Si chiama Artic Endurance l’esercitazione che fa il solletico agli americani: per ora vi partecipano 13 tedeschi, 15 francesi e tre svedesi. L’Italia ne rimane fuori: fa bene, alla faccia degli appelli di Romano Prodi e della «Stampa».
Si chiama Arctic Endurance, Resistenza artica, ma diventa «Farsa artica». Si tratta dell’esercitazione svolta in Groenlandia in questi giorni. Dura solo tre giorni e per ora vi partecipano 31 soldati: 13 tedeschi, 15 francesi e tre svedesi. Anzi, da lunedì addirittura arriverà pure «un ufficiale dal Belgio», come ha annunciato il vicepremier, Maxime Prévot. Tutti insieme dimostreranno agli orsi polari che avrebbero la necessaria prontezza contro una qualsiasi minaccia di annessione. Scopo fallito, dal momento che i militari europei sono meno di tre squadre di calcio. Per loro sarà un weekend lungo a -30°C, che comunque a Donald Trump, che ieri ha minacciato dazi per chi non appoggia gli Usa, un messaggio lo manda: alcune nazioni alleate hanno deciso di fare un’azione senza gli States per dissuaderli.
Sai che paura, vien da dire, anche se dovessero arrivare altri militari da Regno Unito, Norvegia, Finlandia e Paesi Bassi. La mossa è talmente ridicola che la Danimarca ha deciso di invitare gli Stati Uniti stessi, per paura che si arrabbino. Dunque il no del nostro governo è coerente. Apriti cielo: gli eurosinistri gridano alla paura italiana di disturbare Trump, soprattutto Romano Prodi, il quale a Piazzapulita ha dichiarato che lui manderebbe «qualche migliaio di soldati». Come in una gara: arrivare, montare, smontare e rientrare, da far invidia alle Giovani Marmotte in gita ai Corni di Canzo. Nel frattempo il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha avuto un dialogo «positivo e cordiale» con Marco Rubio su tutti i territori caldi, «dal Venezuela all’Iran, da Gaza all’Ucraina, fino alla Groenlandia». Mentre è giusto che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si rifiuti di inviare i nostri Alpini, anche se raccomandati dalla Stampa come i migliori per svolgere il gelido compito. Semmai, parecchi italiani sarebbero felici di mandare in Groenlandia Prodi, anche solo perché capisca l’effetto che fa sparare certe freddure. Lui una ragione ce l’ha: accusare l’Europa unita (creatura sua), di «non saper prendere decisioni». Meno male, pensiamo noi, anche se di concreto c’è che le richieste di Trump, dalla proposta di acquisto ai propositi di voler controllare la Groenlandia, sono passate per minacce alla sovranità di quel territorio e hanno spinto pure il Canada a dispiegare militari in varie località, a partire da Nuuk. Washington non vorrebbe solo che la regione fosse sotto la sovranità di un alleato Nato, bensì disporne liberamente, così sui giornali è stata alimentata una tensione tra alleati che finisce per far perdere di vista la presenza crescente di russi e cinesi in una regione troppo vicina all’Occidente.
Nessuno può impedire a un gruppo di nazioni di organizzare un tale evento, tuttavia, Crosetto ha ribadito la necessità che questa esercitazione fosse svolta col coordinamento Nato. Il ministro aveva detto: «Cosa fanno 100, 200 o 300 soldati di qualunque nazionalità? Sembra l’inizio di una barzelletta». Figuriamoci 31 «pellegrini» spediti lassù da personaggi evidentemente meno freddolosi che guerrafondai. Come l’Italia anche la Polonia, il cui primo ministro, Donald Tusk, ha avvertito che un intervento militare Usa in Groenlandia sarebbe «un disastro».
