Ansa
Il massimo trionfo dell’Anm, ottenuto al referendum sulla riforma della magistratura, segna anche il suo punto di non ritorno: l’estremismo massimalista rende l’Associazione inadatta a una vera rappresentanza.
Magistrato penale
Nel 2010 la Corte Suprema Usa (caso Citizen united vs Federal election commission) abolì qualsiasi tetto ai finanziamenti delle corporation nelle campagne elettorali. La sentenza di fatto escluse milioni di cittadini americani dalla partecipazione politica, visto che a quel punto nessun candidato «normale» poteva sperare di avere chance reali di affermazione rispetto ai candidati iper finanziati. Da alcuni osservatori (Joseph Stiglitz, per esempio, o Paul Krugman) quella sentenza è considerata il punto di avvio del processo crescente di sfiducia popolare nel sistema giudiziario Usa e del progressivo astensionismo elettorale.
Evidente il cortocircuito: i candidati finanziati dalle grandi holding, una volta (facilmente) eletti, potevano poi favorire a loro volta la nomina di giudici contigui, che dal canto loro potevano poi garantire gli interessi dei grandi enti finanziatori. È da quel momento che le elezioni Usa sono diventate definitivamente affare di ceti molto ricchi ed elitari.
Ma se il 2010 è l’anno cruciale della perdita di verginità della politica, ma anche della giustizia Usa, in Italia la giustizia è incappata in due anni peggio che bisestili: uno è il 2019, con la vicenda dell’hotel Champagne e delle chat, che ha disvelato chiaramente ciò che si agita nella faccia buia del correntismo giudiziario. L’altro anno - super crucialissimo - è il nostro 2026, dove l’entrata a gamba tesa del correntismo medesimo nella competizione politico-referendaria ha definitivamente cantato la messa funebre all’immagine di certa magistratura come organismo di neutralità politica e di garanzia, con la foto dei magistrati «Bella Ciao» bene in vista sulla lapide, ad imperitura immagine simbolo.
Dopo una scivolata simile, ogni sentenza, ogni atto giudiziario, perfino il più onesto, rischia di essere visto solo come un atto politico di appartenenza. Insomma: una doppia sentenza Citizen. Ma ai vertici associativi poco importa. Nei giorni immediatamente dopo l’insperata vittoria, lo champagne dei «Bella Ciao» è andato giù liscio che era una meraviglia, mentre si sentiva il dolce canto di pubblici ufficiali che irridevano apertamente altre figure istituzionali.
Eppure, qualche dubbio i festeggianti farebbero bene ad avercelo: in un articolo sulla Verità del 10 gennaio avevamo scritto che la vittoria del Sì era molto probabile, salvo che non si profilasse uno scenario di guerra o una crisi economica. Sarà che forse portiamo sfiga noi, ma ecco l’Iran prima e l’aumento della benzina dopo. In più, la mobilitazione al rallentatore della stessa maggioranza politica che pure aveva proposto la riforma.
Ma c’è soprattutto un punto che è emerso plateale: lo slogan che ha mosso gli eserciti non è stato «politica cattiva - magistratura eroica», bensì «riforma chissenefrega, buttiamo giù il governo Meloni». Insomma: la marcia vittoriosa del No è stata frutto soprattutto di congiunture astrali favorevoli, di ritardi altrui, di tattiche mediatiche opportunistiche.
Facciamo i rosiconi? Forse sì e forse no. Di certo, la narrazione titanistica «politica corrotta - magistratura eroica», che era stata dominante ed egemonica all’epoca di Mani Pulite, oggi è caduta e il messaggio che ha smosso il voto è stato completamente differente. Che la campagna del correntismo abbia dovuto ricorrere ad armi chimiche proibite (vedi le interviste fake di Falcone et similia) dimostra, paradossalmente, che in una disfida ad armi pari e senza le interferenze guerresche altrui l’esito del voto sarebbe stato molto diverso.
