Ursula von der Leyen, il presidente del Paraguay Santiago Peña e il presidente del Consiglio europeo António Costa (Ansa)
La baronessa è volata ad Asunción per siglare l’accordo, presentando l’evento come «un momento storico», ma l’Eurocamera non ha ancora ratificato nulla. A Strasburgo la aspettano i trattori francesi, ostili al trattato.
Con una crasi dei titoli di Italo Calvino si può dire che siamo di fonte alla Baronessa dimezzata che deve anche incassare il grazie di Javier Milei, presidente argentino, a Giorgia Meloni. È la fola del trattato col Mercosur, propagandata da Bruxelles per autoconvincersi di essere protagonista nel mondo, che ieri Ursula von der Leyen ha firmato in Paraguay con un evento definito «storico», perché dà vita a «un’area di libero scambio», dazi ridotti o azzerati sul 90% delle merci, «di oltre 720 milioni di persone; la più ampia del globo».
La baronessa è dimezzata perché al suo rientro in Europa troverà ad accoglierla i trattori che il 20 gennaio stringeranno d’assedio a Strasburgo il Parlamento europeo dove pendono una mozione di sfiducia contro di lei, un ricorso alla Corte di giustizia contro il Mercosur e una platea parlamentare spaccata come una mela sul trattato. Tuttavia la Von der Leyen mostra la sua sicumera affermando: «Questo trattato è il risultato di una generazione e il meglio deve ancora venire». L’Ue interpreta la firma come uno stop agli Stati Uniti nel giardino di casa loro. L’accordo però e sbilanciato a favore di Brasile, Uruguay, Paraguay, più Bolivia e Argentina, e si scontra con la pervasiva presenza cinese nell’area. Per l’83% dei brasiliani, lo rileva un sondaggio del Consiglio europeo per le relazioni interazionali - Pechino è un partner imprescindibile! Che la faccenda sia in gran parte molte chiacchiere e distintivo - per ora l’interscambio Ue-Mercosur è limitato a 111 miliardi con uno sbilancio di circa 10 miliardi a favore dei Paesi latinoamericani ed è al 50% costituito da esportazioni agroalimentari - è confermato dal fatto che il presidente della Commissione europea per tenere desta l’attenzione ha fatto una pre cerimonia dimostrando - semmai ce ne fosse stato bisogno - che il suo interesse per questo trattato è soprattutto politico e che a guadagnarci sono praticamente solo i tedeschi.
Venerdì la «baronessa» è volata a Brasilia per ricevere la benedizione di Luiz Inácio Lula da Silva - amicissimo del deposto despota venezuelano Nicolás Maduro: quando si dice fare affari con chi rispetta i valori europei - che ha ribadito «finalmente dopo 25 anni mettiamo insieme un area che vale 22.000 miliardi di dollari». Che i tre quarti siano costituiti dall’economia europea è solo un dettaglio e peraltro Lula da Silva (non ha partecipato alla cerimonia di ieri in Paraguay) non ha nascosto di voler stringere altri accordi con Canada, Messico, Vietnam e Giappone.
La Von der Leyen ha risposto: così si crea l’amicizia tra i popoli. Ma tanto Lula quanto la baronessa avevano in testa di dare uno schiaffo a Donald Trump. Puntualissimo è arrivato un articolo del Financial Times a dire che per gran parte della business-community americana l’accordo Ue-Mercosur è un atto di ostilità che fa il paio con la minaccia di nuovi dazi fatta da Donald Trump per chi si oppone all’affare Groenlandia. Che l’Ue abbia voglia di menare le mani con Washington sul terreno economico lo conferma la stessa Ursula von der Leyen. Sul trattato col Mercosur sostiene: «Nel momento in cui il commercio e le dipendenze vengono trasformati in armi e la natura pericolosa e transazionale della realtà in cui viviamo diventa sempre più evidente, questa storica intesa commerciale è un’ulteriore prova che l’Europa traccia la propria rotta e si propone come un partner affidabile».