Nella pratica fare prove di schieramento significa arrivare, installare e mettere in funzione centri di comando e controllo, attivare reti di collegamento, simulare attacchi e organizzare reazioni, quindi smontare e tornare a casa. Chissà se i fortunati 31 ci riusciranno, mandati a fare un’inutile corsa al freddo tanto apprezzata da Prodi. La decisione di effettuare questa esercitazione, forse confidando in una partecipazione ampia, era stata presa dopo l’incontro tra le autorità groenlandesi, danesi e statunitensi riunite a Washington per discutere della futura gestione del territorio conteso, un incontro dagli esiti tutt’altro che positivi, tanto che il ministro degli Esteri danese, Lars Lokke Rasmussen, aveva dichiarato che non era stato raggiunto alcun accordo concreto. Certamente questa figuraccia e tre giorni di finta guerra non cambieranno le idee di Trump, intanto però il presidente francese, Emmanuel Macron, motivando la presenza simbolica della Francia, ha detto che Parigi deve «stare al fianco di uno Stato sovrano per proteggerlo», appunto la Danimarca, e ha annunciato che nei prossimi giorni manderà nell’area altre forze terrestri, marittime e aeree, senza specificare quante né perché. Ad arrivare da Parigi a Nuuk sono stati, invece, dei diplomatici: il 6 febbraio aprirà il primo consolato francese in Groenlandia, ufficio che gestirà la presenza dei circa 20 cittadini francesi che si sono stabiliti lì. Fanno parte della popolazione che vive nella regione, circa 58.000 persone, un decimo degli abitanti della provincia di Monza e Brianza, in uno spazio grande sette volte l’Italia. Almeno offriranno ai 31 qualcosa di caldo.
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Riduci
Ursula von der Leyen e Luiz Inácio Lula da Silva (Ansa)
- Ursula von der Leyen in Paraguay a firmare l’accordo capestro che spalanca l’Europa agli alimenti sudamericani: «Valido anche senza unanimità». Monta la rabbia a Strasburgo, giovedì mozione di sfiducia alla Baronessa.
- Ok alla Tunisia per l’export di olio (raddoppiato) fino a 100.000 tonnellate. Né dazi né controlli. Turbativa di mercato: in Italia crolla il prezzo dell’extravergine.
Lo speciale contiene due articoli
Grossi guai in Paraguay: Ursula von der Leyen svolazza in Sudamerica per firmare il famigerato Mercosur, l’accordo commerciale di libero scambio dei Paesi dell’Ue con Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. I presagi sono funesti: il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha disertato il previsto trilaterale di ieri a Rio con Von der Leyen e il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, principale negoziatore dell’accordo, per un ritardo di 12 ore dell’aereo che avrebbe dovuto portarlo in Brasile. Costa sarà però oggi ad Asunción, in Paraguay, dove avverrà la cerimonia della firma.
Una firma tracciata sull’acqua: siamo di fronte, infatti, all’ennesima forzatura della Commissione europea, con la Von der Leyen che va a sottoscrivere un accordo che non è stato ancora ratificato né dal Parlamento europeo né da nessuno dei Parlamenti nazionali, ma solo dal Coreper, il comitato dei rappresentanti permanenti del Consiglio, certo nominati dai governi ma pur sempre semplici diplomatici, tra l’altro con il «no» di Francia, Austria, Ungheria, Polonia e Irlanda. Non si comprendono i motivi di tale ennesimo strappo alle regole, considerato che di questo accordo si discute da più di 20 anni.
Forzatura su forzatura, l’accordo contiene una postilla secondo la quale anche se uno dei quattro Paesi del Mercosur rinviasse o stoppasse la ratifica, l’accordo varrebbe lo stesso per gli altri firmatari. Tra deroghe, postille e codicilli, però, su questo accordo incombe la mozione di censura contro la Von der Leyen, presentata dal gruppo dei Patrioti per l’Europa proprio sull’argomento Mercosur. La mozione, che sarà votata giovedì 22 gennaio dalla plenaria di Strasburgo, difficilmente sarà approvata, ma qualche brivido per la Von der Leyen, che non sarà presente in aula, non manca. Sulla carta, a favore della censura voterebbero solo i Patrioti, gruppo del quale fa parte la Lega, e il M5s (il gruppo The Left, del quale fanno parte i pentastellati, non si è espresso con chiarezza). Hanno dichiarato il voto contrario, invece, Popolari, Socialisti, Verdi e Liberali, mentre Ecr, il gruppo del quale fa parte Fratelli d’Italia (che voterà contro la mozione di censura), lascerà libertà di voto, e già qui si scorge qualche crepa, considerato che il gruppo stesso è molto numeroso e in altre occasioni si è diviso al suo interno.
