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2026-01-05
Dalle Olimpiadi di Milano-Cortina ai Mondiali di calcio: tutto lo sport del 2026
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Getty Images
Dalle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina ai Mondiali di calcio tra Stati Uniti, Canada e Messico: il 2026 sarà un anno chiave per lo sport globale. Un calendario ricchissimo che attraversa discipline, continenti e grandi eventi destinati a segnare la stagione. Dal tennis, che si apre già a gennaio con l’Australian Open, al Mondiale di Formula 1 al via l’8 marzo da Melbourne, fino ai Mondiali di cricket in India e Sri Lanka con la prima storica partecipazione dell’Italia.
Il 2026 si annuncia come uno degli anni più densi per lo sport internazionale. Il calendario è scandito da appuntamenti che vanno ben oltre la normale alternanza stagionale e che, mese dopo mese, accompagneranno gli appassionati tra grandi eventi globali, competizioni storiche e rassegne continentali. Due date su tutte fanno da riferimento: febbraio, con le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, e l’estate, occupata dal Mondiale di calcio negli Stati Uniti, in Canada e in Messico.
L’Italia sarà al centro della scena soprattutto nei primi mesi dell’anno, con i Giochi invernali diffusi tra Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige. Dal 6 al 22 febbraio Milano-Cortina rappresenterà il principale evento sportivo del 2026, con oltre tremila atleti impegnati in 116 gare e sedici discipline. A rendere particolare questa edizione non è solo la dimensione geografica, la più ampia mai vista per Olimpiadi invernali, ma anche il ritorno di elementi assenti da tempo, come i giocatori della NHL nel torneo di hockey. Subito dopo, dal 6 al 15 marzo, toccherà alle Paralimpiadi invernali, che segnano un anniversario importante a cinquant’anni dalla prima edizione.
Passata la parentesi olimpica, l’attenzione si sposterà progressivamente verso il calcio, vero filo conduttore dell’estate sportiva. I Mondiali, in programma dall’11 giugno al 19 luglio, saranno i primi a 48 squadre e il primo torneo iridato ospitato da tre Paesi. La formula allargata porterà a oltre cento partite distribuite su più fusi orari, con inevitabili effetti sugli orari televisivi europei. Per l’Italia, però, il Mondiale resta un punto interrogativo: la qualificazione passa ancora una volta dai playoff di marzo, con la semifinale contro l’Irlanda del Nord e un’eventuale finale da giocare pochi giorni dopo. L’auspicio è evitare la terza assenza consecutiva dalla Coppa del Mondo.
Sempre nel calcio, il 2026 sarà ricco anche di appuntamenti per club: la finale di Champions League a fine maggio, le coppe europee, le competizioni nazionali e l’avvio della nuova stagione tra agosto e settembre. A completare il quadro internazionale ci saranno anche i Mondiali femminili di basket a Berlino e le principali competizioni di volley, con Europei maschili e femminili in programma tra agosto e settembre.
Il tennis accompagnerà praticamente tutto l’anno solare. La stagione si aprirà in Australia con la United Cup e l’Australian Open, primo Slam dell’anno, e proseguirà senza pause reali tra Masters 1000, Internazionali d’Italia, Roland Garros, Wimbledon e Us Open. L’attenzione italiana sarà inevitabilmente concentrata su Jannik Sinner, che aprirà il 2026 con l’esibizione di Seul contro Carlos Alcaraz e punterà a consolidare il proprio ruolo ai vertici del circuito. Novembre, come ormai da tradizione, sarà il mese delle Finals: Atp Finals a Torino e fase finale della Coppa Davis a Bologna.
Anche il ciclismo seguirà il suo schema consolidato. Le classiche di primavera, il Giro d’Italia a maggio, il Tour de France a luglio e la Vuelta tra agosto e settembre scandiranno la stagione, che si chiuderà con i Mondiali su strada in Canada. Accanto alle corse a tappe, non mancheranno le grandi classiche e gli appuntamenti italiani più tradizionali, da Strade Bianche a Milano-Sanremo fino al Giro di Lombardia.
Il mondo dei motori, come sempre, non conoscerà pause. La Formula 1 tornerà in pista a marzo dopo i test invernali, con una stagione che attraverserà tutti i continenti e farà tappa anche in Italia a Monza. MotoGP e Superbike accompagneranno l’intero anno, mentre eventi iconici come la Dakar a gennaio, la 24 Ore di Le Mans a giugno e la 500 Miglia di Indianapolis completeranno un calendario particolarmente fitto.