C’è però un piccolo particolare: l’Eurocamera non ha ratificato il trattato e la firma apposta ieri ad Asunción è allo stato solo un atto formale che mercoledì al Parlamento europeo affronta il voto più delicato. Il commissario al Commercio Maroš Šefčovič dovrà evitare che passi il ricorso alla Corte di giustizia sul trattato: se venisse accolto, tutto si fermerebbe in attesa della sentenza per almeno due anni. In caso vada tutto liscio comunque il voto dell’Eurocamera che deve varare le garanzie promesse dalla Von der Leyen agli agricoltori e segnatamente all’Italia non ci sarebbe prima di maggio. In più c’è l’incognita della mozione di sfiducia alla Commissione che sarà votata giovedì. Per ora c’è l’adesione di 104 eurodeputati (per l’Italia solo 5 stelle e Lega sono a favore), ma l’esito è assai incerto.
Continua anche la pressione dei cinque Paesi che sono contrari all’accordo, Austria, Irlanda, Polonia, Ungheria con la Francia, dove non si fermano le proteste degli agricoltori, capofila. Le Figaro dà conto di uno stop al divieto di deforestazione dell’Amazzonia chiesto, e forse già ottenuto, dall’associazione dei produttori di soia guidati dai «giganti» multinazionali Cargill, Jbs e Louis-Dreyfus per cui i verdi europei sono pronti a bloccare tutto a Strasburgo.
Incurante di tutto ciò, ieri, una raggiante Ursula von der Leyen con accanto Antonio Costa, il portoghese presidente del Consiglio europeo, e Kaia Kallas, l’alto rappresentante per la Politica estera europea, ha firmato al Gran Teatro José Asunción Flores della Banca centrale del Paraguay il trattato con il presidente del Paraguay Santiago Peña e i presidenti di Argentina, Bolivia (è Paese associato al Mercosur) e Uruguay, Javier Milei, Rodrigo Paz Pereira e Yamandú Orsi. E da Milei è arrivato un minimo colpo di scena. Se la Von der Leyn ha insistito sul libero mercato, la necessità di lottare contro il cambiamento climatico, la stretta amicizia tra i paesi il presidente argentino si è rivolto a Giorgia Meloni dicendo: «Il suo impegno e il suo sostegno sono stati fondamentali per rendere possibile questo accordo».
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La sede delle Nazioni unite (Ansa)
Il diritto internazionale è in crisi da tempo: Onu e Wto sono inefficaci e le grandi potenze fan quel che vogliono. La soluzione è un «G7 +», che coopti altre democrazie.
Prego chi fa ricerca ed esprime opinioni in materia di diritto internazionale di non solo lamentarsi per l’implosione dell’ordine mondiale del periodo storico precedente - convenzionalmente databile dal 1944 fino a quasi il presente - ma di dedicare più attenzione alla ricostruzione di un nuovo ordine mondiale stesso con regole adattive. Sul piano metodologico va ricordato che la fonte di un ordine/diritto internazionale è sempre basata su un potere geopolitico prevalente in una data fase storica e non indipendente da esso.
Se uno legge anche un minimo di storia troverà questa realtà. Sul piano del commercio internazionale, ricordando la dipendenza massima dell’Italia dall’export, sono necessarie regole che lo rendano praticabile il più diffusamente possibile a livello mondiale, architettura politica/giuridica in crisi oggi da rinnovare quasi completamente. E non va dimenticata l’informazione al pubblico nelle democrazie che non dovrebbe enfatizzare solo il problema, ma anche le possibili soluzioni allo scopo di fornire più dati per un consenso o dissenso meglio motivati per difendere e aumentare la ricchezza nazionale.
Queste parole sono le stesse che ho usato in un incontro con una decina di studenti di economia di varie università che mi sono venuti a trovare insieme per una lezione di «Geopolitica economica e finanziaria» (approccio analitico sistemico creato dal professor Paolo Savona e dal generale Carlo Jean decenni fa che il primo mi ha delegato a continuare e sviluppare) materia su cui vorrebbero fare la loro tesi di prima laurea, master o dottorato di ricerca. Ho molto apprezzato l’impostazione comune di questi giovani quando mi hanno chiesto «soluzioni aperte sistemiche ed estese, non chiuse o frazionate».
