True
2024-04-01
La storia delle «Omc», che in Calabria diedero lavoro anche ai piemontesi
True
Uno dei due esemplari di Omc 175 «Sport» rimasti oggi. In basso a sx. Vincenzo Bruzzese (Courtesy Domenico Macrì)
Siamo a Roma il 28 ottobre 1932. E’ il «giorno dei giorni» per il regime fascista: il decennale della Marcia su Roma. Aprono il corteo delle celebrazioni le motociclette di produzione italiana. In prima fila, un gruppo di motociclisti mostra uno stendardo con la scritta «Centauri calabresi di Gerace Marina». Cavalcano lucenti motociclette, marchiate «Omc».
Su questo «fermo immagine» parte una narrazione a ritroso. Una storia unica nel panorama, non soltanto industriale ma anche sociale, italiano. Quel marchio sui serbatoi a goccia delle moto schierate sul Viale dell’Impero rappresentava l’acronimo di «Officine Meccaniche Calabresi», un nome sconosciuto ai contemporanei, nascosto dalle pieghe di quasi un secolo di storia. Vogliamo qui raccontarla con l’aiuto di Domenico Macrì, custode della memoria storica dell’azienda oltre che collezionista degli ultimi due esemplari di motociclette Omc al mondo, riportate allo stato originale dopo anni di ricerche ed un difficilissimo lavoro di restauro.
Tutto ebbe inizio in Calabria, nella persona di Vincenzo Bruzzese. Nato nel 1896 a Grotteria (Reggio Calabria), era figlio di un funzionario comunale con la passione per la meccanica. Nella piccola officina paterna imparò i rudimenti del mestiere per poi terminare gli studi tecnici. Non potendo a quell’epoca accedere alle facoltà universitarie italiane con il solo diploma di perito, il giovane Bruzzese scelse l’estero e frequentò la allora nuova facoltà di ingegneria di Friburgo, culla della seconda rivoluzione industriale europea. Dall’università svizzera Vincenzo Bruzzese uscì ingegnere meccanico, con una tesi sull’organizzazione scientifica del lavoro.
Giovane laureato, Vincenzo trova il primo impiego a Torino, capitale della nascente industria automobilistica. Nel capoluogo piemontese si occupa di costruzioni ferroviarie e automobilistiche, in forze ad una delle fabbriche più prestigiose di quegli anni, la Diatto, specializzata in costruzioni di vetture ferrotranviarie e dal 1905 produttore di automobili. Durante la permanenza in azienda di Bruzzese, la marca torinese vide una crescita rapida e la produzione si impennò a causa anche delle commesse militari della Grande Guerra. Anche i motori aeronautici entrarono a far parte della produzione Diatto grazie all’accordo con la francese Gnome et Rhone. Le competenze di Bruzzese si consolidarono e nei difficilissimi anni del primo dopoguerra maturò la sua grande idea: quella di fondare una moderna fabbrica metalmeccanica nella sua Calabria.
La Calabria dei primi del Novecento, pur caratterizzata dalla permanenza di forme socioeconomiche antiche come il latifondo, non era un terreno del tutto infertile per un possibile sviluppo industriale. Negli ultimi anni del governo borbonico diventava una realtà la ferrovia Jonica, un’infrastruttura fondamentale per la crescita economica della Regione. Anche l’industria del ferro era attiva sin dal secolo XVIII, e comprendeva importanti siti estrattivi e produttivi non lontano dal paese natale dell’ingegner Bruzzese. Anche il settore bancario locale si era rafforzato con l’istituzione della Banca Popolare Cooperativa di Gerace. E proprio dalle fonderie metalliche il futuro imprenditore partì per l’avventura industriale, impiantate a Gerace Marina (oggi Locri) su terreni di proprietà della famiglia. Nel 1924 Vincenzo Bruzzese fondò le «Omc-Officine Meccaniche Calabresi», inizialmente specializzate nella produzione di minuteria metallica (bulloni, rivetti ecc.). Il sogno prese forma quando il Paese entrò nel ventennio, e la Omc di Gerace Marina crebbe ed iniziò a farsi conoscere a livello nazionale nel settore. La qualità del prodotto, grazie alle capacità imprenditoriali e tecniche del suo fondatore, era alta. Le commesse arrivarono dalle aziende meccaniche e dai cantieri navali. I bulloni marchiati Omc furono utilizzati largamente sulle chiglie delle grandi navi, tra le quali spiccò la commessa per il transatlantico dei record e orgoglio della navigazione italiana, il «Rex». Cinque anni dopo la fondazione della Omc, Bruzzese fece il grande balzo che diede il via ad una storia senza eguali nel panorama industriale italiano. Contemporaneamente alla grande crisi mondiale del 1929, l’ingegnere calabrese chiamò a sé tecnici e operai specializzati da Torino, la città dove aveva consolidato la sua alta professionalità nel campo delle costruzioni meccaniche. Fu così che alla fine degli anni Venti una comunità di piemontesi si stabilì a Gerace Marina, contribuendo alla crescita dell’azienda con un fenomeno di «emigrazione al contrario», che vide la presenza dei settentrionali con le proprie famiglie vivere sulle rive dello Ionio godendo delle strutture abitative e ricreative che Bruzzese aveva previsto per la loro