Vincenzo De Luca (Ansa)
L’ex governatore campano schiuma rabbia contro la famiglia del bosco. Anche il duo comico Luca e Paolo da Giovanni Floris dileggia i rurali: «Hanno rotto il ca...». Stop al trasferimento dei tre minori, la madre potrà vederli.
Conforme al suo stile dispotico nei riguardi di chi non si allinea al suo pensiero, anche Vincenzo De Luca, ex governatore della Regione Campania per conto di un partito che si vorrebbe «democratico», ha detto la sua sulla vicenda dei tre bambini della casa nel bosco, figli di Nathan e Catherine Trevallion, allontanati dai genitori per una serie di criticità rilevate dalle autorità nel loro stile di vita.
«Darei tre anni di carcere al padre e alla madre», ha attaccato De Luca, puntando il dito contro le condizioni di vita in cui crescevano i minori. «Qualcuno si ricorda che quei due sciagurati (i genitori, ndr) non avevano vaccinato i tre bambini?», ha tuonato lo sceriffo campano. «Qualcun altro ha detto “ma non è che sono moralmente migliori quei genitori che abbandonano i figli davanti al televisore…”. Sì», ha continuato De Luca, «non saranno moralmente migliori o responsabili ma è un problema di gradazione. Qua stiamo parlando di mancate vaccinazioni, di igiene».
Un’ossessione, quella di De Luca per i vaccini, che in pandemia si è fatto riconoscere per aver adottato un linguaggio di fuoco contro chi non si vaccinava contro il Covid («Contro i No vax, mi rimane il lanciafiamme, il napalm lo abbiamo già in essere») e messo in campo misure amministrative addirittura più rigide di quelle nazionali, le smart-card vaccinali, che gli sono valse una condanna in primo grado della Corte dei Conti. Un’ossessione basata peraltro su un falso: la figlia maggiore dei Trevallion, 8 anni, tra il 2017 e il 2018 ha ricevuto le prime tre dosi del vaccino esavalente (polio, difterite, tetano, epatite B, pertosse, emofilo) e le immunizzazioni contro morbillo, parotite, rosolia e varicella e anche i gemellini di 6 anni hanno ricevuto regolarmente le prime due dosi del vaccino esavalente.
L’ex governatore ha puntato il dito contro i due genitori Trevallion anche perché «non mandavano a scuola i bambini». Falso: la primogenita ha ricevuto istruzione parentale e superato un esame, risultando idonea al passaggio alla terza elementare, mentre i due gemelli al momento del prelevamento a novembre 2025 avevano appena compiuto 6 anni, l’età in cui in Italia scatta l’obbligo della scuola primaria. «Non gli hanno fatto fare la visita pediatrica, venivano lavati una volta alla settimana, vivevano come animali in un tugurio», ha aggiunto con toni durissimi l’ex governatore campano, «senza acqua né corrente elettrica, in una semi-capanna che non aveva l’agibilità e non era stata collaudata, quindi in condizioni di pericolo per i bambini». Esattamente quelle in cui, secondo le analisi di Istat e Save the children effettuate nel corso di un monitoraggio nel 2024, vivevano i bambini campani proprio quando a capo della regione c’era ancora Vincenzo De Luca.
Secondo lo studio, il 40,9% dei minori viveva in case sovraffollate o in condizioni abitative precarie (mancanza di luce, riscaldamento o spazi minimi per lo studio), il dato più alto d’Italia dopo la Sicilia. «È chiaro che la separazione dalla famiglia è un trauma per tre bambini, ma i responsabili sono quei due ( sempre i genitori, ndr)», colpevoli secondo l’ex governatore, candidato a fare per l’ennesima volta il sindaco di Salerno, di far vivere i figli «in una catapecchia». Le recenti analisi hanno, però, delineato un quadro critico per la Campania proprio sotto la gestione De Luca: il degrado ambientale e quello familiare si sono intrecciati con la povertà economica e, nella Campania dello sceriffo, circa 438.000 minori hanno vissuto in condizioni di povertà o vulnerabilità sociale, quasi il 20 per cento dell’intero fenomeno nazionale. I due genitori sono stati derisi anche dai comici Luca e Paolo durante l’ultima puntata di DiMartedì, condotto da Giovanni Floris, proprio a proposito di questo colloquio. «Cosa ha fatto il presidente del Senato? Ha incontrato la famiglia della casa nel bosco che, possiamo dirlo sommessamente, ha rotto il ca…!», hanno ironizzato i due comici, tra le risate di Massimo Giannini e di Floris.