Se così è, vuol dire che la fiaba del correntismo immacolato portato in trionfo dalle folle adoranti è finita. Ed è finita anche all’interno, come dimostra ampiamente il fenomeno dei magistrati del Sì, più esteso di quanto ci abbiano voluto far credere. Oltretutto, la rivendicazione di protagonismo politico del correntismo togato rischia di essere una mina vagante anche per la stessa opposizione politica che, per restare al passo dei magistrati «Bella Ciao», ha dovuto perfino abiurare quelle posizioni riformiste che pure erano presenti nei suoi stessi programmi politici, collocandosi quindi in posizione debitoria.
E i debiti, in questo caso, rischiano di pagarsi con un ulteriore arretramento della politica democratica rispetto ad ordini tecnocratici che non rispondono al controllo popolare. Il che è un problema per la destra, certo, ma anche per la sinistra. Esattamente ciò che voleva dire il ministro Nordio quando dichiarava che la riforma «conveniva» anche alla sinistra. Una riflessione ampiamente condivisibile, che la demagogia ha immediatamente voluto tradurre come una specie di invito a «rubare» tutti insieme, in barba al controllo giudiziario.
Insomma: ha davvero stravinto il correntismo? Ai posteri l’ardua sentenza. Salvo che i posteri non arrivino prima e non facciano notare un’altra cosa: Claudio Galoppi, noto esponente delle correnti «moderate», non ha partecipato alla festa dei «Bella Ciao» e si è dimesso, parlando di «mancanza di trasparenza, carrierismi, personalismi e attaccamento alle cariche» (Il Foglio, 30 marzo 2026). E su Repubblica del 31 marzo ha evocato «dinamiche distorsive di localismi e tentativi di carrierismo».
Lui lo ha detto un minuto dopo. Noi del Sì lo avevamo detto fino a un minuto prima. Idem il consigliere del Csm Bernadette Nicotra, altrettanto critica nei confronti della propria corrente, Magistratura indipendente, la stessa del suo collega Galoppi. Ecco una bomba a miccia lunga per la Anm «compattissima» e «trionfante»: l’assoluta inconsistenza delle cosiddette correnti «moderate», schiacciate completamente su quelle oltranziste. Stessi slogan, stessa strategia, interviste tutte uguali, stesse dinamiche interne.
Tutto prevedibile, però, per chi è buon osservatore: pochi anni fa la stessa corrente di Magistratura indipendente, quella «moderata», aveva organizzato a Reggio Calabria un piccolo convegno in salsa woke, in cui alcune giovani leve «moderate», ma molto alla moda, si erano fatte portavoce delle istanze LGBTQQIAPK (eccetera), con la singolare giustificazione che quelle rivendicazioni non potevano essere appannaggio solo delle varie magistrature democratiche et similia. Episodio rivelatore e poco noto, ma significativo. Passato inosservato perfino fra i «moderati», il che è tutto dire.
Perfettamente in linea il nuovo presidente Anm, il «moderato» Antonio Tango, quello che denunciava la «deriva autoritaria» del governo, ha oggi pensato bene di parlare inclusivamente di «padri e madri costituenti». Stessi concetti, stesso linguaggio alla moda.
Insomma: con questo andazzo, che fine faranno i cosiddetti «magistrati moderati»? Reagiranno o si afflosceranno definitivamente? O migreranno in blocco verso le correnti «Bella Ciao», abbandonando quelle fotocopia? Intanto registriamo che, in una intervista su Il Dubbio, uno dei leader Md torna a parlare di «pluralismo delle idee» in seno alla Anm e propone l’ennesimo arzigogolo elettoralistico: «voto di lista e preferenza unica con collegio unico nazionale» (15 aprile u.s.).