venuta. La presenza delle nuove forze permise a Bruzzese di operare la necessaria conversione industriale, affiancando ai prodotti tradizionali il progetto della costruzione in serie di motociclette. Protagonista assieme al fondatore della Omc, il torinese Giovanni Ladetto, che Bruzzese aveva conosciuto quando era vicedirettore della Diatto. Questi, assieme al fratello Ernesto, aveva fondato una piccola azienda di produzione di motoleggere, la Ladetto&Blatto, che aveva stabilito un record di velocità con una 175cc. sul circuito di Monza. Dopo l’uscita dall’azienda, Giovanni Ladetto accolse l’invito di Bruzzese e si mise al lavoro su una motocicletta della medesima cilindrata di quella realizzata a Torino. Il risultato del lavoro di Ladetto e Bruzzese fu una motoleggera moderna, che nulla aveva a che invidiare con le concorrenti italiane ed europee. Costruita pressoché totalmente in Calabria (ad eccezione di parti dell’impianto elettrico, che fu realizzato con una componentistica di prim’ordine con materiali Bosch, Marelli e i fanali della svizzera Lucifer) la Omc 175 «Sport» era una motocicletta elegante e pratica. Anche la tecnologia era, per l’epoca, al passo con i tempi (basti pensare al cambio a 3 marce in blocco, l’albero motore a quattro supporti e il collettore di scarico sdoppiato). La linea era elegante e filante, con il serbatoio a goccia bicolore sul quale spiccava la sigla Omc. La piccola di Gerace, pur prodotta in pochi esemplari, piacque al mercato. E non soltanto: la due ruote calabrese consolidò l’immagine dell’azienda presso le istituzioni e le gerarchie del regime, fino ad arrivare ai vertici del Regio Esercito che visitarono la fabbrica di Gerace Marina e la inclusero tra le aziende di interesse militare del ministero della Difesa. Tra il 1931 e il 1934, gli anni in cui furono prodotte le Omc 175 «Sport» e «Sport Lusso», Vincenzo Bruzzese cercò di puntare ancora più in alto, con il progetto di un motore aeronautico e l’allargamento della gamma delle motociclette con motorizzazioni da 250 e 500 cc. Lo stesso Mussolini mise in agenda lo stanziamento di 20 milioni di lire per lo sviluppo della fabbrica calabrese, in previsione dei futuri sforzi bellici della guerra d’Etiopia. Quando la strada pareva ormai aperta al consolidamento della Omc come impresa nazionale, d’improvviso arrivò la tempesta alla fine del 1933. La Banca Popolare di Gerace, con la quale Bruzzese aveva avuto rapporti negli anni di attività della sua azienda, entrò in crisi per un grave dissesto finanziario. Anche il nome dell’ingegnere finì tra gli indagati e le cose precipitarono quando fu indicato come responsabile di un buco di circa 6 milioni di lire. L’azione degli inquirenti fu sorprendentemente rapida, nella condanna comminata dal giudice La Rovere. L’iter fallimentare fu ancora più rapido ed anomalo: curatore fu nominato un ingegnere elettrico «nemico» di Bruzzese, il quale si affrettò a smantellare il gioiello industriale di Gerace Marina, alienando i macchinari e distruggendo pressoché tutta la documentazione tecnica delle Omc. La notizia dello scandalo bancario ebbe eco nazionale, ed anche il «Corriere della Sera» da Milano scrisse dei fatti di Gerace in un articolo del 16 novembre 1933. Per Vincenzo Bruzzese, l’imprenditore che aveva portato le maestranze del Nord in Calabria si aprirono le porte del carcere. Soltanto nel 1938, dopo quattro anni di detenzione, la revisione del processo scagionò l’ingegnere e fu chiaro che la sua condanna fu manovrata dall’invidia e dall’avversità delle forze socioeconomiche tradizionali che vedevano nella rivoluzione innescata dal successo della Omc una minaccia al mantenimento del potere delle forze del latifondo. Tempo dopo si scoprì che a tradire Bruzzese era stato un funzionario della Banca di Gerace, tale ragionier Brizzi, il quale scaricò volutamente sul fondatore della Omc la responsabilità di una serie di operazioni illecite ai danni dell’istituto di credito e dei suoi risparmiatori. L’avventura di Bruzzese, con la sua fabbrica annientata dall’azione liquidatoria, era finita per sempre e la produzione di motociclette si fermò a circa 250 esemplari. L’ingegnere proseguì la propria vita professionale alle acciaierie di Terni e si spense nel 1967. Delle motociclette Omc rimase qualche esemplare arrugginito e incompleto sparso per la Calabria e della fabbrica solo il cancello d’ingresso in ferro nella Gerace poi ribattezzata Locri. Fino a quando Domenico Macrì, con impegno, passione e pazienza certosina è riuscito a restaurare due esemplari di 175 «Sport», due «arabe fenici» riportate ai fasti di quel lontano 28 ottobre 1932 quando le scintillanti Omc furono portate in trionfo lungo i viali di Roma. Profetica la frase di Vincenzo Bruzzese, pronunciata quando ormai aveva compreso l’impossibilità di salvare la sua grande creatura, il suo sogno diventato per pochi anni realtà: «Mai più, ricordatelo, nel vostro paese risorgerà un simile faro di luce e di civiltà».
