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2019-03-13
Orafi, disabili e tabaccai. Storie di chi si è rovinato solo per salvarsi la pelle
Ansa
ll gioielliere Robertino Zancan ha perso 1 milione di euro. Il tabaccaio Franco Birolo, invece, ha già investito 120.000 euro in spese legali e ora sulla sua testa pende la spada di Damocle di un risarcimento da 325.000. Benvenuti nel mondo della legittima difesa alla rovescia, dove le vittime sono costrette a pagare per aver protetto sé stessi e la propria attività dall'assalto dei ladri. In attesa del via libera alla legge, Panorama racconta le storie di chi è costretto a spendere cifre enormi per avere giustizia. Come, appunto, Robertino Zancan, 41 anni, gioielliere di Ponte di Nanto - nel Vicentino - che a inizio dicembre 2005 si ritrova sotto sequestro di una banda di slavi. Non pensa al proiettile che potrebbe fargli saltare il cranio, ma a moglie e figli in piedi davanti a sé: un ragazzino di 8 anni e una bimba di 4 aggrappata alla gamba della mamma. Quattro scassinatori l'hanno già immobilizzato a forza di pugni allo stomaco. Sono gli stessi che 20 giorni prima entrarono nel cortile di casa durante la notte. Lui, spaventato, per farli scappare aveva sparato in aria con la pistola regolarmente posseduta. Chiamò i carabinieri che trovarono i bossoli nel cortile ma non i segni di scasso, così gli tolsero l'arma e finì su tutti i giornali locali per un «comportamento da Far West». Grazie alla notizia, i ladri sanno che non è più armato e così tornano. «Non abbiamo nulla qua», grida Zancan con la faccia a terra. Prende altri pugni, poi in tre mettono sottosopra la casa non trovando quello che cercano e insistono: «O ci dai quello che vogliamo o vi ammazziamo tutti». Uno di loro va verso la moglie e gli strappa la figlioletta scaraventandola per aria. «Non c'ho visto più», racconta Zancan, «anche gli animali reagiscono se gli tocchi i cuccioli. Mi sono lanciato contro l'uomo urlando “fermo!"». Ma un altro da dietro gli torce il braccio e gli rompe una spalla. Come furie si scaraventano su di lui e lo massacrano. Resta a terra. Dopo ore gli slavi trovano una vecchia cassetta di sicurezza nascosta in casa, Zancan dà loro le chiavi e vanno via con la refurtiva. Si tratta dell'ennesimo assalto. Anni dopo si sono presentati in azienda in otto, sparando 70 colpi di kalashnikov contro le pareti del locale. Nel tempo, tra attività che ha dovuto chiudere, danni collaterali e avvocati, Zancan ha perso più di 1 milione.
In grande o in piccolo è il classico incubo in cui piomba chi subisce un furto. Se non sei morto la tua vita è stravolta, con traumi psicologici devastanti che ti segnano per sempre [...] Molti hanno provato a difendere la propria vita, quella dei familiari e i propri averi come il meccanico di Bologna Quinto Orsi, 72 anni, che per evitare il furto dell'auto di un cliente è finito in una bara. È il pomeriggio del 21 febbraio 2013 e, nell'officina di famiglia, con il figlio Fabio vede una Punto blu muoversi da sola. Sopra c'è Sonic Halilovic, bosniaco di 23 anni, che la sta rubando. Fabio lo insegue a mani nude. Halilovic accelera furiosamente in retromarcia e investe Quinto, uccidendolo. Poi scappa. «Ogni mattina che vado al lavoro la mente corre sempre lì» spiega con la voce rotta Fabio. [...] Il vicepremier Matteo Salvini ha fatto visita in carcere al piacentino Angelo Peveri, condannato a 4 anni e 6 mesi per il tentato omicidio di un ladro romeno entrato nella sua azienda a rubare gasolio il 5 ottobre 2011. «Ho sempre lavorato, mi hanno derubato 90 volte e vado in galera. Mi sento un coglione», ha detto prima di entrarci.