Alla madre dei tre piccoli, nel frattempo, è stato consentito di riabbracciare i figli «in forma protetta». La visita sarà monitorata dagli operatori della casa famiglia di Vasto, in provincia di Chieti, dove alloggiano i bambini che, è notizia di ieri, ha confermato di poter proseguire l’ospitalità. Secondo gli amministratori della struttura, i minori «ora sono sereni», nonostante l’allontanamento della madre eseguito il 6 marzo scorso tra i singhiozzi dei figli.
In seguito a questo primo contatto, verrà probabilmente stilato un calendario regolare degli incontri, simile a quello previsto per Nathan Trevallion, il padre dei piccoli. I due genitori si sarebbero dovuti trasferire ieri in una nuova abitazione, assegnata dal Comune, per la scadenza del contratto di comodato d’uso gratuito del casolare offerto alla famiglia da Armando Carusi, imprenditore di Ortona (Chieti), dopo che il giudice del Tribunale per i minori dell’Aquila aveva allontanato i figli. La nuova residenza («È pronta ma la famiglia non si trasferisce», spiega il sindaco), immersa nella natura, è a poca distanza da una scuola che i bambini, se verranno riaffidati ad uno dei genitori - probabilmente il padre - potrebbero frequentare, sempre se non si opterà per l’istruzione parentale, consentita per legge.
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Stampa francese sul bombardamento austriaco di Venezia con palloni senza pilota (Getty Images)
Gli Austriaci sperimentarono il bombardamento aereo durante l'assedio alla morente Repubblica di Daniele Manin, usando aerostati senza pilota e armati di esplosivo temporizzato.
Il quadro storico è quello dell’assedio austriaco alla città di Venezia, durante la prima guerra d’Indipendenza. Gli austriaci di Radetzky, dopo aver occupato le città dell’entroterra veneto, cingevano d’assedio la Repubblica di San Marco in quei mesi governata da Daniele Manin dopo la rivolta che cacciò temporaneamente gli stessi asburgici. Verso la tarda primavera del 1849, gli austriaci avevano espugnato una delle strutture difensive più importanti della città, il Forte Marghera.
A Treviso, centro logistico militare austriaco da cui passavano le armi per l’assedio di Venezia, fu preparato un esperimento senza precedenti nella storia militare. Il generale dell’artiglieria Franz von Ucathius, militare ed inventore poliedrico (costruì uno dei primi proiettori di immagini in movimento e sperimentò l’autofrettaggio sulle bocche da fuoco) aveva studiato la prima forma di bombardamento aereo al mondo tramite piccoli aerostati senza pilota. Un primo progetto prevedeva l’uso di un pallone-guida dotato di vela per la direzione con equipaggio a bordo. A quest’ultimo sarebbero stati vincolati altri piccoli palloni tramite cavi di rame a loro volta collegati ad una batteria galvanica. Giunti sull’obiettivo, gli aerostati avrebbero sganciato il carico esplosivo tramite un impulso elettrico proveniente dall’aerostato madre.
Dalla base austriaca nel trevigiano, nella primavera dell’assedio, furono svolti i primi esperimenti e i veneziani notarono alcuni aerostati in volo e gli scoppi delle cariche rilasciate. Il fenomeno allarmò i comandi della Repubblica di San Marco che cercarono di studiare un sistema di difesa per quell’arma inedita. Fu la nascita di un primo, sperimentale, sistema di difesa aerea delle città. Il maggiore friulano Leonardo Andervolti, ufficiale del genio al servizio di Manin, portò l’idea di utilizzare un «razzo Congreve», usato dagli inglesi già nel 1811. Si trattava di un tubo riempito di polvere da sparo al quale Andervolti intendeva fissare un arpione legato ad una fune, che avrebbe permesso di agganciare il pallone esplosivo degli austriaci mentre sorvolava la città. Un’idea ancora più originale venne dall’ingegnere milanese Giovanni Battista Piatti. Un pallone ancorato ad una nave, che garantiva agili spostamenti corretti, avrebbe dovuto intercettare gli aerostati nemici e, una volta raggiunti, lanciare un arpione che avrebbe vincolato il pallone esplosivo all’aerostato di difesa. A sua volta richiamato dalla nave madre, il personale avrebbe neutralizzato la carica esplosiva.