Per atletica e nuoto il 2026 sarà un anno senza Mondiali all’aperto, ma non per questo povero di appuntamenti. In programma ci sono gli Europei di atletica a Birmingham, gli Europei di nuoto a Parigi e i Mondiali indoor, oltre alle tappe della Diamond League e ai principali meeting internazionali. Si tratta di competizioni importanti anche in chiave di avvicinamento alle Olimpiadi di Los Angeles 2028.
Infine, il calendario offrirà spazio a numerosi altri eventi multisportivi e rassegne continentali: i Giochi del Mediterraneo a Taranto tra agosto e settembre, le competizioni di rugby con il Sei Nazioni, il basket tra NBA, Eurolega e tornei FIBA, fino alle manifestazioni di fine anno che chiuderanno la stagione sportiva.
Nel complesso, il 2026 si presenta come un anno capace di accompagnare gli appassionati senza soluzioni di continuità. Dalle Olimpiadi invernali in casa al Mondiale di calcio, passando per tennis, motori e grandi eventi italiani, il calendario offre un flusso costante di appuntamenti che renderanno difficile scegliere cosa seguire. Una lunga maratona sportiva che, mese dopo mese, promette di tenere accesi i riflettori su discipline, protagonisti e competizioni di ogni livello.
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Nel riquadro Aldo Giannuli (iStock)
L’esperto Aldo Giannuli: «007 impreparati, idem le classi politiche. Mosca vince la “piccola guerra” contro Kiev ma perde quella grande. Maduro? O ha trattato o il suo esercito l’ha tradito».
Aldo Giannuli, politologo ed esperto di servizi segreti, è rimasto sorpreso dal blitz degli Stati Uniti che ha portato alla cattura di Maduro?
«Rapire un presidente nel giro di pochi minuti nel cuore di una capitale? Certe cose non succedono neanche nei film. Faccio due ipotesi: Maduro sapeva del blitz, e ha trattato la resa con i servizi americani in cambio di garanzie, oppure un pezzo dell’esercito lo ha tradito consegnandolo a Trump».
L’attacco è giustificato dalla lotta al narcotraffico?
«No, Trump ha ordinato l’attacco per una serie di ragioni più profonde: il controllo del petrolio, la preoccupazione per il radicamento cinese nel suo cortile di casa, e infine per rinforzare il suo consenso interno, che si sta flettendo sull’onda del caso Epstein».
Nel suo ultimo libro I servizi segreti e la guerra lei parla di «fallimento dell’intelligence».
«Ci hanno raccontato, dalla caduta del Muro in poi, dall’Iraq all’Afghanistan, che la guerra si combatte con l’intelligence. In realtà i servizi, la guerra dovrebbero anzitutto prevenirla. E questo non sta più accadendo. I servizi segreti, nel mondo, sono diventati lo specchio di una classe politica inaffidabile. E hanno totalmente fallito. Tutti. Chi più, chi meno».
A cosa si riferisce?
«In Ucraina è scoppiata la più grande guerra europea dal ’45. A Gaza c’è il più lungo conflitto della storia, con il rischio di un secondo conflitto, tra Israele e Turchia. E nel novero delle débâcle aggiungo anche la pandemia del Covid, che è stata una “guerra” in qualche modo prevedibile, a cui nessuno era preparato. Tre eventi senza precedenti, per disinnescare i quali nulla è stato approntato, nulla è stato predisposto».
Nemmeno in Ucraina?
«I servizi hanno fallito nel loro compito principale, si sono concentrati tutti nelle proprie specialità. I russi hanno martellato sulla guerra psicologica contro l’Europa, gli americani si sono concentrati sulla logistica, versando a Kiev un fiume di armamenti, ma senza alcuna prospettiva politica. Di fatto, gli americani considerano la guerra in Ucraina come un fastidioso grattacapo che li distrae dallo scontro vero: quello con la Cina».
Intanto proseguono le trattative a tre, Trump-Putin-Zelensky. L’accordo sembra a un passo. Quale sarà il punto d’arrivo?
«La Russia sta vincendo la “piccola guerra” con l’Ucraina, e otterrà probabilmente delle concessioni territoriali, a partire dal Donbass. Ma sta perdendo la “grande guerra”, quella che riguarda la sua posizione nell’ordine mondiale».
Quale sarebbe questa grande guerra?
«Ottenere un riconoscimento mondiale come potenza globale, in un nuovo equilibrio tripolare: Russia, Cina e Usa, tutte e tre sullo stesso piano. L’Ucraina doveva essere un mezzo per arrivare a questo fine, con un’annessione, o con l’installazione di un uomo di fiducia di Putin a Kiev. Una squillante vittoria in Ucraina avrebbe reso chiaro a tutti che la Russia è nel club delle superpotenze. E anche lo “Stato profondo” russo condivide questo sentimento sciovinista».
