Hantavirus, vaccini già pronti e media di nuovo in allarme: per Maddalena Loy stanno tornando gli stessi meccanismi visti durante il Covid. Dalle virostar, all’OMS e fino alle campagne mediatiche, il sospetto è che qualcuno abbia già riaperto il circo pandemico. Ne parliamo con il dottor Giovanni Rezza.
A sinistra il Teatro alla Scala. A destra il Conservatorio dopo l'incursione del 15-16 agosto 1943 (Getty Images)
L'11 maggio 1946 Arturo Toscanini dirigeva il primo concerto dopo il restauro del tempio mondiale della musica e della lirica, gravemente danneggiato dalle bombe la notte del 16 agosto 1943. Negli stessi istanti veniva distrutto anche il Conservatorio.
La grande musica era rinata a Milano l’11 maggio 1946, dopo essere morta nell'agosto di tre anni prima. Le note de «la Gazza ladra» e del «Guglielmo Tell» di Rossini, dell’ouverture e del coro degli schiavi dal «Nabucco» di Giuseppe Verdi, della «Manon Lescaut» di Puccini e del prologo del «Mefistofele» di Arrigo Boito risuonavano nuovamente tra i palchi dorati del Teatro alla Scala, eseguite dall’orchestra e dal coro del tempio della musica seguendo la bacchetta di Arturo Toscanini, tornato in Italia dopo l’esilio negli Stati Uniti durato 8 anni.
Fino a quel giorno, Il Teatro alla Scala era stato un ferito grave, come centinaia di edifici e monumenti di Milano, schiantati dalle bombe dei quadrimotori della Royal Air Force nella tragica estate del 1943. Una notte in particolare fu fatale per la grande musica milanese, quando assieme alla Scala fu colpito anche uno dei luoghi di insegnamento più prestigiosi d’Europa, il Conservatorio.
Notte tra il 15 e il 16 agosto 1943. Ore 00:31
La città bruciava ancora quando l’allarme antiaereo suonò un’altra volta nella città già svuotata per i molti sfollati. Il «Bomber Command», guidato allora da Sir Arthur Harris detto «the butcher» (il macellaio) aveva deciso, dopo la caduta del fascismo del 25 luglio, di accelerare il processo di resa dell’Italia con una serie di grandi incursioni aeree sulle città del triangolo industriale del Nord. Lo fece in modo indiscriminato, con la chiara intenzione di terrorizzare la popolazione per mezzo di grandi raid a carattere terroristico, mirati a colpire il cuore di Milano e i suoi cittadini.
La notte tra il 12 e il 13 agosto era stata devastante. A incendiare Milano erano stati 504 bombardieri pesanti decollati dalle basi inglesi in una notte senza nubi. 2.000 tonnellate di bombe e 380.000 spezzoni incendiari erano caduti dal cielo per circa due ore Quella notte, tra gli incendi che divampavano e la rete idrica ed elettrica paralizzate, furono colpiti Palazzo Marino e la chiesa di S. Maria delle Grazie. Il Cenacolo si salvò grazie alle protezioni precedentemente predisposte, ma la struttura dell’edificio sacro ebbe gravi danni. La notte seguente ancora più di 100 bombardieri infierirono sulla città in fiamme, facendo crollare il Teatro dal Verme e la basilica di Sant’Ambrogio, simbolo della storia di Milano. La notte tra il 15 e il 16 agosto, sulla città prostrata di nuovo suonò l’allarme per 199 aerei che colpirono ancora le zone centrali, distruggendo la Rinascente, danneggiando il Duomo e i portici meridionali. Una bomba dirompente centrò l’edificio del Conservatorio «Giuseppe Verdi», già parzialmente danneggiato nella precedente incursione del 14 febbraio, ebbe la «Sala Grande» inaugurata nel 1908 totalmente sventrata, con i soli muri perimetrali rimasti in piedi come scheletri. Quella notte la grande musica subì un colpo mortale quando una bomba dirompente sfondò il tetto del Teatro alla Scala, costruita dal Piermarini nel 1778, distruggendo parte dei meravigliosi palchi, il pavimento e gli impianti. Solo il palcoscenico si salvò grazie alla tenda metallica di protezione. Il Teatro che vide passare i più grandi autori e direttori di tutti i tempi giacque da allora in un silenzio mortale.