Semplifico. L’ordine internazionale e la sua conseguenza giuridica sono in crisi da tempo. L’Onu, fonte primaria di diritto internazionale, ha funzionato per un po’ di tempo dal 1944 fino a quando la mano americana riempiva il guanto dell’Onu stesso possedendo il monopolio della violenza. Poi l’emergere di Cina e Russia come potenze nucleari ha imposto, per limitare il rischio di distruzione totale reciproca, più mani nel guanto, riducendo l’efficacia delle risoluzioni e quindi la funzione di governance globale. Va subito detto che sarebbe inutile smontare l’Onu perché poi se ne dovrebbe costruire un’altra almeno come forum per un dialogo minimo tra nazioni. Ma evidentemente l’Onu non è una fonte realistica di diritto internazionale e serve altro. L’organizzazione mondiale del commercio (Wto) ormai non riesce a far rispettare le regole di commercio internazionale equilibrato. I trattati di disarmo tra America e Russia sono decaduti e la Cina emergente non ne ha firmato alcuno. Le potenze attuali non rispettano regole. Per esempio, la Cina di Xi Jinping ha preso il controllo diretto di Hong Kong nonostante nel bilaterale con il Regno Unito del 1997 ciò fosse previsto solo nel 2047. Le manifestazioni locali di protesta furono represse con estrema violenza e l’alleanza delle democrazie, pur invocata, non intervenne: i nuovi rapporti di forza lo sconsigliavano. Potrei citare decine di altri esempi di erosione del precedente ordine mondiale, ma tutti questi visti in sintesi mostrano che non c’è più e che vada ricostruito attraverso un nuovo potere prevalente.
Chi e come? Partendo dalla realtà. America, Cina e Russia mostrano di non volere una guerra aperta tra loro, ma stanno attuando un riarmo accelerato e con innovazioni tecnologiche a ritmo serrato, compresi gli europei. Quindi il rischio di guerra cinetica tra loro al momento è basso, ma crescente anche via aumento di possibili errori e l’incremento di conflitti per l’influenza sul Sud globale nonché il ricorso alla guerra economica. L’America sta tentando di staccare la Russia dalla Cina perché la loro alleanza non permette di condizionarle con deterrenza sufficiente. Ma Mosca chiede in cambio una convergenza non favorevole agli europei occidentali. E spingere su un cambio di regime a Mosca comporta sia il rischio di una guerra tra democrazie e Cina per il controllo della Russia sia l’emergere di un potere russo più aggressivo. Stallo? Analisi difficile: o G2 tra America e Cina con allineamento degli altri del G20 (già tentato dal 2009 alla fine del 2012 e poi fallito) o prevalenza di uno dei due, ma quello della Cina inaccettabile anche per motivi tecnici economici. Quindi semplifico il problema del nuovo ordine mondiale, in termini di ipotesi di ricerca, come azione che permetta a un’alleanza delle democrazie di creare un potere maggiore poi utile per costruire compromessi e conseguenti regole di diritto internazionale. Donald Trump non ci crede, ma non sta rinunciando alla partecipazione al G7. L’Unione europea sta siglando accordi doganali con diverse nazioni nel mondo perseguendo l’obiettivo di diventare la più grande area di mercato con regole del pianeta ed è probabile che ci riesca nonostante l’opposizione, anche con certe ragioni, di alcuni settori economici. Non c’è un successore nazionale degli Stati Uniti ormai piccoli, pur ancora potenti, come potere primario nel pianeta e quindi prima o poi anche Washington valuterà l’idea di mantenere il suo primato mondiale conteso dalla Cina attraverso una strutturazione di un G7 +, cioè che coopti altre democrazie, sufficientemente forte come fonte di un diritto internazionale e un mercato aperto con regole. Come titolo di questa ricerca ho suggerito agli studenti: dalla Pax Americana ad una Nova Pax. Hanno accettato e mi hanno chiesto di scriverlo per incentivare altri e di segnalare il mio libro Italia globale (Rubbettino, 2023) come strategia per rendere l’Italia un attore contributivo di questo scenario.
