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2023-05-28
L’opposizione crea il caso RaiNews24: «Trasmesso il comizio della destra»
Ansa
Una tempesta in un bicchier d’acqua: Pd e M5s attaccano la Rai per la trasmissione del comizio di chiusura della campagna elettorale del centrodestra per le comunali di Catania, che si è svolto venerdì sera con la presenza di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani, ma trattasi più che altro di «guerra preventiva», scatenata non a caso in un momento in cui la tv pubblica sta voltando pagina, con il pacchetto di nuove nomine ancora da completare. Il comizio è stato trasmesso su RaiNews24, il canale all news di Viale Mazzini, e l’opposizione si è immediatamente agitata, annunciando che del caso si interesserà la Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai: «Apprendo dalle segnalazioni di diversi gruppi parlamentari», dice la presidente della Commissione, Barbara Floridia del M5s, «che su RaiNews24 sarebbe andata in onda in diretta il comizio organizzato dal centrodestra a sostegno del candidato sindaco di Catania. La commissione di Vigilanza valuterà con estrema attenzione questo caso per tutti i profili di competenza. Si potrebbe profilare una violazione importante della par condicio», aggiunge la Floridia, «e del pluralismo che il servizio pubblico non si può assolutamente permettere».
«Quanto accaduto venerdì sera», scrivono in una nota i componenti Pd della commissione, «è preoccupante. Rainews24 ha trasmesso da Catania il comizio di chiusura della campagna elettorale del centrodestra in Sicilia. E le altre amministrative? Le altre città? Chiediamo che il direttore di RaiNews24, Paolo Petrecca, venga immediatamente a riferire in commissione. La tv all news pubblica non deve e non può in alcun modo essere la tv di regime», aggiungono i dem, «bensì deve rimanere servizio pubblico di tutta la collettività e quindi deve rispettare la par condicio e il pluralismo dell’informazione di tutte le forze politiche».
Interpellato sulla vicenda, il vicepremier Matteo Salvini risponde con pacatezza: «Io non faccio i palinsesti», commenta, «parlavo in piazza a Catania, non sapevo chi mandava in onda il comizio o chi lo ascoltava, quindi lascio ad altri il dibattito sulla Rai. Ricordo solo a me stesso che il merito deve prevalere ovunque, anche sulle radio e sulle tv pubbliche, visto che sono pagate dal contribuente italiano». «L’amministratore delegato della Rai, Roberto Sergio», informa l’azienda, «è stato prontamente informato e ha preso contatto con il direttore di RaiNews24 per ribadire l’importanza di una corretta rappresentazione del dibattito politico. Il direttore di RaiNews24 ha precisato che la testata nell’arco della giornata ha dato ampio spazio a tutte le forze politiche». A quanto apprende La Verità da fonti autorevoli, nell’arco delle 24 ore di venerdì, quindi prima che scattasse il silenzio elettorale, su RaiNews24 l’equilibrio tra le varie forze politiche è stato totale, e la copertura televisiva della manifestazione di Catania era stata prevista, su richiesta dei tg, per la presenza del presidente del Consiglio. La commissione di Vigilanza, se e quando ascolterà Petrecca, non farà altro che prendere atto di questo dato, oggettivo e impossibile da confutare in quanto verificabile da chiunque sia munito di un cronometro funzionante.
Sulla vicenda non poteva mancare la solita polemica dell’Usigrai, iperpoliticizzato sindacato dei giornalisti di Viale Mazzini che, come di consueto, attacca il centrodestra, anche se stavolta si spacca al suo interno: «L’Usigrai», recita una nota diffusa dall’esecutivo del sindacato, «esprime forte preoccupazione per quanto avvenuto venerdì sera su Rainews24. Il canale all news del servizio pubblico ha trasmesso l’intervista integrale alla presidente del Consiglio al Festival dell’economia di Trento e il comizio di chiusura della campagna elettorale del centrodestra in Sicilia, ignorando le iniziative delle altre forze politiche che contemporaneamente erano in programma in altre città. Se qualcuno pensa che il cambio del vertice aziendale, la recente tornata di nomine, possano garantire mani libere per trasformare il servizio pubblico in servizio di governo», prosegue la nota, «è sulla strada sbagliata. Se questi sono il pluralismo e la meritocrazia che ha in mente la presidente Meloni anche per la Rai, l’Usigrai è pronta ad attivarsi in tutte le sedi e con ogni forma per il rispetto del contratto di servizio e dei suoi principi fondanti». Come detto, però, all’interno stesso del sindacato c’è chi si dissocia dall’attacco politico dell’Usigrai. La componente di minoranza del sindacato, Pluralismo e libertà, azzanna: «Usigrai», scrive in un comunicato, «farebbe bene a occuparsi dei veri ammanchi, che non riguardano il pluralismo, ma i soldi degli iscritti misteriosamente spariti dai conti correnti. Per quanto riguarda la chiusura della campagna elettorale del centrodestra a Catania, RaiNews24 non ha trasmesso il comizio in maniera integrale, come capziosamente affermato, ma ha semplicemente trasmesso quelli che in gergo vengono definiti affacci di tre minuti a testa ai vicepremier Salvini e Tajani, e di quattro minuti per il premier Meloni. Interventi bilanciati, nel corso della giornata, per una durata complessiva pari a quella degli esponenti di centrosinistra», aggiunge la minoranza interna dell’Usigrai, «con i sonori trasmessi dei leader delle opposizioni Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Non sarà che chi alza polveroni è a caccia di poltrone, data la partita ancora aperta sui vicedirettori?». A pensar male si fa peccato, ma quasi sempre si indovina.
