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2021-05-26
Orlando battuto: addio stop ai licenziamenti
Andrea Orlando (A.Masiello/Getty Images)
Il blitz del ministro del Lavoro Andrea Orlando è già rientrato. La proroga al 28 agosto del blocco dei licenziamenti è infatti saltata, sparendo dal decreto Sostegni bis. Detto con le parole di Mario Draghi, «la mediazione ha retto, l'intervento che abbiamo previsto è in linea con tutti gli altri Paesi Ue. Garantiamo la Cig anche dopo il primo luglio in cambio dell'impegno a licenziare. Un'azienda che non vuole chiedere la Cig è libera di licenziare, ma c'è un incentivo a non farlo». Il premier ha parlato ieri al termine del Consiglio europeo soffermandosi sul tema del blocco e spiegando che «il testo è stato migliorato». In sostanza, dal primo luglio non c'è più il divieto assoluto di licenziare, «perché un'azienda che non richiede la cassa può farlo», ma c'è un «forte incentivo a non farlo. Tutto ciò solo per industria e edilizia, mentre per i servizi il blocco per tutti, sia che usino o meno la Cig, dura fino a fine ottobre. e la Cig gratuita fino a fine anno. Mi pare una mediazione che certamente scontenta chi avrebbero voluto continuare con il blocco ma non scontenta quelli che avrebbero voluto sbloccare tutto immediatamente», ha spiegato Draghi. Sottolineando che «il governo aveva già annunciato il termine del blocco all'epoca della presentazione del Def, e quindi questo provvedimento è decisamente un miglioramento rispetto alla situazione precedente».
Fino al 30 giugno c'è la cassa integrazione Covid gratuita e il divieto di licenziamento totale per tutte le aziende, sia quelle che usano la Cig sia quelle che non la usano - spiegano da Palazzo Chigi - e in assenza di un intervento da parte dell'esecutivo, l'industria e l'edilizia tornerebbero alla normalità dal primo luglio, ovvero userebbero la loro Cig ordinaria che ha un costo di funzionamento del 9%-15% della retribuzione e avrebbero la libertà di licenziare. L'intervento che il governo prevede, «in linea con tutti gli altri Paesi europei che da sempre hanno preso questa strada», ha precisato il presidente del Consiglio, è quindi quello di garantire la Cig gratuita anche dopo il primo luglio (le aziende non avrebbero possibilità di scelta tra usare Cig a pagamento o gratuita, ovvero se azienda prende Cig deve prenderla gratuita) in cambio dell'impegno a non licenziare nessun dipendente. Diversamente da ora, quindi, dopo il primo luglio non si tratterebbe più di un divieto assoluto di licenziamento (perché un'azienda che non voglia chiedere la Cig è libera di licenziare) ma di un forte incentivo a non farlo (perché il ricorso alla Cig è gratuito per l'azienda).
Draghi spera che in questa mediazione si ritrovino anche imprese e sindacati ancora sulle barricate pur mantenendo aperta la carta del dialogo con l'esecutivo con la richiesta di bloccare i licenziamenti fino al 31 ottobre in attesa della riforma degli ammortizzatori sociali. Resta da capire quali saranno i prossimi passaggi: l'articolo del decreto relativo ai licenziamenti sarà riscritto. Il provvedimento «migliorato» dovrà tornare sul tavolo del Consiglio dei ministri? È assai probabile di no. Tenendo, infatti, ferme le date di sblocco del divieto alla situazione pre incursione di Orlando non si rischia di disallineare l'agenda rispetto ai precedenti decreti. Basterà dunque inserire maggiori incentivi per spingere le imprese a trattenere il personale. In queste ore la Ragioneria sta valutando gli impatti della modifica.
Di certo, il blitz del titolare del Lavoro che aveva portato in Consiglio dei ministri, giovedì scorso, una proposta accolta da critiche bipartisan di imprese e buona parte della maggioranza, è stato nettamente ridimensionato. E il tentativo del ministro di imporre la linea è fallito. Ma sul piano politico restano degli strascichi. Perché sempre ieri, mentre il premier parlava a Bruxelles, su Twitter il ministro della Salute nonché capodelegazione di Leu, Roberto Speranza, ha cinguettato il «pieno sostegno ad Andrea Orlando che si batte ogni giorno a difesa dei diritti dei lavoratori».