Problemi in arrivo anche tra i Popolari: mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz è in aperto conflitto con la Von der Leyen, ieri Politico.eu ha avvertito che anche tra i Popolari spagnoli serpeggia il malcontento: il presidente del Partito popolare spagnolo, Alberto Núñez Feijóo, da sempre sostenitore dell’intesa, ha lasciato intendere un cambio di rotta durante un comizio del partito lo scorso fine settimana, quando, di fronte alle proteste degli operatori del settore agricolo, ha dichiarato che «gli agricoltori spagnoli hanno ragione». Alberto Nadal, vicesegretario per gli Affari economici del Partito popolare spagnolo, è stato più chiaro attraverso un post su X in cui ha affermato che il partito «sosterrà l’accordo Ue-Mercosur solo se saranno garantite le garanzie e rafforzati i controlli alle frontiere». Tra gli stessi Socialisti sono in molti a non tollerare più la non-politica della Von der Leyen, fatta di continue promesse non mantenute e di numerosi accordi con i gruppi di destra. Censura o no, il Parlamento europeo dovrà comunque ratificare l’accordo nel giro di un paio di mesi, e in quella sede anche gli europarlamentari di sinistra che non voteranno la mozione di censura perché presentata dai Patrioti, ma che sono contrari all’accordo, potranno esprimersi con un bel «no».
Un altro problema per Ursula potrebbe arrivare dalla mozione firmata da 140 eurodeputati, che propone il ricorso alla Corte di giustizia Ue per verificare la conformità del Mercosur ai trattati europei: se fosse approvata, occorrerebbe aspettare il giudizio dell’Alta corte prima di procedere con l’iter.
A proposito di deroghe, trattati stracciati e regole allegramente ignorate, ieri il Financial Times ha rivelato che a Bruxelles stanno architettando il modo per far entrare l’Ucraina nell’Unione europea sorvolando allegramente sulle rigidissime prescrizioni che regolano la materia. Per aderire alla Ue, lo ricordiamo, un Paese deve soddisfare requisiti stringenti: stabilità democratica, rispetto dei diritti umani, economia di mercato funzionante, magistratura indipendente, rispetto delle minoranze e via dicendo. L’Ucraina avrebbe così un canale privilegiato rispetto a Paesi che hanno chiesto di aderire da anni e aspettano che vengano valutati i requisiti: Moldavia, Georgia, Albania, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia, Bosnia ed Erzegovina e Turchia.
I cervelloni di Bruxelles avrebbero in mente una «adesione light» per Kiev: l’Ucraina entrerebbe a far parte dell’Unione ma senza diritto di voto nei vertici dei leader e nelle riunioni ministeriali.
Ancora uno strappo alle regole: se davvero questa idea diventasse realtà, i trattati europei potrebbero essere definitivamente mandati al macero.
Altra beffa: ci invade l’olio tunisino
Parma chiama, Vittoria risponde con la voce dei trattori che gridano contro Bruxelles, e a dare manforte, dalla Toscana alla Puglia, si agitano gli olivicoltori. Nel mirino di chi fatica la terra, nel giorno in cui Ursula von der Leyen, incurante dell’opposizione di cinque Paesi e di forti perplessità del Parlamento europeo, va a firmare in Paraguay il Mercosur di cui pare si sia almeno convinta a non chiedere l’immediata e provvisoria attuazione, ci sono le concessioni che l’Europa sta facendo al resto del mondo e che mettono in ginocchio le nostre produzioni.
Se giovedì a protestare erano i pescatori che devono difendersi dai regolamenti europei che limitano la loro attività, mentre consentono alle barche nordafricane di fare catture ovunque, stavolta tocca a chi produce olio di oliva. Il centro della protesta sono due territori fondamentali nella produzione olearia italiana: la Puglia, che nonostante la xylella resta la prima regione d’Italia per quantità, e la Toscana, che ha il brand più forte sui mercati internazionali.
A innescare la protesta dei produttori di extravergine sono due fatti. Il primo: è ormai scontato - la decisione è stata di fatto presa ieri anche se la ratifica ci sarà nelle prossime settimane - il sì di Bruxelles alla richiesta della Tunisia di raddoppiare fino a 100.000 tonnellate l’export verso l’Europa del suo olio a dazi zero. La Tunisia punta a diventare il secondo produttore mondiale con 500.000 tonnellate (l’Italia è ferma a 300.000) dietro la Spagna che supera il milione. Questo crea un’immediata turbativa di mercato perché ha già abbassato le quotazioni dell’extravergine a un livello insostenibile per chi produce in Italia.