[...] Ermes Mattielli, disabile con una gamba di legno, fa il rigattiere, ha 62 anni e vive ad Arsiero, tra le montagne vicentine. Il 13 giugno 2006 spara contro due ladri nomadi, sorpresi a rubare nel suo deposito e li ferisce. Nove anni dopo viene condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione e a risarcire i ladri con 135.000 euro. Uno choc. Traumatizzato, senza denaro per sé e neanche per pagare il legale, un mese dopo la condanna muore di infarto. Non c'erano neanche i soldi per il suo funerale.
La notte del 26 aprile del 2012 Igor Ursu, moldavo di 23 anni, e altri tre uomini sfondano con un'auto la vetrina della tabaccheria di Franco Birolo, 47 anni, a Civé nel Padovano. Lui dorme al piano di sopra con moglie e figlia. Sente il trambusto e scende preoccupato che possano entrare in casa. Si ritrova con la pistola in mano in mezzo ai malviventi e mentre sta per essere aggredito alle spalle, spara uccidendo Ursu. Il tabaccaio viene condannato in primo grado a 2 anni e 8 mesi per eccesso colposo di legittima difesa e a risarcire 325.000 euro. Nel marzo 2017 la Corte d'appello lo assolve. E a luglio 2018 la Cassazione dichiara inammissibile la richiesta di risarcimento da parte della famiglia del morto. Però Birolo ha speso in legali più di 120.000 euro: «Ho venduto l'attività perché non avevo più soldi. Ora faccio l'agricoltore, guadagno molto meno, ma vorrei stare tranquillo. Non ne posso più. Assisto meglio i miei genitori anziani». Di recente ha ricevuto una richiesta di mediazione dai parenti del rapinatore ucciso. Atto che preannuncia una probabile causa civile con richiesta danni. [...] Il 24 novembre 2015 tre albanesi incappucciati e armati di pistola sequestrano nella cantina della sua villetta a Rodano (Milano) il gioielliere Rodolfo Corazzo di 59 anni, la moglie e la figlia. Corazzo collabora per più di un'ora, gli albanesi gli portano via più di 100.000 euro, ma vogliono di più. E passano alle maniere forti: puntano un coltello alla gola della figlia. Ne nasce uno scontro e Corazzo tira fuori la pistola che aveva nascosto in tasca, uccidendo uno dei tre. «La vita è stravolta. Non sei più quello di prima» ripete. Indagato per eccesso colposo di legittima difesa, viene archiviato a marzo 2017. «Siamo stati fortunati, l'avvocato e il medico legale ci hanno sostenuti, non ci hanno chiesto denaro», racconta. Oltre i 100 mila euro che gli sono stati rubati, ne ha dovuti spendere altri 15.000 per la sicurezza dell'abitazione e 1.500 per lo psicologo.
Uccidono rapinatore, due negozianti arrestati
La scena del crimine è al civico 169 di via Maqueda, strada storica di Palermo un tempo denominata via Nuova, in pieno centro. Oltre la vetrina del Ronju Shop market - sigillata dagli agenti della polizia scientifica - ci sono i segni evidenti della colluttazione che durante la notte ha animato per qualche ora il quartiere. Alle 2.30 di martedì mattina un magrebino di circa 35 anni è entrato nel market di proprietà di un cittadino del Bangladesh brandendo una bottiglia rotta e pretendendo dal cassiere e da un altro uomo presente nel negozio l'incasso della giornata. La telecamera fissa del negozio ha ripreso gran parte della scena. Si vede il rapinatore che cerca di mettere le mani nella cassa e uno dei due negozianti sollevare un bastone. I tre, però, escono per qualche istante dall'inquadratura. Nella seconda scena i ruoli sono invertiti: c'è il magrebino faccia a terra, tenuto fermo da uno dei due che gli sta seduto sopra e gli stringe il torace con le ginocchia. L'altro uomo ha ancora tra le mani il bastone. Il magrebino scalcia, prova a reagire. Poi resta fermo. Teso. La terza scena è al di fuori dal market: i due salgono su una volante e il magrebino su un carro funebre. Al termine dell'interrogatorio negli uffici