
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2650158635.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2650158635" data-published-at="1611781170" data-use-pagination="False">
(Ansa)
Operazione contro gli antagonisti in prima fila nei tafferugli dei mesi scorsi: avrebbero picchiato degli agenti, devastato le Ogr, assaltato la sede della «Stampa» e bloccato stazioni e aeroporti. Tutti vicini ad Askatasuna.
«La gravità delle condotte poste in essere dagli indagati durante le manifestazioni di protesta rende concreto, serio e quantomai attuale il pericolo che simili azioni violente sfocino in eventi ancor più gravi, con esiti infausti». È la valutazione con la quale il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Torino, Valentina Rattazzo, ha disposto ieri 18 misure cautelari nel procedimento sui disordini avvenuti nel capoluogo piemontese durante le mobilitazioni pro Pal e per la Global sumud flotilla.
Cinque arresti domiciliari. Dodici obblighi di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria. Un divieto di dimora nel Comune di Torino (i pubblici ministeri Davide Pretti ed Eleonora Sciorella avevano chiesto gli arresti domiciliari per tutti e 18 gli indagati).
I destinatari hanno tra i 19 e i 29 anni. Si procede per resistenza a pubblico ufficiale, violenza privata e danneggiamento aggravato. Ma la cifra dell’ordinanza non è rintracciabile nel numero delle misure. È nella diagnosi. Il gip parla di «una elevata» probabilità di «recidivanza specifica». E aggiunge che la sequenza degli episodi, la loro «persistenza e intensità crescente nel tempo» renderebbero «concreto e attuale il rischio di ripetizione di reati analoghi». È la fotografia di un ciclo. Le cui motivazioni, secondo gli inquirenti, «vengono individuate nella critica delle decisioni politiche della maggioranza governativa e soprattutto nella volontà di solidarizzare e manifestare a favore del popolo palestinese». Il perimetro degli accertamenti riguarda sette manifestazioni. Cortei studenteschi e mobilitazioni organizzate da collettivi considerati vicini ad ambienti antagonisti. Con la parola «Askatasuna» che viene ripetuta nell’ordinanza ben 41 volte.
I gruppi citati sono il Collettivo universitario autonomo e il Collettivo studentesco autorganizzato (espressioni di Askatasuna), con il coinvolgimento di «soggetti minorenni» e il «sodalizio» Progetto Palestina. Il 2 ottobre 2025, circa 2.000 manifestanti si radunano davanti a Palazzo Nuovo. La ricostruzione riportata nell’ordinanza riprende testualmente la comunicazione di notizia di reato della Digos. Un gruppo di circa 70 militanti si distacca dal corteo principale. Destinazione: aeroporto di Torino Caselle. «Gli antagonisti, molti dei quali con il volto travisato, asi sono avvicinati a piedi alla recinzione perimetrale, tagliandone una porzione. Circa 30 persone hanno così fatto accesso all’interno dell’area aeroportuale, rendendo necessario per allontanarle l’intervento del Reparto mobile». Decolli e atterraggi sospesi per circa 30 minuti. Le immagini sono centrali nell’impianto accusatorio.
L’ordinanza richiama riprese e filmati. In un passaggio si legge che gli indagati, immortalati mentre si trovano «esattamente nelle immediate adiacenze della recinzione e pochi istanti dopo lo stesso taglio», non sono figure passive. «Incitano, dapprima, gli altri manifestanti ad avvicinarsi alla recinzione […] una volta aperto il varco […] aiutano gli altri a passare; ma non solo, incitano i medesimi a non avere remora alcuna […] a superare quel passaggio». Un altro capitolo riguarda le Officine grandi riparazioni. Le immagini collocano alcuni indagati «pochi istanti dopo la diffusa devastazione dei locali interni delle Ogr e la rottura dei tornelli», in una fase definita come «per nulla neutra» e «densa di significato».
Il 28 novembre la protesta arriva dentro la sede del quotidiano La Stampa. L’ordinanza parla di «effetto costrittivo realizzato nei confronti delle addette alla reception e alla sicurezza», che sarebbero state costrette «a tollerare l’irruzione dei manifestanti nei locali interni della sede del quotidiano, ove successivamente verrà messo in atto il danneggiamento» al grido di «giornalista terrorista sei il primo della lista». L’ordinanza ricostruisce anche gli episodi avvenuti davanti alla sede di Leonardo e nei locali della Città metropolitana di Torino. Nel primo caso, si verificò un «fitto lancio di oggetti contundenti e di pietre all’indirizzo delle forze dell’ordine, nonché delle autovetture dei dipendenti, rendendo necessario l’utilizzo di lacrimogeni». Nel secondo, dopo «un fitto lancio di vari oggetti davanti all’ingresso, una volta fatto accesso all’interno dei garage dell’immobile», gli indagati avrebbero «colpito gli agenti con le aste di bandiere e un estintore, il cui gas era stato precedentemente utilizzato contro gli operatori di polizia per impedirne la visuale».
