Ecco #DimmiLaVerità del 26 gennaio 2026. Il nostro Fabio Amendolara commenta gli ultimi sviluppi del caso di Anguillara.
Negli Usa nella fascia tra 18 e 22 anni sono scesi dall’8,6 al 3,2% nell’ultimo quadriennio Pure tra i più maturi si registra un calo. E le serie tv con protagonisti «fluidi» fanno flop.
«L’identità di genere è una tendenza e non è più così “cool”». Così scriveva lo scorso autunno, senza nascondere un certo entusiasmo, Sarah Holliday, giornalista del Washington Stand. Ad ispirare questo commento era stato The decline of trans and queer identity among young americans, studio di Eric Kaufmann, sociologo e direttore del Centre for Heterodox Social Science presso l’Università di Buckingham. Con questo lavoro di 27 pagine - di cui aveva dato notizia anche La Verità -, l’accademico aveva scoperto una inversione di tendenza, ovvero che la quota di studenti che si identificano con un genere diverso da maschile o femminile - ovvero come «non binari» - ha raggiunto il picco nel 2023 (6,8%) e si è dimezzata nei due anni dopo, fermandosi nel 2025 a 3,6%. Rilanciato Elon Musk, Donald Trump Jr. e Matt Walsh, il post su X contenente questo studio ha toccato le 20 milioni di visualizzazioni.
Con le visualizzazioni sono fioccate, inevitabili, anche le critiche a Kaufmann, che nel merito sono essenzialmente state di due tipi. Al sociologo è stato rimproverato di non aver capito che «non binario non significa trans» e di non aver utilizzato dati ponderati. Due osservazioni alle quali l’autore di The decline of trans and queer identity - basato sui dati della Foundation for individual rights and expression (Fire), indagine che coinvolge oltre 50.000 studenti all’anno provenienti da quasi 250 atenei americani - ha efficacemente risposto. Anzitutto, il docente dell’Università di Buckingham ha rilevato che coloro che si identificano come trans hanno quasi 70 volte più probabilità di identificarsi come non binari rispetto a una persona che non si identifica come trans. «Una correlazione monumentale», ha commentato Kaufmann, il quale ha fatto anche notare come ponderare i dati, quando i sottogruppi sono così piccoli come gli intervistati trans di un campione, rischia di essere molto rischioso a fini interpretativi.
Come che sia, questo dibattito iniziato a fine ottobre 2025, di fatto non si è più chiuso; anche perché, nel frattempo, sono intervenuti pure altri studiosi. Un nome su tutti che merita di essere richiamato è quello di Jean Twenge, professoressa di psicologia alla San Diego State University, forse la massima ricercatrice quantitativa sulle tendenze giovanili degli Stati Uniti, la quale - a partire da un’altra fonte, il Cooperative Election Study (Ces), questa sì rappresentativa - ha concluso che sì, «tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 22 anni, l’identificazione transgender si è quasi dimezzata dal 2022 al 2024. L’identificazione non binaria è diminuita di oltre la metà tra il 2023 e il 2024».Più precisamente, se nel 2020 l’8,6% dei giovani tra i 18 e i 22 anni ha dichiarato di essere transgender, solo un anno dopo la quota è scesa al 5,6%, per crollare ulteriormente al 3,2% nel 2024: meno 5,4% in appena quattro anni non è un calo, bensì un crollo perfino peggiore di quello rilevato da Kaufmann. Come se non bastasse, un altro esperto di statistiche, Ryan Burge, ha deciso di vederci chiaro trovando un dato che non ha avuto alcuna risonanza sui media internazionali: il calo dell’identità fluida persino nelle fasce d’età più mature. «Ciò che colpisce è che anche tra le persone decisamente non “giovani”, si è registrato un calo notevole nell’identificazione transgender», ha osservato Burge, «ad esempio, tra gli intervistati nati negli anni Settanta, circa l’1,6% ha dichiarato di essere transgender nel 2020; entro il 2024, questa percentuale era scesa ad appena lo 0,3%.