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Donald Trump (Ansa)
- Donald Trump ha annunciato tariffe del 10% e poi del 25% ai Paesi che hanno mandato militari nell’isola artica che vuole comprare Tra questi, anche Danimarca, Francia, Uk, e Olanda. L’Italia, che ieri ha aperto a missioni in ambito Nato, è avvertita...
- Su Gaza c'è l'ira di Israele: «Nessun coordinamento». Giorgia Meloni: «Disponibili per ruolo di primo piano».
Lo speciale contiene due articoli
Il dibattito sulla Groenlandia è sempre più incandescente e si sta trasformando in un braccio di ferro tra gli Stati Uniti e l’Unione europea. A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci ha pensato ancora Donald Trump. Ieri, infatti, il presidente americano ha annunciato l’introduzione di dazi doganali al 10% contro i Paesi europei che hanno inviato truppe sull’isola artica, con l’avvertimento che l’aliquota salirà al 25% a partire da giugno. Nel mirino di Washington finiscono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, tutti accusati di aver preso parte a quello che Trump ha definito un «gioco pericoloso».
Si tratta, com’è evidente, di una pressione economica esplicita, che resterà in vigore - ha scritto il tycoon su Truth - «fino a quando non verrà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia». Tra i Paesi citati, attualmente, non figura l’Italia. Una circostanza che ha fatto esultare la Lega: «La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là», ha affermato il Carroccio sui social, «raccoglie i suoi amari frutti. Bene per l’Italia essersi chiamati fuori da questo bellicismo, parolaio e dannoso, dei deboli d’Europa». «Non capisco cosa ci sia da festeggiare nell'indebolimento (economico) di nostri alleati che sono anche tra i nostri maggiori partner commerciali ed industriali. Non stiamo facendo il tifo tra Milan ed Inter, dovremmo auspicare che tra i nostri alleati prevalgano dialogo e buon senso», il ministro della Difesa Guido Crosetto rispondendo a un tweet di Claudio Borghi in cui si diceva pronto a festeggiare per i dazi a Francia e Germania.
Con i suoi consueti toni muscolari e irriverenti, peraltro, Trump ha dichiarato: «Abbiamo sovvenzionato la Danimarca e tutti i Paesi dell’Unione Europea, e altri ancora, per molti anni, non applicando loro dazi doganali o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli, è tempo che la Danimarca restituisca: la pace mondiale è in gioco! Cina e Russia vogliono la Groenlandia, e non c’è nulla che la Danimarca possa fare al riguardo. Attualmente hanno due slitte trainate da cani come protezione, una delle quali è stata aggiunta di recente».
«Per ora sto coordinando una risposta congiunta degli Stati membri dell'Ue su questo tema», ha fatto sapere il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa. Più duro Emmanuel Macron: «Le minacce tariffarie sono inaccettabili e non trovano posto in questo contesto. Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato se saranno confermate». «Non ci lasceremo intimidire», ha dichiarato il primo ministro svedese Ulf Kristersson. Keir Starmer si unisce al coro: «Imporre dazi agli alleati per il perseguimento della sicurezza collettiva della Nato è completamente sbagliato».