La ricostruzione fu difficile, anche perché iniziò quando ancora Milano era colpita dal cielo. Nell’ottobre del 1944, mese che registrò tra l’altro la raccapricciante strage dei bambini della scuola di Gorla, fu posta la prima carpenteria metallica per la ricostruzione del tetto. I lavori furono affidati all’ultima amministrazione fascista della città all’ingegnere capo dell’urbanistica Luigi Lorenzo Secchi durante il mandato del podestà Mario Colombo. Anche Mussolini spese parole per la natura simbolica di una ricostruzione rapida del tempio dell’opera. Già dal 22 agosto del 1943 Secchi si adoperò per cercare di recuperare più frammenti possibili del tetto andato a pezzi, perché quella copertura era ciò che dava alla Scala l’acustica perfetta. La copertura fu realizzata a tempo di record e ancora sotto le minacce dal cielo, anche se agli inglesi si erano sostituiti i bombardieri americani che colpivano (o cercavano il più possibile) di colpire target strategici, vista anche l’inutilità di radere al suolo una città che grazie al larghissimo uso di cemento e pietra era difficile da bruciare come le città tedesche piene di case in legno. Il 6 marzo 1945 il tetto era stato ricostruito. I palchi e il pavimento seguirono di pochi giorni, tornando all’antico splendore attorno alla data del 25 aprile 1945.
Nel maggio successivo fu Antonio Ghiringhelli quale commissario straordinario per la ricostruzione della Scala, nominato dal sindaco Antonio Greppi, a portare a termine gli ultimi lavori e a preparare il concerto della rinascita, affidato in modo pressoché plebiscitario a Toscanini, che il 21 aprile salpava da New York per le prove generali.
L’11 maggio il pubblico in piedi tributò l’ovazione al maestro, ma anche alla Scala guarita, pronta nuovamente a diffondere la grande musica e la lirica a tutto il mondo. In piazza Duomo furono installati grandi altoparlanti per diffondere il concerto alla folla. Altoparlanti che sostituivano il suono sinistro della sirena che aveva urlato anche la notte in cui il Teatro alla Scala fu ferito gravemente.
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Il generale libico Khalifa Haftar (Getty Images)
Secondo Middle East Eye, Washington starebbe lavorando a un accordo tra le famiglie Dbeibeh e Haftar per unificare la Libia. Sullo sfondo petrolio, guerra in Iran, Accordi di Abramo e la sfida geopolitica con Mosca nel Nord Africa.
Gli Stati Uniti avrebbero un piano per unificare la Libia. A riportarlo è stato, martedì scorso, Middle East Eye, che ha citato fonti occidentali e arabe a conoscenza della questione.
Il progetto, che sarebbe stato architettato dall’inviato speciale della Casa Bianca per l’Africa Massad Boulos, prevedrebbe di «unificare la Libia attraverso la famiglia Dbeibeh nella Libia occidentale e la famiglia Haftar in quella orientale, sostituendo i leader di ciascuna famiglia con una nuova generazione». Stando alla testata, Washington starebbe lavorando al piano da tempo. Si sarebbe tuttavia registrata un’accelerazione alla luce della guerra in Iran: gli Stati Uniti starebbero infatti guardando con maggiore interesse al petrolio libico, per cercare di abbassare i costi dell’energia.
«L'amministrazione Trump vuole che Ibrahim Dbeibeh, un influente politico libico, assuma la carica di primo ministro al posto di suo cugino, l'attuale premier Abdul Hamid Dbeibeh, che soffre di problemi di salute», ha ripotato Middle East Eye. Al contempo, Washington punterebbe a far sì che la carica di presidente della Libia vada al figlio del generale Khalifa Hafar, Saddam. Quest’ultimo avrebbe addirittura incontrato i vertici della Cia durante una visita negli Stati Uniti avvenuta l’anno scorso.
Il piano sembrerebbe essere visto con favore dai principali attori regionali, a partire da Turchia ed Egitto. Il che potrebbe portare eventualmente al suo successo. Del resto, oltre alla questione energetica, Washington potrebbe far leva su questo progetto per indebolire i legami tra Haftar e la Russia: una Russia che continua a rivestire un peso geopolitico significativo nella parte orientale della Libia. In altre parole, la Casa Bianca potrebbe approfittarne per sferrare un colpo alla longa manus di Mosca sul Nord Africa e potenzialmente sul Sahel. Senza contare che, nel caso l’amministrazione Trump dovesse riuscire a riunificare la Libia, potrebbe, in un secondo momento, cercare di spingerne il nuovo governo ad aderire agli Accordi di Abramo.
