
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2653407087.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2653407087" data-published-at="1623870896" data-use-pagination="False">
Un funzionario italiano denunciò già nel 2017 traffici e scarsa sicurezza nell’ambasciata in Congo: «Fui minacciato dai locali».
«I magistrati si sono orientati verso la ricerca di una responsabilità. E si è scelto il colpevole perfetto, cioè il World food program, che non può essere portato in giudizio». L’uomo che parla è un funzionario della Farnesina ancora in servizio. Non è un osservatore esterno. È uno che quella sede l’ha vissuta. Che conosce Kinshasa, località del Congo in cui ha sede l’Ambasciata italiana, i suoi equilibri e le sue distorsioni. E che, prima ancora che l’ambasciatore Luca Attanasio arrivasse in quel Paese, aveva messo nero su bianco tutte le criticità.
Ora il funzionario ha consegnato le sue informazioni e un corposo incartamento al deputato di Fratelli d’Italia Andrea Di Giuseppe, che aveva denunciato lo scandalo dei visti per l’Italia dal Bangladesh (un’inchiesta che ha già prodotto due condanne). Un file audio con la versione del funzionario che potrebbe riscrivere, a cinque anni di distanza, la storia del delitto Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista Mustapha Milambo, è stato depositato il 26 febbraio da Di Giuseppe al Gruppo investigativo Criminalità economico-finanziaria della Guardia di finanza di Roma. «Nessuno mi ha mai sentito», afferma il testimone (ampi passaggi dell’audio verranno mandati in onda questa sera a Fuori dal Coro, la trasmissione di Rete 4 condotta da Mario Giordano). Poi aggiunge: «Credo che non convenisse a nessuno, soprattutto al ministero degli Esteri».
Quelle che il testimone definisce «le responsabilità interne», ovviamente per ora solo ipotizzate, non sarebbero entrate nel fascicolo sull’omicidio. Una pista mai approfondita che potrebbe aiutare a ricostruire il movente. Partendo non dalla mattina del 22 febbraio 2021, non dalla strada tra Goma e Rutshuru, non dall’agguato. Ma da ciò che lo precede e che non è entrato negli atti. La ricostruzione, infatti, non comincia nel 2021. Comincia almeno sei anni prima. Nel 2015, quando alla Farnesina c’è Paolo Gentiloni.
È in questa fase che, secondo il testimone, emergono le prime anomalie. «Situazione già compromessa […] sistema diffuso di irregolarità […] racket dei visti». È questo che segnalò all’epoca il testimone. In un documento di cui la Verità è in possesso c’è scritto: «Constatai che l’Ambasciata era al centro di un racket dei visti d’ingresso, con il coinvolgimento di funzionari del regime di Kabila». Poi la parte più inquietante, che sembra connettersi direttamente con il delitto Attanasio: «Presi immediati provvedimenti […]. Fui fatto oggetto di minacce di morte da parte del governo della Repubblica del Congo, come comunicatomi direttamente dall’allora segretario generale Elisabetta Belloni». Ma c’è di più: «Come appresi solo successivamente, la situazione di degrado in cui versava l’Ambasciata era già stata segnalata nel 2015 dal comandante dei carabinieri del Mae, generale Luigi Robusto, con un appunto al capo di gabinetto Belloni».
Il generale, rammenta il testimone, avrebbe «trovato anche una situazione disciplinare non proprio buona fra i suoi carabinieri». A suo dire c’era uno strano giro di ragazze che entravano in Ambasciata. Oltre a quelli che definisce «intrallazzi»: «Giri, macchine, contratti di manutenzione». Fino alle adozioni internazionali. «Un altro verminaio», lo definisce il funzionario, «perché lì c’erano bande contrapposte». Con una «lobby di queste associazioni». E afferma: «Io l’ho messo nell’appunto sulle criticità, è una lista degli orrori».