Per i nati alla fine degli anni Ottanta, l’identificazione transgender è scesa dal 4,8% ad appena lo 0,9%. Quindi, questo non è un fenomeno limitato solo ai più giovani adulti: ci sono cali significativi anche tra le persone tra i 30 e i 40 anni».Suffraga l’arretramento dell’identità fluida anche l’esperienza dei detransitioners, ossia quanti, avviata o completata una transizione di genere, non solo desiderano tornare alla loro identità biologica originale ma, non di rado, fanno causa ai medici che troppo frettolosamente li hanno avviati a questo iter. Di quante persone si tratta? Difficile dirlo. Secondo Walt Heyer, forse tra i volti più noti di quanti hanno vissuto in un sesso (nel suo caso femminile) prima di tornare al proprio, essi ammontano addirittura al 20% dell’insieme dei trans. Gli studi scientifici fissano una forbice più contenuta, che varia dal 2 all’8%. C’è però da dire che questi casi non però semplici da intercettare, anche perché i pentiti della transizione vengono spesso bullizzati dalla comunità Lgbt, che li tratta come traditori della causa. Da uno studio uscito pubblicato su Archives of Sexual Behavior sappiamo che sono meno di un quarto - il 24%, per l’esattezza - i detransitioners che decidono di informare della loro scelta i medici. Molti semplicemente spariscono: non si fanno più vedere e basta.
Quel che è certo è che i detransitioners sono in aumento in tutto l’Occidente e certificano che sì, forse «l’identità di genere è non è più così “cool”». La cosa che colpisce è che un declino dell’ideologia gender oggi si intravede anche là dove, francamente, meno uno se lo aspetterebbe: nel mondo dei mass media. Secondo Where We Are on tv, l’ultimo rapporto Glaad - acronimo dell’associazione arcobaleno Gay and lesbian alliance against defamation - diffuso un paio di mesi fa, se durante la stagione televisiva 2023-2024 i personaggi transgender erano 24, nell’ultima, dove complessivamente sono stati rilevati 489 personaggi arcobaleno, quelli transgender sono saliti a 33. Eppure, sorpresa: appena quattro di questi 33 appartengono a show che torneranno per un’altra stagione; il resto, ha osservato Jorge Enrique Mújica per l’agenzia Zenit, è legato a produzioni che sono state cancellate o non saranno rinnovate. Troppo poco, forse, per parlare di trasformazione del mondo dei media, da decenni megafono dell’agenda progressista. Però è un segnale. D’altra parte, che l’eccessiva presenza gender anche sul mondo dei media e della pubblicità stia iniziando a stancare lo si sa da tempo. Almeno dalla primavera del 2023, quando la birra Bud Light, per farsi pubblicità, scelse di affidarsi all’attivista transgender Dylan Mulvaney. Risultato: il titolo in Borsa dell’azienda era repentinamente crollato, per un totale di perdite di circa oltre 4,5 miliardi di dollari di capitalizzazione.
Adesso Bud Light costa meno dell’acqua, aveva chiosato qualcuno commentando il tonfo. La stanchezza della gente comune per l’ideologia gender è tale che c’è chi attribuisce una parte non irrilevante della vittoria alle presidenziali del novembre 2024 di Donald Trump su Kamala Harris alla maxi sponsorizzazione sui social network che il tycoon fece d’un vecchio video del 2019 nel quale la candidata democratica affermava che avrebbe pagato con i fondi pubblici le operazioni per il «cambio di sesso» dei transessuali detenuti. Perfino Charlamagne tha God, popolarissimo conduttore radiofonico afroamericano con milioni di follower e apertamente progressista, se n’era sbottato: «Neanche io vorrei che i soldi delle mie tasse venissero spesi per gli interventi chirurgici delle persone transgender». Questo precedente è interessante perché fa capire che non sono stati Trump con i suoi ordini esecutivi che escludono le atlete trans dalle competizioni femminili o Elon Musk servendosi di X a generare una sorta di presunta «transfobia». Un malcontento c’era già. E probabilmente aleggia ora in tutto l’Occidente, benché i paladini del progressismo si ostinino a non vederlo.
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Il ministro degli Esteri Antonio Tajani (secondo da sinistra) presente alla cerimonia di firma del contratto di concessione della zona franca di Misurata (Ansa)
Con il nuovo terminal container della Free Zone inaugurato a Misurata, frutto di un investimento privato da oltre 2,7 miliardi di dollari di Msc e un fondo qatarino, Roma consolida il proprio ruolo non solo in Libia ma nel Mediterraneo, tra Piano Mattei, economia, energia e stabilità regionale.