Certo, la situazione complessiva non è facile. E la strada potrebbe continuare a rivelarsi in salita. Tuttavia, il piano di Boulos certifica il crescente interesse di Washington per il Maghreb. Un fattore a cui l’Italia dovrebbe prestare estrema attenzione, in vista di possibili sinergie regionali con gli Stati Uniti.
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- Ristoranti, spiagge, aerei, vagoni ferroviari, aree residenziali... Si moltiplicano gli spazi urbani nei quali è proibito l’accesso ai più piccoli. È il segnale di una insofferenza preoccupante nei confronti di chi si ostina a mettere al mondo figli.
- Il saggista Gianluca Pietrosante: «Dietro la crisi demografica c’è un mutamento antropologico. I conservatori danno risposte troppo timide».
- In un «memo» del 1969, Frederick Jaffe (Planned Parenthood) mostrava i modi con cui «alterare la demografia». Tra i punti, incentivare l’omosessualità e posticipare o evitare le nozze.
Lo speciale contiene tre articoli.
Dalle città senza auto alle città senza figli? Può apparire una provocazione, ma in realtà lo scenario che va prospettandosi in Occidente potrebbe davvero essere questo. Soprattutto perché le cosiddette child-free zones, le aree senza bambini, stanno davvero iniziando a dilagare. Tutto ha avuto inizio – come molte altre tendenze – negli Stati Uniti circa 25 anni fa. Era in effetti il luglio del 2000 quando la giornalista Lisa Belkin firmava sul New York Times Magazine un pezzo intitolato «I tuoi figli sono il loro problema». In quell’articolo, dove peraltro venivano elencati nomignoli assai dispregiativi verso i bambini, si raccontava di un uomo che espressamente cercava di vivere in un quartiere che non ne fosse «infestato». Quello stesso anno uscì The Baby Boon: how family-friendly America cheats the childless (Free Press), un libro di Elinor Burkett dove si documentava un vero e proprio risentimento che gli adulti senza figli avevano iniziato a sviluppare verso i sussidi pubblici e la flessibilità lavorativa concessi ai genitori; una persona interpellata in quel testo paragonò i bambini in ufficio a uno «zoo da accarezzare» e descrisse l’avere figli come «sputare uova».
A loro modo la Belkin e la Burkett sono state delle profetesse, cui si è accodata anche la francese e «mamma pentita» Corinne Maier con un altro libro di successo, No Kid, Quarante raisons de ne pas avoir d’enfant (Éditions Michalon, 2007). Tutto questo scrivere – e in buona parte auspicare – «spazi tranquilli» e privi di bambini ha fatto sì che, nel giro di poco, si siano effettivamente diffusi un po’ ovunque settori riservati ai soli adulti in compagnie aeree, ristoranti, aree residenziali e località balneari. Già nell’estate del 2007 a Lake Forest, nell’Illinois, era stata fissata una quota di almeno il 25% della spiaggia vietata ai bambini e riservata agli adulti desiderosi di prendere il sole in tranquillità. Secondo l’American Community Survey, nel 2016 in una grande metropoli come San Francisco i minorenni ammontavano a circa 115.000, superati in numero dai cani – stimati essere dal San Francisco Animal Care and Control dai 120.000 ai 150.000. Più quadrupedi che bambini, quindi.
Dagli Stati Uniti le child-free zones sono presto divenute tendenza globale, radicandosi per esempio anche in Asia. Poco meno di dieci anni fa la compagnia aerea low cost indiana IndiGo annunciava l’istituzione sui suoi aerei di «zone silenziose» – precluse ai bambini con meno di 12 anni – destinate ai «viaggiatori d’affari che preferiscono sfruttare i momenti di tranquillità per svolgere il loro lavoro». Quando comunicava questa decisione, IndiGo era già stata anticipata da Malaysia Airlines, AirAsia X e dalla compagnia aerea singaporiana Scoot. Cotanto impegno e creare «zone silenziose» sui voli pare sia stato il riflesso di un’esigenza di mercato. Secondo quanto scriveva Peter Woodman sull’Irish Independent nel maggio 2014, infatti, un sondaggio aveva rilevato come ben il 35% dei passeggeri aerei – oltre un terzo – non solo volesse volare senza piccoli attorno, ma fosse disposto a pagare per questo perfino un supplemento. Così le compagnie aeree, sempre attente a fiutare i desiderata dei clienti, hanno preso ad organizzarsi di conseguenza.