Nelle ultime quattro settimane, con l’immissione sul mercato della nuova produzione, il prezzo è sceso del 20%, non si va oltre in Puglia alla quotazione - certificata dall’Ismea - di 3,20/4,50 euro al litro. Una causa è sicuramente dovuta alla massiccia importazione dalla Tunisia da cui è già arrivato il 38% in più di prodotto, ma ora con la richiesta, di fatto accettata, di raddoppiare il quantitativo spedito in Europa senza dazio la situazione si fa ancora più critica.
Per contro, i produttori toscani che pure spuntano prezzi molto più alti - siamo attorno ai 9,35 euro in linea con le quotazioni della Sicilia - sono costretti a rivolgersi quasi esclusivamente al mercato estero perché la grande distribuzione in Italia vende a scaffale a 5,90 euro di media offrendo olio spagnolo e olio tunisino. Il crollo dei prezzi dell’olio - quello tunisino arriva sotto i 4 euro, ma per gli olivicoltori del Cap Bon (è il cuore della coltivazione nordafricana), significa un guadagno di quasi il 50% visto che il costo di produzione sta attorno ai 2 euro - ha indotto proteste durissime anche in Grecia. C’è un secondo capitolo che alimenta la protesta ed è quello dell’assenza di controlli sugli oli da oliva d’importazione e segnatamente su quello nordafricano.
Secondo un rapporto della Corte dei Conti europea, nel biennio 2023/24, nessun carico di olio di oliva è stato sottoposto a esami e controlli nei principali punti di arrivo. In particolare questo riguarda la Spagna che importa tantissimo avendo in mano i più noti marchi italiani. Oggi il mercato dell’olio è infatti in gran parte controllato dagli imbottigliatori. Per quanto riguarda i test - denunciano Coldiretti e Unaprol - «mentre oltre il 90% dell’olio prodotto nell’Ue è sottoposto a controlli rigorosi, il restante 9% di olio estero entra senza adeguate garanzie per produttori e consumatori». È il tema delle clausole di salvaguardia e di reciprocità che è uno dei punti più critici del Mercosur.
Ieri di nuovo è stato messo sotto accusa dagli agricoltori aderenti al Copeo e al Cra, che hanno mobilitato a Parma oltre 300 trattori sfilando per la città che è rimasta bloccata per ore e «assediando» l’Efsa, che è l’autorità europea di controllo sugli alimenti e ha sede nella città ducale e a Vittoria, dove è stato presidiato l’ingresso del mercato ortofrutticolo. Tra due giorni si replica in tutta Italia e il 20 a Strasburgo.
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Riduci
Piero Ferrari (Getty)
Cambia il patto di sindacato: ora il figlio del fondatore della Rossa può cedere metà del suo 10% senza l’ok del primo azionista Exor (Elkann). Colpo all’immagine del Cavallino già in crisi per i risultati sportivi. Titolo giù del 2% (-30% in 12 mesi). Alfa e Fiat via dagli Usa.
Ci sono notizie che ruggiscono più di un motore a dodici cilindri lanciato a pieno regime e altre che, purtroppo, somigliano ad un pit stop infinito. Tra queste ultime, una brilla più di altre: Piero Ferrari, figlio del mitico Enzo, ha deciso di scendere dalla Ferrari guidata da Jaki Elkann. Niente paura, non ha venduto la gran turismo di famiglia, ma ora può cedere metà del suo 10% senza dover bussare alla porta del primo azionista Exor. Un po’ come avere il permesso di sorseggiare il vino in cantina senza dover chiedere il permesso al vignaiolo.
