C’è poco da fare: pensi gnocchi e ti viene fame. Sono probabilmente il primo piatto più apprezzato dai bambini e sono una ricetta che risolve tutti i problemi. Siamo abituati a pensarli di patate (alla sorrentina sono di una golosità solare!) ma in realtà si possono fare con tanti frutti dell’orto: a esempio in autunno con zucca e castagne e un sugo di funghi diventano sublimi. Noi oggi ve ne proponiamo alcuni leggerissimi, di gran gusto e di sicuro effetto: ingrediente base il cavolfiore!
Ingredienti – Cavolfiore 600 gr, farina tipo0 500 gr, un uovo,150 gr di gorgonzola, 12 noci, 150 gr di Parmigiano reggiano o Grana padano o altro formaggio da grattugia (tipo Montasio stravecchio), un bicchiere scarso di latte, sale e pepe qb
Procedimento – Tagliate a dadoni il cavolfiore e poi col il mixer riducetelo in una sorta di poltiglia. In una ciotola grande unite il cavolfiore grattugiato a ¾ della farina e lavoratelo con energia, aggiungete l’uovo e impastate ben bene, volendo anche con pizzico di sale. Fate riposare l’impasto poi infarinate il tagliere, date una forma cilindrica all’impasto lavorandolo ulteriormente e ricavatene tanti bastoncini che taglierete a pezzetti lunghi circa mezzo centimetro. E gli gnocchi sono fatti, sistemateli in un vassoio spolverizzando con altra farina. Mettete a bollire una pentola capiente con l’acqua e un po’ di sale e nel frattempo in una padella capiente – ci dovrete mantecare gli gnocchi – fate fondere a fiamma moderata il gorgonzola nel latte aggiungendo una metà circa de formaggio grattugiato. Lessate gli gnocchi (sono pronti quando vengono a galla, ci vorranno un paio di minuti) poi passateli nella crema di formaggio aggiungendo un pizzico di pepe se vi va, i gherigli delle noci, che avrete nel frattempo sgusciato, tritati grossolanamente. Aggiungete altro formaggio grattugiato e servite.
Come far divertire i bambini – Fate sistemare a loro gli gnocchi man mano che si fanno, nel piatto dove riposeranno.
Abbinamento – Abbiamo scelto un Teroldego trentino, vanno benissimo Merlot o Cabernet Sauvignon o volendo anche una Barbera.
Continua a leggereRiduci
True
2026-02-01
I media statunitensi: «Oggi raid sull’Iran». Trump sui pasdaran: «Se la fanno sotto...»
Manifesti antiamericani a Teheran. Nel riquadro il titolo di Drop Site sul possibile attacco Usa (Ansa)
I sauditi, finora contrari all’escalation, premono su Washington: «Se non agisce, rafforza il regime». Teheran confida in Ankara.
L’attacco militare americano all’Iran potrebbe essere a un passo. Secondo il sito Drop Site, Donald Trump potrebbe autorizzare un’operazione militare contro la Repubblica islamica già nella giornata di oggi. In particolare, Washington sarebbe pronta a prendere di mira non soltanto i siti nucleari e gli impianti per la realizzazione di missili balistici ma anche la stessa leadership del regime khomeinista.
«Se il nemico commette un errore, senza dubbio metterà a repentaglio la propria sicurezza, la sicurezza della regione e la sicurezza del regime sionista», ha frattanto dichiarato ieri il capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami, aggiungendo che le forze armate del regime sono «in piena prontezza difensiva e militare». Tutto questo, mentre i media statali iraniani pubblicavano foto di Ali Khamenei, per smentire le voci che si fosse nascosto in un bunker. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno espresso irritazione per le esercitazioni militari dei pasdaran in programma oggi e domani nello Stretto di Hormuz: un’area, ricordiamolo, cruciale per quanto concerne il trasporto del petrolio. «Non tollereremo azioni pericolose del corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica», ha dichiarato Centcom. Frattanto, sempre ieri, si sono verificate delle esplosioni in Iran: due funzionari israeliani hanno prontamente smentito il coinvolgimento dello Stato ebraico nell’accaduto. Anche gli Usa, secondo la Cnn, non avrebbero responsabilità.