Continua a leggereRiduci
Le «Officine Meccaniche Calabresi», fondate dall'ingegnere Vincenzo Bruzzese, furono una realtà industriale modernissima. Attive dal 1924 al 1934, produssero minuteria e motociclette di ottima qualità nella Calabria ancora dominata dal latifondo. Siamo a Roma il 28 ottobre 1932. E’ il «giorno dei giorni» per il regime fascista: il decennale della Marcia su Roma. Aprono il corteo delle celebrazioni le motociclette di produzione italiana. In prima fila, un gruppo di motociclisti mostra uno stendardo con la scritta «Centauri calabresi di Gerace Marina». Cavalcano lucenti motociclette, marchiate «Omc». Su questo «fermo immagine» parte una narrazione a ritroso. Una storia unica nel panorama, non soltanto industriale ma anche sociale, italiano. Quel marchio sui serbatoi a goccia delle moto schierate sul Viale dell’Impero rappresentava l’acronimo di «Officine Meccaniche Calabresi», un nome sconosciuto ai contemporanei, nascosto dalle pieghe di quasi un secolo di storia. Vogliamo qui raccontarla con l’aiuto di Domenico Macrì, custode della memoria storica dell’azienda oltre che collezionista degli ultimi due esemplari di motociclette Omc al mondo, riportate allo stato originale dopo anni di ricerche ed un difficilissimo lavoro di restauro. Tutto ebbe inizio in Calabria, nella persona di Vincenzo Bruzzese. Nato nel 1896 a Grotteria (Reggio Calabria), era figlio di un funzionario comunale con la passione per la meccanica. Nella piccola officina paterna imparò i rudimenti del mestiere per poi terminare gli studi tecnici. Non potendo a quell’epoca accedere alle facoltà universitarie italiane con il solo diploma di perito, il giovane Bruzzese scelse l’estero e frequentò la allora nuova facoltà di ingegneria di Friburgo, culla della seconda rivoluzione industriale europea. Dall’università svizzera Vincenzo Bruzzese uscì ingegnere meccanico, con una tesi sull’organizzazione scientifica del lavoro. Giovane laureato, Vincenzo trova il primo impiego a Torino, capitale della nascente industria automobilistica. Nel capoluogo piemontese si occupa di costruzioni ferroviarie e automobilistiche, in forze ad una delle fabbriche più prestigiose di quegli anni, la Diatto, specializzata in costruzioni di vetture ferrotranviarie e dal 1905 produttore di automobili. Durante la permanenza in azienda di Bruzzese, la marca torinese vide una crescita rapida e la produzione si impennò a causa anche delle commesse militari della Grande Guerra. Anche i motori aeronautici entrarono a far parte della produzione Diatto grazie all’accordo con la francese Gnome et Rhone. Le competenze di Bruzzese si consolidarono e nei difficilissimi anni del primo dopoguerra maturò la sua grande idea: quella di fondare una moderna fabbrica metalmeccanica nella sua Calabria. La Calabria dei primi del Novecento, pur caratterizzata dalla permanenza di forme socioeconomiche antiche come il latifondo, non era un terreno del tutto infertile per un possibile sviluppo industriale. Negli ultimi anni del governo borbonico diventava una realtà la ferrovia Jonica, un’infrastruttura fondamentale per la crescita economica della Regione. Anche l’industria del ferro era attiva sin dal secolo XVIII, e comprendeva importanti siti estrattivi e produttivi non lontano dal paese natale dell’ingegner Bruzzese. Anche il settore bancario locale si era rafforzato con l’istituzione della Banca Popolare Cooperativa di Gerace. E proprio dalle fonderie metalliche il futuro imprenditore partì per l’avventura industriale, impiantate a Gerace Marina (oggi Locri) su terreni di proprietà della famiglia. Nel 1924 Vincenzo Bruzzese fondò le «Omc-Officine Meccaniche Calabresi», inizialmente specializzate nella produzione di minuteria metallica (bulloni, rivetti ecc.). Il sogno prese forma quando il Paese entrò nel ventennio, e la Omc di Gerace Marina crebbe ed iniziò a farsi conoscere a livello nazionale nel settore. La qualità del prodotto, grazie alle capacità imprenditoriali e tecniche del suo fondatore, era alta. Le commesse arrivarono dalle aziende meccaniche e dai cantieri navali. I bulloni marchiati Omc furono utilizzati largamente sulle chiglie delle grandi navi, tra le quali spiccò la commessa per il transatlantico dei record e orgoglio della navigazione italiana, il «Rex». Cinque anni dopo la fondazione