Insomma: tarapia tapioco, come se fosse Antani. In attesa di Tognazzi e Monicelli, è ricominciata la cantilena. L’eterno ritorno dell’uguale, che si divide fra Frattocchie e parrocchie associative dall’architettura desolatamente simile. Come si fa a non vedere che è soltanto un piccolo mondo in decadenza, dove l’incipriatura del naso nasconde le rughe profonde di un sottopotere vecchio e stracotto, del conformismo sottoculturale, dei «localismi, personalismi e tentativi di carrierismo» di cui parla Galoppi?
In questo scenario confuso e mortuario la magistratura vera è l’unica e sola vittima della irresponsabile deriva autoreferenziale dell’oligarchia associativa, che ha preteso di difendere l’indifendibile in nome del totem della «libertà di opinione politica».
E qui torniamo all’inizio, perché le dinamiche del referendum hanno espresso esattamente lo stesso meccanismo distorsivo alla base della sentenza Citizen: in quel caso la Corte Suprema, rifacendosi al Primo emendamento e, peraltro, a strettissima maggioranza, pretese di riconoscere alle corporations miliardarie lo stesso diritto alla partecipazione politica dei semplici individui o di quelle aggregazioni di individui che sono le associazioni o i partiti politici.
Nel 2026, in Italia, è stato lo stesso correntismo giudiziario che si è auto-riconosciuto manu militari lo stesso diritto, al pari - appunto - di una qualsiasi persona fisica. Il risultato è stato identico: la difesa ottusa di un concetto di eguaglianza astratta che produce una concretissima diseguaglianza di fatto.
La verità vera è che né le grandi concentrazioni di ricchezza né il correntismo giudiziario italiano possono essere collocati sullo stesso piano degli individui o delle loro associazioni, per la semplice ed indiscutibile ragione che non sono individui, ma Po-te-ri. E mettere in competizione dei Po-te-ri con delle persone fisiche, più o meno aggregate, è un fattore alterante del gioco democratico sotto qualsiasi latitudine storica: quale partito tradizionale può competere con corporation dotate di riserve illimitate di denaro? O con gruppi di pubblici ufficiali che hanno il controllo dell’azione penale e che godono del privilegio indiscusso di non dover mai sottoporsi alla verifica periodica della fiducia popolare?
In un articolo sulla Verità del 18 marzo abbiamo scritto che «la democrazia è incompatibile con i centri di potere che non rispondono mai al controllo popolare. Il contrasto prescinde dalle volontà individuali ed è destinato ad aumentare comunque, non a ridursi». Il conflitto riprenderà, stiamone certi, e forse prima di quanto possiamo immaginare.
Certo, non subito. Ora, per un po’, il tema sarà rimosso dall’agenda politica. Troppa la delusione per una sconfitta evitabilissima. E poi ora ci sono altre urgenze. Però Babbo Natale non esiste, purtroppo, e l’abbiamo scoperto tutti, anche quelli che hanno votato No.
Nei Quaderni dal carcere Gramsci spiega che il potere si conserva non tanto con la forza, ma soprattutto con la «egemonia culturale», cioè attraverso una sorta di consenso collettivo indotto, in virtù del quale i sudditi accettano spontaneamente simboli, costruzioni teoriche e linguaggi trendy sollecitati dai tenutari del potere.
La costruzione mitologica della magistratura associata come «pluralismo democratico», come «unità nelle differenze», è stata per anni il terreno su cui si è sviluppata l’egemonia interna delle correnti: un racconto fantastico, in virtù del quale un 30% di correntizzati ha potuto dominare su 9.000 magistrati. Ma ora che l’immagine della magistratura associata è quella di un soggetto platealmente partigiano che fa blocco con uno specifico complesso editoriale, ora che il racconto mitologico si è rotto perfino all’interno dello schieramento vincitore, ora che per la prima volta si parla di una seconda Anm in opposizione alla prima, sul terreno restano i cocci.
E sono cocci su cui rischiano di farsi male tutti, anche i vincitori. E infatti il primo lamento è venuto proprio dai magistrati cosiddetti «moderati», sedicenti vincitori anche loro, ma che nella foto dei trionfatori sono finiti in ultima fila e si vedono poco.