Dai 5 stelle a difendere il ministro è intervenuto su Facebook il capodelegazione Stefano Patuanelli definendo la proposta fatta da Orlando in Consiglio dei ministri «chiara e condivisibile» perché «consente alle aziende un'ordinata uscita dal blocco dei licenziamenti, tutelando in questa fase ancora delicata per l'economia del nostro Paese tanto i lavoratori quanto le imprese. Entrambi sono soggetti fragili in questa fase, non devono essere messe in contrapposizione né a livello politico, né su quello sociale». Intanto Orlando parla di «polemica assolutamente ingiustificata e priva di fondamento», come ha detto intervistato dal Tg3. «La norma è stata trasmessa nelle forme dovute al Consiglio dei ministri, illustrata in una conferenza stampa. Si tratta di una norma ispirata esclusivamente dal buon senso», ha poi chiosato annunciando anche che la riforma degli ammortizzatori sociali approderà in cdm entro luglio. Tutto finito? Assolutamente no. C'è da aspettarsi il fuoco di sbarramento in Aula. Mezzo Pd, Leu e 5 stelle cercheranno la strada degli emendamenti.
Speranza e la Cei corrono in aiuto del ministro del Lavoro sconfessato
Sulla sanità e sulla gestione dell'emergenza pandemica Mario Draghi ha fin qui coperto il suo ministro Roberto Speranza. Non sembra essere andata allo stesso modo con il responsabile del Lavoro Andrea Orlando. Che, durante la conferenza stampa dello scorso 20 maggio, gli era seduto accanto quando commentando la proroga del blocco dei licenziamenti proposta nel decreto Sostegni bis aveva invocato «interventi mirati piuttosto che generalizzati, che rischiano di dare risorse a chi non ne ha bisogno». Sul blitz, già rientrato, o Draghi è stato colto alla sprovvista (difficile crederlo) oppure il premier sapeva e ha mandato avanti Orlando per poi lasciarlo solo. Di certo, il «fuoco amico» alimentato dall'endorsement arrivato ieri proprio da Speranza in soccorso di Orlando va subito spento dai pompieri di Palazzo Chigi. E quella che qualcuno continua a dipingere come la spina del fianco del governo Draghi -ovvero il centrodestra e in primis la Lega di Matteo Salvini -può ora diventare una sponda necessaria per respingere gli attacchi del Pd grillinizzato.
Intanto, a fare da contorno al retroscena politico ieri sono state le dichiarazioni delle parti sociali, di Confindustria che brinda, dei sindacati che minacciano scioperi. E in campo è scesa pure la Conferenza episcopale italiana: «Non si può chiudere improvvisamente l'ombrello», ha infatti detto il vicepresidente della Cei e vescovo di Novara, monsignor Franco Giulio Brambilla, a margine dell'assemblea dei vescovi. Dopo «il duplice ombrello, l'impossibilità dei licenziamenti e gli ammortizzatori sociali», «bisogna immaginare un'uscita graduale. Con tutti i soldi spesi fino adesso, chiudere improvvisamente l'ombrello farebbe galleggiare, scusate l'espressione, molti morti», ha aggiunto.
I vescovi sono sulla stessa linea dei sindacati. Con lo slogan «No allo sblocco dei licenziamenti, no al nuovo codice degli appalti», l'Usb lavoro privato ha proclamato otto ore di sciopero a partire dalla prossima settimana contro le «decisioni estremamente negative per i lavoratori e estremamente positive per Confindustria prese dal governo in questi giorni» e contro «l'ampia libertà alle imprese di peggiorare condizioni salariali e lavorative, con il massimo ribasso nelle gare e l'ampliamento della possibilità di appaltare e subappaltare». Con l'uscita dal blocco dei licenziamenti «ci sono fonti del governo e Bankitalia che indicano in quasi 577.000 i posti di lavoro a rischio dal primo luglio», ha attaccato ieri anche il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, ribadendo che «la soluzione adottata è assolutamente debole e non riuscirà ad arginare lo tsunami sociale e occupazionale». Il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, chiede di prolungare il blocco dei licenziamenti con un patto «tra noi e voi, fino a dicembre, utilizzando la cassa integrazione», ha detto ieri, lanciando la proposta alle associazioni dell'artigianato Confartigianato imprese, Cna, Casartigiani, Claai .