Von Ucathius venne a conoscere le contromosse veneziane, senza però desistere dal suo esperimento. Abbandonata l’idea dei palloni portati dall’aerostato madre, mise da parte anche il sistema di sgancio elettrico tramite funi di rame. Fece allora costruire a Treviso palloni più piccoli con l’involucro in carta cerata, simile a quello delle lanterne cinesi. Il sistema di sgancio e detonazione sarebbe stato garantito da una miccia temporizzata, regolata per un volo intorno ai 35 minuti. Senza giuda, i palloni avrebbero dovuto compiere un volo libero calcolato secondo stime metereologiche dopo il decollo da una nave.
Il primo lancio sperimentale avvenne il 7 luglio 1849 durante uno degli assalti austriaci al ponte ferroviario che collegava Mestre a Venezia, condotto di notte dagli uomini di Radetzky anche con barchini esplosivi. Fu in quell’occasione lanciato un solo pallone, decollato da Campalto, che fu probabilmente utilizzato per calcolare la traiettoria per futuri attacchi dal cielo. I veneziani videro nuovamente gli aerostati nemici il 12 ed il 18 luglio, senza che questi recassero danni alla città cinta d’assedio.
Il 25 luglio 1849 fu lanciato il primo vero bombardamento dal cielo, con decine di palloni esplosivi lanciati dalla nave della Marina imperiale «Vulcano», ancorata nei pressi del Lido, che può considerarsi la prima portaerei della storia. Le cronache raccontano del sostanziale fallimento di quei primissimi droni. Il primo pallone scese troppo presto e scoppiò tra la vegetazione a poca distanza dal Lido, altri furono deviati dal vento in direzione opposta alla città. Altri ancora la sorvolarono senza esplodere, dirigendosi in alcuni casi verso le linee austriache a Marghera e Campalto. Le cronache divergono anche sugli effetti del bombardamento: molti cronisti dell’epoca, tra cui Niccolò Tommaseo, affermano che la città non fu danneggiata e che il volo dei palloni costituisse un divertente spettacolo per i veneziani. Altri invece hanno affermato che la nuova arma avesse prodotto un senso di angoscia nella popolazione già provata dall’assedio e che uno dei palloni fosse esploso in Piazza San Marco (ma non vi sono prove certe). Il 29 luglio gli austriaci scelsero di tornare alle armi tradizionali con un violentissimo bombardamento di artiglieria. Complice il colera che colpì Venezia, di fronte alla popolazione stremata dal morbo e dall’assedio, Daniele Manin si arrese agli austriaci il 22 agosto 1849. E sul ponte della ferrovia sventolò la famigerata «bandiera bianca».
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Michele Emiliano e Antonio Decaro (Ansa)
La mossa del presidente consentirebbe al Csm di concedere il placet al maxi incarico del magistrato come consulente. Con uno stipendio da 130.000 euro pagato dai pugliesi.
Quando c’è da fornire un aiutino a un magistrato, il Csm non si tira indietro. Certo, ha respinto due volte la richiesta avanzata dalla giunta della Regione Puglia di autorizzare il collocamento dell’ex governatore, Michele Emiliano, come consigliere legislativo per lo «studio e la ricerca», però lasciando aperta una terza soluzione.
Se il nuovo presidente, Antonio Decaro, accetta di far pagare ai pugliesi non solo un incarico da 130.000 euro l’anno ma anche i contributi previdenziali, la terza commissione del Consiglio superiore della magistratura darebbe il via libera all’incarico per Emiliano. L’ex governatore non vuole saperne di tornare a fare il pm, professione da lui esercitata fino al 2003 quando era diventato sindaco di Bari, carica ricoperta fino al 2014. Nel frattempo era stato segretario regionale del Pd, assessore comunale a San Severo e due volte presidente di Regione.