Ad ogni modo, inutile parlare di queste cose. Perché sciupare il dopo-festa? Dolce è stato lo champagne. Allegra la tarantella napoletana. Al sicuro il sottopotere di sempre. Per un po’ sarà così. Poi, si vedrà. Ora, in alto i calici. Ad maiora.
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Imagoeconomica
Parla l’avvocato Renato Mattarelli, che ha assistito due danneggiate per cui è stato riconosciuto il nesso di causalità col siero: «Il ministero tace».
Due sue assistite hanno appena ottenuto il riconoscimento del nesso di causalità tra vaccino anti Covid e danno, ma per l’avvocato Renato Mattarelli, 62 anni, di Latina, è una soddisfazione parziale. Anzi, è un tormento interiore. «Mi si è aperto un mondo di storie tremende, di salute compromessa al punto che giovani sono costretti a vivere sulla carrozzella o soffrono patologie destinate ad aggravarsi. Mai avrei immaginato che gli effetti avversi fossero così tanti e considerati con indifferenza dal ministero della Salute», esordisce il legale. Da trent’anni esperto in danni alla salute, durante la pandemia si era fatto somministrare tre dosi convinto che «se il vaccino veniva fortemente raccomandato, non avevo motivo di dubitare. Il diritto trasforma lo Stato in un alleato e quando l’autorità sanitaria ha detto “vaccinatevi”, mi sono fidato. Dall’altra parte, quella dei no vax, non vedevo scienza ma solo complottismo».
L’avvocato, però, è anche convinto che come esiste il «diritto di avere dei diritti, esiste pure il dovere di avere dei doveri», quindi ha sostenuto l’obbligatorietà «laddove è necessaria per proteggere altre persone, ma mi oppongo all’assenza di tutela compensativa sotto forma di indennizzo e risarcimento. Nel momento in cui mi sottopongo diligentemente a un trattamento sanitario obbligatorio, lo Stato non può poi lavarsi le mani e “inventare scuse” per non pagare».
Mattarelli cita uno dei due ultimi casi. Mentre una danneggiata da AstraZeneca ha avuto l’indennizzo a vita pari a 850 euro al mese, per l’altra assistita si è trovato davanti un muro di gomma. «Si tratta di una dottoressa cinquantenne del Pronto soccorso di uno degli ospedali Pontini, che ha ottenuto il riconoscimento del nesso di causalità con il vaccino Pfizer ma non della gravità della patologia, perché il danno non sarebbe così importante. Eppure è un medico che soffre di miocardite e pericardite persistenti, possibile che si debba fare ricorso per ottenere una somma di denaro che tenti di compensare quanto subìto?».
L’avvocato spiega che da dieci giorni a questa parte sta «scoprendo» il mondo dei danneggiati. «Quando hanno saputo dei due casi di Latina, da tutta Italia sto ricevendo mail e telefonate, almeno un centinaio. Mi espongono storie strazianti, una quantità di patologie, di conseguenze pesantissime. Altro che “qualche miocardite o pericardite” come va ancora ripetendo Roberto Burioni. Purtroppo, per la maggior parte si tratta di persone che mai hanno segnalato l’evento avverso perché non credevano di essere tutelati contro i danni da vaccino Covid. Dopo tre anni dal momento in cui si è avuta conoscenza del danno, non si può più presentare domanda. Questi sono “dannati” in cerca di ascolto e di cure».
Mattarelli snocciola numeri che fanno impressione, 80% di under 50 con problemi gravi «che con buona probabilità sono dovuti alla vaccinazione», eppure «un danneggiato su 50 arriva a fare il ricorso giudiziario dopo il parere negativo sulla correlazione delle Cmo, le commissioni medico ospedaliere militari, e dopo che il ministero della Salute non avrà risposto al ricorso nei termini di legge, come accade nel 90% dei casi. I pochissimi che possono pagarsi l’avvocato e andare in tribunale, a quel punto si troveranno davanti un giudice del lavoro che non sa nulla di danni da vaccino Covid anche perché la scienza ne capisce ancora ben poco. Conclusione, è quasi impossibile spuntarla».