Dalle piste di decollo ai binari ferroviari il passo è stato breve. Lo prova la recente iniziativa della compagnia ferroviaria nazionale francese Sncf, che ha deciso di introdurre sui treni ad alta velocità – principalmente sulla tratta Parigi-Lione – delle carrozze Optimum Plus, che hanno queste caratteristiche: 39 posti a sedere, ambiente tranquillo e adatto al lavoro e divieto di accesso ai bambini sotto i 12 anni. «Questa non è la Francia a misura di famiglia che conosco», ha commentato sul Guardian la corrispondente Helen Massy-Beresford. Ma quello ferroviario non è il solo segnale antinatalista che arriva da Oltralpe. Si pensi alla controversia sorta sulla scuola internazionale Montessori di Maisons-Laffitte, un ricco sobborgo di Parigi, dove i residenti si sono rivolti al tribunale per far chiudere il cortile, sostenendo che il rumore delle risate e delle grida dei bambini causava un «disturbo».
I ricorrenti dicevano di non poter più sedersi nei loro giardini o sulle loro terrazze e di sentirsi «prigionieri». Ebbene, il tribunale ha dato loro ragione. Gli insegnanti, ha fatto presente Lauren Smith raccontando la vicenda su The european conservative, ora devono scegliere se tenere i bambini nel cortile antistante la scuola, confinarli in classe o portarli in un parco vicino. A detta del sindaco locale, Jacques Myard, tutta questa storia altro non è stata che una battaglia per «borghesi che non vogliono figli». Difficile dargli torto. Però non è un caso isolato. Basti pensare alle child-free zones in un Paese come la Corea del Sud dove – tra caffè, ristoranti e aree varie – ne sono state censite oltre 400.
Domanda: è un caso, in tutto questo, che la citata Francia, un tempo eccezione demografica europea, oggi sia anch’essa scesa sotto la soglia decisiva dei 2,1 figli per donna mentre Seul sia la capitale di un Paese che, nel 2023, ha toccato la soglia raggelante di 0,72 figli per donna? Forse no.
In Italia la tendenza delle child-free zones è ancora agli albori e non gradita, come provano le polemiche che la scorsa estate hanno travolto il ristorante di un noto stabilimento balneare di Milano Marittima «vietato» ai bambini sotto i 10 anni. Ma questo non deve far sottovalutare il problema, perché queste aree, apparentemente a tutela della quiete, di fatto sono spie se non incentivi per l’abisso della denatalità. La pensa così Timothy P. Carney senior fellow presso l’American Enterprise Institute ed editorialista del Washington Examiner, secondo cui «il vero problema è che la nostra cultura viene danneggiata dall’eccessivo numero di zone “senza bambini”».
«Oggi ci sono sempre meno bambini», fa presente Carney, «quindi sempre più gente trascorre la giornata senza vedere bambini. Significa che sempre più persone trascorrono la giornata senza pensare ai bambini». Il ragionamento ha una sua logica. Anche perché, pure là dove non espressamente previste, le child-free zones si stanno di fatto già diffondendo, inverando la denuncia che nel 2013 fecero Ali Modarres – specialista in pianificazione urbana e politiche pubbliche – e Joel Kotkin – esperto di tendenze globali – i quali, in un articolo su City-journal.org, parlarono d’un «esperimento per liberare le nostre città dai bambini». I due osservarono che «le nostre grandi città americane, da New York e Chicago a Los Angeles e Seattle, si stanno trasformando in parchi giochi per i ricchi, trappole per i poveri e stazioni di transito per i giovani ambiziosi diretti verso luoghi meno congestionati».
«La famiglia della classe media», concludevano, «è stata spinta ai margini, rompendo drasticamente con la storia urbana. Questo sviluppo solleva almeno due importanti domande: le città senza bambini sono sostenibili? E sono desiderabili?». Ora, pur riferendosi alle metropoli statunitensi, Modarres e Kotkin sollevarono un tema che oggi, nel 2026, interessa anche le più ristrette città italiane, dove le abitazioni sono sempre più costose, i centri storici luogo di studio o di lavoro e le chiese grandi templi desertificati. C’è insomma spazio per tutto, fuorché per la fede e per il futuro, cioè per i figli. È bene rifletterci, tenendo bene a mente che le child-free zones per eccellenza sono i cimiteri. Non resta allora che sperare che, prima che sia troppo tardi, l’Occidente si ispiri ad altri modelli urbani.