L’unica risposta che avrebbe ottenuto, «per interposta persona», afferma il funzionario, sarebbe questa: «Ma intendi fare denuncia?». Per anni si è tenuto dentro ciò che sapeva. E ne spiega la ragione: «Una delle ragioni del mio silenzio è che la Belloni era il capo del Dis (il Dipartimento di informazione per la sicurezza, ndr)». È una spiegazione. Ma è anche un punto fragile nel racconto. Che, poi, vira proprio verso la sicurezza. Perché, come se non bastasse, «viene ridotto il dispositivo di protezione». Le scorte. A dire del funzionario era un servizio «del tutto insufficiente». La richiesta di declassamento della sicurezza, spiega ancora il testimone, «fu accolta dall’Ispettorato generale, istruita in tal senso, non avendo mai controllato il mantenimento del dispositivo, malgrado le mie insistenti richieste di rafforzamento, di cui c’è prova». Poi, il passaggio più pesante: «Fu probabilmente uno dei fattori che agevolarono l’omicidio». Un anno dopo, ovvero nel 2018, Attanasio viene destinato a Kinshasa. Con il dispositivo di sicurezza al minimo. Secondo la testimonianza entra in una sede che non era stata bonificata. E soprattutto: Attanasio non avrebbe ricevuto «un adeguato passaggio di consegne».
La dinamica dell’omicidio, invece, per il funzionario, sarebbe stata ricostruita con precisione: «È quella», afferma. Ma subito ritorna sul punto: «È stato indebolito il dispositivo di sicurezza… morale della favola… Attanasio è stato ammazzato». Mentre chi viene indicato come protagonista della gestione allegra avrebbe fatto carriera. Il testimone non le risparmia all’Ispettorato del ministero degli Esteri: «L’ispettorato da noi lo chiamano il copertone, perché è quello che copre tutto». Un attimo dopo aver raccolto il lunghissimo sfogo del testimone, Di Giuseppe è entrato negli uffici investigativi della Guardia di finanza e ha verbalizzato: «Ho registrato, con il consenso, la conversazione che vi fornisco, dalla quale si evincono situazioni penalmente rilevanti». Poi il passaggio clou: «Mi preme sottolineare che dalla conversazione emergerebbero nuovi e importanti elementi che potrebbero portare a sviluppi finora sconosciuti in relazione alle circostanze che hanno determinato l’uccisione di Attanasio, del carabiniere di scorta Iacovacci e del collaboratore locale Milambo».
Contattato dalla Verità, Di Giuseppe ha commentato: «Finalmente si sta cominciando a capire quello che la maggior parte di noi intuiva. Con queste nuove evidenze vorrei vedere chi si prenderà la responsabilità di non riaprire l’inchiesta. Dobbiamo pretendere che ci sia chiarezza. Due servitori dello Stato sono stati spazzati via. Lo dobbiamo a loro».
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Ansa
La polizia locale è sempre più impegnata nel contrasto al crimine. L’arma elettrica ha superato la sperimentazione ma il Comune non passa alla fase di equipaggiamento.
Nel giugno del 2025, in via Murat a Milano, due agenti della polizia locale salgono di corsa le scale di un palazzo dopo le urla di un uomo che chiede aiuto. Sul pianerottolo si trovano davanti un egiziano armato di coltello. Li minaccia. I ghisa estraggono l’arma di ordinanza per fermarlo. Alla fine, lui si arrende. È una scena che racconta bene il rischio che corrono gli agenti della Locale. E chiarisce, meglio di molte discussioni politiche, il nodo del taser. Tra spray al peperoncino, bastone e contatto fisico, oggi manca uno strumento intermedio.
Perché l’alternativa, quando la situazione si mette male, può diventare la pistola in dotazione. È l’ultima soglia, la più pericolosa per tutti, anche per l’aggressore. Il taser viene richiesto per questo: per fermare a distanza, prima che la situazione degeneri.
Il 10 aprile 2026 il sindacato della polizia locale milanese Diccap/Sulpm ha scritto al sindaco Giuseppe Sala e ai capigruppo del Consiglio comunale. La firma è quella del segretario cittadino Daniele Vincini. La richiesta è semplice: sbloccare la dotazione del taser - lo storditore elettrico - alla polizia locale. Il sindacato sostiene che la sperimentazione si sia chiusa con esito positivo sul piano della deterrenza e accusa la politica di aver fermato tutto. È da qui che parte lo scontro. Non è più una discussione tecnica. Ma un attacco diretto alla linea di Palazzo Marino. E oggi il bersaglio è ancora più chiaro, perché da gennaio la delega alla Sicurezza è rimasta nelle mani di Sala.
