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Augusto Barbera (Imagoeconomica)
La riforma è guidata dal buon senso e infatti ha l’appoggio anche di un grande giurista di sinistra come Augusto Barbera. Finora le storture del sistema, dove pm e giudici sono complici, hanno rovinato la povera gente. Stop ai magistrati-ayatollah.
Mai avrei pensato di trovarmi completamente d’accordo con un esponente di lungo corso della sinistra, parlamentare del Pci prima e del Pds e del Pd poi. E invece, dopo aver letto la lunga intervista rilasciata da Augusto Barbera al nostro giornale, ho scoperto di condividere tutto, perfino le virgole. E allora mi sono chiesto se per caso avessi cambiato opinione io, che da sempre sono in contrasto con quelle dei cosiddetti progressisti, o se l’avesse mutata l’ex ministro del governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi in piena Tangentopoli.
Alla fine sono arrivato alla conclusione che sia il sottoscritto che il professor Barbera semplicemente ci ispiriamo al buon senso, che in vista del referendum sulla giustizia e per districarsi dalle bufale di una campagna orrenda è strumento assolutamente necessario.
Riassumo qui i punti che ho condiviso con uno dei più autorevoli giuristi del campo avverso a quello dell’attuale maggioranza. Punto primo: la separazione delle carriere. Anche chi non è esperto in materia, capisce che pm e giudici fanno due lavori diversi. Il primo sostiene l’accusa e il secondo deve stabilire se quell’accusa sia fondata o meno. In pratica, uno è il controllore del lavoro dell’altro. Possono stare sullo stesso piano, condividere le carriere e pure i provvedimenti disciplinari? Ovvio che no. Il buon senso, quello di cui sopra, prevede che il pm stia sullo stesso piano del difensore. Il pubblico ministero se ha gli elementi esercita l’azione penale, l’avvocato tutela il suo assistito. Sopra di loro c’è il giudice.
Da questo semplice assunto consegue tutto il resto. Il Consiglio superiore della magistratura, se le carriere di pm e giudici sono divise dev’essere anch’esso separato, perché altrimenti gli uni e gli altri risulterebbero disgiunti in un’aula di tribunale ma riuniti poi quando devono ottenere promozioni o sanzioni, soprattutto se entrambe sono frutto di un accordo politico fra le fazioni di cui è composta la categoria. L’ho spiegato altre volte: le correnti sono un’anomalia, così come lo è l’Anm, ossia un sindacato che esercita un’influenza totale sulla gestione della giustizia. Il Csm è un organo amministrativo anche se ente costituzionale. Ma l’Associazione magistrati, che è privata come ogni sindacato, che titolo ha per occupare manu militari l’organismo che sovrintende a nomine e rimozioni di un ordine così delicato e vitale come quello della magistratura? A mio parere nessuno.
E qui veniamo al tema che riguarda l’Alta corte disciplinare e il sorteggio dei suoi componenti. Per i sostenitori del No la scelta affidata all’estrazione fra i 9.000 magistrati è sbagliata perché si rischia di nominare chi non ha competenza. Premetto che la platea dei candidati si riduce, perché si sceglie non tra chi ha appena indossato la toga, ma fra chi fa il magistrato da almeno vent’anni. Dunque, non proprio inesperti. Sostenere che un giudice o un pm che abbia esercitato così a lungo le proprie funzioni non sia in grado di valutare un illecito contestato a un collega è piuttosto sorprendente e getta luci inquietanti sulla categoria. Se quello stesso giudice o pm può giudicare o accusare un comune cittadino, perché non può stabilire se un magistrato ha sbagliato oppure no? La verità è che ,separando le carriere e soprattutto evitando che le sanzioni e le promozioni siano decise dalle correnti, si impedisce l’influenza di gruppi di pressione politica su tribunali e Procure e si restituisce indipendenza e autonomia a ogni singolo magistrato.