Insomma, la situazione complessiva è a dir poco tesa. Ed è anche emersa una rivelazione curiosa. Secondo Axios, nella sua recente visita a Washington, il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, avrebbe detto, nel corso di un incontro privato con think tank e organizzazioni ebraiche, che l’Iran si sentirebbe incoraggiato, qualora gli Stati Uniti non lo attaccassero. Se confermata, questa posizione cozzerebbe con quanto espresso pubblicamente da Riad, che ha finora auspicato di evitare un’escalation. Non è quindi escludibile che quanto riferito da Axios possa determinare degli attriti tra i sauditi e la Turchia: Ankara si sta infatti spendendo per dissuadere la Casa Bianca dall’intraprendere un’azione militare contro l’Iran. Sarà un caso, ma, proprio ieri, una fonte ha riferito all’Afp che probabilmente la Turchia non aderirà al patto di sicurezza tra Arabia Saudita e Pakistan.
Riad sta quindi facendo una sorta di doppio gioco? Non è affatto escludibile. Negli scorsi mesi, i sauditi si sono avvicinati ai turchi, convergendo su vari dossier (a cominciare da quello siriano). Tuttavia, dall’altra parte, Riad non ha mai cessato di temere le ambizioni nucleari di Teheran. E questo potrebbe spiegare il senso di quanto rivelato da Axios. Va comunque da sé che, se i sauditi avessero davvero esortato Washington (per quanto indirettamente) ad agire, la probabilità di un attacco militare americano contro la Repubblica islamica si farebbe assai più concreta.
Teheran ne è consapevole. E per questo spera che Ankara convinca Trump a desistere. «Nelle nostre conversazioni, ho ribadito che l’Iran non ha mai cercato di dotarsi di armi nucleari ed è pronto ad abbracciare un accordo nucleare giusto ed equo che soddisfi i legittimi interessi del nostro popolo; questo include la garanzia di “nessuna arma nucleare” e la revoca delle sanzioni», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, dopo aver incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan, venerdì. Anche il segretario del Supremo consiglio di sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani, ha detto, ieri, che sarebbe «in corso la formazione di una struttura per dei negoziati» con gli Usa. Lo stesso Trump, in serata, ha affermato che la diplomazia sarebbe al lavoro. «L’Iran sta parlando con noi e vedremo se possiamo fare qualcosa, altrimenti vedremo cosa succede», ha affermato. Su Truth, ha rilanciato il post di un attivista che, dei pasdaran, diceva: «Se la stanno facendo sotto». Il punto è che finora il regime khomeinista non ha aperto alle richieste della Casa Bianca sull’arricchimento dell’uranio e sul programma balistico. Il che ha irritato notevolmente il presidente americano che, negli ultimi giorni, è tornato a valutare concretamente l’opzione militare. Bisognerà adesso capire che cosa accadrà nelle prossime ore. Si riapriranno le trattative tra Washington e Teheran? Oppure Trump deciderà di attaccare? Nel momento in cui La Verità andava in stampa, la situazione era significativamente in bilico, ma il presidente americano potrebbe usare la forza militare come leva negoziale con gli ayatollah.
Continua a leggereRiduci
(IStock)
Il saggio di Roberto Arditti e Alessio Gallicola fa il ritratto di una generazione persa.
«Maranza»: una parola che abbiamo imparato a conoscere e che, negli ultimi anni, ha subito un cambiamento semantico. Non indica più i tamarri, ma i ragazzi di seconda generazione: i marocchini zanza. Più genericamente, tutti coloro che provengono dal Maghreb e che hanno fatto della criminalità, in particolare furto e rapina, una «professione». Da anni circolavano sui social le immagini di don Alì, l’auto proclamato re dei maranza che è stato arrestato il 22 novembre scorso. Don Alì, il cui vero nome è Said Alì, ha contribuito a creare l’immaginario di questo gruppo. Piumini e catene, come titolano il loro saggio, pubblicato per i tipi di Amando Curcio editore, Roberto Arditti e Alessio Gallicola.