Il problema per il sindaco è che sul taser non può dire di essere stato colto di sorpresa. A gennaio 2024 aveva detto che per i vigili «ci può stare», purché con regole d’ingaggio chiare. Ad agosto 2024 il Comune aveva annunciato la sperimentazione. Il test prevedeva l’acquisto di sei dispositivi, la formazione di circa 60 agenti e una durata di sei mesi. Poi il dossier si è fermato. Oggi Sala dice che la sperimentazione non ha dato grandi risultati (dopo un investimento di 30.000 euro) e rimette la scelta alla commissione Sicurezza e poi al Consiglio comunale. Prima apre. Poi frena. Infine, scarica la decisione. A rendere la vicenda più pesante è il fatto che la polizia locale arriva a questa battaglia dopo anni di criticità. Nel 2015 le aggressioni agli agenti a Milano furono 174. Negli anni successivi sono subentrati gli strumenti di autotutela già previsti dal quadro regionale, come il bastone estensibile e lo spray al peperoncino. Nel 2019 Sala rivendicava una prima fornitura di 500 spray per i vigili. I sindacati sostengono che questi strumenti abbiano contribuito a ridurre gli infortuni da aggressione. Ma proprio qui si concentra la loro obiezione: se bastone e spray sono stati introdotti, perché sul taser Milano si è fermata a un passo dal traguardo?
Negli ultimi anni il lavoro dei ghisa è cambiato. E i numeri lo mostrano con chiarezza. Nel 2024 il Comune ha comunicato 230 arresti e un corpo di 3.037 uomini e donne. Nel 2025 gli arresti in flagranza sono saliti a oltre 450. Le pattuglie in strada ogni giorno sono diventate 230. Le richieste di intervento alla centrale operativa 330.874. Gli effettivi circa 3.200, contro i 2.800 del 2022. Non è più soltanto un corpo che si dedica a viabilità e controlli amministrativi. È un presidio sempre più impegnato nella sicurezza urbana, nei reati di strada, nella gestione del disordine quotidiano dove spesso i protagonisti sono extracomunitari. E proprio mentre cresce il carico operativo, la politica si blocca sul nodo più sensibile.
C’è poi un altro dato che dice molto. Nel luglio 2025, secondo le statistiche, nei primi sei mesi dell’anno i fermati o arrestati dalla locale erano già 300, quanto in tutto il 2024. Tanto da spingere il Comune ad aprire nuove celle di sicurezza in via Custodi. È un dettaglio che racconta come ci sia stato un cambio netto. La municipale di Milano è sempre più coinvolta nella gestione diretta delle situazioni critiche. Ma sugli strumenti, sulla tutela legale e sulla copertura politica continua a ricevere risposte lente.
Qui si apre il nodo politico vero. Il taser non divide solo per ragioni tecniche. Divide la maggioranza, spaccata, con una parte del Pd contraria e con la commissione Sicurezza non ancora convocata. Il presidente della commissione, il dem Michele Albiani, ha spiegato che il tema è al centro del dibattito nella maggioranza e che servono ulteriori approfondimenti. Tradotto: nel centrosinistra milanese c’è il timore che una scelta troppo marcata sul terreno della sicurezza, e su un simbolo come il taser, possa essere letta come una svolta troppo «securitaria» e finire per costare sul piano politico.
Il sindaco continua a difendersi con i dati generali sui reati, ma è una fotografia incompleta: mentre il totale cala, aumentano gli arresti da parte dei ghisa, cresce la pressione sugli interventi e resta alta la tensione sulla microcriminalità che più pesa sulla percezione urbana.
C’è poi il nodo del personale. L’organico è cresciuto, ma Milano continua a inseguire il proprio fabbisogno: il programma 2025-2027 prevede 520 nuovi agenti e il Comune stesso ammette il problema, tra stipendi erosi dal costo della vita e 73 alloggi pubblici messi a bando per trattenere i vigili in città.
L’ex vicesindaco Riccardo De Corato attacca la sinistra milanese, accusandola di voler bloccare per ideologia il taser alla polizia locale nonostante una sperimentazione di sei mesi conclusa positivamente. E sostiene che quei 30.000 euro spesi per acquistare i dispositivi non dovrebbero ricadere sui cittadini, ma su chi ha fermato il progetto.
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Nicole Minetti (Ansa)
L’ex igienista dentale, che stregò Silvio Berlusconi sbarcando in Regione Lombardia, aveva una pena cumulativa di 3 anni e 11 mesi per peculato e induzione alla prostituzione. Il Quirinale cancella tutto per motivi umanitari: «Sta assistendo un minore malato».