E poi ci sono le occupazioni ferroviarie: quella di Torino Porta Nuova del 22 settembre e del 24 settembre 2025, quella di Porta Susa del 24 settembre dello stesso anno. Ma anche blocchi stradali. La parola «devastazione» viene usata dal gip undici volte, ma il reato contestato è quello di danneggiamento (a Roma invece per l’assalto alla sede della Cgil il 9 ottobre 2021 scattò subito la contestazione di devastazione, poi caduta in Cassazione). Il gip richiama anche più volte i precedenti di polizia di alcuni indagati: «Plurime denunce per fatti similari commessi in occasioni di altre manifestazioni pubbliche». Per cinque di loro, secondo il gip, «nessuna più attenuata misura sarebbe idonea a salvaguardare le citate esigenze». In uno dei casi la valutazione è questa: «Misure meno afflittive […] non consentendo un costante controllo […] non risultano compatibili con la personalità manifestata dall’indagato a causa della sua condizione di persona proclive a partecipare, con violenza, a manifestazioni pubbliche».
I nomi dei cinque antagonisti finiti ai domiciliari campeggiano nell’ordinanza: Nicola Francesco Gastini, «leader» di Ksa, Fabio Alessandria, Omar Boutere, il liceale italo-marocchino che, dopo le botte negli uffici della Città metropolitana, si nascose a casa della leader di Askatasuna, Sara Munari (che dovrà presentarsi quotidianamente alla polizia giudiziaria), Margherita Brizzi, Francesco Fascio, Hafsa Marragh. Per altri 12, invece, l’obbligo di firma viene ritenuto sufficiente. Si richiama il principio di proporzionalità, quello «della minor compressione possibile della libertà personale». E si sottolinea che «la pur breve esperienza processuale, determinata dall’incontro con l’autorità giudiziaria in sede di interrogatorio preventivo, ha certamente avuto efficacia deterrente».
Il coordinamento Torino per Gaza, di cui fa parte anche Askatasuna, ha indetto per il 14 marzo un corteo con lo slogan «Non ci fate paura». Appuntamento alla prossima devastazione.
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Carola Rakete (Getty)
Dopo il maxi risarcimento disposto per Sea Watch 3, ieri è stato revocato il provvedimento di fermo della Sea Watch 5. Annullate anche le sanzioni comminate alla Geo Barents di Medici senza frontiere. Ignazio La Russa: «Su Carola Rackete una decisione abnorme».
«Il provvedimento di fermo della Sea Watch 5 è stato revocato. Ieri (l’altro ieri, ndr) il tribunale di Catania ha deciso di sospendere il provvedimento di fermo di 15 giorni e la relativa multa. Presto torneremo nel Mediterraneo centrale»: esulta così sui social la Ong Sea Watch, mai come in questi giorni sotto i riflettori della cronaca e al centro del dibattito politico sul referendum sulla giustizia, dopo la notizia del maxi risarcimento per il fermo di un’altra loro nave, la Sea Watch 3.
Il provvedimento di fermo era stato emesso dopo un’operazione di salvataggio di 18 persone, compresi due bambini, lo scorso 25 gennaio con l’assegnazione di Catania come porto sicuro. L’intervento, sottolinea ancora la Ong, era avvenuto in acque internazionali, nella zona Sar libica, e la sanzione sarebbe stata disposta dalle autorità italiane perché non avrebbe comunicato alle autorità libiche le posizioni di soccorso. Una scelta, quella della nave Sea Watch 5, spiega la Ong, compiuta per «le continue violazioni dei diritti umani». Il provvedimento è cautelare ed è stato emesso nell’attesa del giudizio di merito con udienza fissata per il prossimo 2 marzo davanti la prima sezione civile del tribunale di Catania.
La decisione dei giudici ha suscitato un certo clamore, ma solo per i soliti toni trionfalistici e di sfida delle Ong nei confronti dello Stato italiano: in realtà il provvedimento di fermo sarebbe scaduto in queste ore, e l’udienza di merito è fissata tra sole due settimane. «Continue provocazioni di alcuni giudici a favore di Ong straniere che trasportano clandestini», ha commentato la Lega su X, «contro l’Italia e gli italiani. Votare Sì è un dovere morale».
A infiammare il dibattito politico è invece ancora la vicenda dell’altra nave della stessa Ong, la Sea Watch 3, sotto i riflettori per la decisione del tribunale di Palermo che ha stabilito che l’Ong dovrà essere risarcita di quasi 100.000 euro per il blocco subito dalla nave stessa, nel 2019, per il famoso caso che vide protagonista Carola Rackete. La nave, con la Rackete al comando, nel 2019 forzò un blocco del governo gialloverde ed entrò in porto a Lampedusa con 43 migranti a bordo, speronando una nave da guerra della Guardia di finanza. La nave era stata trattenuta dal 12 luglio al 19 dicembre 2019: subito dopo il fermo la Sea Watch aveva presentato opposizione al prefetto di Agrigento, ma dalla prefettura non erano giunte risposte dirette alla Ong. Secondo i giudici, però, l’assenza di comunicazioni dirette avrebbe prodotto il meccanismo del silenzio-accoglimento, ovvero la cessazione automatica del sequestro.