della Omc, Bruzzese fece il grande balzo che diede il via ad una storia senza eguali nel panorama industriale italiano. Contemporaneamente alla grande crisi mondiale del 1929, l’ingegnere calabrese chiamò a sé tecnici e operai specializzati da Torino, la città dove aveva consolidato la sua alta professionalità nel campo delle costruzioni meccaniche. Fu così che alla fine degli anni Venti una comunità di piemontesi si stabilì a Gerace Marina, contribuendo alla crescita dell’azienda con un fenomeno di «emigrazione al contrario», che vide la presenza dei settentrionali con le proprie famiglie vivere sulle rive dello Ionio godendo delle strutture abitative e ricreative che Bruzzese aveva previsto per la loro venuta. La presenza delle nuove forze permise a Bruzzese di operare la necessaria conversione industriale, affiancando ai prodotti tradizionali il progetto della costruzione in serie di motociclette. Protagonista assieme al fondatore della Omc, il torinese Giovanni Ladetto, che Bruzzese aveva conosciuto quando era vicedirettore della Diatto. Questi, assieme al fratello Ernesto, aveva fondato una piccola azienda di produzione di motoleggere, la Ladetto&Blatto, che aveva stabilito un record di velocità con una 175cc. sul circuito di Monza. Dopo l’uscita dall’azienda, Giovanni Ladetto accolse l’invito di Bruzzese e si mise al lavoro su una motocicletta della medesima cilindrata di quella realizzata a Torino. Il risultato del lavoro di Ladetto e Bruzzese fu una motoleggera moderna, che nulla aveva a che invidiare con le concorrenti italiane ed europee. Costruita pressoché totalmente in Calabria (ad eccezione di parti dell’impianto elettrico, che fu realizzato con una componentistica di prim’ordine con materiali Bosch, Marelli e i fanali della svizzera Lucifer) la Omc 175 «Sport» era una motocicletta elegante e pratica. Anche la tecnologia era, per l’epoca, al passo con i tempi (basti pensare al cambio a 3 marce in blocco, l’albero motore a quattro supporti e il collettore di scarico sdoppiato). La linea era elegante e filante, con il serbatoio a goccia bicolore sul quale spiccava la sigla Omc. La piccola di Gerace, pur prodotta in pochi esemplari, piacque al mercato. E non soltanto: la due ruote calabrese consolidò l’immagine dell’azienda presso le istituzioni e le gerarchie del regime, fino ad arrivare ai vertici del Regio Esercito che visitarono la fabbrica di Gerace Marina e la inclusero tra le aziende di interesse militare del ministero della Difesa. Tra il 1931 e il 1934, gli anni in cui furono prodotte le Omc 175 «Sport» e «Sport Lusso», Vincenzo Bruzzese cercò di puntare ancora più in alto, con il progetto di un motore aeronautico e l’allargamento della gamma delle motociclette con motorizzazioni da 250 e 500 cc. Lo stesso Mussolini mise in agenda lo stanziamento di 20 milioni di lire per lo sviluppo della fabbrica calabrese, in previsione dei futuri sforzi bellici della guerra d’Etiopia. Quando la strada pareva ormai aperta al consolidamento della Omc come impresa nazionale, d’improvviso arrivò la tempesta alla fine del 1933. La Banca Popolare di Gerace, con la quale Bruzzese aveva avuto rapporti negli anni di attività della sua azienda, entrò in crisi per un grave dissesto finanziario. Anche il nome dell’ingegnere finì tra gli indagati e le cose precipitarono quando fu indicato come responsabile di un buco di circa 6 milioni di lire. L’azione degli inquirenti fu sorprendentemente rapida, nella condanna comminata dal giudice La Rovere. L’iter fallimentare fu ancora più rapido ed anomalo: curatore fu nominato un ingegnere elettrico «nemico» di Bruzzese, il quale si affrettò a smantellare il gioiello industriale di Gerace Marina, alienando i macchinari e distruggendo pressoché tutta la documentazione tecnica delle Omc. La notizia dello scandalo bancario ebbe eco nazionale, ed anche il «Corriere della Sera» da Milano scrisse dei fatti di Gerace in un articolo del 16 novembre 1933. Per Vincenzo Bruzzese, l’imprenditore che aveva portato le maestranze del Nord in Calabria si aprirono le porte del carcere. Soltanto nel 1938, dopo quattro anni di detenzione, la revisione del processo scagionò l’ingegnere e fu chiaro che la sua condanna fu manovrata dall’invidia e dall’avversità delle forze socioeconomiche tradizionali che vedevano nella