L’Italia ribadisce il suo ruolo da protagonista nel Mediterraneo, rafforzando la sua presenza in Libia e coinvolgendo anche il Qatar. A Misurata, grande città amministrata dal Governo di unità nazionale (Gnu), riconosciuto dalle Nazioni unite e guidato da Abdul-Hamid Dbeibah, è stato inaugurato il terminal container della Misurata Free Zone a opera del gruppo italiano Mediterranean shipping company, meglio noto come Msc e il fondo Al Maha Capital Partners del Qatar.
Alla posa della prima pietra erano presenti oltre a Dbeibah, il ministro degli Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani ed il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. L’investimento supera i 2,7 miliardi di dollari spalmati in tre anni e punta all’ammodernamento di un enorme hub commerciale. Misurata, nonostante faccia parte del governo della Libia occidentale, gode di una fortissima autonomia dovuta alla presenza di potenti milizie garanti della permanenza al potere dell’attuale Primo ministro Dbeibah. La città vanta una lunga tradizione di autonomia e ribellione e nel 2011 era stata fra le prime a ribellarsi a Muammar Gheddafi. Ancora oggi le milizie di Misurata sono determinanti per la tenuta del governo di Tripoli e sono loro che hanno difeso i quartieri governativi quando nei mesi scorsi la capitale si era trasformata in un campo di battaglia.
Le milizie misuratine sono acerrime nemiche del generale Khalifa Haftar, autentico padrone della Libia orientale, ed hanno dichiarato più volte che avrebbero impedito la sua avanzata verso Tripoli. Haftar nell’estate scorsa aveva stretto la Tripolitania in una morsa chiudendola a Est e a Sud, spingendosi fino a Sirte, ma non aveva trovato un accordo con le milizie locali e soprattutto le forze misuratine aveva iniziato ad attaccare tutti i suoi alleati. L’accordo creerà circa 70.000 posti di lavoro nella città portuale ed il ministro degli Esteri italiano Tajani ha voluto sottolineare l’importanza di questa joint venture che aumenta la presenza di Roma nel Mediterraneo. «Una firma che rafforza il Piano Mattei per l’Africa e che amplia una strategia che unisce economia, sicurezza energetica e dona nuova linfa alla dinamica diplomazia italiana in una regione chiave. La partnership con il Qatar dimostra come la nostra politica estera stia funzionando e come tante nazioni vogliano stringere rapporti commerciali con noi e che possiamo cambiare gli equilibri sul campo». Il ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale del governo di Tripoli, Taher Al-Baour ha ribadito l’importanza delle relazioni fra Libia ed Italia che stanno affrontato insieme anche il processo di riconciliazione nazionale per la stabilità e l’unità del Paese. «Il governo di Roma riconosce il nostro governo come il legittimo rappresentante del popolo libico e vuole continuare a lavorare insieme per crescere. Gli investimenti come quello di Misurata dimostrano come il territorio sia saldamente nelle nostre mani, respingendo le false notizie di un crollo imminente del nostro esecutivo. Questo hub può diventare strategico e connettere Europa, Nord Africa e Medio Oriente».
L’Italia esporta verso la Libia derivati dalla raffinazione del petrolio, navi e imbarcazioni, mentre le importazioni italiane sono concentrate su petrolio e gas naturale. Nel 2024 l’interscambio fra le due nazioni ha raggiunto 9,5 miliardi di euro con le esportazioni italiane aumentate di oltre il 36%, mentre nel 2025, l’Italia è stato primo cliente della Libia, con una quota di mercato del 22,4%, e terzo fornitore, con una quota del 10,1%. Una crescita continua che dimostra come la presa della Turchia sul Gnu si stia indebolendo a favore dell’Italia ed anche in Cirenaica, dove sono i russi a essere protagonisti, il governo italiano sta lavorando per aumentare gli scambi commerciali e soprattutto riunificare i due governi. «Roma garantisce al Gnu un sostegno chiaro e diretto anche sul fronte migratorio - continua il responsabile della politica estera di Tripoli - noi abbiamo bisogno di collaborazione per i rimpatri e per la sicurezza delle nostre frontiere. Dobbiamo lavorare con le nazioni africane, anche a sud del Sahel, con l’obiettivo di rafforzare i governi che spesso si trovano in difficoltà contro banditi ed estremisti islamici. Italia e Libia hanno firmato un nuovo accordo per la perforazione e lo sfruttamento di un grande giacimento petrolifero nel golfo della Sirte. La Libia sta tornando protagonista e l’Europa ha ben compreso il ruolo della nostra nazione per la stabilità e la prosperità dell’intero Mediterraneo».