Il presidente della Repubblica ha graziato Nicole Minetti. Lo spazio per il ricamo è zero, la dose media singola di indignazione grillina dovrebbe essere nulla. Ma la gastrite a sinistra per il corto circuito politico insito nella notizia è palpabile. E basta aprire una finestra sui social per sentirne il fetore, anche se la decisione di Sergio Mattarella di firmare la domanda di grazia di una delle protagoniste della stagione berlusconiana delle «cene eleganti» non lascia alcuno spazio alla polemica.
Lo spiega il Quirinale in un comunicato: «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello di Milano in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati. La normativa a tutela dei dati sensibili dei minori non consente di rendere noti ulteriori dettagli».
L’ex igienista dentale (41 anni) - compagna dell’imprenditore Giuseppe Cipriani, erede della storica famiglia proprietaria dell’Harry’s Bar -, avrebbe dovuto scontare tre anni e 11 mesi di reclusione come pena cumulativa per due condanne: favoreggiamento della prostituzione nel processo Ruby-bis (due anni e 10 mesi nel 2019) e peculato per la «Rimborsopoli» in Regione Lombardia (1 anno e un mese nel 2021). Al termine dell’iter processuale, la Procura generale di Milano aveva emesso un provvedimento nel quale si autorizzava la concessione dell’accesso alle misure alternative alla detenzione, vale a dire l’affidamento in prova ai servizi sociali. A febbraio la svolta: il presidente Mattarella ha concesso la grazia dopo il parere favorevole del ministro della giustizia, Carlo Nordio, e della stessa Procura generale.
A congelare ogni prurito manettaro, almeno in chiaro, sono la firma di Mattarella e la motivazione: «Condizione di salute di un famigliare minore» sul quale viene steso un velo di discrezione per la privacy. Minetti si dedica alla persona fragile da almeno cinque anni insieme al compagno, con necessità di «monitoraggi continui e di cure costanti» che rendono la sua presenza imprescindibile. Quindi in contrasto con il lavoro in affidamento all’esterno, lontano da casa. Sono preminenti, secondo la richiesta di grazia, «la tutela della salute e la condizione di particolare vulnerabilità di un minore, il bisogno di assicurare continuità di cura e stabilità familiare, evitando effetti indiretti sproporzionati su soggetti terzi».
L’istanza di grazia era cominciata a inizio 2025, affidata agli avvocati Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra che hanno fondato la richiesta al Quirinale sottolineando i motivi umanitari legati alle condizioni di salute del minore e il sostanziale cambiamento della vita della condannata, che ha completato un percorso di reinserimento sociale e di «responsabilizzazione personale». Niente interviste, niente ospitate, lei ha scelto l’invisibilità pubblica. La necessità della sua presenza accanto al paziente è un elemento che tutte le parti coinvolte - da Mattarella a Nordio, alla Procura generale - hanno ritenuto decisivo. Secondo una prassi consolidata, in questi casi la clemenza individuale è prevista «in situazioni eccezionali valutate rigorosamente in concreto», ribadiscono gli avvocati.
Questo particolare depotenzia ogni tentativo di strumentalizzazione a posteriori e valorizza l’umanità del gesto. Quanto alla pubblicità data alla vicenda, sembra un’eccezione dovuta all’interesse mediatico per un personaggio che per anni ha calcato ogni settore della cronaca italiana: high society, politica, gossip, giustizia, glamour. Una fuga di dettagli col contagocce e senza verifica, nel panorama western del mondo social avrebbe avuto effetti devastanti.
Così sono intervenute direttamente le istituzioni, soprattutto il Colle, a scolpire nella pietra le motivazioni della grazia e a fermare la reazione pavloviana degli indignados permanenti. Ovviamente nel magico mondo della Rete tutto ciò è valso a poco e l’orticaria collettiva è tracimata. «Quirinale vergognoso», «Bello schifo davvero», «Questo è un paese finito», «Mattarella avrà ottenuto un appoggio esterno al prossimo governo tecnico?»; per 24 ore il presidente è poco popolare su X, lato sinistro. Fino al surreale: «Minetti con i vecchi ci ha sempre saputo fare» (foto di Silvio Berlusconi).