L’altra obiezione che ho sentito spesso riguarda l’indebolimento dei pm, i quali se separati dai giudici sarebbero più condizionabili dalla politica. E anche qui, premesso che gli articoli della Costituzione a tutela della magistratura continueranno a valere anche per i pubblici ministeri come per i giudici, i contrari alla riforma dovrebbero decidersi, perché se la legge Nordio rende vulnerabile chi esercita l’azione penale non può creare 2.000 Torquemada che non risponderanno a nessuno, come pure il fronte del No sostiene. È evidente che le due cose insieme non possono stare e questo evidenzia la debolezza delle argomentazioni, oltre che la malafede. Dicono che la riforma serve a mettere i magistrati sotto il controllo del governo e che questo è necessario per garantire l’immunità di una Casta fatta di politici e ricchi. In realtà, a subire i danni degli errori compiuti da pm e giudici non sono né gli onorevoli né i miliardari, ma la povera gente. Basta vedere chi sono le vittime degli orrori compiuti nelle aule di tribunale: pastori, muratori, contadini, operai, impiegati, pescatori. Non propriamente persone che si possano permettere principi del foro. Uomini e donne innocenti a cui, pur avendo trascorso periodi più o meno lunghi dietro le sbarre, nessuno ha mai chiesto scusa.
Mi sono trovato d’accordo anche con un’altra frase di Augusto Barbera: «L’Anm è scesa in campo come un partito politico» e la sinistra vi si è accodata. Forse per comodità, forse per debolezza. E questo è ciò che mi spaventa di più. Uso ancora le parole dell’ex presidente della Corte costituzionale, uomo di sinistra: «Così come i rappresentanti del potere esecutivo e legislativo devono rispettare le sentenze, non sarebbe male che la magistratura rispettasse le leggi e le riforme». Altrimenti, ma queste sono parole mie e non di Barbera, più che in una Repubblica democratica scivoleremmo in una Repubblica giudiziaria. Dove non c’è il turbante degli ayatollah, ma la toga.
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Maura Locatelli con Umberto Bossi
Maura Locatelli, storica segretaria del Senatùr: «Battei a macchina il discorso del Ribaltone. Quando Umberto fu eletto, Andreotti gli offrì soldi per ritirare il simbolo: rifiutò».
«Mi spiace non essere riuscita a salutarlo per l’ultima volta». Maura Locatelli ha una voce sottile e i ricordi teneri come fotografie di famiglia. È stata la segretaria di Umberto Bossi per 15 anni, quelli ruggenti e decisivi, quelli della Lega di lotta e di governo. Oggi chiude gli occhi e vede tutti i Bossi possibili: il segretario indaffarato, il politico scaltro, soprattutto l’uomo del popolo che ha saputo interpretare i sogni della gente del Nord senza cravatta. La rossa di via Bellerio ha un’urgenza, «descrivere, a beneficio di chi non l’ha conosciuto, l’umanità di una persona speciale».
Signora Locatelli, come ha conosciuto Umberto Bossi?
«A un comizio nella mia città, Genova, negli anni Ottanta. Avevo 27 anni ed ero iscritta al sindacato autonomista della Lega. Dopo un comizio mi chiese tout court: cerco una segretaria. Ero perplessa, facevo l’infermiera e studiavo Farmacia all’università. Ma quell’avventura mi intrigava e lui era interessato a una persona fuori dal giro. È cominciato tutto così ed è durato fino al 2007. Alla notizia della sua scomparsa mi ha preso un dolore travolgente».
Dopo anni di silenzio ora tutti tornano a parlare di lui.
«Ho letto poco, ma quante pennellate creative. Per esempio lui era astemio, beveva solo Coca Cola».
Chi era Umberto Bossi?
«Un uomo buono, sempre disponibile con tutti. Qualcuno semplificando ritiene che fosse rozzo, in realtà era una persona del popolo. Pacifico, riflessivo, con un’eleganza interiore tutta sua. Pensi che uno dei compiti che avevamo in via Bellerio a Milano era leggere tutte le lettere che arrivavano. In caso di richieste d’aiuto, anche economiche, lui chiamava, consigliava, aiutava».
Ci faccia un esempio.
«Quando fu realizzato l’asilo nido in via Bellerio era felice, ci teneva moltissimo. Trent’anni fa diceva: se una donna viene a lavorare e ha i figli piccoli, questo servizio è necessario. Credeva nei valori forti oggi in declino: la famiglia, le radici cristiane erano pilastri fondamentali, anche se era laico. Il suo era un mondo semplice dai valori forti».