Le persone gli segnalano trombosi all’ovaio destro, dopo la prima dose, attacchi epilettici, sindrome neurologica con mutazione genetica, patologie cardiovascolari, «una ex miss Italia ora ha la leucemia. L’elenco è lungo e angosciante. In molti soggetti il vaccino sembra aver devastato il sistema immunitario», dichiara l’avvocato. Dice di essere «indignato, so che un medico può sbagliare, ma mi preoccupa l’atteggiamento del ministero della Salute nei confronti dell’indennizzo, malgrado siano quattro soldi al mese. Ancor più, la resistenza a riconoscere un risarcimento che non è solo per la salute fisica compromessa, ma per il danno sociale, morale relazionale, per i disturbi emotivi, l’impossibilità di lavorare, le famiglie che si sfasciano».
Il ministro della Salute Orazio Schillaci aveva promesso una commissione di studio sulle reazioni avverse ai vaccini anti Covid, ma dopo due anni non ha presentato nemmeno la bozza di un progetto. «Mi chiedo quali siano le direttive, quanto mai rigide, che dà alle Cmo per rigettare le domande», riflette l’avvocato, che critica il «criterio cronologico di medicina legale che non può funzionare con un vaccino a mRna, i cui danni si possono manifestare nel tempo. Le persone non si possono catalogare sulla base di un algoritmo».
Conclude: «Come è accaduto per le trasfusioni di sangue infetto, da poche persone che si pensava i risarcimenti furono per centinaia di migliaia di soggetti colpiti. Il ministro credo stia a guardare, per valutare l’impatto dell’ondata richiesta danni da vaccino Covid».
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Imagoeconomica
Una direttiva sulle accise punta a ridurre i consumi, ma dati recenti mostrano che rincari fiscali senza controlli efficaci alimenterebbero il contrabbando e ridurrebbero il gettito.
La Commissione europea ha presentato la revisione della direttiva sulle accise sul tabacco (Ted) con un obiettivo ambizioso: armonizzare la fiscalità tra gli Stati membri, ridurre i consumi e sottrarre terreno ai mercati illegali. Eppure i dati più recenti - lo studio Ipsos Doxa commissionato da Logista e il rapporto Euromonitor International - suggeriscono che l’effetto potrebbe essere esattamente opposto: più tasse, più illegalità, meno gettito. Non è un paradosso teorico. È già accaduto.
In Italia, secondo lo studio Ipsos Doxa presentato qualche giorno fa, il mercato illegale dei prodotti da fumo vale circa 1,2 miliardi di euro, pari al 4,8% del totale. La quota di consumatori che ricorre a canali non ufficiali è cresciuta costantemente: dall’11,5% nel 2023 al 13,8% nel 2025, per un totale di 1,8 milioni di persone. Le mancate entrate erariali ammontano a 690 milioni di euro, con un impatto su 5.900 posti di lavoro e 630 milioni di fatturato perso lungo la filiera. Numeri tutt’altro che marginali, soprattutto considerando che il danno all’erario si suddivide ormai equamente tra tabacco tradizionale e sigarette elettroniche, a seguito dell’aumento della tassazione su queste ultime nel 2025.
Il quadro europeo è ancora più allarmante. Tra il 2015 e il 2024, secondo Euromonitor, il volume di sigarette contraffatte nell’Ue è più che triplicato: da 4,1 a 13,4 miliardi di unità, arrivando a rappresentare circa un terzo dell’intero mercato illecito europeo. Il fenomeno si concentra in Francia, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania e Paesi Bassi - Paesi accomunati da aumenti fiscali aggressivi o forti differenziali di prezzo rispetto ai vicini. Il caso francese è il più istruttivo: tra il 2018 e il 2020, Parigi ha imposto rincari superiori all’11% annuo. Il risultato non è stata una riduzione dei consumi, ma un’esplosione del mercato illecito e della produzione locale di contraffatti. La logica è semplice e brutale: quando il tabacco legale diventa troppo caro rispetto ai redditi reali, una parte dei consumatori non smette di fumare - smette di comprare nei canali ufficiali. Reti criminali organizzate hanno nel frattempo sviluppato capacità produttive sofisticate direttamente all’interno dell’Ue, approfittando di lacune nei controlli sulle filiere postali e online.