Alle urne rischiano Schlein e Conte
Oggi (dalle 7 alle 23) e domani (dalle 7 alle 15) sono in programma i ballottaggi delle amministrative. Si torna alle urne nelle città dove, due settimane fa, nessun candidato a sindaco è riuscito a superare il 50% dei voti e a essere eletto. I ballottaggi riguardano un totale di 1.340.688 elettori. Si vota in 41 Comuni tra i quali un capoluogo di regione, Ancona, e sei capoluoghi di provincia: Vicenza, Massa, Pisa, Siena, Terni e Brindisi. Oggi e domani si vota anche per il primo turno in 118 Comuni siciliani, tra cui Trapani, Siracusa, Ragusa e Catania, e in Sardegna, dove gli elettori andranno alle urne per il primo turno delle comunali in 39 comuni. Gli eventuali ballottaggi, in Sicilia e Sardegna, sono in programma domenica 11 e lunedì 12 giugno.
Curiosità: in Sicilia per vincere al primo turno basta raggiungere il 40% dei voti, meccanismo elettorale che il centrodestra vorrebbe estendere a tutto il territorio nazionale. Due settimane fa, lo ricordiamo, il primo turno ha visto il centrodestra conquistare già quattro capoluoghi, Treviso, Sondrio, Imperia e Latina, mentre il centrosinistra ha prevalso a Brescia e Teramo.
Per quel che riguarda i ballottaggi di oggi e domani, ad Ancona la sfida è tra Ida Simonella (41% al primo turno) del centrosinistra e Daniele Silvetti (45%) del centrodestra. A Vicenza hanno raggiunto il ballottaggio il candidato del centrosinistra, Giacomo Possamai, (46,% al primo turno) e quello del centrodestra, Francesco Rucco (44%). A Massa si sfidano al secondo turno Francesco Persiani, sostenuto da Lega e Forza Italia (35%) ed Enzo Ricci del centrosinistra (30%). A Pisa duello tra Michele Conti, candidato del centrodestra, che al primo turno ha sfiorato la vittoria con il 49,96%, e Paolo Martinelli, candidato di centrosinistra e M5s, che si è fermato al 41%. A Siena ballottaggio al femminile, tra la candidata del centrodestra Nicoletta Fabio (30% due settimane fa) e quella del centrosinistra, Anna Ferretti (28%). A Terni in campo il candidato del centrodestra Orlando Masselli (35% due settimane fa) e Stefano Bandecchi, sostenuto da Alternativa popolare (28%). A Brindisi, al ballottaggio si affrontano il candidato del centrosinistra, Roberto Fusco (32%), e Giuseppe Marchionna del centrodestra (44%). Per quel che riguarda invece i Comuni al primo turno, attenzione massima su Catania, dove corrono sette candidati: Maurizio Caserta, sostenuto da Pd, M5s, Avs e tre liste civiche; Enrico Trantino (Lega, Fdi, Fi altri cinque movimenti); Vincenzo Drago (Socialismo democratico Psdi); Giuseppe Giuffrida (Catania risorse); Giuseppe Libera (Movimento popolare catanese); Gabriele Savoca (De Luca per Catania e Sud chiama Nord) e Lanfranco Zappalà (lista Lanfranco Zappalà).