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Ansa
La scelta esistenziale della famiglia nel bosco mette in discussione uno stile di vita ritenuto l’unico valido. Per questo viene trattata come disagio psichico. È il modello che l’Urss usava contro i suoi oppositori e che abbiamo rivisto in azione durante la pandemia.
La famiglia che aveva scelto di vivere in un bosco sarà sottoposta all’intollerabile arbitrio di una perizia psichiatrica. Tra le armi più micidiali di un potere corrotto, poche sono state affilate quanto l’accusa di pazzia. Non sporca le mani di sangue, non erige patiboli nelle piazze, e ottiene due risultati spettacolari: ridurre al silenzio chi disturba l’ordine costituito, e trasportarlo all’inferno, un inferno dove nessun avvocato potrà entrare, dove sarà corretto, anzi encomiabile, spegnere il suo intelletto con droghe ampollosamente chiamate psicofarmaci, torturarlo con procedimenti terapeutici come l’elettroshock o crisi ipoglicemiche di insulina. Dichiarare folle un uomo significa sottrargli la parola, svuotare il suo pensiero di autorità. È una condanna che non uccide il corpo, ma delegittima l’anima.
La figura di Ignác Semmelweis si staglia come un presagio. Medico ungherese dell’Ottocento, nella clinica ostetrica di Vienna vide ciò che i suoi colleghi rifiutavano di vedere: erano le mani dei medici, reduci dalle autopsie, che portavano alle partorienti povere la febbre puerperale, la malattia che le uccideva. L’obbligo di lavarsi le mani avrebbe salvato migliaia di madri. Ma la verità, incrinò l’orgoglio e fu trovata intollerabile. Semmelweis fu deriso, isolato, descritto come ossessivo, instabile, fino a essere rinchiuso in manicomio. La sua follia non era clinica, ma politica: aveva osato accusare il sistema. Da allora, la storia ha affinato quel meccanismo. Il manicomio, in teoria luogo di cura, è sempre stato un possibile spazio di esclusione. Nel Novecento, questa pratica trova una delle sue espressioni più crude nell’Unione Sovietica. Qui la psichiatria viene piegata apertamente a strumento di repressione. Nasce la «schizofrenia lenta», una diagnosi elastica, perfetta per spiegare l’inspiegabile: perché mai un cittadino sano dovrebbe criticare il socialismo reale? Solo un malato poteva rifiutare l’evidenza ideologica che il Paese fondato da Lenin era il migliore dei mondi possibili. È lo stesso principio applicato alla casa del bosco: solo persone disturbate possono rifiutare il nostro magnifico stile di vita, che porta un ragazzo su cinque alla depressione grave e aumenta i suicidi ogni anno. Dissidenti, scrittori, credenti, attivisti per i diritti umani vennero rinchiusi in ospedali psichiatrici speciali, sedati, isolati, spezzati. Non erano più nemici politici, ma pazienti. E con un paziente non si dibatte, non si discute; lo si cura, cioè lo si annienta. L’accusa di pazzia, in questo contesto, è l’apoteosi del potere: nega all’avversario persino la dignità dello scontro. Se il dissenso è malattia, il regime è salute. Se la critica è sintomo, l’obbedienza è guarigione. È esattamente lo schema della famiglia del bosco, che vede le assistenti sociali col broncio perché la donna di cui stanno cercando di distruggere la maternità dopo averle sottratto i figli «non collabora».