Cosa le è rimasto di quegli anni?
«Mi ha insegnato la determinazione, lui non si arrendeva mai. Voleva creare un’Italia federale, la rivoluzione attraverso le idee. Era il suo sogno, diventò il suo obiettivo».
Quale fu il momento più bello di quel periodo da barbari sognanti?
«La festa della simbolica indipendenza della Padania nel 1996, con l’ampolla dell’acqua presa alle sorgenti del Po sul Monviso e portata a Venezia. Ma il giorno dopo il bello si trasformò nel brutto: in via Bellerio arrivò la Digos e voleva portarcelo via. Noi eravamo agitatissimi ma Bossi diceva: state calmi. Si sentiva nel giusto, sapeva che dietro non c’era nulla di male. Quella era una festa autorizzata, un giornale titolò: “Lo Stato ha perso la testa”».
Oggi tutti ricordano il sigaro toscano, la canottiera, gli slogan in dialetto.
«Era una forma di comunicazione politica spontanea. Era il modo per annullare la distanza della politica dal cittadino comune. Più la sua gente lo sentiva vicino, più aveva fiducia in lui e nel suo progetto di Italia federale. Con il popolo del Nord c’era simbiosi totale. Le aveva anche dato un nome».
Quale?
«Lo definiva l’“idem sentire”. Sosteneva che il Nord locomotiva del Paese era sempre stato sfruttato, troppo impegnato a lavorare per mantenere tutti e troppo poco per difendere i propri interessi. Ecco, Bossi ha saputo intercettare quella sensibilità».
Nel 1987 la prima comparsa in Parlamento segnò la svolta.
«Furono eletti lui e Giuseppe Leoni. Giulio Andreotti colse il pericolo e gli chiese di ritirare il simbolo mettendo sul tavolo tanti soldi. Bossi rifiutò. Era il periodo raccontato da Daniele Vimercati nel libro Il vento del Nord. Quando Bossi e Leoni tiravano in aria i soldi dello stipendio e ciò che non riuscivano a prendere al volo ricadendo, era del partito».
Arrivarono la vittoria travolgente nel 1994, il governo Berlusconi e il Ribaltone. Come visse quel periodo?
«Il Ribaltone l’ho vissuto in prima persona perché lui mi dettò il discorso alla Camera con cui avrebbe fatto cadere il governo Berlusconi. Dovevo batterlo a macchina. Ma non mi impressionò perché lui ci spiegava tutto. E io avevo fiducia, sapevo che ogni decisione sarebbe stata necessaria per il progetto. Ci diceva sempre: “Pur di ottenere il federalismo posso anche allearmi con il demonio”».
Poi arrivò la stagione amara delle inchieste, dei diamanti, del declino. Che ricordo ne ha?
«Nel 2012 ero già via e non posso dire nulla di concreto. Posso però mettere tutte e due le mani sul fuoco: Umberto Bossi non avrebbe mai fatto nulla che potesse mettere in pericolo l’integrità della Lega. Era la sua creatura, non l’avrebbe mai tradita. Sugli altri non mi pronuncio».
La Lega non era solo Bossi.
«Ho conosciuto pensatori come Gianfranco Miglio, i suoi ministri più cari come Roberto Maroni, Giancarlo Pagliarini, Enrico Speroni, Vito Gnutti, Giancarlo Giorgetti. Anche Matteo Salvini, gli era affezionato come a Luca Zaia e Roberto Cota. Li chiamava “i miei giovani”, li ho visti crescere».
Il delfino varesino era Giorgetti.
«Il suo ragazzo, una testa incredibile fin da giovane. Timido, onesto, capace. Bossi credeva ciecamente in lui e si fidava. Per me è il miglior ministro dell’Economia degli ultimi 30 anni».
Alla fine dell’avventura non ha pensato di entrare in politica? Oggi lo farebbero tutti.