Tornando sul pianeta Terra, emisfero umanità, gli avvocati Fisicaro e Calcaterra precisano: «In casi analoghi, scelte di questa natura restano normalmente confinate alla dimensione personale e familiare, senza una particolare esposizione pubblica. Proprio per questo rinnoviamo l’invito al massimo riserbo». Per poi concludere: «Se la risonanza mediatica dovesse tradursi in un pregiudizio concreto per la dignità, la riservatezza e la serenità della vita familiare di Minetti e soprattutto per la tutela del minore ci riserviamo ogni opportuna iniziativa a tutela dei diritti coinvolti». La polizia postale potrebbe avere parecchio lavoro.
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Daniele Calenda (Ansa)
Il capo del Servizio anti eversione e terrorismo interno: «Tensione per l’evento leghista del 18, ma Askatasuna è isolato».
Daniele Calenda, ciociaro doc (è nato a Frosinone sessant’anni fa), entra in polizia nel 1987 come agente ausiliario. Nel 1995 diventa vicecommissario e due anni dopo entra nella Digos. Dirige quelle di Verona, Vicenza e Venezia, dove, sotto la sua guida, nel 2017 viene disarticolata una cellula jihadista di kosovari che stava progettando un attentato tra le calli.
Le indagini sull’attentato anarchico alla sede della Lega di Villorba (Treviso), nel 2018, portano all’arresto e alla condanna del noto anarchico spagnolo Juan Antonio Sorroche. Nel 2024, mentre coordina la Digos di Milano, viene promosso dirigente superiore e trasferito alla Direzione centrale della Polizia di prevenzione con i galloni di direttore del Servizio di contrasto all’eversione e al terrorismo interno.
Dottore, il 18 aprile la Lega ha organizzato una manifestazione per la remigrazione, ma il movimento antagonista annuncia le barricate per rendere impossibile l’evento. Siete preoccupati?
«Per ora non ci sono evidenze di rischi seri, ma è certo che è partito un tamtam per la mobilitazione. Nei prossimi giorni capiremo quale livello di allarme dovremo fronteggiare».
Anche nel fronte «remigrazionista» c’è qualche testa calda?
«Tale tematica, sino a oggi, è stata sostenuta in piazza, da Piacenza a Prato, da soggetti legati all’estrema destra, personaggi che monitoriamo, anche se con le sezioni che si occupano di “movimentismo” e non di terrorismo. Mentre quella del 18 sarà una manifestazione totalmente diversa, essendo organizzata da un partito di governo, la Lega, e dal suo leader».
Nell’estrema destra non registrate rischi eversivi?
«Non sono più gli anni ’70. Casapound, Forza nuova, il Veneto fronte skinheads, la Rete dei patrioti, sono gruppi che in piazza destano meno preoccupazione. È difficile che cerchino lo scontro con le forze dell’ordine. La nostra attenzione resta, comunque, massima, dal momento che non si possono escludere derive di natura eversivo-terroristica».
Nel 2023 alcuni militanti neofascisti hanno devastato la sede della Cgil…
«E la risposta dello Stato, come era giusto che fosse, è stata durissima».
Forse lo è meno quando i disordini vengono provocati da gruppi antagonisti, come i militanti del centro sociale torinese Askatasuna…
«Per quanto li riguarda, recentemente, c’è stato un evento che ha rappresentato un punto di non ritorno, un momento di rottura con la società civile».
A che cosa si riferisce?
«Dopo lo sgombero del 18 dicembre, deciso a seguito della violazione del patto di collaborazione e legalità siglato con il Comune, c’è stata la tumultuosa manifestazione di protesta del 31 gennaio. L’occupazione della redazione del quotidiano La Stampa e i gravi episodi di violenza urbana, tra cui l’incendio di un mezzo della Polizia e il selvaggio pestaggio subito da alcuni agenti, hanno determinato una cesura: oltre alle inevitabili condanne da parte del mondo politico, anche diversi centri sociali hanno cercato di marginalizzare Askatasuna per evitare altri sgomberi».
Con risultati concreti?
«Durante la manifestazione nazionale promossa dalla rete “No Kings” dello scorso 28 marzo a Roma, è apparsa evidente la volontà di isolare la componente di Askatasuna e di non concedergli la “testa” e, dunque, il controllo, del corteo, al fine di evitare violenze strategicamente controproducenti».
Quindi l’epoca di Askatasuna è finita?
«Non ne sarei certo. Nonostante il calo del consenso sociale, ha saputo internazionalizzare la propria agenda, anche grazie all’appoggio di antagonisti provenienti dall’estero, soprattutto dalla Francia, e ha assunto un ruolo centrale nella mobilitazione pro-Palestina».