Dall'altra parte della barricata, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi sposa la tesi della sottosegretario al Lavoro, Tiziana Nisini, che ha parlato di un'imboscata di Orlando. Avere una contesto di «lealtà istituzionale» è «fondamentale in un Paese che deve uscire da un periodo di crisi drammatica. Una crisi sanitaria, un crisi sociale, una crisi economica», ha sottolineato ieri Bonomi. Aggiungendo che «se non ci sono le fondamenta di un rapporto di lealtà istituzionale sarà molto difficile».
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Mario Draghi annuncia la nuova norma: Cig gratuita per industria ed edilizia, a patto che nessuno venga lasciato a casa. Chi non la usa potrà ristrutturare. Il Sostegni bis non dovrebbe ripassare dal Cdm, ma si teme la battaglia in Aula: anche M5s con il democratico.Monsignor Franco Giulio Brambilla: «Non si può chiudere l'ombrello». Si rafforza il centrodestra.Lo speciale contiene due articoli.Il blitz del ministro del Lavoro Andrea Orlando è già rientrato. La proroga al 28 agosto del blocco dei licenziamenti è infatti saltata, sparendo dal decreto Sostegni bis. Detto con le parole di Mario Draghi, «la mediazione ha retto, l'intervento che abbiamo previsto è in linea con tutti gli altri Paesi Ue. Garantiamo la Cig anche dopo il primo luglio in cambio dell'impegno a licenziare. Un'azienda che non vuole chiedere la Cig è libera di licenziare, ma c'è un incentivo a non farlo». Il premier ha parlato ieri al termine del Consiglio europeo soffermandosi sul tema del blocco e spiegando che «il testo è stato migliorato». In sostanza, dal primo luglio non c'è più il divieto assoluto di licenziare, «perché un'azienda che non richiede la cassa può farlo», ma c'è un «forte incentivo a non farlo. Tutto ciò solo per industria e edilizia, mentre per i servizi il blocco per tutti, sia che usino o meno la Cig, dura fino a fine ottobre. e la Cig gratuita fino a fine anno. Mi pare una mediazione che certamente scontenta chi avrebbero voluto continuare con il blocco ma non scontenta quelli che avrebbero voluto sbloccare tutto immediatamente», ha spiegato Draghi. Sottolineando che «il governo aveva già annunciato il termine del blocco all'epoca della presentazione del Def, e quindi questo provvedimento è decisamente un miglioramento rispetto alla situazione precedente». Fino al 30 giugno c'è la cassa integrazione Covid gratuita e il divieto di licenziamento totale per tutte le aziende, sia quelle che usano la Cig sia quelle che non la usano - spiegano da Palazzo Chigi - e in assenza di un intervento da parte dell'esecutivo, l'industria e l'edilizia tornerebbero alla normalità dal primo luglio, ovvero userebbero la loro Cig ordinaria che ha un costo di funzionamento del 9%-15% della retribuzione e avrebbero la libertà di licenziare. L'intervento che il governo prevede, «in linea con tutti gli altri Paesi europei che da sempre hanno preso questa strada», ha precisato il presidente del Consiglio, è quindi quello di garantire la Cig gratuita anche dopo il primo luglio (le aziende non avrebbero possibilità di scelta tra usare Cig a pagamento o gratuita, ovvero se azienda prende Cig deve prenderla gratuita) in cambio dell'impegno a non licenziare nessun dipendente. Diversamente da ora, quindi, dopo il primo luglio non si tratterebbe più di un divieto assoluto di licenziamento (perché un'azienda che non voglia chiedere la Cig è libera di licenziare) ma di un forte incentivo a non farlo (perché il ricorso alla Cig è gratuito per l'azienda). Draghi spera che in questa mediazione si ritrovino anche imprese e sindacati ancora sulle barricate pur mantenendo aperta la carta del dialogo con l'esecutivo con la richiesta di bloccare i licenziamenti fino al 31 ottobre in attesa della riforma degli ammortizzatori sociali. Resta da capire quali saranno i prossimi passaggi: l'articolo del decreto relativo ai licenziamenti sarà riscritto. Il provvedimento «migliorato» dovrà tornare sul tavolo del Consiglio dei ministri? È assai probabile di no. Tenendo, infatti, ferme