rivoluzione innescata dal successo della Omc una minaccia al mantenimento del potere delle forze del latifondo. Tempo dopo si scoprì che a tradire Bruzzese era stato un funzionario della Banca di Gerace, tale ragionier Brizzi, il quale scaricò volutamente sul fondatore della Omc la responsabilità di una serie di operazioni illecite ai danni dell’istituto di credito e dei suoi risparmiatori. L’avventura di Bruzzese, con la sua fabbrica annientata dall’azione liquidatoria, era finita per sempre e la produzione di motociclette si fermò a circa 250 esemplari. L’ingegnere proseguì la propria vita professionale alle acciaierie di Terni e si spense nel 1967. Delle motociclette Omc rimase qualche esemplare arrugginito e incompleto sparso per la Calabria e della fabbrica solo il cancello d’ingresso in ferro nella Gerace poi ribattezzata Locri. Fino a quando Domenico Macrì, con impegno, passione e pazienza certosina è riuscito a restaurare due esemplari di 175 «Sport», due «arabe fenici» riportate ai fasti di quel lontano 28 ottobre 1932 quando le scintillanti Omc furono portate in trionfo lungo i viali di Roma. Profetica la frase di Vincenzo Bruzzese, pronunciata quando ormai aveva compreso l’impossibilità di salvare la sua grande creatura, il suo sogno diventato per pochi anni realtà: «Mai più, ricordatelo, nel vostro paese risorgerà un simile faro di luce e di civiltà».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 marzo con Flaminia Camilletti
Il sassofonista, direttore artistico di Bergamo Jazz Festival, racconta con la voce e con il suo strumento la storia dei musicisti che hanno «segnato il passo» nella sua vita: dal padre, «Big T» Lovano, a Hank Jones fino a Miles Davis e John Coltrane.
Una veduta di una parte del giacimento di gas di South Pars ad Assalooyeh, sulla costa iraniana del Golfo Persico (Getty Images)
Con l’attacco agli impianti di gas di South Pars, nel sud della Repubblica islamica, il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti sta salendo di livello. E la risposta di Teheran non si è fatta attendere. Sul piano operativo, l’Iran ha lanciato una nuova offensiva contro Israele. Missili balistici hanno raggiunto il centro del Paese, provocando due morti a Tel Aviv e feriti tra Ramat Gan e Petah Tikva. Diversi i danni materiali, con abitazioni colpite, una stazione distrutta e detriti che hanno raggiunto anche l’area dell’aeroporto Ben Gurion, dove tre velivoli privati sono stati danneggiati. In contemporanea, le sirene d’allarme sono risuonate in Galilea, sulle Alture del Golan e a Eilat, mentre attacchi con droni attribuiti a Hezbollah si sono sovrapposti ai lanci balistici iraniani. Un missile è stato inoltre intercettato nell’area di Al-Kharj, nella regione di Riad.
I pasdaran hanno rivendicato l’operazione parlando di oltre cento obiettivi colpiti nel territorio israeliano, nell’ambito della «sessantunesima ondata» dall’inizio dell’operazione «True Promise 4». Stando al corpo d’élite iraniano, i missili avrebbero penetrato il sistema israeliano di difesa aerea, colpendo obiettivi militari «nel cuore dei territori occupati». L’azione è stata esplicitamente collegata alla volontà di vendicare la morte di Ali Larijani, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ucciso in un raid di Israele. Sulla sua morte si è espresso ieri Mojtaba Khamenei, che ha promesso vendetta: «Ogni sangue ha un prezzo, che i criminali assassini dovranno presto pagare». Ma non c’è solo Israele nel mirino: le Guardie rivoluzionarie hanno indicato come «obiettivi legittimi» una serie di infrastrutture energetiche in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati, invitando esplicitamente civili e lavoratori ad allontanarsi da raffinerie e complessi petrolchimici. Tra i siti citati figurano la raffineria Samref e il polo industriale di al-Jubail in Arabia Saudita, il giacimento di gas di al-Hosn negli Emirati e i complessi di Mesaieed e Ras Laffan in Qatar. Proprio in Qatar ieri un incendio è divampato nel principale impianto di gas sulla costa settentrionale, dopo un attacco iraniano. L’Arabia Saudita ha distrutto invece in serata un drone diretto verso un impianto a gas nell’Est del Paese. In parallelo, la marina dei pasdaran ha avvertito che anche le infrastrutture energetiche statunitensi rientrano tra i possibili bersagli.