Il significato politico delle amministrative è sempre limitato, ma è evidente che la tensione si respira per lo più nel campo delle opposizioni, mentre il centrodestra naviga tranquillo, con i sondaggi che premiano costantemente Giorgia Meloni e i partiti della coalizione. Elly Schlein, invece, si ritrova ad affrontare il primo test elettorale da quando ha assunto la leadership del Pd, e considerato che le comunali solitamente fanno registrare buoni risultati per le sinistre un flop sarebbe una sonora bocciatura per la segretaria.
Giuseppe Conte, da parte sua, ha già assistito, al primo turno, alla disfatta del M5s, anche se non c’è limite al peggio e un’ennesima batosta, soprattutto in Sicilia, un tempo granaio di voti pentastellati, sarebbe drammatica in termini politici.
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Bufera sulle immagini del palco di Catania. Il M5s: «La Vigilanza intervenga». L’Usigrai: «L’azienda non è al servizio del governo». Il sindacato però si spacca. La minoranza: «Polemica inutile, pluralismo garantito».Oggi oltre 1 milione di italiani torneranno a votare. Elly Schlein teme un flop alle sue prime elezioni, soprattutto ad Ancona. Giuseppe Conte perde consensi al Sud.Lo speciale contiene due articoli.Una tempesta in un bicchier d’acqua: Pd e M5s attaccano la Rai per la trasmissione del comizio di chiusura della campagna elettorale del centrodestra per le comunali di Catania, che si è svolto venerdì sera con la presenza di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani, ma trattasi più che altro di «guerra preventiva», scatenata non a caso in un momento in cui la tv pubblica sta voltando pagina, con il pacchetto di nuove nomine ancora da completare. Il comizio è stato trasmesso su RaiNews24, il canale all news di Viale Mazzini, e l’opposizione si è immediatamente agitata, annunciando che del caso si interesserà la Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai: «Apprendo dalle segnalazioni di diversi gruppi parlamentari», dice la presidente della Commissione, Barbara Floridia del M5s, «che su RaiNews24 sarebbe andata in onda in diretta il comizio organizzato dal centrodestra a sostegno del candidato sindaco di Catania. La commissione di Vigilanza valuterà con estrema attenzione questo caso per tutti i profili di competenza. Si potrebbe profilare una violazione importante della par condicio», aggiunge la Floridia, «e del pluralismo che il servizio pubblico non si può assolutamente permettere». «Quanto accaduto venerdì sera», scrivono in una nota i componenti Pd della commissione, «è preoccupante. Rainews24 ha trasmesso da Catania il comizio di chiusura della campagna elettorale del centrodestra in Sicilia. E le altre amministrative? Le altre città? Chiediamo che il direttore di RaiNews24, Paolo Petrecca, venga immediatamente a riferire in commissione. La tv all news pubblica non deve e non può in alcun modo essere la tv di regime», aggiungono i dem, «bensì deve rimanere servizio pubblico di tutta la collettività e quindi deve rispettare la par condicio e il pluralismo dell’informazione di tutte le forze politiche». Interpellato sulla vicenda, il vicepremier Matteo Salvini risponde con pacatezza: «Io non faccio i palinsesti», commenta, «parlavo in piazza a Catania, non sapevo chi mandava in onda il comizio o chi lo ascoltava, quindi lascio ad altri il dibattito sulla Rai. Ricordo solo a me stesso che il merito deve prevalere ovunque, anche sulle radio e sulle tv pubbliche, visto che sono pagate dal contribuente italiano». «L’amministratore delegato della Rai, Roberto Sergio», informa l’azienda, «è stato prontamente informato e ha preso contatto con il direttore di RaiNews24 per ribadire l’importanza di una corretta rappresentazione del dibattito politico. Il direttore di RaiNews24 ha precisato che la testata nell’arco della giornata ha dato ampio spazio a tutte le forze politiche». A quanto apprende La Verità da fonti autorevoli, nell’arco delle 24 ore di venerdì, quindi prima che scattasse il silenzio elettorale, su RaiNews24 l’equilibrio tra le varie forze politiche è stato totale, e la copertura televisiva della manifestazione di Catania era stata prevista, su richiesta dei tg, per la presenza del presidente del Consiglio. La commissione di Vigilanza, se e quando ascolterà Petrecca, non farà altro che prendere atto di questo dato, oggettivo e impossibile da confutare in quanto verificabile da chiunque sia munito di un cronometro funzionante. Sulla vicenda non poteva mancare la solita polemica dell’Usigrai, iperpoliticizzato sindacato dei giornalisti di Viale Mazzini che, come di consueto, attacca il centrodestra, anche se stavolta si spacca al suo interno: «L’Usigrai», recita una nota diffusa dall’esecutivo del sindacato, «esprime forte preoccupazione per quanto avvenuto venerdì sera su Rainews24. Il canale all news del servizio pubblico ha trasmesso l’intervista integrale alla presidente