le date di sblocco del divieto alla situazione pre incursione di Orlando non si rischia di disallineare l'agenda rispetto ai precedenti decreti. Basterà dunque inserire maggiori incentivi per spingere le imprese a trattenere il personale. In queste ore la Ragioneria sta valutando gli impatti della modifica. Di certo, il blitz del titolare del Lavoro che aveva portato in Consiglio dei ministri, giovedì scorso, una proposta accolta da critiche bipartisan di imprese e buona parte della maggioranza, è stato nettamente ridimensionato. E il tentativo del ministro di imporre la linea è fallito. Ma sul piano politico restano degli strascichi. Perché sempre ieri, mentre il premier parlava a Bruxelles, su Twitter il ministro della Salute nonché capodelegazione di Leu, Roberto Speranza, ha cinguettato il «pieno sostegno ad Andrea Orlando che si batte ogni giorno a difesa dei diritti dei lavoratori». Dai 5 stelle a difendere il ministro è intervenuto su Facebook il capodelegazione Stefano Patuanelli definendo la proposta fatta da Orlando in Consiglio dei ministri «chiara e condivisibile» perché «consente alle aziende un'ordinata uscita dal blocco dei licenziamenti, tutelando in questa fase ancora delicata per l'economia del nostro Paese tanto i lavoratori quanto le imprese. Entrambi sono soggetti fragili in questa fase, non devono essere messe in contrapposizione né a livello politico, né su quello sociale». Intanto Orlando parla di «polemica assolutamente ingiustificata e priva di fondamento», come ha detto intervistato dal Tg3. «La norma è stata trasmessa nelle forme dovute al Consiglio dei ministri, illustrata in una conferenza stampa. Si tratta di una norma ispirata esclusivamente dal buon senso», ha poi chiosato annunciando anche che la riforma degli ammortizzatori sociali approderà in cdm entro luglio. Tutto finito? Assolutamente no. C'è da aspettarsi il fuoco di sbarramento in Aula. Mezzo Pd, Leu e 5 stelle cercheranno la strada degli emendamenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/orlando-stop-licenziamenti-2653107402.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="speranza-e-la-cei-corrono-in-aiuto-del-ministro-del-lavoro-sconfessato" data-post-id="2653107402" data-published-at="1621978951" data-use-pagination="False"> Speranza e la Cei corrono in aiuto del ministro del Lavoro sconfessato Sulla sanità e sulla gestione dell'emergenza pandemica Mario Draghi ha fin qui coperto il suo ministro Roberto Speranza. Non sembra essere andata allo stesso modo con il responsabile del Lavoro Andrea Orlando. Che, durante la conferenza stampa dello scorso 20 maggio, gli era seduto accanto quando commentando la proroga del blocco dei licenziamenti proposta nel decreto Sostegni bis aveva invocato «interventi mirati piuttosto che generalizzati, che rischiano di dare risorse a chi non ne ha bisogno». Sul blitz, già rientrato, o Draghi è stato colto alla sprovvista (difficile crederlo) oppure il premier sapeva e ha mandato avanti Orlando per poi lasciarlo solo. Di certo, il «fuoco amico» alimentato dall'endorsement arrivato ieri proprio da Speranza in soccorso di Orlando va subito spento dai pompieri di Palazzo Chigi. E quella che qualcuno continua a dipingere come la spina del fianco del governo Draghi -ovvero il centrodestra e in primis la Lega di Matteo Salvini -può ora diventare una sponda necessaria per respingere gli attacchi del Pd grillinizzato. Intanto, a fare da contorno al retroscena politico ieri sono state le dichiarazioni delle parti sociali, di Confindustria che brinda, dei sindacati che minacciano scioperi. E in campo è scesa pure la Conferenza episcopale italiana: «Non si può chiudere improvvisamente l'ombrello», ha infatti detto il vicepresidente della Cei e vescovo di Novara, monsignor Franco Giulio Brambilla, a margine dell'assemblea dei vescovi. Dopo «il duplice ombrello, l'impossibilità dei licenziamenti e gli ammortizzatori sociali», «bisogna immaginare un'uscita graduale. Con tutti i soldi spesi fino adesso, chiudere improvvisamente l'ombrello