La partita non si gioca solo sul piano militare. Lo ha sottolineato con forza il governatore di Asaluyeh, Eskandar Pasalar, che ha parlato apertamente di una «guerra economica su larga scala», sostenendo che la sicurezza energetica della regione ha ormai raggiunto «il punto zero» e definendo l’attacco a South Pars un «suicidio politico» da parte di Stati Uniti e Israele. Sulla stessa linea anche il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha parlato di «nuovo livello di confronto», evocando la «legge del taglione» e definendo l’attacco alle infrastrutture un atto destinato a ritorcersi contro i suoi autori. Sempre ieri, l’Iran ha anche eseguito la condanna a morte di un cittadino con doppia nazionalità svedese-iraniana, accusato di spionaggio a favore di Israele. Stoccolma ha reagito con una dura protesta, convocando l’ambasciatore iraniano. Un episodio che, pur avulso dall’ambito militare, testimonia un atteggiamento sempre più duro da parte della Repubblica islamica, sia all’esterno sia sul fronte interno. E in effetti, gli appelli americani alla dissidenza non sembrano sortire risultati apprezzabili: ieri, in piena crisi bellica, i cittadini di Teheran sono scesi in piazza, dove hanno dato alle fiamme i fantocci di Trump e Netanyahu. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha anzi ribaltato la narrativa americana, condividendo su X il messaggio di dimissioni del funzionario statunitense Joe Kent: «Questa guerra», ha scritto Baghaei, «non è la guerra del popolo americano; prendere le distanze da questa guerra illegale è il minimo che ogni cittadino o funzionario americano con una coscienza limpida può e dovrebbe fare». Come sul piano comunicativo, anche sul piano militare - nonostante i colpi subiti - Teheran non appare del resto priva di risorse. Le stime più recenti e accreditate indicano che prima del conflitto l’Iran disponeva del più ampio arsenale missilistico del Medio Oriente, con una dotazione compresa tra i 2.500 e i 3.000 vettori. Alcune valutazioni arrivano fino a 6.000, secondo analisi citate da Reuters. Una parte significativa è già stata utilizzata o distrutta, e la capacità di lancio è stata ridotta dai raid israelo-americani. Ma, sempre secondo fonti occidentali riportate da Reuters, il Paese conserverebbe ancora una quota rilevante delle proprie scorte. In altre parole, l’Iran è ancora in grado di combattere.
Eliminato il super 007 degli iraniani. Blitz Usa-Israele su un impianto di gas
Contro il regime iraniano, Israele ha alzato l’asticella: oltre a continuare a spazzare via i vertici, ha attaccato per la prima volta il più grande giacimento di gas del Paese, aprendo a una fase di ripercussioni ancora più critica. Innanzitutto, Teheran deve fare i conti con la perdita del ministro dell’Intelligence iraniano, Esmail Khatib. A confermare ufficialmente la sua uccisione è stato il ministro della Difesa di Israele, Israel Katz. Che ha pure annunciato: «Nel corso della giornata (ieri, ndr) sono previste importanti sorprese su tutti i fronti, che intensificheranno la guerra che stiamo conducendo contro l’Iran e Hezbollah». Le Idf hanno svelato che Khatib è stato eliminato nella notte tra martedì e mercoledì a Teheran in «un attacco mirato» condotto «dall’aviazione israeliana». Khatib aveva assunto l’incarico nel 2021: nominato da Ali Khamenei, è stato quindi a capo del dicastero sia durante la presidenza di Ebrahim Raisi sia in quella di Masoud Pezeshkian. In Iran, come riferisce una nota delle forze di difesa israeliane, il ministero dell’Intelligence «costituisce uno dei principali meccanismi di repressione e terrorismo del regime. Possiede capacità di intelligence avanzate e funge da braccio centrale nella supervisione, nello spionaggio e nell’esecuzione di operazioni segrete in tutto il mondo». Tra l’altro il ministro è stato tra i protagonisti delle recenti repressioni contro le proteste interne e allo stesso modo «ha agito contro i cittadini iraniani nel contesto delle proteste per l’hijab» nel 2022.