del Consiglio al Festival dell’economia di Trento e il comizio di chiusura della campagna elettorale del centrodestra in Sicilia, ignorando le iniziative delle altre forze politiche che contemporaneamente erano in programma in altre città. Se qualcuno pensa che il cambio del vertice aziendale, la recente tornata di nomine, possano garantire mani libere per trasformare il servizio pubblico in servizio di governo», prosegue la nota, «è sulla strada sbagliata. Se questi sono il pluralismo e la meritocrazia che ha in mente la presidente Meloni anche per la Rai, l’Usigrai è pronta ad attivarsi in tutte le sedi e con ogni forma per il rispetto del contratto di servizio e dei suoi principi fondanti». Come detto, però, all’interno stesso del sindacato c’è chi si dissocia dall’attacco politico dell’Usigrai. La componente di minoranza del sindacato, Pluralismo e libertà, azzanna: «Usigrai», scrive in un comunicato, «farebbe bene a occuparsi dei veri ammanchi, che non riguardano il pluralismo, ma i soldi degli iscritti misteriosamente spariti dai conti correnti. Per quanto riguarda la chiusura della campagna elettorale del centrodestra a Catania, RaiNews24 non ha trasmesso il comizio in maniera integrale, come capziosamente affermato, ma ha semplicemente trasmesso quelli che in gergo vengono definiti affacci di tre minuti a testa ai vicepremier Salvini e Tajani, e di quattro minuti per il premier Meloni. Interventi bilanciati, nel corso della giornata, per una durata complessiva pari a quella degli esponenti di centrosinistra», aggiunge la minoranza interna dell’Usigrai, «con i sonori trasmessi dei leader delle opposizioni Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Non sarà che chi alza polveroni è a caccia di poltrone, data la partita ancora aperta sui vicedirettori?». 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Oggi e domani si vota anche per il primo turno in 118 Comuni siciliani, tra cui Trapani, Siracusa, Ragusa e Catania, e in Sardegna, dove gli elettori andranno alle urne per il primo turno delle comunali in 39 comuni. Gli eventuali ballottaggi, in Sicilia e Sardegna, sono in programma domenica 11 e lunedì 12 giugno. Curiosità: in Sicilia per vincere al primo turno basta raggiungere il 40% dei voti, meccanismo elettorale che il centrodestra vorrebbe estendere a tutto il territorio nazionale. Due settimane fa, lo ricordiamo, il primo turno ha visto il centrodestra conquistare già quattro capoluoghi, Treviso, Sondrio, Imperia e Latina, mentre il centrosinistra ha prevalso a Brescia e Teramo. Per quel che riguarda i ballottaggi di oggi e domani, ad Ancona la sfida è tra Ida Simonella (41% al primo turno) del centrosinistra e Daniele Silvetti (45%) del centrodestra. A Vicenza hanno raggiunto il ballottaggio il candidato del centrosinistra, Giacomo Possamai, (46,% al primo turno) e quello del centrodestra, Francesco Rucco (44%). A Massa si sfidano al secondo turno Francesco Persiani, sostenuto da Lega e Forza Italia (35%) ed Enzo Ricci del centrosinistra (30%). A Pisa duello tra Michele Conti, candidato del centrodestra, che al primo turno ha sfiorato la vittoria con il 49,96%, e Paolo Martinelli, candidato di centrosinistra e M5s, che si è fermato al 41%. A Siena ballottaggio al femminile, tra la candidata del centrodestra Nicoletta Fabio (30% due settimane fa) e quella del centrosinistra, Anna Ferretti (28%). A Terni in campo il candidato del centrodestra Orlando Masselli (35% due settimane fa) e Stefano Bandecchi, sostenuto da Alternativa popolare (28%). A Brindisi, al ballottaggio si affrontano il candidato del centrosinistra, Roberto Fusco (32%), e Giuseppe Marchionna del centrodestra (44%). Per quel che riguarda invece i Comuni al primo turno, attenzione massima su Catania, dove corrono sette candidati: Maurizio Caserta, sostenuto da Pd, M5s, Avs e tre liste civiche; Enrico Trantino (Lega, Fdi, Fi altri cinque movimenti); Vincenzo Drago (Socialismo democratico Psdi); Giuseppe Giuffrida (Catania risorse); Giuseppe Libera (Movimento popolare catanese); Gabriele Savoca (De Luca per Catania e Sud chiama Nord) e Lanfranco Zappalà (lista Lanfranco Zappalà). Il significato politico delle amministrative è sempre limitato, ma è evidente che la tensione si respira per lo più nel campo delle opposizioni, mentre il centrodestra naviga tranquillo, con i sondaggi che premiano costantemente Giorgia Meloni e i partiti della coalizione. Elly Schlein, invece, si ritrova ad affrontare il primo test elettorale da quando ha assunto la leadership del Pd, e considerato che le comunali solitamente fanno registrare buoni risultati per le sinistre un flop sarebbe una sonora bocciatura per la segretaria. Giuseppe Conte, da parte sua, ha già assistito, al primo turno, alla disfatta del M5s, anche se non c’è limite al peggio e un’ennesima batosta, soprattutto in Sicilia, un tempo granaio di voti pentastellati, sarebbe drammatica in termini politici.