Il nuovo patto di sindacato, depositato alla Sec (l’autorità Usa che vigilia sulla Borsa) e anticipato dal Sole 24 Ore, mette sul tavolo regole nuove che preludono al divorzio: Piero può uscire «a sua discrezione» con un preavviso di 30 giorni lavorativi, mentre la Exor potrà farlo solo se Piero e il suo Trust scendono sotto la soglia del 5%. Insomma, Elkann guida, ma Piero ha ancora il freno a mano tirato quando vuole. Il patto dura tre anni e blinda il 32% del capitale, per evitare altri guai sulla pista di Maranello. Ma se sul piano azionario ci sono curve e corsie contromano, in Borsa il motore sembra essersi spento del tutto. La Ferrari, che fino a poco tempo fa era una vera e propria star di Piazza Affari, ha visto il suo titolo precipitare del 30% circa nell’ultimo anno (-2,06% ieri). La discesa libera è cominciata il 26 febbraio 2025, quando la Exor ha venduto il 4% della Ferrari a 450 euro per azione, incassando la bellezza di tre miliardi. Dovevano servire per nuovi investimenti ma si è visto poco. Solo bei dividendi per la dinastia. Da lì in poi, il titolo ha cominciato la caduta che si è accentuata in autunno dopo la presentazione di un deludente piano industriale. Oggi il prezzo è di 347 euro, e secondo molti analisti potrebbe anche scendere verso i 300. Difficile investire in un’azienda in cui uno dei grandi azionisti è pronto a uscire. Senza contare che Piero vendendo le sue azioni farà piovere sul mercato milioni di titoli deprimendo ulteriormente le quotazioni. Insomma, chi sperava in una accelerazione da cardiopalma, farà meglio a non trattenere il fiato.
Le cose vanno anche peggio sotto il profilo sportivo. La Formula 1 con la gestione Elkann si è aggiudicato diverse gare, ma nessun campionato. Dal punto di vista finanziario le competizioni ormai hanno un peso marginale sul bilancio aziendale. La mancanza di vittorie però sta appannando il mito. L’anno scorso non c’è stata nessuna bandiera a scacchi rilevante nonostante l’ingaggio di un campione stellare come Lewis Hamilton. Insomma Elkann con la Ferrari ha ripetuto l’errore fatto alla Juve ingaggiando Ronaldo. Ingaggi colossali senza ottenere i risultati previsti. La Rossa più che correre, pare si sia fermata al box a controllare le gomme. Come se non bastasse, dalla pista alla strada americana la musica non cambia. Stellantis, ha annunciato il ritiro dei marchi Fiat e Alfa Romeo dagli Stati Uniti. Al Salone di Detroit l’amministratore delegato Antonio Filosa ha parlato chiaro: il 2026 sarà il momento di passare dai piani strategici ai fatti concreti. Traduzione: basta chiacchiere, ora si vendono macchine che i clienti vogliono davvero, cioè Jeep e Ram. Fiat e Alfa? Troppo italiane per il mercato americano, e i numeri non mentono. Fiat ha venduto solo 425 auto in tutto il 2025 attraverso 357 concessionari. La 500 elettrica? Non ha cambiato il trend, forse perché gli americani preferiscono il pick-up al cinquecentino.
Alfa Romeo non se la passa meglio: fino a ottobre 2025 ha immatricolato 4.971 vetture, in calo del 33% rispetto all’anno precedente, con una media inferiore a 7 auto al mese per concessionaria. La Giulia e lo Stelvio risentono dell’età, mentre la nuova Tonale non ha scaldato la clientela. Filosa commenta: «Non hanno mai conquistato il cuore degli americani». L’ambizione italiana si è scontrata con la dura realtà dei pick-up.
Insomma, mentre Piero Ferrari può mettere la marcia indietro senza chiedere permessi, Exor cerca di tenere il piede sull’acceleratore. Il titolo Ferrari vacilla tra Borsa e circuito, la Formula 1 fa lo slalom tra un pit stop e l’altro, e Stellantis sta smontando i vecchi marchi italiani sul mercato americano come fossero carrozzerie da rottamare. In pratica, Maranello resiste, ma il rombo della Rossa non suona più come l’inno dei motori. Tra Piero che scende dal podio azionario, Elkann che cerca di tenere tutti in pista e la Borsa che sembra avere il freno a mano tirato, la Ferrari del 2026 è una monoposto che gira tra emozioni, numeri e speranze.
E allora, cari tifosi e investitori, allacciate le cinture: la Rossa continua a correre, ma tra curve in Borsa, gomme sgonfie in F1 e flop americani di Fiat e Alfa, lo spettacolo si veste di ironia amara.
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Riduci
Monsignor Antonio Suetta risponde alle polemiche sulla campana che ogni sera suona a Sanremo per ricordare i bambini non nati. Accusato di patriarcato e violenza simbolica, ribadisce: non è una provocazione, ma un richiamo alla coscienza e al valore inviolabile della vita.