farebbe galleggiare, scusate l'espressione, molti morti», ha aggiunto. I vescovi sono sulla stessa linea dei sindacati. Con lo slogan «No allo sblocco dei licenziamenti, no al nuovo codice degli appalti», l'Usb lavoro privato ha proclamato otto ore di sciopero a partire dalla prossima settimana contro le «decisioni estremamente negative per i lavoratori e estremamente positive per Confindustria prese dal governo in questi giorni» e contro «l'ampia libertà alle imprese di peggiorare condizioni salariali e lavorative, con il massimo ribasso nelle gare e l'ampliamento della possibilità di appaltare e subappaltare». Con l'uscita dal blocco dei licenziamenti «ci sono fonti del governo e Bankitalia che indicano in quasi 577.000 i posti di lavoro a rischio dal primo luglio», ha attaccato ieri anche il segretario generale della Cisl, Luigi Sbarra, ribadendo che «la soluzione adottata è assolutamente debole e non riuscirà ad arginare lo tsunami sociale e occupazionale». Il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, chiede di prolungare il blocco dei licenziamenti con un patto «tra noi e voi, fino a dicembre, utilizzando la cassa integrazione», ha detto ieri, lanciando la proposta alle associazioni dell'artigianato Confartigianato imprese, Cna, Casartigiani, Claai . Dall'altra parte della barricata, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi sposa la tesi della sottosegretario al Lavoro, Tiziana Nisini, che ha parlato di un'imboscata di Orlando. Avere una contesto di «lealtà istituzionale» è «fondamentale in un Paese che deve uscire da un periodo di crisi drammatica. Una crisi sanitaria, un crisi sociale, una crisi economica», ha sottolineato ieri Bonomi. Aggiungendo che «se non ci sono le fondamenta di un rapporto di lealtà istituzionale sarà molto difficile».
Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Non gli bastano le centinaia di miliardi sborsati dall’Ue, macché: secondo quanto riferisce Politico.eu avrebbe chiesto ulteriori 20 miliardi di dollari. E stavolta li ha chiesti alla Nato. Proprio così. Venti miliardi cash che dovrebbero uscire dalle casse dell’Alleanza atlantica e finire diritti diritti all’esercito di Kiev, cessi d’oro permettendo. E a cosa serviranno questi soldi? A difendere la democrazia? Macché: ad attaccare la Russia. Sono gli stessi ucraini, alti funzionari della difesa, ad ammetterlo: «Tutti vedono che la Russia sta bruciando, noi vogliamo che bruci ancor di più». Quindi la Nato paghi subito e senza fare storie perché, dicono, «la finestra di opportunità potrebbe chiudersi». Chiaro, no? Per non chiudere le finestre d’opportunità, bisogna aprire i portafogli.
Il Parlamento europeo ha calcolato che fra febbraio 2022 e febbraio 2026 nelle casse ucraine siano finiti circa 200 miliardi di euro. Di questi oltre 15 miliardi sono stati pagati dai cittadini italiani. Poi poche settimane fa, dopo un lungo tiramolla, c’è stato un ulteriore stanziamento di 90 miliardi di euro. Uno pensa: si accontenteranno. Invece no. Invece, come quei figli spendaccioni, che più gli aumenti la paghetta e più scialano, e non ne hanno mai abbastanza, Zelensky è tornato a bussare quattrini. Vuole 20 miliardi di dollari, cioè 17,3 miliardi di euro al cambio attuale. E stavolta li chiede alla Nato che ovviamente li chiederà agli Stati membri. Risultato: pagano sempre i cittadini. Compresi i cittadini italiani che già non sono felici di dover versare più soldi alla Nato (il famoso 5 per cento del Pil), mentre la sanità è a pezzi e le pensioni restano da fame. Se poi gli dici che devono dare ancor più soldi alla Nato per dare ancor più soldi a Zelensky, perché deve andare a bombardare Mosca, che diranno secondo voi?
Eppure stando alle indiscrezioni autorevolmente riportate da Politico.eu, sembra tutto apparecchiato. La proposta verrà ufficialmente presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come «formato Ramstein». E poi sarà discussa nel vertice dei leader della Nato che si terrà a luglio ad Ankara, al quale parteciperà il questuante Zelensky.