Una carrellata di fatti di cronaca spesso messi da parte ma che, se uniti, descrivono un problema che tocca tutto il Paese, da Torino a Napoli passando ovviamente per Milano.
Il 22 febbraio del 2025 tre studenti spagnoli, impegnati in Erasmus con la Bocconi, stanno tornando a casa. È notte fonda e i locali hanno già chiuso. I tre decidono di prendere prima un taxi e a seguire il filobus 90. Poi, come si legge in Piumini e catene, «salgono quattro ragazzi con i cappucci tirati su. Nessuno dice una parola. Il più alto si sistema il giubbotto, si avvicina agli spagnoli, uno scambio di sguardi, poi un urto. La collanina si spezza, parte una spinta, il coltello lampeggia. Uno dei tre studenti cade, colpito al fianco. Il pavimento si macchia di sangue».
I quattro, maranza appunto, scappano. È a questo punto, sottolineano Arditti e Gallicola, che le forze dell’ordine cominciano a parlare di «“bande fluide”, gruppi che nascono e si sciolgono in poche settimane, collegati fra loro dai social». Branchi che si riuniscono per colpire e poi si lasciano. Non hanno legami. Non hanno rapporti. Hanno solo un obiettivo: rubare e ferire. Non era, questo, l’ultimo caso. E non sarà nemmeno l’ultimo. Sui mezzi pubblici di Milano rapine e attacchi con l’arma bianca sono in netto aumento.
Questi gruppi di déraciné, di senza radici, sono tenuti insieme da poco o nulla. Quel poco, oltre alla violenza, è la musica rap. Baby Gang, il cui vero nome è Zaccaria Mouhib, su tutti. È il «prototipo» del maranza. Infanzia difficile, poi il carcere minorile. «Non ho paura di morire, ho paura di non vivere», canta in Cella 101. Diventa famoso sfruttando Youtube e l’hype che le sue canzoni generano. Ma non è il solo, come notano Arditti e Gallicola. Ci sono anche Rondo Da Sosa, Simba la Rue, Neima Ezza, Vale Pain, Sacky, Touché. «Giovani, figli di migranti o di famiglie modeste, cresciuti nelle stesse piazze e negli stessi cortili. Tutti raccontano la stessa città: Milano come campo di battaglia, come sogno e condanna insieme».
Sono i volti e i canti di una generazione che non si è integrata perché non ha voluto farlo. Che urla un disagio che ha cercato da sé o quantomeno che non ha mai provato a combattere. E che cerca lo scontro, non solo verbale ma soprattutto fisico. Sono i giovani del Maghreb che indossano i piumini e le catene. E che tengono nascosto il coltello. Ma, soprattutto, è la generazione che tinge di sangue le nostre vie. Al ritmo del rap.
Continua a leggereRiduci
Mohammad Hannoun (Ansa). Nel riquadro Abu Rawwa
Le prediche pronunciate in Italia e il sistema di raccolta fondi della società che finanziava Hamas: Abu Rawwa era il vero motore dell’iniziativa «benefica». Sui social post contro Israele, considerato un cancro che sta fermando la diffusione dell’islam.
È stato accolto come un eroe. Applausi, strette di mano, foto e ringraziamenti dal palco. Abu Rawwa, il braccio destro di Mohammad Hannoun - l’uomo che secondo l’inchiesta della Procura di Genova raccoglieva milioni di euro per Hamas - nei giorni scorsi era tra i protagonisti di un evento per la Palestina a Modena. Dopo la sua scarcerazione, nonostante resti indagato per finanziamento al terrorismo, lo sceicco - così lo chiamano i suoi seguaci - torna in pubblico. E viene celebrato. Tra gli ospiti ufficiali dell’evento c’è anche la deputata del M5S Stefania Ascari. Le immagini parlano chiaro. Lei lo saluta con affetto. Lui la ringrazia dal microfono, sorridente: «Grazie alla nostra amica Stefania, Palestina libera!».