«È una estinzione programmata contro l’Occidente»
Oggi il tema demografico è al centro del dibattito. Pochi lo affrontano con tesi forti e controcorrente come Gianluca Pietrosante. Classe 1992, napoletano di nascita e veneto di adozione, vive a Bassano del Grappa, dov’è consigliere comunale da due mandati. Una laurea magistrale in storia e una in filosofia e scienze umane, insegna materie umanistiche negli istituti secondari di I e II grado e ha da poco dato alle stampe il libro Estinzione programmata (Maniero del Mirto, 2026).
Pietrosante, prima che autore di un testo sulla denatalità lei è marito e padre di due bambini. Che cosa ne pensa allora delle child-free zones?
«Più che una semplice ricerca di tranquillità, le cosiddette child-free zones rappresentano un segnale culturale più profondo. Non è il bambino a essere cambiato, ma lo sguardo dell’adulto: ciò che un tempo era percepito come una gioia oggi viene talvolta vissuto come un disturbo».
Possiamo considerare queste «aree», più che la risposta a una ricerca di tranquillità individuale, l’ennesimo segnale di un rifiuto collettivo del futuro?
«Mi sembra evidente. Una società che esclude i bambini dagli spazi pubblici per quiete è una società che non comprende più che sono un bene da custodire per la continuità di un popolo. D’altronde, dati alla mano, l’Occidente preferisce gli animali ai bambini».
Il suo libro sulla tragedia demografica del nostro Paese si chiama Estinzione programmata. Ma da chi?
«San Tommaso d’Aquino e la retta filosofia affermano che la conoscenza delle cose avviene attraverso la ricerca delle loro cause. Siamo arrivati a questo punto perché c’è un mutamento spirituale e antropologico degli italiani rispetto a ciò che eravamo prima del Concilio Vaticano II e del ‘68: oggi l’età media per sposarsi per gli uomini è attorno ai 38 anni, per le donne a 33. Siamo passati da una società che considerava la famiglia il centro della vita sociale a una in cui prevale una maggiore centralità dell’individuo rispetto alla dimensione comunitaria. Questo cambiamento incide inevitabilmente anche sulla propensione a generare futuro. A questo si aggiunge uno smarrimento dell’identità: processi culturali, ideologici e normativi hanno ridefinito il concetto di famiglia e genitorialità. E poi vi è la perdita del rispetto di ogni autorità, a partire dalla stessa famiglia: onora il padre e la madre non è solo una legge naturale, ma il fondamento di ogni civiltà. Estinzione programmata perché tutto ciò è l’esito prevedibile di trasformazioni culturali e sociali consolidate che stanno incidendo tragicamente nella demografia».
Il suo testo è molto critico verso l’immigrazione. Ma essa non potrebbe contribuire ad arginare l’inverno demografico italiano?
«Non come un tempo. L’immigrazione oggi è più mobile e meno stabile rispetto al passato, e questo ne riduce l’impatto demografico nel lungo periodo. Inoltre, l’arricchimento culturale viene meno: sul totale dei reati compiuti in Italia quasi la metà sono fatti da stranieri regolari a cui si sommano i reati dei clandestini. Questi dati sono consultabili presso il sito del ministero della Giustizia, citati puntualmente nel mio libro, senza parlare del problema delle nostre carceri. È evidente che sul piano sociale e culturale emergono criticità legate ai processi di integrazione, che rendono più complesso valutare l’impatto complessivo dell’immigrazione nel lungo periodo. Sul piano della fecondità anche gli immigrati fanno ormai meno figli. L’immigrazione non può dunque essere la soluzione, può incidere nel breve periodo, ma non risolve il problema di fondo, ovvero che siamo una società che non fa e non vuole più figli. È chiaro che la società aperta e senza confini idealizzata e professata dalla sinistra e anche da una parte della gerarchia ecclesiastica ha fallito, perché la mancata integrazione ha creato nuove fragilità sociali. Se una comunità perde la propria capacità generativa, nessun fattore esterno può sostituirla davvero».
L’impressione è che le culle vuote non siano un tema ancora ben compreso. Cosa della denatalità sfugge alla cultura progressista e cosa, invece, a quella conservatrice?
«I progressisti tendono a leggere la denatalità solo in termini di diritti individuali: assecondano i presunti diritti e desideri di una persona anziché far prevalere il bene comune, visto che la sinistra idealizza un modello di società ideologica fondata sull’egualitarismo, quindi non reale. I conservatori si limitano a risposte parziali e addirittura compiacenti ai progressisti: nessuno analizza le cause. Anzi, il conservatore oggi si limita a dire che la legge 194 sull’aborto va rispettata e attuata nella sua interezza, oppure vota in giunta regionale del Veneto lo stanziamento di milioni di euro per l’apertura di un centro gender a Padova, spacciandola come “conquista di civiltà”. L'Msi denunciava senza paura che l’aborto è un crimine contro la vita e che incide sul calo demografico, ad esempio. Quando si parla di famiglia e vita bisogna ragionare e agire secondo natura, al di là delle ideologie».