Sta andando diversamente?
«Questa operazione, al momento, sembra fallita. E al momento la Russia, lungi dall’essere la terza potenza alla guida del mondo, sembra più l’assistente in seconda della Cina».
Putin avanzerà pretese in futuro su altre latitudini, come paventa qualcuno?
«Pensare che il progetto di Putin sia quello di estendersi fino a Lisbona o Londra è una sciocchezza. Se anche volessero, non potrebbero: gli manca il fiato per farlo. Gli arsenali sono scarichi, e le condizioni economiche del Paese non sono buone».
Un crac russo alle porte?
«Non dico questo, perché sono processi lunghi, e Mosca dispone di riserve finanziarie occulte molto cospicue, che le hanno permesso di resistere finora».
E allora?
«Per Mosca il concetto di “sicurezza” coincide con la riunificazione del Russkij mir, cioè il grande spazio imperiale in cui nessuno deve mettere becco, una zona di influenza a cui i russi non rinunceranno mai. È questo il progetto strategico di Mosca in vista di un riconoscimento globale, anche se tutto ciò non significa necessariamente imbarcarsi in una nuova campagna militare».
Le prossime insidie, dunque?
«Più che una guerra convenzionale, temo una grande campagna di destabilizzazione, che può assumere le forme della guerra cyber. Mi preoccupa molto la presenza della Wagner in Africa, un continente che può scoppiare da un momento all’altro, con tutte le catastrofi migratorie che possiamo immaginare».
La leadership ucraina ha commesso errori?
«Sono riusciti a intuire le mosse dei russi, ma i loro servizi non dispongono di grandi mezzi materiali, e scontano il vizio, diciamo così, di spendere male i soldi. In aggiunta, i loro vertici politici hanno commesso l’errore di privilegiare fin dall’inizio il rapporto con gli Usa, impostando il problema solo sul piano militare, senza muoversi diplomaticamente né con l’Europa, né con la Cina».
Con quali risultati?
«Quando Biden ha lasciato lo scettro a Trump, si sono ritrovati spiazzati. Continuo ad essere dichiaratamente filo-ucraino, e considero Zelensky un uomo coraggioso. Ma sul piano politico, è un disastro. Non ha la formazione giusta né l’intuito necessario. In Ucraina non c’è una guerra dei buoni contro i cattivi. Semmai, la guerra è tra i cattivi e i pessimi».
La strada per la ricostruzione ucraina sarà complicata?
«Sarà difficile rimettere in piedi uno Stato con una superficie grande una volta e mezzo la Francia, ma con popolazione dimezzata, ridotta a 20 milioni di persone. Molti ucraini sono scappati, un po’ per paura, un po’ perché non vogliono arruolarsi».
I leader europei non fanno che lanciare appelli per prepararsi a un conflitto duraturo con la Russia. Una nuova cortina di ferro sembra calare sul vecchio continente. Almeno a parole.
«Il linguaggio militaresco di certi leader europei, obiettivamente, fa ridere. Le minacce psicologiche su Mosca non attecchiscono. In particolare, non funzionano le minacce che arrivano da un continente anagraficamente anziano, che certo non accetterà l’arruolamento dei pochi giovani rimasti».
Una difesa comune europea è pensabile?
«Difficile immaginare un’Europa che scende in guerra. Non siamo capaci nemmeno di allestire uno stato maggiore comune, figuriamoci stabilire una strategia condivisa».
E un servizio di informazioni coordinato?
«Meno che mai. Nessun servizio segreto nazionale sarebbe disposto a cedere informazioni a un Paese alleato. E il coordinamento delle informazioni, in teoria, è un passo indispensabile, nella difesa comune».
Quindi, è contrario al riarmo?
«Un riarmo è necessario, ma non così. Non disordinatamente, ognuno per conto proprio. Non comprando armi dagli Stati Uniti, ma semmai tentando di ricostruire quell’industria militare che abbiamo dissennatamente distrutto 30 anni fa. Le armi, ancor prima che a combattere, dovrebbero essere un mezzo per acquisire autonomia politica».
E la Nato?
«Di fatto, non esiste più da decenni, per mancanza di nemici. Ben prima di Trump, i presidenti democratici ritennero che il fronte atlantico non fosse più così decisivo. È l’Indopacifico la priorità: da tempo la posizione di India, Giappone e Nuova Zelanda, agli occhi degli americani, è più importante di quella europea nel suo complesso».
Qualcuno considera l’allargamento della Nato avvenuto in passato come una mossa ostile nei confronti di Mosca.