Ma le operazioni contro i vertici iraniani proseguiranno. Visto che «in Iran sono tutti nel mirino», Katz e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, hanno autorizzato l’esercito a «eliminare qualsiasi alto funzionario iraniano senza che sia necessaria un’ulteriore approvazione». Tra l’altro, le Idf hanno reso noto che a Beirut è stato ucciso il comandante della divisione Imam Hussein, Hassan Ali Marwan. Il terrorista, insediatosi solo sei giorni prima, «in precedenza ricopriva il ruolo di capo delle operazioni della divisione ed era responsabile del collegamento tra quest’ultima e gli alti ufficiali militari di Hezbollah e della Forza Quds».
Riguardo ai raid di Israele contro la leadership iraniana, c’è da dire che non hanno smantellato il regime. A confermarlo, durante un’audizione al Senato statunitense, è stata la direttrice dell’Intelligence nazionale Usa, Tulsi Gabbard: «Il governo di Teheran è intatto» seppur «ampiamente indebolito a causa degli attacchi alla sua leadership e alla sua capacità militare».
Ciononostante, le «sorprese» preannunciate da Katz non sono tardate ad arrivare, con Israele che ha colpito un impianto di gas iraniano nel Sud del Paese, innescando un pericoloso effetto domino sul mercato energetico globale con la rappresaglia del regime che è già iniziata. Il primo a confermare l’attacco è stato il vicegovernatore della provincia meridionale di Bushehr alla tv di Stato iraniana: «Pochi istanti fa, alcune parti degli impianti di gas» della raffineria strategica di South Pars, situata nella città di Kangan, «sono state colpite da proiettili del nemico americano-sionista». Stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa iraniana Fars, sono stati bersagliati i serbatoi di gas e parti di una raffineria. Altri funzionari iraniani hanno parlato di quattro sezioni degli impianti petrolchimici di South Pars colpiti. In merito ai danni, il governatore di Asaluyeh, centro iraniano per il gas e la petrolchimica, alimentato dal giacimento di South Pars, ha comunicato che «non è stata segnalata alcuna perdita di sostanze tossiche dopo l’attacco». Si tratta della prima volta, dall’inizio dell’operazione Furia epica, di un attacco contro gli impianti iraniani di gas, di vitale importanza per l’economia del Paese. South Pars, che fa parte del più grande giacimento di gas naturale al mondo, è infatti fondamentale per la produzione di energia elettrica dell’Iran. Stando a quanto riferito dal Financial Times, le sue infrastrutture forniscono oltre due terzi del gas consumato nel Paese. E non è escluso che l’iniziativa di Israele abbia ricevuto l’appoggio del presidente americano, Donald Trump. A confermare ad Axios il via libera degli Stati Uniti sono state alcune fonti israeliane. Poco dopo, un funzionario statunitense ha però smentito alla Cnn il coinvolgimento di Washington. A reagire duramente contro l’attacco è stata Doha, anche perché il giacimento finito nel mirino è condiviso con il Qatar attraverso il Golfo. Il portavoce del ministro degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha dichiarato: «Il fatto che Israele prenda di mira le infrastrutture legate al giacimento di gas iraniano di South Pars, che rappresenta un’estensione del giacimento di North Field del Qatar, è un passo pericoloso e irresponsabile». Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno criticato il raid, sostenendo che «colpire le infrastrutture energetiche rappresenta una minaccia diretta per la sicurezza energetica globale, nonché per la sicurezza e la stabilità della regione». Sulla stessa linea l’Oman: «L’attacco israeliano è una pericolosa escalation, una minaccia diretta alla sicurezza e alle forniture energetiche della regione».
Per il dialogo serve la rivolta interna
La guerra in Iran sta seguendo una direttrice strategica precisa: colpire i vertici del potere per disarticolare l’intero sistema. Non si tratta più soltanto di neutralizzare infrastrutture militari, ma di smontare progressivamente la catena di comando attraverso eliminazioni mirate. Dopo la morte di Ali Larijani, un nuovo raid ha colpito anche Esmail Khatib, capo dell’intelligence dal 2021 e figura centrale nella gestione della sicurezza interna e nella repressione delle proteste. L’ipotesi operativa di Israele è che la pressione aerea stia producendo effetti concreti sul funzionamento dello Stato iraniano. I centri decisionali sono costretti a spostarsi continuamente, alla ricerca di luoghi ritenuti sicuri, mentre jet e droni mantengono una presenza costante nei cieli. In alcuni casi, le attività operative vengono trasferite in strutture civili, scuole o impianti sportivi, segno di una crescente difficoltà logistica anche considerato che tutte le comunicazioni sono intercettate. A questo si aggiungono segnali di cedimento interno, con defezioni tra esercito e forze di polizia che indicano una prima erosione della coesione.