della Squadra mobile è scattata l'accusa di omicidio: Matin Abdul, 44 anni, e Humayun Kabir, 41 anni, entrambi del Bangadesh, incensurati e regolari in Italia, dipendenti del negozio di alimentari di proprietà di un loro connazionale, sono finiti ai domiciliari con un decreto di fermo firmato dal pubblico ministero di turno, il sostituto procuratore Giacomo Brandini. I due hanno fornito la stessa versione dei fatti: l'ingresso del magrebino con la bottiglia rotta e il tentativo di bloccarlo per impedirgli l'aggressione. Sostengono che il bastone non è stato usato (nelle immagini video si vede uno dei due uomini armato di bastone, ma non viene ripreso mentre colpisce) e che il magrebino sia morto d'infarto. Il procuratore aggiunto Ennio Petrigni ha disposto l'autopsia. Anche perché dall'ispezione cadaverica non è stato possibile accertare con precisione se la morte è stata provocata dalla colluttazione. Sulla salma non ci sono ferite evidenti. Il magrebino, che con molta probabilità era ubriaco, non portava con sé documenti e potrebbe essere un irregolare. Gli investigatori cercheranno di identificarlo tramite le impronte digitali. A chiamare il 113 è stato il proprietario del negozio, a sua volta avvisato dai dipendenti. Sul posto sono subito intervenuti gli agenti della Sezione volanti che hanno trovato il cadavere a terra e i due ancora nel negozio. La relazione di servizio delle Volanti, le dichiarazioni dei due indagati, i filmati della telecamera interna e di quelle presenti in strada, i rilievi della Scientifica e la relazione del medico legale che ha effettuato l'ispezione cadaverica sono sulla scrivania degli agenti della Sezione omicidi della Squadra mobile di Palermo, coordinata dal vicequestore aggiunto Rodolfo Ruperti. Per i poliziotti, stando ai primi sommari accertamenti, l'ipotesi della rapina finita tragicamente è quella più credibile. Anche perché quell'area della città è bersaglio continuo per delinquenza dello stesso tipo. I commercianti, perlopiù stranieri, sono esasperati. L'ultima aggressione risale a poco meno di due mesi fa. In un market di via Trabia, a due passi dall'isola pedonale di via Maqueda e dal Teatro Massimo, quattro giovani sono entrati col pretesto di comprare una birra. Quando il titolare del negozio - ancora una volta un uomo del Bangladesh - si è girato per prendere la bottiglia, uno dei quattro ha infilato le mani nella cassa arraffando una banconota da 100 euro. Anche in quel caso è nata una colluttazione. Il commerciante è finito con un panetto di ghiaccio su un occhio e uno dei tre giovani è stato arrestato. E ancora qualche mese prima, sempre in via Maqueda, è stato rapinato con la stessa modalità un negozio di abbigliamento indiano.
«Sono stanco di fare finta di niente: del mio pestaggio sotto casa ovvero a 100 metri da piazza Garraffello, del mio amico a cui hanno puntato il coltello alla gola a piazza San Domenico, e adesso di nuovo sotto casa, il tabacchi sfondato e derubato», si è sfogato qualche giorno fa con Blog Sicilia uno dei commercianti del centro storico. La dinamica, insomma, è più o meno sempre la stessa: ma questa volta è finita male per l'aggressore.
Qualora l'autopsia stabilisse che il magrebino è morto di infarto e non in seguito alla colluttazione o per le contusioni da bastonate, cadrebbe l'ipotesi dell'omicidio. Se invece venisse accertato un nesso tra il decesso e le resistenze opposte dall'uomo, i magistrati valuteranno se ci si trovi di fronte a un eccesso colposo o doloso di legittima difesa. Nel frattempo, dopo aver ricevuto una prima informativa riassuntiva dagli investigatori della Squadra mobile (che potrebbe arrivare già questa mattina), i magistrati dovranno avanzare al giudice per le indagini preliminari la richiesta di convalida del decreto di fermo.
