta fatta da Orlando in Consiglio dei ministri «chiara e condivisibile» perché «consente alle aziende un'ordinata uscita dal blocco dei licenziamenti, tutelando in questa fase ancora delicata per l'economia del nostro Paese tanto i lavoratori quanto le imprese. Entrambi sono soggetti fragili in questa fase, non devono essere messe in contrapposizione né a livello politico, né su quello sociale». Intanto Orlando parla di «polemica assolutamente ingiustificata e priva di fondamento», come ha detto intervistato dal Tg3. «La norma è stata trasmessa nelle forme dovute al Consiglio dei ministri, illustrata in una conferenza stampa. Si tratta di una norma ispirata esclusivamente dal buon senso», ha poi chiosato annunciando anche che la riforma degli ammortizzatori sociali approderà in cdm entro luglio. Tutto finito? Assolutamente no. C'è da aspettarsi il fuoco di sbarramento in Aula. Mezzo Pd, Leu e 5 stelle cercheranno la strada degli emendamenti.
Speranza e la Cei corrono in aiuto del ministro del Lavoro sconfessato
Sulla sanità e sulla gestione dell'emergenza pandemica Mario Draghi ha fin qui coperto il suo ministro Roberto Speranza. Non sembra essere andata allo stesso modo con il responsabile del Lavoro Andrea Orlando. Che, durante la conferenza stampa dello scorso 20 maggio, gli era seduto accanto quando commentando la proroga del blocco dei licenziamenti proposta nel decreto Sostegni bis aveva invocato «interventi mirati piuttosto che generalizzati, che rischiano di dare risorse a chi non ne ha bisogno». Sul blitz, già rientrato, o Draghi è stato colto alla sprovvista (difficile crederlo) oppure il premier sapeva e ha mandato avanti Orlando per poi lasciarlo solo. Di certo, il «fuoco amico» alimentato dall'endorsement arrivato ieri proprio da Speranza in soccorso di Orlando va subito spento dai pompieri di Palazzo Chigi. E quella che qualcuno continua a dipingere come la spina del fianco del governo Draghi -ovvero il centrodestra e in primis la Lega di Matteo Salvini -può ora diventare una sponda necessaria per respingere gli attacchi del Pd grillinizzato.
Intanto, a fare da contorno al retroscena politico ieri sono state le dichiarazioni delle parti sociali, di Confindustria che brinda, dei sindacati che minacciano scioperi. E in campo è scesa pure la Conferenza episcopale italiana: «Non si può chiudere improvvisamente l'ombrello», ha infatti detto il vicepresidente della Cei e vescovo di Novara, monsignor Franco Giulio Brambilla, a margine dell'assemblea dei vescovi. Dopo «il duplice ombrello, l'impossibilità dei licenziamenti e gli ammortizzatori sociali», «bisogna immaginare un'uscita graduale. Con tutti i soldi spesi fino adesso, chiudere improvvisamente l'ombrello farebbe galleggiare, scusate l'espressione, molti morti», ha aggiunto.
I vescovi sono sulla stessa linea dei sindacati. Con lo slogan «No allo sblocco dei licenziamenti, no al nuovo codice degli appalti», l'Usb lavoro privato ha proclamato otto ore di sciopero a partire dalla prossima settimana contro le «decisioni estremamente negative per i lavoratori e estremamente positive per Confindustria prese dal governo in questi giorni» e contro «l'ampia libertà alle imprese di peggiorare condizioni salariali e lavorative, con il massimo ribasso nelle gare e l'ampliamento della possibilità di appaltare e subappaltare». Con l'uscita dal blocco dei licenziamenti «ci sono fonti del governo e Bankitalia che indicano in quasi 577.000 i posti di lavoro a rischio dal primo luglio», ha attaccato ieri anche il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, ribadendo che «la soluzione adottata è assolutamente debole e non riuscirà ad arginare lo tsunami sociale e occupazionale». Il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, chiede di prolungare il blocco dei licenziamenti con un patto «tra noi e voi, fino a dicembre, utilizzando la cassa integrazione», ha detto ieri, lanciando la proposta alle associazioni dell'artigianato Confartigianato imprese, Cna, Casartigiani, Claai .
Dall'altra parte della barricata, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi sposa la tesi della sottosegretario al Lavoro, Tiziana Nisini, che ha parlato di un'imboscata di Orlando. Avere una contesto di «lealtà istituzionale» è «fondamentale in un Paese che deve uscire da un periodo di crisi drammatica. Una crisi sanitaria, un crisi sociale, una crisi economica», ha sottolineato ieri Bonomi. Aggiungendo che «se non ci sono le fondamenta di un rapporto di lealtà istituzionale sarà molto difficile».