«No, quando è finita quella stagione sono tornata a casa, a Monza, a fare il mio lavoro. Sono infermiera con master in Cure palliative, caposala in una residenza per anziani. Essere sistemata da qualche parte non mi interessava. Me l’aveva insegnato lui: non si scende a compromessi».
Oggi la Lega è molto diversa da quella di allora.
«Anche i tempi sono molto diversi. Vorrei che rimanga agli atti solo una cosa: Bossi più di tutto teneva al suo popolo. L’ho visto fare le 4 di mattina per preparare un discorso, un atto ministeriale. Cuore e testa nell’interesse della Lega».
Cosa temeva più di tutto?
«La globalizzazione che stava arrivando. Aveva annusato il pericolo, sosteneva che avrebbe distrutto l’identità della parte più sana della società. Era un uomo del popolo, aveva la vista lunga».
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Umberto Bossi (Ansa)
Nel salotto tv del nostro direttore, nel lontano 2003, il fondatore del Carroccio illustrò la sua visione: «Le Regioni devono gestirsi in autonomia denari e competenze. Il Nord è grande ma è un nano politico».
Riproponiamo un’intervista realizzata da Maurizio Belpietro a Umberto Bossi nel 2003 per la trasmissione L’Antipatico in onda sulle reti Mediaset. All’epoca il leghista era ministro per le Riforme istituzionali e la Devoluzione nel governo Berlusconi II.
Ministro Bossi. Tremonti dice che la devolution non costerà nulla, invece la Confindustria parla di 34 miliardi di euro. Lei ha fatto i conti? Quanto ci costerà?
«La devoluzione in sé riguarda solo il federalismo costituzionale. Sposta competenze dal centro alla periferia. Per quanto riguarda i costi, che non riguardano l’articolo 117 della Costituzione di cui stiamo parlando, ma il 119, effettivamente non costerà niente».
Veniamo alla Sanità. Il ministero della Sanità ha circa 2.000 dipendenti a Roma. Cosa succederà di questi 2.000 dipendenti? Rimarranno a Roma o verranno smembrati fra le varie regioni?
«Diciamo che i 2.000 dipendenti non sono il problema. Potranno scegliere se collocarsi nel Lazio o altre regioni, oppure se rimanere lì, e dovranno in un circuito ottimale non avere doppioni. L’altra volta, quando fecero le Regioni, ci furono i doppioni: restarono l’apparato centrale e l’apparato regionale. Ma sono cose che si riassorbono in breve tempo e di costi molto marginali, con 1.000-2.000 miliardi copre tutti gli impiegati e la burocrazia».
Quindi un po’ di spesa ci sarà. Ma cerchiamo di capire. Sanità: il Molise avrà la stessa Sanità della Lombardia? E un molisano potrà farsi curare in Lombardia?
«Questo non c’entra assolutamente niente. Se il Molise non ha ospedali che attirino i suoi cittadini, questi andranno dove ci sono ospedali funzionali. Però io la Sanità l’ho messa dentro perché obbliga il ministro Tremonti a fare la riforma fiscale. Il famoso federalismo fiscale, cioè l’applicazione dell’articolo 119 della Costituzione attuale».
Cioè le tasse che rimarranno in terra propria.
«Vuol dire che dovrà smantellare il sistema fiscale».
Nelle 40 righe che lei ha scritto e che dovranno essere inserite nella nuova Costituzione, questo federalismo fiscale non è previsto.
«No, non c’è».
Quindi sarà un passo successivo?
«In Costituzione meno scrivi, più scrivi: questo è il segreto. Avendo messo la Sanità, automaticamente il buon Tremonti si troverà tutti i presidenti delle Regioni che ce l’avranno con lui. Quindi dovrà per forza fare un sistema fiscale flessibile che permetta alle Regioni di autofinanziarsi con il potere impositivo, potere-dovere, che è stato tolto nel 1971-73 dalla legge Vicentini, drammatica perché ha separato quello che spendono gli enti locali da quello che incassa lo Stato, concentrando nello Stato il potere fiscale. Bisogna riunirli i due poteri, altrimenti uno spende e deve pagare l’altro, e prima o dopo qualcuno…».