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Il gioielliere Robertino Zancan protesse la figlia di 4 anni, nei processi ha perso 1 milione. Ermes Mattielli morì d'infarto: doveva ai banditi 135.000 euro di risarcimento.Africano tenta di svaligiare un minimarket di altri immigrati. Loro reagiscono, lui muore nella colluttazione.Lo speciale contiene due articoli ll gioielliere Robertino Zancan ha perso 1 milione di euro. Il tabaccaio Franco Birolo, invece, ha già investito 120.000 euro in spese legali e ora sulla sua testa pende la spada di Damocle di un risarcimento da 325.000. Benvenuti nel mondo della legittima difesa alla rovescia, dove le vittime sono costrette a pagare per aver protetto sé stessi e la propria attività dall'assalto dei ladri. In attesa del via libera alla legge, Panorama racconta le storie di chi è costretto a spendere cifre enormi per avere giustizia. Come, appunto, Robertino Zancan, 41 anni, gioielliere di Ponte di Nanto - nel Vicentino - che a inizio dicembre 2005 si ritrova sotto sequestro di una banda di slavi. Non pensa al proiettile che potrebbe fargli saltare il cranio, ma a moglie e figli in piedi davanti a sé: un ragazzino di 8 anni e una bimba di 4 aggrappata alla gamba della mamma. Quattro scassinatori l'hanno già immobilizzato a forza di pugni allo stomaco. Sono gli stessi che 20 giorni prima entrarono nel cortile di casa durante la notte. Lui, spaventato, per farli scappare aveva sparato in aria con la pistola regolarmente posseduta. Chiamò i carabinieri che trovarono i bossoli nel cortile ma non i segni di scasso, così gli tolsero l'arma e finì su tutti i giornali locali per un «comportamento da Far West». Grazie alla notizia, i ladri sanno che non è più armato e così tornano. «Non abbiamo nulla qua», grida Zancan con la faccia a terra. Prende altri pugni, poi in tre mettono sottosopra la casa non trovando quello che cercano e insistono: «O ci dai quello che vogliamo o vi ammazziamo tutti». Uno di loro va verso la moglie e gli strappa la figlioletta scaraventandola per aria. «Non c'ho visto più», racconta Zancan, «anche gli animali reagiscono se gli tocchi i cuccioli. Mi sono lanciato contro l'uomo urlando “fermo!"». Ma un altro da dietro gli torce il braccio e gli rompe una spalla. Come furie si scaraventano su di lui e lo massacrano. Resta a terra. Dopo ore gli slavi trovano una vecchia cassetta di sicurezza nascosta in casa, Zancan dà loro le chiavi e vanno via con la refurtiva. Si tratta dell'ennesimo assalto. Anni dopo si sono presentati in azienda in otto, sparando 70 colpi di kalashnikov contro le pareti del locale. Nel tempo, tra attività che ha dovuto chiudere, danni collaterali e avvocati, Zancan ha perso più di 1 milione. In grande o in piccolo è il classico incubo in cui piomba chi subisce un furto. Se non sei morto la tua vita è stravolta, con traumi psicologici devastanti che ti segnano per sempre [...] Molti hanno provato a difendere la propria vita, quella dei familiari e i propri averi come il meccanico di Bologna Quinto Orsi, 72 anni, che per evitare il furto dell'auto di un cliente è finito in una bara. È il pomeriggio del 21 febbraio 2013 e, nell'officina di famiglia, con il figlio Fabio vede una Punto blu muoversi da sola. Sopra c'è Sonic Halilovic, bosniaco di 23 anni, che la sta rubando. Fabio lo insegue a mani nude. Halilovic accelera furiosamente in retromarcia e investe Quinto, uccidendolo. Poi scappa. «Ogni mattina che vado al lavoro la mente corre sempre lì» spiega con la voce rotta Fabio. [...] Il vicepremier Matteo Salvini ha fatto visita in carcere al piacentino Angelo Peveri, condannato a 4 anni e 6 mesi per il tentato omicidio di un ladro romeno entrato nella sua azienda a rubare gasolio il 5 ottobre 2011. «Ho sempre lavorato, mi hanno derubato 90 volte e vado in galera. Mi sento un coglione», ha detto prima di entrarci. [...] Ermes Mattielli, disabile con una gamba di legno, fa il rigattiere, ha 62 anni e vive ad Arsiero, tra le montagne