È in questo contesto (tutt’altro che sereno) che vanno lette le parole pronunciate ieri da Giorgia Meloni, che segnano un cambio di registro sul delicato dossier groenlandese, pur senza trasformarsi in una svolta radicale. Parlando a Tokyo il premier ha detto di «non escludere» una futura presenza italiana in Groenlandia, chiarendo però che si tratterebbe di un’eventualità da valutare esclusivamente «nell’ambito del dialogo all’interno dell’Alleanza atlantica». Una posizione che, al momento, mantiene Roma fuori dalla lista dei Paesi colpiti dai dazi americani. Ma è chiaro che un eventuale invio di truppe esporrebbe l’Italia al rischio di ritorsioni analoghe. Per la Meloni, la Groenlandia «va considerata territorio di responsabilità della Nato» e il tema del rafforzamento della sicurezza nella regione resta «un tema serio», sollevato legittimamente dagli Stati Uniti. Proprio per questo, ha spiegato, «il ragionamento di rafforzare la nostra presenza è un ragionamento sicuramente necessario da fare all’interno dell’Alleanza atlantica», perché quello è «l’ambito nel quale discutere questa materia, anche per quello che eventualmente riguarda la nostra presenza». Il premier ha comunque insistito sulla necessità di non muoversi in ordine sparso, invitando a non interpretare le iniziative militari europee in Groenlandia come un atto «divisivo» nei confronti di Washington. Allo stesso tempo, la Meloni ha ridimensionato apertamente l’ipotesi di un intervento armato su suolo groenlandese, definendo «molto difficile» un’operazione militare di terra e ribadendo di essere convinta che «la questione sia politica e che politicamente verrà risolta». Più categorico, invece, è stato Pietro Parolin: «Le soluzioni di forza non sono accettabili», ha dichiarato il segretario di Stato della Santa Sede.
Sulla stessa linea della Meloni si è poi attestato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Abbiamo sempre detto che tutta la questione dell’Artico, compresa la Groenlandia, deve essere affrontata in sede Nato, per garantire la sicurezza», ha dichiarato. Tajani ha inoltre escluso esplicitamente iniziative autonome
Al tavolo di Donald per la pace a Gaza pure Blair e Rubio. Invitato Erdogan
La Casa Bianca ha ufficializzato la composizione del nuovo Consiglio per la pace di Gaza (Board of Peace, BoP), l’organismo incaricato di guidare la ricostruzione dell’enclave e accompagnare il processo di disarmo di Hamas. L’annuncio comprende l’elenco dei membri del BoP, la nomina del comandante della Forza internazionale di stabilizzazione (Isf) e la definizione del Consiglio esecutivo di Gaza, nel quale siedono anche rappresentanti di Turchia e Qatar. Secondo la comunicazione americana, Ali Sha’ath, figura legata a Fatah, assumerà la guida del Comitato nazionale tecnocratico per l’amministrazione di Gaza (Ncag). Il suo mandato, viene specificato, sarà quello di «supervisionare il ripristino dei servizi pubblici essenziali, la ricostruzione delle istituzioni civili e la stabilizzazione della vita quotidiana a Gaza, gettando al contempo le basi per un governo autosufficiente e a lungo termine». Il Board of Peace è formato da sette membri fondatori con funzioni esecutive: il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, l’inviato speciale Usa Steve Witkoff, Jared Kushner, Sir Tony Blair, Marc Rowan, Ajay Banga e Robert Gabriel. A questo nucleo, secondo quanto trapela da Washington, potrebbero affiancarsi anche figure politiche di primo piano a livello internazionale. Tra gli invitati figurano il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi, il presidente argentino Javier Milei e il primo ministro canadese Mark Carney.
L’Italia, al momento, non compare nella lista. Tuttavia, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha confermato l’esistenza di contatti in corso: «Abbiamo dato la disponibilità ad avere un ruolo di primo piano. È stato ufficializzato il board di livello esecutivo, manca quello politico. Attendiamo le decisioni definitive». Washington ha inoltre chiarito che l’ex inviato delle Nazioni unite per il Medio Oriente, Nickolay Mladenov, opererà sul terreno come Alto rappresentante per Gaza, con il compito di fungere da cerniera tra il BoP e l’amministrazione del Ncag. La documentazione diffusa indica che la Forza internazionale di stabilizzazione sarà guidata dal maggior generale Jasper Jeffers, chiamato a «guidare le operazioni di sicurezza, sostenere la smilitarizzazione completa e consentire la consegna sicura di aiuti umanitari e materiali per la ricostruzione». Parallelamente è stato annunciato anche il Consiglio esecutivo di Gaza, incaricato di contribuire a «sostenere una governance efficace e la fornitura di servizi di prima classe che promuovano la pace, la stabilità e la prosperità per la popolazione di Gaza». Oltre ad alcuni membri già presenti nel BoP, ne faranno parte, tra gli altri il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico qatariota Ali Al-Thawadi, il generale egiziano Hassan Rashad, la ministra emiratina Reem Al-Hashimy, Yakir Gabay e Sigrid Kaag. Giovedì Donald Trump aveva sintetizzato l’impostazione dell’iniziativa affermando: «Sosterrò un governo tecnocratico palestinese di nuova nomina, il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, supportato dall’Alto rappresentante del Consiglio, per governare Gaza durante la sua transizione».