Continua a leggereRiduci
Mario Draghi annuncia la nuova norma: Cig gratuita per industria ed edilizia, a patto che nessuno venga lasciato a casa. Chi non la usa potrà ristrutturare. Il Sostegni bis non dovrebbe ripassare dal Cdm, ma si teme la battaglia in Aula: anche M5s con il democratico.Monsignor Franco Giulio Brambilla: «Non si può chiudere l'ombrello». Si rafforza il centrodestra.Lo speciale contiene due articoli.Il blitz del ministro del Lavoro Andrea Orlando è già rientrato. La proroga al 28 agosto del blocco dei licenziamenti è infatti saltata, sparendo dal decreto Sostegni bis. Detto con le parole di Mario Draghi, «la mediazione ha retto, l'intervento che abbiamo previsto è in linea con tutti gli altri Paesi Ue. Garantiamo la Cig anche dopo il primo luglio in cambio dell'impegno a licenziare. Un'azienda che non vuole chiedere la Cig è libera di licenziare, ma c'è un incentivo a non farlo». Il premier ha parlato ieri al termine del Consiglio europeo soffermandosi sul tema del blocco e spiegando che «il testo è stato migliorato». In sostanza, dal primo luglio non c'è più il divieto assoluto di licenziare, «perché un'azienda che non richiede la cassa può farlo», ma c'è un «forte incentivo a non farlo. Tutto ciò solo per industria e edilizia, mentre per i servizi il blocco per tutti, sia che usino o meno la Cig, dura fino a fine ottobre. e la Cig gratuita fino a fine anno. Mi pare una mediazione che certamente scontenta chi avrebbero voluto continuare con il blocco ma non scontenta quelli che avrebbero voluto sbloccare tutto immediatamente», ha spiegato Draghi. Sottolineando che «il governo aveva già annunciato il termine del blocco all'epoca della presentazione del Def, e quindi questo provvedimento è decisamente un miglioramento rispetto alla situazione precedente». Fino al 30 giugno c'è la cassa integrazione Covid gratuita e il divieto di licenziamento totale per tutte le aziende, sia quelle che usano la Cig sia quelle che non la usano - spiegano da Palazzo Chigi - e in assenza di un intervento da parte dell'esecutivo, l'industria e l'edilizia tornerebbero alla normalità dal primo luglio, ovvero userebbero la loro Cig ordinaria che ha un costo di funzionamento del 9%-15% della retribuzione e avrebbero la libertà di licenziare. L'intervento che il governo prevede, «in linea con tutti gli altri Paesi europei che da sempre hanno preso questa strada», ha precisato il presidente del Consiglio, è quindi quello di garantire la Cig gratuita anche dopo il primo luglio (le aziende non avrebbero possibilità di scelta tra usare Cig a pagamento o gratuita, ovvero se azienda prende Cig deve prenderla gratuita) in cambio dell'impegno a non licenziare nessun dipendente. Diversamente da ora, quindi, dopo il primo luglio non si tratterebbe più di un divieto assoluto di licenziamento (perché un'azienda che non voglia chiedere la Cig è libera di licenziare) ma di un forte incentivo a non farlo (perché il ricorso alla Cig è gratuito per l'azienda). Draghi spera che in questa mediazione si ritrovino anche imprese e sindacati ancora sulle barricate pur mantenendo aperta la carta del dialogo con l'esecutivo con la richiesta di bloccare i licenziamenti fino al 31 ottobre in attesa della riforma degli ammortizzatori sociali. Resta da capire quali saranno i prossimi passaggi: l'articolo del decreto relativo ai licenziamenti sarà riscritto. Il provvedimento «migliorato» dovrà tornare sul tavolo del Consiglio dei ministri? È assai probabile di no. Tenendo, infatti, ferme le date di sblocco del divieto alla situazione pre incursione di Orlando non si rischia di disallineare l'agenda rispetto ai precedenti decreti. Basterà dunque inserire maggiori incentivi per spingere le imprese a trattenere il personale. In queste ore la Ragioneria sta valutando gli impatti della modifica. Di certo, il blitz del titolare del Lavoro che aveva portato in Consiglio dei ministri, giovedì scorso, una proposta accolta da critiche bipartisan di imprese e buona parte della maggioranza, è stato nettamente ridimensionato. E il tentativo del ministro di imporre la linea è fallito. Ma sul piano politico restano degli strascichi. Perché sempre ieri, mentre il premier parlava a Bruxelles, su Twitter il ministro della Salute nonché capodelegazione di Leu, Roberto Speranza, ha cinguettato il «pieno sostegno ad Andrea Orlando che si batte ogni giorno a difesa dei diritti dei lavoratori». Dai 5 stelle a difendere il ministro è intervenuto su Facebook il capodelegazione Stefano Patuanelli definendo la proposta fatta da Orlando in Consiglio dei ministri «chiara e condivisibile» perché «consente alle aziende un'ordinata uscita dal blocco dei licenziamenti, tutelando in questa fase ancora delicata per l'economia del nostro Paese