Una scena che pesa, perché arriva mentre gli inquirenti lo collocano al centro della raccolta di fondi destinati ad Hamas, con circa un milione di euro messi insieme in pochi mesi, e dopo il ritrovamento da parte della polizia di 560.000 euro in contanti nel suo garage di Sassuolo. Ma sul palco pro-Pal di Modena Abu Rawwa è come una star. Parla di aiuti e buone intenzioni: «Con il nostro amico Hannoun abbiamo fatto tante cose buone. Oggi la speranza vive ancora». Applausi. Nessuna domanda.
Ma c’è un altro Abu Rawwa. Quello dei sermoni nelle moschee italiane, rimasti finora sotto silenzio. Prediche che si collocano nel pieno della sua attività per l’Associazione Benefica per il Popolo Palestinese di Mohammad Hannoun. Abu Rawwa, infatti, lavora per l’Abspp dal 2012 ed esiste anche una foto che lo ritrae insieme a Hannoun durante una missione in Medio Oriente, a conferma di un rapporto stretto e continuativo. È in questo contesto operativo - raccolta fondi, viaggi, attività associative - che maturano e vengono pronunciati i suoi sermoni. Prediche pronunciate mesi prima del 7 ottobre in cui il linguaggio cambia tono e diventa esplicito. Israele viene definito come un cancro da estirpare. «C’è un cancro. E non possiamo fare di più. Non possiamo mandare avanti l’islam finché c’è questo cancro. Questo cancro si trova nel cuore della Umma, a Gerusalemme». Un male che impedirebbe all’Islam di andare avanti. Non una metafora teologica quindi, ma una narrazione di annientamento che sembra preparare il terreno alla violenza. «Chi vuole sostenere la volontà di Allah?». Ed ecco che il sostegno alla Palestina viene presentato come un obbligo salvifico: «Io oggi sono qua per la Palestina», dice. «Allah vuole sapere chi aiuta. Chi aiuta. Chi sostiene. Per Allah questo è un esame». L’Islam, insiste, «non è solo preghiera. L’islam è giustizia». E dunque richiede azione. Poi va oltre: «Chi vuole sostenere la volontà di Dio e sacrificarsi lì? Posso fare il sacrificio in Palestina? Certo». Un linguaggio che richiamerebbe la retorica del martirio. In questo schema anche la donazione diventa redenzione: «Quando diamo soldi otteniamo la vita eterna», «quando io faccio una donazione compro la mia anima e il mio corpo da Allah». Fino a fissare un prezzo preciso: «Il sacrificio per la Palestina costa 120 euro». Un messaggio che alterna in modo studiato italiano e arabo, in cui compaiono termini chiave come ribat - il presidio militante. Il passaggio più inquietante arriva quando lo sceicco di Hannoun richiama senza filtri il jihad, citando il versetto coranico che parla esplicitamente di «combattere, uccidere ed essere uccisi sulla via di Dio» calandolo nella realtà della Palestina.
Una narrazione che glorifica lo scontro armato e presenta la causa come guerra santa, rafforzando ancora di più il sospetto che la beneficenza dell’Abssp fosse in realtà una copertura per il finanziamento al terrorismo di Hamas.
Il collegamento tra predicazione e operatività emerge anche dalle intercettazioni. In una conversazione agli atti, Abu Rawwa fa riferimento alla raccolta per la «Mugawama» - la «resistenza», termine comunemente utilizzato per Hamas - ma subito si corregge: «Non parlare di queste cose». E avverte: «I nostri telefoni al milione per cento sono intercettati».
Anche sui social Abu Rawwa attacca apertamente lo stato ebraico. In un post compare una tomba con una stella di David e la scritta «1948-2028». Sotto i commenti dei suoi seguaci parlano da soli: «Speriamo di assistere a questo evento con i nostri occhi e di averne una parte»; «Non ci saranno più scimmie per grazia di Allah Onnipotente»; «La loro morte è vicina». Messaggi che delineano il clima di odio e violenza dei suoi sermoni. Abu Rawwa oggi è libero. Ma la domanda è una sola: com’è possibile che prediche estremiste di questo tipo siano passate sotto silenzio?
Continua a leggereRiduci