La reazione israeliana non si è fatta attendere. Complice la presenza di Turchia e Qatar, da tempo protettori di Hamas, l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha respinto integralmente l’operazione: «L’annuncio relativo alla composizione del consiglio di governo di Gaza, che è subordinato alla Conferenza di pace, non è stato coordinato con Israele ed è in contrasto con la politica israeliana. Il primo ministro ha incaricato il ministro degli Esteri di contattare il segretario di Stato americano in merito a questa questione». Ancora più dura la presa di posizione del leader dell’opposizione Yair Lapid, che in un post su X ha attaccato l’esecutivo dopo l’annuncio statunitense sul Consiglio di pace. «Da un anno dico al governo: Se non promuovete la soluzione egiziana con gli Stati Uniti e il mondo, finirete con la Turchia e il Qatar a Gaza. Ieri sera è stata annunciata la composizione del Consiglio di pace: la Turchia al suo interno, il Qatar al suo interno e, secondo l’Idf, Hamas con 30.000 uomini armati a Gaza», ha scritto Lapid. La frattura tra Israele e Stati Uniti arriva in un momento drammatico per il Medio Oriente, tra la guerra infinita a Gaza e la rivolta che continua a scuotere la Repubblica islamica.
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L’opposizione che accusa l’esecutivo di aver aumentato i balzelli commette una forzatura ideologica: la pressione fiscale può salire anche senza nuovi tributi sulle famiglie. E i dati della Cgia di Mestre lo dimostrano: il peso delle imposte sui contribuenti è diminuito.
La sinistra italiana accusa il governo Meloni di aver aumentato le tasse. Lo fa in modo furbesco perché dice una mezza verità, ma una mezza verità, come recita il titolo di un libro: Le mezze verità sono bugie intere. Infatti, in realtà, non sono aumentate le tasse, ma è aumentata la pressione fiscale, che è tutt’altra cosa. Non occorre neanche studiare un manuale di scienza delle finanze o di contabilità dello Stato. Troppo impegno intellettivo che per chi non è abituato a ragionare comporta uno sforzo eccessivo (naturalmente non vogliamo accusare la tutta la sinistra di carenze da questo punto di vista), ma non possiamo neanche tacere su delle bugie clamorose. Comunque, basta l’Intelligenza artificiale, cos’è la pressione fiscale lo sa anche l’Ia.
Se infatti andate su Google e digitate «pressione fiscale» l’Ia elabora una definizione perfetta: «La pressione fiscale è l’indicatore economico che misura il peso complessivo delle tasse e dei contributi sociali rispetto alla ricchezza prodotta da un Paese (il Pil). Si calcola come rapporto percentuale tra il gettito fiscale totale (imposte dirette, indirette, contributi sociali) e il Pil, mostrando quanta parte della ricchezza nazionale viene prelevata dallo Stato per finanziare servizi e apparato pubblico. Recentemente, in Italia, il dato ha superato il 42% (42,8% nel 2024 secondo l’Ocse), riflettendo un aumento rispetto agli anni precedenti, con dibattiti in corso sul suo impatto reale percepito dai cittadini e sulla sua comparazione internazionale». Perché, se lo sa l’Intelligenza artificiale, non lo sa, o fa finta di non saperlo, o non lo capisce l’intelligenza naturale? Perché, come dicevamo sopra, l’Intelligenza artificiale per funzionare richiede l’intelligenza umana che per pigrizia o per mancanza strutturale o per disonestà intellettuale, molti non usano.