vicentine. Il 13 giugno 2006 spara contro due ladri nomadi, sorpresi a rubare nel suo deposito e li ferisce. Nove anni dopo viene condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione e a risarcire i ladri con 135.000 euro. Uno choc. Traumatizzato, senza denaro per sé e neanche per pagare il legale, un mese dopo la condanna muore di infarto. Non c'erano neanche i soldi per il suo funerale.La notte del 26 aprile del 2012 Igor Ursu, moldavo di 23 anni, e altri tre uomini sfondano con un'auto la vetrina della tabaccheria di Franco Birolo, 47 anni, a Civé nel Padovano. Lui dorme al piano di sopra con moglie e figlia. Sente il trambusto e scende preoccupato che possano entrare in casa. Si ritrova con la pistola in mano in mezzo ai malviventi e mentre sta per essere aggredito alle spalle, spara uccidendo Ursu. Il tabaccaio viene condannato in primo grado a 2 anni e 8 mesi per eccesso colposo di legittima difesa e a risarcire 325.000 euro. Nel marzo 2017 la Corte d'appello lo assolve. E a luglio 2018 la Cassazione dichiara inammissibile la richiesta di risarcimento da parte della famiglia del morto. Però Birolo ha speso in legali più di 120.000 euro: «Ho venduto l'attività perché non avevo più soldi. Ora faccio l'agricoltore, guadagno molto meno, ma vorrei stare tranquillo. Non ne posso più. Assisto meglio i miei genitori anziani». Di recente ha ricevuto una richiesta di mediazione dai parenti del rapinatore ucciso. Atto che preannuncia una probabile causa civile con richiesta danni. [...] Il 24 novembre 2015 tre albanesi incappucciati e armati di pistola sequestrano nella cantina della sua villetta a Rodano (Milano) il gioielliere Rodolfo Corazzo di 59 anni, la moglie e la figlia. Corazzo collabora per più di un'ora, gli albanesi gli portano via più di 100.000 euro, ma vogliono di più. E passano alle maniere forti: puntano un coltello alla gola della figlia. Ne nasce uno scontro e Corazzo tira fuori la pistola che aveva nascosto in tasca, uccidendo uno dei tre. «La vita è stravolta. Non sei più quello di prima» ripete. Indagato per eccesso colposo di legittima difesa, viene archiviato a marzo 2017. «Siamo stati fortunati, l'avvocato e il medico legale ci hanno sostenuti, non ci hanno chiesto denaro», racconta. Oltre i 100 mila euro che gli sono stati rubati, ne ha dovuti spendere altri 15.000 per la sicurezza dell'abitazione e 1.500 per lo psicologo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/orafi-disabili-e-tabaccai-storie-di-chi-si-e-rovinato-solo-per-salvarsi-la-pelle-2631430788.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="uccidono-rapinatore-due-negozianti-arrestati" data-post-id="2631430788" data-published-at="1779992137" data-use-pagination="False"> Uccidono rapinatore, due negozianti arrestati La scena del crimine è al civico 169 di via Maqueda, strada storica di Palermo un tempo denominata via Nuova, in pieno centro. Oltre la vetrina del Ronju Shop market - sigillata dagli agenti della polizia scientifica - ci sono i segni evidenti della colluttazione che durante la notte ha animato per qualche ora il quartiere. Alle 2.30 di martedì mattina un magrebino di circa 35 anni è entrato nel market di proprietà di un cittadino del Bangladesh brandendo una bottiglia rotta e pretendendo dal cassiere e da un altro uomo presente nel negozio l'incasso della giornata. La telecamera fissa del negozio ha ripreso gran parte della scena. Si vede il rapinatore che cerca di mettere le mani nella cassa e uno dei due negozianti sollevare un bastone. I tre, però, escono per qualche istante dall'inquadratura. Nella seconda scena i ruoli sono invertiti: c'è il magrebino faccia a terra, tenuto fermo da uno dei due che gli sta seduto sopra e gli stringe il torace con le ginocchia. L'altro uomo ha ancora tra le mani il bastone. Il magrebino scalcia, prova a reagire. Poi resta fermo. Teso. La terza scena è al di fuori dal market: i due salgono su una volante e il magrebino su un carro funebre. Al termine dell'interrogatorio