«Se “provocazione” c’è stata, fu del tutto involontaria, frutto di inconsapevolezza politica imperdonabile. Gli Stati Uniti hanno promosso un allargamento della Nato fondamentalmente per questioni commerciali, trascurando i contraccolpi politici che si sarebbero generati a Mosca. Nel contempo hanno commesso una serie di errori. Primo tra tutti, lasciare l’arsenale atomico a una Russia in ginocchio dopo la dissoluzione dell’Urss, e poi convincere l’Ucraina a cedere un pezzo di quell’arsenale a Mosca».
Uno sguardo a Washington?
«L’intelligence americana è confusa, perché confuso è il quadro politico negli Usa. Prima c’erano due tribù: quelli delle coste, e quelli degli Stati interni. Adesso le tribù sono almeno cinque: est, ovest, Stati centrali, il sud latino e cattolico, e il nord che vorrebbe annettersi al Canada. E nessuno riconosce l’altro come “americano”. La guerra civile non è più così improbabile. E il ritorno al potere di uno come Trump, non aiuta».
E l’Italia?
«Se avesse una classe politica presentabile, sia a destra che a sinistra, l’Italia potrebbe avere un ruolo cruciale come potenza culturale. Non è un aspetto da trascurare. Non esiste solo il potere militare ed economico, ma ad alcuni Paesi è riconosciuto un ruolo di agente di influenza, fondato su una storia di mediazione e autorevolezza. Se l’Italia raggiungesse questo traguardo, otterrebbe vantaggi straordinari».
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L'esercito di Taiwan schiera un sistema missilistico di difesa aerea all'interno di una base aerea a Hsinchu (Ansa)
Cresce l’incertezza sul dossier taiwanese. Un nodo che, con ogni probabilità, tornerà al centro delle tensioni tra Washington e Pechino.
La scorsa settimana, la Cina ha avviato delle esercitazioni militari nei pressi dell’isola, sostenendo di voler lanciare un «severo avvertimento» contro quelle che ha definito le «forze separatiste». In particolare, la Repubblica popolare ha schierato 14 navi da guerra e 89 caccia. «Di fronte alle crescenti ambizioni espansionistiche della Cina, la comunità internazionale sta osservando per vedere se il popolo taiwanese ha la determinazione di difendersi», ha dichiarato il presidente taiwanese, Lai Ching-te, riferendosi alle pressioni militari di Pechino.
«Come presidente, la mia posizione è sempre stata chiara: salvaguardare fermamente la sovranità nazionale, rafforzare la difesa nazionale e la resilienza dell'intera società e costruire in modo completo un meccanismo efficace di deterrenza e di difesa democratica», ha proseguito.
«Le attività militari e la retorica della Cina nei confronti di Taiwan e di altri Paesi della regione aumentano inutilmente le tensioni. Esortiamo Pechino a dar prova di moderazione, a cessare la pressione militare su Taiwan e a impegnarsi invece in un dialogo significativo», ha dichiarato, dal canto suo, il Dipartimento di Stato americano, per poi aggiungere: «Gli Stati Uniti sostengono la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan e si oppongono a cambiamenti unilaterali dello status quo, anche tramite forza o coercizione». Ricordiamo che, a metà dicembre, l’amministrazione Trump aveva approvato una vendita di armi per 11 miliardi di dollari a Taipei: una mossa, questa, che aveva irritato Pechino.
Adesso, nuova incertezza sul dossier taiwanese è arrivata a seguito della cattura di Nicolas Maduro da parte di Washington. Analisti ascoltati dalla Reuters hanno riferito che «l'attacco degli Stati Uniti al Venezuela incoraggerà la Cina a rafforzare le sue rivendicazioni territoriali su aree come Taiwan e parti del Mar Cinese Meridionale, ma non accelererà una potenziale invasione di Taiwan». Tuttavia, dall’altra parte, Bloomberg News domenica titolava: «I social media cinesi la mossa degli Usa su Maduro come un modello per Taiwan».
Non è del resto ancora chiaro come debba essere interpretata la cattura del leader chavista. Un’ipotesi è che vada inserita in una sorta di tacita Jalta 2.0: il che porterebbe a un incremento della pressione cinese su Taipei all’interno di una logica di spartizione dello scacchiere internazionale in zone d’influenza tra grandi potenze. L’altra ipotesi è che la tensione tra Washington e Pechino aumenti proprio perché gli Stati Uniti non avrebbero intenzione di abbandonare l’isola al suo destino. Isola che, ricordiamolo, per Washington risulta strategica soprattutto per quanto concerne il delicato settore dei semiconduttori.
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