Per l’esattezza, sarebbe anche rientrato nei ranghi ma solo alla settima professionalità, la maggiore, come se avesse continuato ad amministrare giustizia in tribunale. «Ogni lavoratore, quando torna, chiede la ricostruzione della carriera ed è stata cosa accaduta ad altri magistrati che sono rientrati», era stata la sua giustificazione. Lo scorso dicembre aveva cambiato idea: «Non torno a fare il magistrato, anche per non mettere in imbarazzo tutti quanti, sarei una specie di orso al luna park. Io tutta quest’ansia di ricominciare a lavorare non ce l’ho», disse alla trasmissione di Radio 1, Un giorno da pecora.
C’era, però, il nodo del suo collocamento fuori ruolo dalla magistratura, considerato che Decaro in giunta non lo voleva malgrado l’impegno di Elly Schlein di offrire a Emiliano l’incarico di assessore in cambio della sua rinuncia a candidarsi Regione. Come occupare l’ex presidente, che potrebbe andare in pensione il prossimo luglio al compimento dei 67 anni, in attesa delle politiche del 2027, quando punta a entrare in Parlamento?
Il ruolo di consigliere giuridico di Decaro sembrava la soluzione ritagliata su misura per l’ex governatore-sceriffo. Una figura pensata proprio per consentire l’ingresso di Emiliano come supporto tecnico, mantenendogli una posizione centrale nelle decisioni sul suo territorio.
La Regione Puglia aveva presentato la prima richiesta di autorizzazione a gennaio, respinta dal Csm in quanto, sostanzialmente, inadeguata. La legge Severino dice che quel tipo di incarico tecnico può essere affidato a un magistrato solo se questi si mette alle dipendenze di altra amministrazione e, in ogni caso, l’incarico «fuori ruolo» prospettato per Emiliano non veniva accettato perché una consulenza politica regionale non era funzionale all’attività giudiziaria futura del magistrato, né rispondeva all’interesse dell’amministrazione giudiziaria.
Non solo, dopo la riforma Cartabia il tetto complessivo per i magistrati collocabili fuori ruolo è fissato a 180 unità per l’area ordinaria, con ulteriori limiti basati sul tipo di incarico e sull’ente di destinazione. E per un numero ridotto di posti (40) può trattarsi di collocamenti presso enti diversi da ministeri e organi costituzionali. Da Palazzo dei Marescialli era partita la richiesta di riscrivere l’istanza, rispedita ancora una volta al mittente in quanto, come nuova ipotesi, prevedeva di mettere in aspettativa retribuita l’ex governatore, garantendo il pagamento della consulenza ma non degli oneri previdenziali fondamentali ai fini pensionistici. Rigettata per incompatibilità normativa, perché il ruolo disegnato per Emiliano «non rientra in alcuno dei casi previsti dalla legge, che include anche i consiglieri giuridici ma quelli inseriti in “organi di rilevanza costituzionale”, quindi governo, Parlamento o omologhi», secondo quanto racconta Repubblica.
Se lo Stato non paga i contributi, nessun problema: ci pensa la Regione Puglia a sistemare il suo ex governatore, assumendosi anche quell’onere. Sarebbe questo, infatti, il piano ultimo che si sta predisponendo per ottenere il beneplacito del Csm. I giudici che hanno aspettato l’esito del referendum per negare l’aspettativa a Emiliano, forse per non mostrarsi troppo permissivi con il collega, non avrebbero nulla da obiettare se a sobbarcarsi del collocamento pro tempore di Emiliano fosse la Regione, ovvero i cittadini pugliesi. Con un disavanzo 2025 della sanità locale calcolato in 369 milioni di euro (quasi il triplo del deficit dell’anno precedente). Con richieste di interventi quali chiusure o accorpamenti di reparti o di interi ospedali, razionalizzazione della spesa farmaceutica e altre economie di cui doveva farsi carico la precedente amministrazione: «La Puglia è ancora in piano di rientro e, dopo anni di governo regionale di centrosinistra, non ha mai messo in campo una strategia credibile per uscirne. La verità è che non si possono chiedere sempre più risorse senza assumersi la responsabilità dei risultati», tuonava due giorni fa il gruppo regionale di Fratelli d’Italia.
Con l’ipotesi di aumentare l’addizionale Irpef per raggiungere l’obiettivo dell’equilibrio contabile, confermata dal presidente Decaro, si trovano i soldi per dare una poltrona all’ex presidente di Regione garantendogli pure i contributi perché arrivi alla pensione senza preoccupazioni di sorta.
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