Su questo si spaventa la sinistra: il fatto che le tasse rimangano sul territorio. Però c’è una notizia: i deputati regionali della Sicilia hanno chiesto e hanno ottenuto, la Camera l’ha già approvato, di avere le proprie tasse sul proprio territorio. Lo sapeva?
«Sì, la Sicilia è un caso particolare, perché lo statuto della Sicilia è stato fatto temporalmente prima della Costituzione della Repubblica italiana. Lì poi è avvenuto lo scambio di sussidio contro sovranità: voi chiedete la vostra sovranità e noi vi diamo il sussidio. Però oggi, non solo per la Sicilia ma per tutto il Sud, vale un principio: il mondo sta cambiando, l’Europa va verso Est, i suoi fondi strutturali pure, la torta del Nord è più piccola di prima, quindi si riduce il sussidio. Il Sud ha bisogno di rivendicare una parte della propria sovranità per salvare quello che ha costruito dal dopoguerra in poi, altrimenti davvero morirebbe ammanettato. Quindi è in atto un processo di cambiamento e oggi lo vuole non solo il Nord, che è un gigante economico e un nano politico che deve contare di più, ma anche il Sud che è davanti a una nuova realtà per cui ha bisogno di sovranità, di poter decidere a casa sua del suo destino».
Anche la scuola? Anche i programmi scolastici saranno decisi in casa propria?
«I programmi scolastici li fa lo Stato. Però lasciamo una piccola quota alla Regione».
Di questa piccola quota che cosa succederà? Si insegneranno le poesie del Porta a Milano e quelle del Belli a Roma?
«La Regione sceglierà quello che vuole. Facciamo un esempio: in Veneto lei sa bene che parlano solo veneto, raramente parlano “normalmente”. Quindi non riesco a capire dov’è il problema nell’ammettere che l’unità nasce dalla diversità».
Ecco, ma lei che cosa farebbe studiare in quella piccola quota di istruzione?
«Ah, non so… Lei sa bene che il modificare la Costituzione in senso federale automaticamente non significa che ci saranno delle buone leggi, dipenderà da chi farà quelle leggii: se ci sono delle teste di legno, non faranno buone leggi. Se ci sono teste migliori faranno buone leggi. Il problema principale del federalismo è stabilire che il potere legislativo in alcune competenze va alle Regioni e che lo Stato non può “fognattare” come fa adesso».
Restiamo sulla scuola. Questo non significa che in Lombardia ci saranno solo insegnanti lombardi che insegnano la matematica lombarda e in Sicilia soltanto insegnanti siciliani che insegnano, invece, letteratura siciliana?
«Ci saranno i concorsi e tutto ciò che ad essi concerne, sarà di competenza delle singole Regioni. Però questo è già diverso perché lei, adesso, parla di organizzazione. L’organizzazione va tutta alla Regione che se la deve pagare».
Con contratti diversi?
«Sa come funziona: se paga di più lo Stato, stanno tutti nello Stato; se paga di più la Regione, sono tutti d’accordo con la Regione. Mi auguro davvero che le Regioni siano all’altezza di un ruolo fondamentale perché legato alla responsabilità. Qui o esce la responsabilità nel Paese, oppure la spesa pubblica continuerà a produrre debito pubblico e oggi non si può più: è precluso dalle leggi europee. Per forza di cose dobbiamo mettere in piedi un Paese, una classe politica responsabile del risultato».
Veniamo alla competenza sulla polizia locale. Cosa sarà questa polizia locale? Saranno i poliziotti, che adesso sono alle dipendenze dello Stato, o saranno i vigili urbani trasformati in polizia locale o sarà un’altra cosa ancora?
«Onestamente nessuno è in grado di dire quello che sarà il futuro. Oggi sappiamo che la competenza sia di polizia giudiziaria sia di ordine pubblico sono competenze esclusive dello Stato, ad eccezione della polizia amministrativa locale, che sono i vigili urbani, che possono avere le stesse competenze della polizia. Se l’amministrazione li usa, hanno il compito di polizia giudiziaria».
Lei sa che ci sono 8.000 vigili urbani in Lombardia e sono quasi quanti i carabinieri.