Per due anni Askatasuna è stato il motore delle proteste contro gli accordi di cooperazione tra gli atenei torinesi e le istituzioni di ricerca israeliane...
«Forte di queste imprese continua a tenere le redini dell’antagonismo torinese e della battaglia No Tav in Val di Susa. I prossimi 24 e 25 aprile, in occasione della festa della Liberazione, è già prevista la loro adesione, attraverso lo “Spezzone Torino partigiana”, ai due cortei cittadini. Per quanto riguarda la Val di Susa, sono ripresi dallo scorso week-end di Pasqua i campeggi nei pressi dei cantieri dell’Alta velocità, organizzati dai collettivi studenteschi, l’ala giovanile di Askatasuna, sfociati negli ormai consueti danneggiamenti e scontri con le forze dell’ordine poste a presidio dei cantieri».
Veniamo agli anarco-insurrezionalisti: nelle ultime settimane si sono resi protagonisti di diversi sabotaggi alla rete ferroviaria in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina e ha destato scalpore la morte, avvenuta lo scorso 19 marzo, di Sara Ardizzone e del compagno Alessandro Mercogliano, uccisi dalla deflagrazione di un ordigno che stavano fabbricando…
«Nei giorni successivi, sui siti d’area anarchica sono stati pubblicati documenti che ne esaltavano le figure, definendoli “esempio luminoso dell’inestricabile connubio tra pensiero e azione che ispira l’anarchismo dei rivoluzionari fino all’ultimo istante della loro vita, e nella morte”».
I due stavano preparando un manufatto micidiale a pochi metri dal suo ufficio…
«Non sappiamo ancora che cosa contenesse la bombola, oltre alla polvere pirica. La Procura di Roma, che coordina le indagini, è in attesa dei risultati delle analisi. Ma riteniamo che l’obiettivo dell’attentato non fosse distante dal “laboratorio” improvvisato dentro a un cascinale abbandonato. Infatti, solitamente, per evitare inutili rischi di trasporto, i target sono vicini al luogo in cui vengono assemblate le “bombe” artigianali».
L’ordigno puntava a uccidere?
«Non possiamo dirlo con sicurezza. Di certo l’esplosione che ha ammazzato i due militanti è stata potente e, secondo noi, la coppia era pronta a colpire quella notte».
I bersagli eravate voi poliziotti?
«Lì intorno eravamo l’obiettivo più plausibile e, comunque, il giorno in cui è accaduto l’incidente non era una data qualsiasi. Era la settimana di mobilitazione annunciata dagli anarchici greci in onore di un loro compagno morto in circostanze analoghe. Mi riferisco a Kyriakos Ximitris, deceduto ad Atene il 31 ottobre 2024 mentre era intento a fabbricare un ordigno in un appartamento. E che ci sia un filo rosso che unisce estremisti italiani e greci è confermato da alcuni recenti attentati compiuti nella capitale ellenica».
Può essere più preciso?
«Il 2 aprile la nuova sigla “Cellule di azione diretta - Nucleo Alessandro Mercogliano/Sara Ardizzone” ha rivendicato gli attacchi incendiari realizzati il 25 marzo ai danni dell’abitazione del rettore del Politecnico di Atene e di un agente della polizia antisommossa, individuati come simboli della violenza repressiva. Nello scritto si esorta a moltiplicare “i focolai della resistenza dinamica” e armata, onorando “la memoria e le scelte dei nostri compagni caduti”. Non basta. In Grecia si stanno intensificando azioni esplosive o incendiarie ai danni di appartenenti alle forze dell’ordine, che, sovente, sono stati rivendicati con documenti che richiamano i due caduti italiani, oltre che i compagni greci».
La pratica violenta insurrezionale è stata codificata a inizio millennio dal documento programmatico della Federazione anarchica informale, diramato dopo l’«Operazione Santa Claus», che aveva preso di mira con bombe carta e ordigni personalità e istituzioni dell’Unione europea, a partire da Romano Prodi…
«Da allora è passata molta acqua sotto i ponti. L’apice di quella strategia è stato il 7 maggio 2012, quando Alfredo Cospito e il compagno Nicola Gai hanno gambizzato l’ad di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi. È questo l’unico caso recente in cui gli anarchici hanno utilizzato un’arma da fuoco. Cospito, riconosciuto come ideologo della Fai, è stato condannato per terrorismo in via definitiva. Le parole d’ordine sue e dei suoi seguaci sono state subito chiare: “Agire qui e ora anche a costo della propria e altrui vita” e che “spargere il terrore tra gli uomini e le donne di potere è cosa buona e giusta”. Il messaggio è diventato presto globale e intorno ad esso si è coagulato il Fronte rivoluzionario internazionale, che ha attecchito in diversi Paesi, dalla Grecia (dove è nata la compagine terroristica della “Cospirazione delle cellule di fuoco”), alla Spagna, dalla Francia all’America latina. Ma oggi anche in Germania questo movimento si sta pericolosamente diffondendo».