«A ciascun alleato verrà chiesto un contributo tra i 2 e i 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi», dicono gli alti funzionari ucraini aggiungendo, bontà loro, che «potrà trattarsi di aiuti o di prestiti». In pratica: i Paesi della Nato potranno scegliere se donare i soldi a fondo perduto o fingere che i soldi siano prestati, anche se non torneranno mai indietro. Non è meraviglioso? In compenso a Kiev sanno già come spenderli quei soldi, sempre al netto dei cessi d’oro, s’intende: acquisteranno «più droni, munizioni, apparecchiature per la guerra elettronica e soprattutto strumenti con capacità a lungo raggio». Ovvio: la Russia brucia, ora brucerà di più. E intanto bruciano anche un po’ dei nostri risparmi.
Comunque sembra tutto deciso. E, per portarsi avanti, ieri Zelensky ha annunciato aumenti di stipendio per i militari ucraini, che saranno operativi, retroattivamente, dal 1 giugno. Si alza il livello minimo della retribuzione, vengono «introdotti nuovi contratti molto più vantaggiosi» e anche premi di produzione legati al numero di combattimenti cui i soldati parteciperanno. In pratica più ne ammazzi, più bonus avrai in busta paga. «L’Ucraina ha le risorse per aumentare gli stipendi nelle Forze armate», ha annunciato trionfante Zelensky con apposito video. Dimenticando di dire che quelle risorse l’Ucraina ce l’ha perché gliele abbiamo gentilmente offerte noi…
Ora però non resta che aspettare il momento in cui i Paesi Nato gli offriranno il resto. E sarà bello sentire come lo spiegheranno ai loro cittadini: scusate, cari italiani, lo sappiamo che abbiamo già dato una barcata di miliardi a quel signore di Kiev, lo sappiamo che grazie ai nostri soldi lui può fare contratti vantaggiosi ai militari ucraini mentre gli stipendi nostri continuano a essere miseri, lo sappiamo che abbiamo già applicato venti pacchetti di sanzioni alla Russia che hanno fatto più male a noi che a loro, lo sappiamo che, come Ue, abbiamo appena stanziato 90 miliardi per sostenere gli eroici combattenti ucraini, ma adesso, scusateci, dobbiamo aggiungerne un’altra ventina, tutti insieme, e a noi italiani ne toccano non meno di due. Abbiate pazienza, ma così va il mondo oggi: lacrime, sangue e oro a Kiev. Non siete contenti? Lo sappiamo. Ma già che ci siamo vorremmo farvi una confidenza: sapete quello che vi abbiamo sempre detto, cioè che i vostri soldi servono per difendere l’Ucraina? Ecco: non è così. Quei soldi oggi non servono per difendere l’Ucraina: servono per attaccare la Russia. Dunque pagate e bombardate con noi: è il momento del lungo raggio, non del braccio corto.
Eppure vi ricordate quanta prudenza c’era all’inizio della guerra, quando cominciarono i primi finanziamenti all’Ucraina? «Daremo solo armi difensive», si diceva. Poi dopo un po’ la correzione: no, daremo anche armi offensive, ma solo leggere. Poi: no, daremo armi offensive e anche pesanti. Cioè i carri armati. Poi anche i super carri armati. Poi i missili a corto raggio. Poi a medio raggio. Poi a lungo raggio e pure i caccia. Ora si arriva direttamente al finanziamento Nato per «far bruciare la Russia». In pratica: si trascina la Nato in guerra per interposto quattrino. Non è uno scherzo: passo dopo passo ci siamo arrivati. Se la richiesta sarà avanzata e accettata, in effetti, la Nato parteciperà di fatto all’attacco alla Russia, in modo esplicito, senza per altro che una dichiarazione di guerra sia mai stata presentata e votata dai Parlamenti degli stati membri. Il prossimo che dice che così difendiamo la democrazia merita altri 20 miliardi. Ma di calci nel sedere.
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Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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Francesco Cafiso, sassofonista siciliano che ha conquistato il mondo da giovanissimo senza dimenticare le sue radici, presenta il suo Vittoria Jazz Festival. Ricorda l’incontro che gli ha cambiato la vita, a 13 anni, con Wynton Marsalis. E rende omaggio al concittadino Arturo Di Modica, papà del Toro di Wall Street.
(Ansa)
Dovrebbe essere Ginevra, in Svizzera e non in un Paese dell’Ue, il luogo scelto per una svolta destinata a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Secondo Reuters e Bloomberg, un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo potrebbe essere firmato domenica o lunedì dal vicepresidente americano, JD Vance, e dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf. A rafforzare le aspettative è intervenuto il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif: «La pace non è mai stata così vicina come lo è adesso», ha scritto su X, sostenendo che è stato raggiunto un testo condiviso e che Islamabad sta lavorando con entrambe le parti per definire gli ultimi dettagli dell’intesa.