«Va bene. Ma il problema non è quello della Costituzione. La metto nella competenza esclusiva della Regione la polizia locale che, come vede, non è polizia amministrativa locale. Perché c’è qualcosa da far quadrare rispetto a un passato in cui c’era la polizia amministrativa locale che fa le stesse cose della polizia eccetera. Io sono convinto che ogni Regione ha le caratteristiche specifiche anche come bisogno di polizia e che importante è una specializzazione locale e regionale. Non a caso in tutti i Paesi federali ogni regione ha la propria polizia».
Le voglio leggere una cosa: «Al mantenimento dell’ordine pubblico provvede il presidente della Regione a mezzo della polizia di Stato, che dipende disciplinarmente per l’impiego e l’utilizzazione dal governo regionale. Inoltre il presidente della Regione può chiedere l’intervento delle forze armate e ha diritto di proporre la rimozione e il trasferimento dei funzionari di polizia». La conosce questa norma?
«Sì».
Questo è l’articolo 31 dello Statuto della Regione Sicilia in vigore dal 1946. Lei vuole una cosa del genere?
«Io non voglio niente. Voglio ridare certe competenze e poi la storia provvederà. La storia è una cosa seria e provvede secondo i bisogni, secondo i giudizi e le necessità che emergeranno. Lei usa ad esempio sempre la Sicilia, che è un caso particolare. Il secessionismo viene utilizzato per ottenere il federalismo, per obbligare al cambiamento quello che altrimenti non cambierebbe mai. Poi hanno scambiato la loro sovranità regionale col sussidio. Oggi quel tempo è finito, anche il Sud comincia a guardare alla necessità federalista, cioè all’avere più peso, più potere a casa sua perché il futuro non è più il sussidio. Quindi dovrà combattere, lottare per difendere quello che ha costruito, perché rischia davvero di entrare in crisi».
Ma la devolution non sarà solo una devoluzione di burocrazia?
«No, devoluzione di leggi».
Ma lo capiranno i centri decisionali?
«Queste sono le stupidaggini che dice Confindustria sul Sole 24 Ore, che parla di costi di transizione, per passare da un sistema all’altro, quindi personale nuovo, la burocrazia. Sono scuse. Oppure altre cose che sono, come diceva lei, i costi di duplicazione. Addirittura costi di responsabilità, perché il cittadino è più vicino al politico e, quindi, lo obbligherà a fare le leggi per lui. La storia dimostra il contrario: dimostra che prima, per prendere i voti, non dovevi spendere quando erano i Comuni che avevano la possibilità, con la tassa di famiglia, avevano il potere impositivo. Adesso uno dice: se uniamo a chi spende l’obbligo di coprire le spese, articolo 81 della Costituzione tra l’altro, ebbene il rischio è gravissimo. No, il rischio è che si spenda meno».
Perché, per spiegare una cosa così semplice, usate una parola inglese così difficile?
«Ma perché i processi storici ormai non sono più solo localistici. In Inghilterra si è dato il via alla devoluzione. L’avvento della sinistra ha dato per devoluzione molti poteri a Scozia e Galles».
Mi dica la verità: lei alla secessione non ci pensa più?
«La secessione parte subito come un meccanismo che era in noi come concetto…».
La sogna ancora oppure no?
«No. La secessione… Lei veda me, espressione del Nord che ha certi bisogni. Vedo un gigante economico e un nano politico. Pensai, fin da quando nacque la Lega, al malumore, la separatezza che c’è nel Nord. Il Nord quando pensa a Roma, dice: va be’, lavoriamo, lasciam perdere».
Lei, però, non mi risponde: sì o no?
«Voglio risponderle. Perché lei ne fa un problema personale e invece è un problema della realtà del Nord che ha sempre pensato ai fatti suoi: ha fatto l’Italia e poi si è ritirato a pensare alle fabbriche».
Sì o no?
«No, se viene il federalismo. Il Nord vuole la politica e vuole contare politicamente. Se viene il federalismo automaticamente il gigante economico diventa anche qualcosa che conta a livello politico».
Va bene: se viene il federalismo, non ci sarà la secessione.