Come e quando ci risolleveremo dall’inverno demografico?
«Non esistono soluzioni immediate. Gli interventi economici grazie all’attuale governo ci sono, ma non sono sufficienti se manca la “battaglia delle idee”: serve una restaurazione culturale che restituisca valore e stabilità alla famiglia e alla vita, con l’aiuto della Chiesa: i matrimoni religiosi sono crollati dopo il Concilio. Solo quando tornerà a essere percepito come naturale e positivo sposarsi e avere figli si potrà invertire la tendenza».
Quel «profetico» piano anti nascite
La denatalità può essere un programma politico? Apparentemente no. Chiunque oggi la proponesse verrebbe, nella migliore delle ipotesi, guardato come un marziano. Eppure non è sempre stato così, anzi c’è stato un tempo – neppure così remoto, in realtà – in cui si redigevano a tavolino quelle che erano potenziali linee guida per svuotare le culle. L’esempio più lampante è probabilmente il cosiddetto «Jaffe Memo», dal nome del suo estensore, Frederick Jaffe (1925-1978), primo presidente del Guttmacher Institute e vicepresidente della International Planned Parenthood – enti statunitensi per la promozione di campagne abortiste e contraccettive.
Datato 11 marzo 1969, il «Jaffe Memo» è un testo di nove pagine che il suo autore scrisse rispondendo a Bernard Berelson (1912-1979) all’epoca capo del Population Council. Quindi non si tratta di un manifesto politico in senso stretto, bensì di un documento interno che pure – per ciò che contiene – del manifesto politico, o meglio demografico ha, lo vedremo subito, la struttura. Tuttavia, repetita iuvant, il «Jaffe Memo» è un testo riservato, come prova anche il suo incipit. «Questo memorandum», scrive infatti Jaffe rivolgendosi a Berelson, «risponde alla sua lettera del 24 gennaio, in cui si richiedevano idee su attività necessarie e utili relative alla formazione di una politica demografica definita come «misure legislative, programmi amministrativi e altre azioni governative (a) che sono progettate per alterare le tendenze demografiche... o (b) che effettivamente le alterano».
Quindi siamo dinnanzi al rapporto epistolare tra due signori in cui uno chiede all’altro consigli su come «alterare le tendenze demografiche». Già questo appare interessante. Ma lo è ancor di più il contenuto del memorandum, che all’ultima pagina si chiude con una tabella contenente i seguenti consigli su come, appunto, «alterare le tendenze demografiche». Ebbene, questa tabella presenta quattro colonne, la prima delle quali elenca i «vincoli sociali» che dovrebbero avere «un impatto universale». Tra queste misure la prima riguarda la famiglia, da «ristrutturare» in due modi: «a) posticipare o evitare il matrimonio; b) modificare l’immagine della dimensione ideale della famiglia». A seguire, Jaffe consigliava nell’ordine: «Istruzione obbligatoria dei figli; incoraggiare l’omosessualità; educazione alla pianificazione familiare; incoraggiare il lavoro femminile».
Ora la gravità di questi sconvolgenti «consigli» ha portato molti – non potendo negare l’esistenza del «Jaffe Memo» - a ridimensionare la portata del testo, liquidandolo come mera parte d’un epistolario in cui due esperti ragionavano innocuamente tra loro su come «alterare le tendenze demografiche». Il che può benissimo essere. Sta di fatto che a Berelson quel documento non deve essere dispiaciuto dato che di lì a poco si è ritrovato a collaborare nuovamente con Jaffe nella redazione del Rapporto della Commissione Rockefeller del 1972, nel quale peraltro diversi spunti del «Jaffe Memo» sono stati poi ripresi. Ma soprattutto impressiona osservare come i punti delineati in quel vecchio documento interno del marzo 1969, decenni dopo, si siano trasformati a seconda dei casi in: battaglie culturali, propagande, punti di programmi politici progressisti o incontestabili dati di fatto. Tutto ciò, beninteso, non dimostra che Frederick Jaffe sia stato l’oscuro burattinaio di nulla. Ma certo quelle sue singolarissime idee, ecco il punto, sono senza dubbio piaciute.
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