(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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Una seduta del Csm (Imagoeconomica)
Battute a parte, resta la notizia e cioè che ieri il Tar del Lazio ha dato torto ai criticoni: il referendum si terrà nella data fissata dal governo, quindi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Per i giudici amministrativi le preoccupazioni del No non avevano senso, non c’era alcuna prevaricazione e soprattutto il tempo per informare i cittadini è assolutamente congruo. Del resto, lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella non aveva avuto problemi a firmare la delibera che fissava la data, alla quale si era giunti dopo una mediazione di equilibrio.
Pertanto non ci saranno sorprese: si va dritti sul 22 e il 23 marzo, nel senso che la decisione del governo, secondo il Tar, non è un atto «lesivo e illegittimo» e non «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto dei cittadini di raccogliere le firme». La decisione dei giudici amministrativi è tanto più importante se si pensa che è avvenuta con sentenza e non con ordinanza, il che - per dirla in soldoni - rafforza la stessa, poiché non si ferma al solo congelamento del ricorso (cioè la richiesta di sospensione cautelare) ma entra anche nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi che avevano promosso l’iniziativa. Insomma il governo e il fronte del Sì vincono abbondantemente su tutta la linea.
Questo ci permette allora di riprendere quanto nei giorni scorsi Alessandro Sallusti aveva già scritto, illuminando un aspetto fondamentale. Perché - si domandava - così tanto affanno da parte dei promotori nel chiedere la sospensione cautelare rispetto alla data fissata dal governo? Perché chiedere il posticipo, denunciando lesioni di diritti a danno dei cittadini? Ecco, Sallusti ci indicava una ragione che alla luce della sentenza del Tar del Lazio si fa ancor più condivisibile. Al fronte del No, quello che sta raccontando di pm che verrebbero assoggettati al potere politico (da qui la campagna pubblicitaria nelle stazioni e non solo…), interesserebbe arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole; perciò spingeva a posticipare il referendum: buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo.
In effetti, quand’anche il referendum convalidasse la riforma del governo - come sembra dai recenti sondaggi - poi ci sarà bisogno dei decreti attuativi, cioè di quelle leggi che «fanno camminare» le buone intenzioni legislative. Una vittoria del Sì il 22 e il 23 marzo velocizzerebbe tali norme blindandole in un calendario favorevole al rinnovo del Csm secondo le nuove regole. Un posticipo del referendum avrebbe invece ritardato tali tabella di marcia. Ci sono dieci mesi circa per impostare il rinnovo del Csm che va a scadenza tra un anno: se tutto filerà liscio a quel punto avremo un Csm per i giudici e uno per i pm, con l’azzeramento dei giochi tra le correnti perché gli organi di autogoverno sarebbero compilati secondo il sorteggio.
Ritardare il referendum avrebbe vanificato questa operazione anche in caso di vittoria dei Sì perché le procedure di rinnovo sarebbero state fatte con le vecchie regole e quindi… Buonanotte ai suonatori. La decisone del Tar del Lazio - che ripeto è entrato nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi promotori spazzandole via - dà indirettamente ulteriore smalto ai promotori del Sì e ci consentirà di entrare nel vivo della campagna al netto degli allarmismi creati ad arte. Questa riforma è un passo avanti in una ridefinizione della giustizia rimettendola su binari più consoni, facendo invece deragliare (con la procedura del sorteggio) il treno del correntismo togato. La riforma del Csm è il cuore della legge costituzionale su cui ci esprimeremo e - ora più che mai - siamo convinti che proprio per questo le anime più politicizzate stanno dicendo e facendo cose bizzarre, dai post del segretario alla richiesta di rinvio del referendum.
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Ecco #DimmiLaVerità del 29 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti rivela un dettaglio inedito della escalation Usa-Iran.