La Fai esiste ancora?
«Non ce n’è più bisogno. L’internazionalizzazione della lotta è diventata irreversibile e l’attacco allo Stato è un franchising che chiunque può avviare da casa propria».
La violenza resta, però, il marchio di fabbrica…
«Il modus operandi prediletto rimane quello della “doppia o tripla bomba”, con deflagrazioni programmate a breve distanza tra loro: l’effetto voluto, detto call-back, è quello di colpire, anche in modo letale, gli operatori intervenuti sul luogo dell’attentato».
Cambiamo argomento: che cosa si sa dei foreign fighters italiani impegnati in Ucraina?
«Dal 2022 monitoriamo con attenzione le partenze verso il Donbass. I soggetti interessati, per lo più giovani tra i 20 ed i 40 anni, hanno orientamenti ideologici in prevalenza di estrema destra, ma sono partiti anche combattenti vicini agli ambienti dell’antagonismo. La maggior parte di quelli di estrema destra tende ad arruolarsi con gli ucraini, mentre quelli di estrema sinistra con i russi, che, però, godono anche delle simpatie di Forza nuova».
Di quanti «guerriglieri» stiamo parlando?
«Abbiamo quantificato in un’ottantina il numero dei combattenti/reclutatori e, a quanto ci risulta, di questi sono morti 10 filo-ucraini e quattro filo-russi. Quattordici, invece, sono rientrati in Italia».
Si parla tanto della fascinazione dei giovanissimi per il suprematismo bianco…
«È un fenomeno che prendiamo molto sul serio, anche perché negli Stati Uniti il gruppo The Base è stato riconosciuto come organizzazione terroristica. Tale ideologia attira, con i suoi simboli facili e i messaggi violenti, molti ragazzini che vengono coinvolti attraverso chat criptate come quelle di Telegram. Si formano in questo modo realtà virtuali magmatiche difficili da intercettare e in cui può germogliare il gesto insano di un minore. Per esempio il tredicenne che ha ferito alla gola l’insegnante ha usato metodi tipici dello “school shooting” di origine Usa, dalla diretta video al manifesto programmatico. Noi abbiamo fermato quasi una cinquantina di giovani che sembravano pronti all’azione. In questi casi tendiamo a intervenire il prima possibile e a coinvolgere le famiglie, nella maggior parte dei casi del tutto ordinarie, per evitare la realizzazione di azioni violente».
Analizzando questo campione che cosa avete notato?
«Che l’ideologia è una scusa. Il collante è la passione, stimolata dai videogiochi, per la violenza fine a sé stessa. Abbiamo scoperto ragazzini che avevano visto decine di volte filmati di sgozzamenti realizzati dall’Isis, come se fossero virtuali».
Dunque è vero che c’è una saldatura tra suprematismo ed estremismo islamico?
«Più che una saldatura, hanno un obiettivo comune. Infatti, razzisti e jihadisti hanno lo stesso nemico: gli ebrei».
L’antisemitismo è un elemento che aveva già unito nazisti e mondo arabo ottant’anni fa…
«È così e gli effetti di questi messaggi sulle menti dei giovanissimi sono imprevedibili».
Da quanto tempo si sta diffondendo questa epidemia?
«Purtroppo molti ragazzi sono stati “infettati” durante il lockdown, quando sono rimasti isolati per mesi nelle loro camerette».
Ultima domanda: in questo clima di conflitto sociale permanente c’è la possibilità di vedere rinascere formazioni terroristiche armate come le Brigate rosse?
«Con questo nome non credo. Quella stagione, con il passaggio ufficiale del marchio da una generazione all’altra e relativa benedizione, è finita per sempre. Ma il mondo marxista-leninista non ha smesso di ribollire. E noi restiamo in allerta».
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