In questo contesto arriva la proposta di revisione della Ted, con aumenti sostanziali delle aliquote minime su tutti i prodotti del tabacco. L’obiettivo - ridurre i differenziali di prezzo tra Paesi e scoraggiare i consumi - è in sé legittimo. Nella pratica, però, i dati smentiscono l’ottimismo. La ricerca Ipsos Doxa ha chiesto direttamente agli intervistati cosa farebbero in caso di ulteriori rincari: uno su dieci ha dichiarato che si sposterebbe verso canali non ufficiali. Applicata alla platea attuale dei consumatori, è una percentuale tutt’altro che trascurabile. Logista ha quantificato il rischio per l’Italia: solo gli aumenti previsti sul tabacco tradizionale potrebbero costare oltre 1 miliardo di entrate erariali in meno e mettere a rischio 6.400 posti di lavoro lungo la filiera.
C’è poi il nodo strutturale che la Ted non risolve: la profonda disomogeneità fiscale tra gli Stati membri. Il peso complessivo di accise e Iva sul prezzo finale varia già oggi dal 67,5% in Germania fino al 110% nei Paesi Bassi. Un aumento generalizzato delle aliquote minime, senza una vera convergenza dei sistemi fiscali nazionali, non elimina questi differenziali: li sposta semplicemente verso l’alto. Chi acquista sigarette di contrabbando perché costano la metà di quelle legali non cambierà comportamento solo perché il prezzo legale è aumentato ulteriormente. Il negoziato è ancora aperto e un approccio realmente efficace richiederebbe aumenti graduali per evitare shock di prezzo, un rafforzamento deciso dei controlli sulle filiere digitali e postali, e una differenziazione fiscale basata sul profilo di rischio del prodotto. Dove 1,8 milioni di italiani acquistano già fuori dai canali ufficiali e l’Europa ha visto triplicare in un decennio il volume di contraffatti, aumentare le tasse senza rafforzare i controlli equivale a versare benzina su un incendio che si vorrebbe spegnere.
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L’autotrasporto sciopera fino al 24: a rischio la distribuzione Federalberghi: nessuna ondata di disdette per il Primo maggio.
Si aggrava la crisi energetica. Mentre l’Iran apre e chiude a intermittenza lo stretto di Hormuz ma il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, rassicura che con Teheran «va bene e presto si arriverà all’accordo», in Italia lo choc dei rifornimenti sta mettendo a dura prova diversi settori. L’autotrasporto, che conta 100.000 imprese per 500.000 lavoratori, si ferma per 5 giorni a partire dalle 24 di oggi fino al 24 aprile. Una protesta che coinvolgerà tutta la penisola. Il segretario dell’associazione Trasportounito, Maurizio Longo, afferma che l’aumento del costo del carburante ha creato una «crisi senza precedenti» e che molte aziende sono soffocate dai debiti e rischiano di fallire. Nel mirino di Longo c’è anche il governo che non avrebbe dato risposte concrete al comparto, nonostante la situazione di difficoltà.
Il segretario nazionale di Confartigianato Trasporti e Segretario generale di Unatras, Sergio Lo Monte, ha spiegato che la situazione è diventata insostenibile perché le imprese sono costrette ad anticipare migliaia di euro per il rifornimento, mentre gli incassi delle fatture arrivano con mesi di ritardo, creando una crisi di liquidità senza precedenti. Il sindacato inoltre sottolinea che nonostante l’intervento sulle accise, il prezzo alla pompa resta altissimo mentre i crediti d’imposta finora previsti sono del tutto insufficienti a ristorare le perdite subite.