Nonostante l’ottimismo dei mediatori, attorno all’accordo continua a regnare incertezza. A generarla sono soprattutto le dichiarazioni contraddittorie provenienti da Teheran, dove le diverse anime del regime sembrano raccontare versioni differenti dello stesso memorandum. Secondo la Casa Bianca, l’Iran avrebbe accettato di smantellare il programma nucleare, distruggere il materiale fissile accumulato e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz. Un alto funzionario americano ha precisato che nessun fondo iraniano congelato verrà sbloccato fino a quando Teheran non avrà dimostrato di rispettare gli impegni assunti. Le agenzie iraniane raccontano però una storia diversa. Mehr sostiene che l’accordo prevederebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati durante il periodo negoziale di 60 giorni. L’agenzia ufficiale Irna afferma che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che la gestione futura dell’area dovrà essere concordata con l’Oman.
Le divergenze riguardano proprio i punti più delicati dell’intesa e riflettono le profonde divisioni interne alla Repubblica islamica, già emerse nelle scorse ore con la diffusione di una bozza in 14 punti attribuita agli ambienti più radicali del regime.
Le indiscrezioni provenienti da Teheran hanno provocato l’irritazione di Donald Trump. In un messaggio pubblicato su Truth, il presidente americano ha accusato il regime di diffondere informazioni false sul contenuto dell’intesa. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media non hanno nulla a che vedere con quelle concordate per iscritto», ha scritto. Trump, che ha accusato gli europei di essere stati «inutili», aggiungendo però, col Corriere, che potranno aiutare gli Usa nel dopoguerra, ha definito «disonorevole» il comportamento dei negoziatori iraniani, pur continuando a sostenere che l’accordo sia vicino. Sulla stessa linea il vicepresidente Vance: «Gli iraniani non ricevono contanti e nessun fondo viene sbloccato soltanto per firmare un accordo o partecipare a un incontro», ha scritto su X, smentendo le indiscrezioni relative a un immediato rilascio di risorse finanziarie. Sul fronte iraniano, il coinvolgimento di Ghalibaf viene interpretato come un segnale politico significativo. La sua eventuale firma rappresenterebbe il sostegno di una parte importante dell’establishment iraniano all’intesa. Restano però forti dubbi sulla posizione definitiva della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, e delle correnti più radicali del regime. Anche il dossier libanese continua a rappresentare un elemento di tensione. Hezbollah insiste affinché qualsiasi accordo comprenda la cessazione delle ostilità in Libano, una richiesta che complica il lavoro dei mediatori.
Se a Washington prevale l’ottimismo, a Gerusalemme domina la prudenza. Secondo fonti israeliane citate dalla Cnn, l’annuncio di Trump sull’accordo avrebbe colto di sorpresa lo stesso Benjamin Netanyahu durante una riunione sulla sicurezza nazionale. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Channel 12, che citava una fonte americana, durante l’ultima telefonata del premier israeliano con Trump, il presidente statunitense avrebbe sostenuto che l’accordo in discussione rappresenti un passo positivo e che sia arrivato il momento di mettere fine al conflitto.
Le preoccupazioni israeliane trovano conferma negli sviluppi sul terreno. Un convoglio umanitario organizzato dal nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, e diretto verso alcuni villaggi cristiani del Sud del Paese, è stato fermato dall’esercito israeliano e costretto a modificare il proprio itinerario. L’episodio si inserisce in un contesto di forte tensione. Secondo le Forze di difesa israeliane, nell’ultima settimana sono stati colpiti circa 310 obiettivi di Hezbollah e neutralizzati 80 miliziani. In questo quadro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. Katz ha inoltre affermato che lui e Netanyahu hanno ordinato all’esercito di prepararsi all’eventualità di un’azione autonoma per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.
La possibile firma rappresenterebbe una svolta storica. Tuttavia, le divergenze tra Washington e Teheran sul contenuto dell’intesa, le tensioni in Libano e le molte riserve israeliane mostrano quanto il percorso verso una stabilizzazione della regione resti fragile e tutt’altro che scontato.
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