«C’è un meccanismo di quel tipo perché viene assorbito dal federalismo».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Giorgia Meloni: «Troppa caciara durante la campagna elettorale, è l’ora della meritocrazia».
Il premier ieri sera ha corso gli ultimi 100 metri della campagna referendaria da Bruno Vespa, a Cinque minuti, dove si è tolta diversi sassolini dalle scarpe: «Non è stata una bella campagna elettorale. C’è stato un tentativo di buttarla in caciara e individuare il nemico.
La realtà è che oggi la magistratura è subordinata alla politica, atteso che una parte dei membri del Csm viene lottizzata tra i partiti politici e l’altra parte viene decisa dalle correnti ideologizzate dalla magistratura che sono due cose che noi togliamo. Abbiamo avuto magistrati che dimenticavano i detenuti in carcere, magistrati che condannavano persone innocenti e che non dovevano mai rispondere del loro lavoro. Ecco, noi stiamo facendo una riforma che consente di trovarsi di fronte a un giudice che sta lì per merito e non per spartizione correntizia».
Mancano poche ore al tanto atteso appuntamento politico ed elettorale dell’anno. Il voto è indetto per domani e lunedì, con i seggi aperti dalle 7 alle 23 nella giornata di domenica e dalle 7 alle 15 il lunedì.
Il quesito è chiaro: «Approvate il testo della legge di revisione dal titolo «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?». La legge, che modifica sette articoli della Costituzione, è stata approvata dal Parlamento con una maggioranza inferiore ai due terzi, e quindi dovrà essere confermata o respinta dal voto popolare. Non si tratta, quindi, di cancellare una norma esistente, ma di confermare o respingere una legge di revisione costituzionale già approvata dal Parlamento.
È un referendum popolare confermativo e a differenza dei referendum abrogativi, questa consultazione non prevede il quorum: ciò significa che il risultato sarà valido indipendentemente dal numero dei votanti. A contare sarà esclusivamente la maggioranza dei voti validamente espressi.
La riforma Nordio introduce nella Costituzione il principio delle «distinte carriere» tra i giudici, cioè i magistrati che decidono le cause, e i pubblici ministeri, cioè i magistrati che conducono le indagini e rappresentano l’accusa nel processo penale. Attualmente giudici e pm fanno parte di un unico ordine: sostengono lo stesso concorso e svolgono un tirocinio comune, dopodiché scelgono quale dei due ruoli ricoprire. Talvolta possono anche «traslocare» da una funzione all’altra. Con la riforma, giudici e pm apparterrebbero a due corpi diversi, la magistratura giudicante e la magistratura requirente, con concorsi e percorsi professionali separati: ovviamente non sarebbe più consentito il passaggio da un ruolo all’altro.
Poi c’è il nodo Csm. Attualmente le carriere di giudici e pm sono gestite dal Consiglio superiore della magistratura, composto da 20 magistrati (5 pm e 15 giudici) eletti dai colleghi e da 10 professori universitari e avvocati eletti dal Parlamento, i cosiddetti «laici». Il Csm garantisce l’indipendenza dei magistrati occupandosi, al posto del governo, di tutti gli aspetti della loro vita professionale: promozioni, trasferimenti, aspettative, scatti di stipendio, sanzioni disciplinari. Con la riforma i Csm diventerebbero due, uno per i giudici e uno per i pm.
Per i cittadini all’estero vale il voto per corrispondenza. Dopo aver votato, l’elettore deve rispedire il plico al consolato entro i termini indicati, affinché la scheda possa arrivare in Italia in tempo per lo scrutinio. Ed errori o brogli spesso qui sono in agguato.
Più complicata la situazione dei fuorisede. Per loro, l’unico modo di votare è rientrare nel proprio Comune. «L’Italia è l’unico Paese europeo a non disporre del voto a distanza», protestano i fuorisede, che ieri hanno promosso una mobilitazione a Roma e Milano con un finto seggio elettorale per un voto simbolico. Stesse scene a Napoli e Verona: «I costi per tornare nelle nostre città sono esorbitanti». Secondo il governo non c’erano i «tempi tecnici» per introdurre misure diverse.
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