La Commissione di garanzia sugli scioperi nei servizi pubblici è intervenuta tentando di limitare il fermo, alla luce dell’impatto che un’azione di questo genere, protratta per cinque giorni, può avere sui servizi fondamentali e sulla vita dei cittadini. Il blocco infatti mette a rischio la distribuzione delle merci, con difficoltà negli approvvigionamenti. Ma non c’è solo il pericolo di mancanza di prodotti sugli scaffali della gdo, anche nei cantieri rischia di mancare il materiale. Il pericolo è di un effetto a catena in una situazione di crisi economica già conclamata.
I segnali di allarme si moltiplicano. Il Codacons avverte che rischiano di salire i prezzi al dettaglio anche di beni di largo consumo come le bevande e l'acqua minerale che, ad una prima analisi, non dovrebbero risentire della delicata situazione geopolitica in atto. Una bottiglia da 1,5 litri di acqua minerale potrebbe a breve costare fino a 5-6 centesimi di euro in più, determinando una stangata sui consumatori italiani da complessivi 606 milioni di euro annui, con un aggravio di costo del +20% rispetto agli attuali listini al dettaglio mentre per le altre bevande si stima un aumento del +10%. Codacons sarebbe entrato in possesso di alcune comunicazioni formali di aggiornamento al rialzo dei prezzi da parte dei produttori di plastica per bottiglie, tappi e etichette utilizzati per l’acqua minerale e le bevande in generale. Una vicenda che finisce ora al vaglio dell’Antitrust, a cui l’associazione ha chiesto di accertare la legittimità delle pretese economiche e possibili fenomeni speculativi.
Sul fronte del turismo e in particolare del settore alberghiero, nonostante i segnali di allarme di alcune compagnie aeree, non ci sono mutamenti importanti nei flussi delle prenotazioni. Il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, ha tranquillizzato sul risultato del ponte del Primo maggio. «Andrà bene, non stiamo vedendo rallentamenti. Quello che ci preoccupa sono i mercati lontani, del Nord America e del Far East, dove per arrivare in Europa, il 90% dei voli fanno scalo a Doha e a Dubai. C’è un rallentamento delle prenotazioni dagli Stati Uniti e il mercato nord americano è importantissimo per capacità di spesa». Quindi nessuna ondata di cancellazioni per effetto della guerra.
Ciò non toglie che la crisi energetica possa colpire anche questo settore se il conflitto dovesse prolungarsi.
Ed è uno scenario che il governo non sottovaluta. Tant’è che la premier Giorgia Meloni ha annunciato una missione in Azerbaigian tra un paio di settimane. Un viaggio che fa seguito a quello in Algeria e nei Paesi del Golfo per garantire che non ci siano contrazioni nell’approvvigionamento delle risorse energetiche fondamentali. L’Azerbaigian è un partner energetico strategico fondamentale per l’Italia, posizionandosi tra i principali fornitori di idrocarburi. Nel 2025, il nostro Paese ha importato circa il 45% del greggio azero e oltre il 16% del proprio gas naturale.
Intanto in vista del vertice dei capi di Stato e di governo europei della prossima settimana e della presentazione mercoledì prossimo da parte della Commissione di una serie di provvedimenti per il risparmio energetico da proporre ai Paesi membri, il commissario europeo all’energia, il danese Dan Joergensen, in una intervista al Financial Times, ha detto che per affrontare il rischio carburanti delle compagnie aeree, la Commissione europea vuole spingere gli Stati a condividere le scorte.
Bruxelles vorrebbe assumere il compito di gestire la redistribuzione del carburante per l’aviazione. «Ci stiamo muovendo da una crisi che finora è stata prevalentemente di prezzi troppo alti, verso una crisi degli approvvigionamenti», ha detto. Dal Golfo Persico la Ue riceve il 40% di diesel e carburanti per l’aviazione.
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