negli uffici della Squadra mobile è scattata l'accusa di omicidio: Matin Abdul, 44 anni, e Humayun Kabir, 41 anni, entrambi del Bangadesh, incensurati e regolari in Italia, dipendenti del negozio di alimentari di proprietà di un loro connazionale, sono finiti ai domiciliari con un decreto di fermo firmato dal pubblico ministero di turno, il sostituto procuratore Giacomo Brandini. I due hanno fornito la stessa versione dei fatti: l'ingresso del magrebino con la bottiglia rotta e il tentativo di bloccarlo per impedirgli l'aggressione. Sostengono che il bastone non è stato usato (nelle immagini video si vede uno dei due uomini armato di bastone, ma non viene ripreso mentre colpisce) e che il magrebino sia morto d'infarto. Il procuratore aggiunto Ennio Petrigni ha disposto l'autopsia. Anche perché dall'ispezione cadaverica non è stato possibile accertare con precisione se la morte è stata provocata dalla colluttazione. Sulla salma non ci sono ferite evidenti. Il magrebino, che con molta probabilità era ubriaco, non portava con sé documenti e potrebbe essere un irregolare. Gli investigatori cercheranno di identificarlo tramite le impronte digitali. A chiamare il 113 è stato il proprietario del negozio, a sua volta avvisato dai dipendenti. Sul posto sono subito intervenuti gli agenti della Sezione volanti che hanno trovato il cadavere a terra e i due ancora nel negozio. La relazione di servizio delle Volanti, le dichiarazioni dei due indagati, i filmati della telecamera interna e di quelle presenti in strada, i rilievi della Scientifica e la relazione del medico legale che ha effettuato l'ispezione cadaverica sono sulla scrivania degli agenti della Sezione omicidi della Squadra mobile di Palermo, coordinata dal vicequestore aggiunto Rodolfo Ruperti. Per i poliziotti, stando ai primi sommari accertamenti, l'ipotesi della rapina finita tragicamente è quella più credibile. Anche perché quell'area della città è bersaglio continuo per delinquenza dello stesso tipo. I commercianti, perlopiù stranieri, sono esasperati. L'ultima aggressione risale a poco meno di due mesi fa. In un market di via Trabia, a due passi dall'isola pedonale di via Maqueda e dal Teatro Massimo, quattro giovani sono entrati col pretesto di comprare una birra. Quando il titolare del negozio - ancora una volta un uomo del Bangladesh - si è girato per prendere la bottiglia, uno dei quattro ha infilato le mani nella cassa arraffando una banconota da 100 euro. Anche in quel caso è nata una colluttazione. Il commerciante è finito con un panetto di ghiaccio su un occhio e uno dei tre giovani è stato arrestato. E ancora qualche mese prima, sempre in via Maqueda, è stato rapinato con la stessa modalità un negozio di abbigliamento indiano. «Sono stanco di fare finta di niente: del mio pestaggio sotto casa ovvero a 100 metri da piazza Garraffello, del mio amico a cui hanno puntato il coltello alla gola a piazza San Domenico, e adesso di nuovo sotto casa, il tabacchi sfondato e derubato», si è sfogato qualche giorno fa con Blog Sicilia uno dei commercianti del centro storico. La dinamica, insomma, è più o meno sempre la stessa: ma questa volta è finita male per l'aggressore. Qualora l'autopsia stabilisse che il magrebino è morto di infarto e non in seguito alla colluttazione o per le contusioni da bastonate, cadrebbe l'ipotesi dell'omicidio. Se invece venisse accertato un nesso tra il decesso e le resistenze opposte dall'uomo, i magistrati valuteranno se ci si trovi di fronte a un eccesso colposo o doloso di legittima difesa. Nel frattempo, dopo aver ricevuto una prima informativa riassuntiva dagli investigatori della Squadra mobile (che potrebbe arrivare già questa mattina), i magistrati dovranno avanzare al giudice per le indagini preliminari la richiesta di convalida del decreto di fermo.
Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 maggio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini parliamo delle stragi di Piazza della Loggia e Ustica.