La psichiatria occupa una posizione peculiare nel panorama delle scienze mediche: pur operando all’interno della medicina, non dispone di un controllo diretto e sistematico sull’anatomia patologica delle condizioni che studia. A differenza di altre specialità, essa raramente può fondare le proprie diagnosi su riscontri oggettivi quali l’autopsia, l’analisi istologica di un vetrino o un esame ematochimico specifico e dirimente. Se la glicemia è alta abbiamo il diabete. Qual è l’esame che ci dice che c’è una malattia mentale? Questa assenza di marcatori biologici univoci rende la diagnosi psichiatrica prevalentemente clinica e interpretativa, basata su criteri comportamentali e narrativi, e quindi rende possibile la falsificazione. Tale caratteristica non implica automaticamente l’inconsistenza della disciplina, ma ne evidenzia una vulnerabilità strutturale: la maggiore esposizione a fattori culturali, sociali e politici. Le categorie diagnostiche, infatti, non emergono direttamente dall’osservazione di lesioni o agenti patogeni, bensì da cornici teoriche che interpretano il disagio psichico all’interno di determinati contesti storici. Emblematico è il ruolo dell’American Psychiatric Association (Apa) nella redazione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (Dsm). L’umanità è passata dal dogma dell’infallibilità del Papa al dogma dell’infallibilità dell’Apa. Le decisioni su cosa debba essere considerato disturbo mentale avvengono attraverso commissioni di esperti e processi di consenso che includono votazioni, quindi un sistema totalmente ascientifico e facilmente suggestionabile da lobby. Il metodo scientifico sperimentale è fondato sulla falsificabilità e sulla replicabilità dei dati: qui non c’è niente del genere. L’Apa ha stabilito che un uomo dissociato dalla realtà del suo corpo di uomo è in realtà un tizio perfettamente sano di mente, solo capitato per dispetto di un Dio maligno nel corpo sbagliato. Mentre fiumi di quattrini arrivano alle case farmaceutiche per bloccanti della pubertà, un professore irlandese che ha rifiutato di uniformarsi alla menzogna, Enoch Burk, è finito incarcerato per una serie infinita di giorni, e in Italia Vladimir Guadagno, nome d’arte Luxuria, dichiara che coloro che lo ritengono un uomo sono matti e vanno «curati».
Questo modello decisionale solleva interrogativi epistemologici rilevanti: fino a che punto la definizione di «salute mentale» riflette dati naturali e fino a che punto incorpora norme sociali e valori condivisi? Ritenere Vladimiro Guadagno un uomo è un valore condiviso? La verità è un valore condiviso, un reato o una forma di follia? È stato fatto un Tso, trattamento sanitario obbligatorio, a un valoroso liceale che dopo aver consultato la (vera) letteratura medica si era reso conto che le mascherine erano dannose oltre che prive di utilità. Perché è sbagliato sottoporre a perizia psichiatrica una famiglia che vive nel bosco? La scelta di vivere nel bosco, fuori dai modelli abitativi e sociali dominanti, può apparire inquietante, incomprensibile o persino provocatoria, ma trasformare questa diversità in oggetto di perizia psichiatrica rappresenta non solo un errore grave, ma un arbitrio, sia sul piano scientifico sia su quello giuridico e culturale. È un passaggio che confonde il dissenso o l’alterità con la patologia, riattivando un riflesso antico e pericoloso: medicalizzare ciò che non si conforma. La psichiatria, per sua stessa natura, dovrebbe intervenire in presenza di una sofferenza psichica individuale, di un’incapacità di intendere e di volere, o di un rischio concreto e documentabile per sé o per gli altri. Vivere nel bosco, adottare uno stile di vita austero, rifiutare il consumo o l’urbanizzazione non soddisfa nessuno di questi criteri. È una scelta esistenziale, non un sintomo. Sottoporla a perizia significa trasformare una differenza culturale in un presunto disturbo mentale. Il problema è epistemologico prima ancora che etico. Ciò che è considerato «sano» deve coincidere con ciò che è socialmente accettabile, esattamente come nell’Urss di Breznev. La deportazione imposta ai bambini ha sicuramente causato scompensi che saranno imputati invece allo stile della famiglia. È un cortocircuito che svuota la psichiatria della sua funzione terapeutica e la trasforma in strumento di controllo sociale. Ricorrere alla perizia psichiatrica in assenza di reati o pericoli accertati equivale a una sospensione simbolica di questi diritti: la famiglia nonè trattata da cittadina, ma da potenziale paziente. E un paziente, per definizione, non discute alla pari: è valutato, classificato, corretto. La famiglia nel bosco diventa allora un caso esemplare non di devianza, ma di intolleranza istituzionale verso ciò che sfugge alle categorie dominanti. Sottoporre una famiglia a perizia psichiatrica perché vive nel bosco confonde la cura col controllo, la scienza con la norma, la salute con l’obbedienza. È un errore che non protegge la società, ma ne rivela le paure.
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