tanto i lavoratori quanto le imprese. Entrambi sono soggetti fragili in questa fase, non devono essere messe in contrapposizione né a livello politico, né su quello sociale». Intanto Orlando parla di «polemica assolutamente ingiustificata e priva di fondamento», come ha detto intervistato dal Tg3. «La norma è stata trasmessa nelle forme dovute al Consiglio dei ministri, illustrata in una conferenza stampa. Si tratta di una norma ispirata esclusivamente dal buon senso», ha poi chiosato annunciando anche che la riforma degli ammortizzatori sociali approderà in cdm entro luglio. Tutto finito? Assolutamente no. C'è da aspettarsi il fuoco di sbarramento in Aula. Mezzo Pd, Leu e 5 stelle cercheranno la strada degli emendamenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/orlando-stop-licenziamenti-2653107402.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="speranza-e-la-cei-corrono-in-aiuto-del-ministro-del-lavoro-sconfessato" data-post-id="2653107402" data-published-at="1621978951" data-use-pagination="False"> Speranza e la Cei corrono in aiuto del ministro del Lavoro sconfessato Sulla sanità e sulla gestione dell'emergenza pandemica Mario Draghi ha fin qui coperto il suo ministro Roberto Speranza. Non sembra essere andata allo stesso modo con il responsabile del Lavoro Andrea Orlando. Che, durante la conferenza stampa dello scorso 20 maggio, gli era seduto accanto quando commentando la proroga del blocco dei licenziamenti proposta nel decreto Sostegni bis aveva invocato «interventi mirati piuttosto che generalizzati, che rischiano di dare risorse a chi non ne ha bisogno». Sul blitz, già rientrato, o Draghi è stato colto alla sprovvista (difficile crederlo) oppure il premier sapeva e ha mandato avanti Orlando per poi lasciarlo solo. Di certo, il «fuoco amico» alimentato dall'endorsement arrivato ieri proprio da Speranza in soccorso di Orlando va subito spento dai pompieri di Palazzo Chigi. E quella che qualcuno continua a dipingere come la spina del fianco del governo Draghi -ovvero il centrodestra e in primis la Lega di Matteo Salvini -può ora diventare una sponda necessaria per respingere gli attacchi del Pd grillinizzato. Intanto, a fare da contorno al retroscena politico ieri sono state le dichiarazioni delle parti sociali, di Confindustria che brinda, dei sindacati che minacciano scioperi. E in campo è scesa pure la Conferenza episcopale italiana: «Non si può chiudere improvvisamente l'ombrello», ha infatti detto il vicepresidente della Cei e vescovo di Novara, monsignor Franco Giulio Brambilla, a margine dell'assemblea dei vescovi. Dopo «il duplice ombrello, l'impossibilità dei licenziamenti e gli ammortizzatori sociali», «bisogna immaginare un'uscita graduale. Con tutti i soldi spesi fino adesso, chiudere improvvisamente l'ombrello farebbe galleggiare, scusate l'espressione, molti morti», ha aggiunto. I vescovi sono sulla stessa linea dei sindacati. Con lo slogan «No allo sblocco dei licenziamenti, no al nuovo codice degli appalti», l'Usb lavoro privato ha proclamato otto ore di sciopero a partire dalla prossima settimana contro le «decisioni estremamente negative per i lavoratori e estremamente positive per Confindustria prese dal governo in questi giorni» e contro «l'ampia libertà alle imprese di peggiorare condizioni salariali e lavorative, con il massimo ribasso nelle gare e l'ampliamento della possibilità di appaltare e subappaltare». Con l'uscita dal blocco dei licenziamenti «ci sono fonti del governo e Bankitalia che indicano in quasi 577.000 i posti di lavoro a rischio dal primo luglio», ha attaccato ieri anche il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, ribadendo che «la soluzione adottata è assolutamente debole e non riuscirà ad arginare lo tsunami sociale e occupazionale». Il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, chiede di prolungare il blocco dei licenziamenti con un patto «tra noi e voi, fino a dicembre, utilizzando la cassa integrazione», ha detto ieri, lanciando la proposta alle associazioni dell'artigianato Confartigianato imprese, Cna, Casartigiani, Claai . Dall'altra parte della barricata, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi sposa la tesi della sottosegretario al Lavoro, Tiziana Nisini, che ha parlato di un'imboscata di Orlando. Avere una contesto di «lealtà istituzionale» è «fondamentale in un Paese che deve uscire da un periodo di crisi drammatica. Una crisi sanitaria, un crisi sociale, una crisi economica», ha sottolineato ieri Bonomi. Aggiungendo che «se non ci sono le fondamenta di un rapporto di lealtà istituzionale sarà molto difficile».
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
Continua a leggereRiduci
A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
Continua a leggereRiduci