La pressione fiscale non è la pressione sulle famiglie; è quella che deriva dalla somma di tutte le tasse che vengono versate allo Stato. Quindi, può darsi che un anno essa sia aumentata anche, in parte, dalla pressione fiscale sulle famiglie, ma non è il caso della pressione fiscale che si registra oggi in Italia.
Lo dimostra egregiamente uno studio della Cgia di Mestre, a cura di Paolo Zabeo, pubblicato ieri e consultabile sul sito stesso della Cgia. Scrive l’Ufficio studi dell’associazione degli artigiani di Mestre: «Entrando nel dettaglio delle misure a favore dei nuclei familiari, le ultime quattro Leggi di Bilancio varate dal governo Meloni hanno previsto diversi interventi: dall’innalzamento della soglia della flat tax per i lavoratori autonomi, al taglio del cuneo fiscale per mezzo dell’accorpamento dei primi due scaglioni di reddito con la riduzione dell’aliquota al 23% e della riduzione al 33% dell’aliquota del secondo scaglione. Nel complesso, questi provvedimenti hanno ridotto il peso delle imposte sulle famiglie italiane di 45,7 miliardi di euro. Tuttavia, considerando le risorse già stanziate dai governi precedenti e le misure di natura temporanea, il beneficio per i nuclei familiari si attesta a 33,3 miliardi».
Le tasse per le famiglie sono diminuite nel periodo del governo Meloni di 33,3 miliardi di euro che diviso 3 fa 10,1 miliardi l’anno (tra l’altro coincide col costo degli 80 euro di Renzi).
È tanto? No. È sufficiente? No. Ma è quello che questo governo - oggettivamente, come dicevano i vecchi comunisti - considerando tre fattori: il debito e il deficit pubblici da tenere a bada per uno scellerato modo di affrontare l’argomento da parte della Ue; l’eredità del super bonus che pesa decine di miliardi sul bilancio pubblico che avrebbero potuto essere destinati e la misura di 30 miliardi l’anno alla riduzione delle tasse; il fatto che questo governo ha dovuto destinare parte delle risorse a capitoli del bilancio che non potevano rimanere scoperti, come ad esempio la sanità.
Ma allora a cosa è dovuto l’aumento della pressione fiscale? Cosa ha concorso a farla aumentare? La risposta è ancora data dall’Ufficio studi degli artigiani di Mestre. Si legge nello studio: «Negli ultimi anni il gettito è cresciuto grazie all’espansione dell’occupazione e ai numerosi rinnovi contrattuali sottoscritti nel biennio più recente, che hanno determinato un aumento delle retribuzioni e, di conseguenza, delle entrate tributarie e contributive… Segnaliamo, inoltre, che a partire da quest’anno banche e assicurazioni, tra la revisione della disciplina sugli extraprofitti e l’inasprimento dell’Irap, verseranno all’erario complessivamente 5,6 miliardi di euro in più».
Questi concetti egregiamente esposti dall’Ufficio studi di Mestre, sono stati volutamente non detti da chi ha affermato, e continua ad affermare, che questo governo ha aumentato le tasse sulle famiglie. Le ha diminuite di poco, ma è una bugia dire che le ha aumentate. Certo, occorrerebbe cambiare le regole per poterle diminuire in modo sostanziale e cioè non è la misura di 10 miliardi l’anno, ma in una misura che vale dalle sei alle dieci volte questo importo. Purtroppo in Europa, non credono che diminuendo la pressione fiscale l’economia viaggerebbe a una velocità maggiore, il Pil aumenterebbe in modo significativo, e quindi non diminuirebbe il gettito fiscale. Se non credono a noi vadano a leggersi quel che da anni predicano i premi Nobel per l’economia statunitensi Joseph Stiglitz e Paul Krugman, a proposito dell’Europa e delle politiche di austerità folli che essa porta avanti con testardaggine pari alla loro inefficacia.
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