Misurare però l’efficacia reale della campagna resta complesso. Teheran ha imposto un rigido controllo dell’informazione: accesso limitato alla rete, censura sistematica e arresti per chi diffonde immagini dei danni. La guerra si gioca così, anche sul piano della percezione, in un contesto opaco dove è difficile distinguere tra realtà e narrazione. All’origine del conflitto vi è una rottura diplomatica maturata nei negoziati di Ginevra. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha rivendicato il diritto dell’Iran a proseguire l’arricchimento dell’uranio, scontrandosi con la posizione statunitense. Il confronto è rapidamente degenerato. L’assenza di segnali distensivi ha offerto alla Casa Bianca il contesto per autorizzare un’operazione militare già pianificata da tempo con Israele.
La strategia israelo-americana appare orientata a svuotare progressivamente il sistema di potere iraniano, eliminando i suoi principali protagonisti fino a renderlo incapace di funzionare. Ma questa impostazione si scontra con la natura stessa della Repubblica islamica, che in oltre 40 anni ha costruito una struttura complessa, resiliente e profondamente radicata. Pensare di provocarne il collasso esclusivamente con la forza militare rischia di essere una valutazione incompleta. Il nodo centrale resta l’assenza di un’opposizione interna in grado di raccogliere il vuoto di potere. Senza una mobilitazione popolare organizzata e armata, la pressione esterna difficilmente può tradursi in un cambio di regime. Alcuni segnali si sono intravisti, come gli attacchi dei Mojahedin del Popolo contro installazioni dei pasdaran a Teheran prima dell’inizio del conflitto, con un numero elevato di vittime, e le ipotesi di un coinvolgimento curdo, che Washington ha lasciato intendere di voler valutare. Poi più nulla. Nonostante l’intensità degli attacchi, il sistema iraniano non è collassato. Secondo la direttrice dell’intelligence nazionale statunitense Tulsi Gabbard, il governo resta in piedi, pur essendo stato fortemente degradato. Se la leadership dovesse sopravvivere, Teheran potrebbe ricostruire rapidamente le proprie capacità militari, in particolare nel settore dei droni e dei missili. Proprio sul dossier nucleare emerge una contraddizione significativa. Nella relazione scritta presentata al Senato, Gabbard aveva affermato che dopo i bombardamenti del giugno 2025 contro le infrastrutture nucleari iraniane non era stato compiuto «alcuno sforzo» per ricostruire le capacità di arricchimento dell’uranio. Una valutazione che metteva in discussione una delle principali giustificazioni utilizzate dall’amministrazione Trump per lanciare l’offensiva. Durante l’audizione orale, però, la stessa Gabbard ha corretto il tiro, sostenendo che Teheran starebbe «cercando di riprendersi» dai danni subiti. Il senatore democratico Mark Warner ha contestato apertamente questa discrepanza, accusandola di aver omesso gli elementi in contrasto con la linea della Casa Bianca. Resta inoltre aperto il nodo del materiale nucleare che si ritiene ancora nascosto nell’area di Isfahan. Un’eventuale operazione per sequestrarlo o distruggerlo comporterebbe rischi elevatissimi, legati sia all’incertezza sulla localizzazione sia alla possibilità di dispersione di sostanze radioattive o reazioni incontrollate.
Sul piano politico interno, il quadro appare molto incerto e frammentato. Della nuova guida suprema Mojtaba Khamenei, indicato come successore del padre, si sono perse le tracce nelle prime fasi del conflitto. Il presidente Masoud Pezeshkian, considerato più aperto al dialogo, appare marginale e privo di reale potere decisionale. A dominare restano le figure della linea dura, come il capo della magistratura Mohseni-Ejei e il vertice dei pasdaran Ahmad Vahidi, mentre altri attori chiave come Alireza Arafi e Mohammad Bagher Ghalibaf continuano a muoversi in un equilibrio ancora fluido.
Di fatto mantengono ancora un ruolo centrale nella gestione politica e finanziaria della risposta bellica, senza essere finora stati colpiti, segno di una possibile valutazione strategica su equilibri ancora in evoluzione. Il quadro complessivo evidenzia una contraddizione strutturale: la strategia della decapitazione sta producendo risultati sul piano militare, ma non si traduce in un esito politico. Senza una leadership alternativa e senza una dinamica interna capace di accompagnare la pressione esterna, il rischio è quello di un conflitto lungo e logorante. L’Iran è stato colpito duramente, ma non è crollato, e continua a dimostrare una capacità di adattamento che rende incerto qualsiasi sviluppo futuro.
Continua a leggereRiduci
Il Noma ha cambiato il nostro modo di guardare la natura, ma oggi è lo stesso Redzepi a cambiare sguardo su se stesso. Nel cuore della tempesta, tra critiche sul sistema del fine dining e la ricerca di un nuovo equilibrio, lo chef più premiato al mondo dice basta.