La vicenda ha suscitato le dure proteste di tutto il centrodestra, a partire da quelle del premier Giorgia Meloni e del vicepremier Matteo Salvini. Ieri, parlando con il Corriere della Sera, il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, ha spiegato tecnicamente l’accaduto: «È una questione squisitamente tecnica», ha detto Morosini, «di tutela del patrimonio sulla quale la destinazione e l’utilizzo della nave non hanno alcuna rilevanza. Per spiegare la cosa ancora meglio: è come il caso della sopravvenuta inefficacia di un sequestro amministrativo di un’auto in seguito ad un illecito stradale. Il legittimo proprietario», ha aggiunto Morosini, «chiede poi la restituzione del veicolo e l’amministrazione gliela nega senza motivazione. A quel punto però l’amministrazione non può pretendere di fargli pagare le spese per la custodia della vettura trattenuta illegittimamente».
Ieri, tra le decine di voci del centrodestra critiche nei confronti della decisione del tribunale di Palermo, si è ascoltata forte quella della seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa: «Non devo entrare nella polemica referendaria o cose del genere», ha sottolineato La Russa, «ma credo che vada stigmatizzato un provvedimento che rende sempre più difficile fare rispettare le leggi in Italia. È sotto gli occhi di tutti l’abnormità, secondo me, di una sentenza che vuole premiare chi aveva speronato una nave italiana delle forze dell’ordine».
Per non farci mancare nulla, ieri il tribunale civile di Genova ha definitivamente annullato le sanzioni comminate nel settembre 2024 alla Geo Barents, ex nave di salvataggio di Medici senza frontiere, già sospese nell’ottobre 2024. Lo ha reso noto la stessa Ong, che ha commentato: «Ancora una volta la giustizia ha confermato il nostro dovere di soccorso».
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Il presidente dell'Anm Cesare Parodi (Ansa)
Certi commentatori cercano di buttarla in caciara, complicando questioni semplici. Ma non si dica che c’è un attacco a un’istituzione che nei pasticci ci si è infilata da sé.
In dialetto romanesco c’è una espressione assai colorata che descrive lo stato delle cose: «Buttarla in caciara». In napoletano è «fare ammuina», così che quelli che stanno a poppa vanno a prua e viceversa senza che la nave si muova mai. Alcuni la chiamerebbero Pulp fiction o strategia del polpo «de noantri», quella che annebbia di nero fascista ogni cosa. Altri, ancora, lo chiamano con l’acronimo Ucas che, nella pubblica amministrazione italiana, connota il famigerato «Ufficio complicanze affari semplici».
Chi ha accumulato tanti lustri e macinato miglia su miglia di viaggio nella giustizia sa bene di cosa stiamo parlando. Alludiamo alla capacità di confondere ogni cosa, anche la più semplice, con pensieri e motivazioni che servono solo a rendere impossibile ogni giusto esito. Complicatori del pane, li ha definiti Samuele Bersani nella sua meravigliosa canzone Giudizi universali. Gente che - per abito mentale, ideologico o per grave malafede - non fa altro che ingigantire il problema in luogo di evidenziare e raggiungere la soluzione. Il genio di Alessandro Manzoni aveva tinteggiato tutto questo, in modo mirabile, nel personaggio del dottor Azzeccagarbugli allorché il povero Renzo comprende la vera natura dell’ingiustizia. «A sapere bene maneggiare le gride, nessuno è reo e nessuno è innocente», perché «all’avvocato bisogna raccontare le cose chiare poi tocca a loro imbrogliarle».
Così ho ascoltato tante parole «vuote, ma doppiate» dei ventriloqui dei poteri - palesi o occulti - che hanno devastato il corpo della magistratura in questi decenni. «Imbrogliatori» di professione. Tutti lì a piangere sull’orrendo attentato alla Costituzione repubblicana, alla libertà dei magistrati e, infine, alla giustizia del nostro meraviglioso Paese sfregiata dal referendum. Come se la giustizia, in Italia, non si fosse sfregiata da sola. Come se il presidente della Repubblica non avesse rimosso - con un solo gesto - ben sei (sei!) componenti del Csm in carica per quelle che riteneva plateali malversazioni correntizie. Come se il vero attentato alla Costituzione non fosse stato l’avere consentito la tragica deriva di prestigio e credibilità in cui la magistratura è precipitata.
Dalla eroica troposfera dei Livatino, Alessandrini, Amato, Calvosa, Scopelliti (e le altre decine di martiri leali e coraggiosi civil servants dello Stato), agli inferi del vergognoso mercimonio correntizio sintetizzato nella parola «pacchettone», inventata dal «tonno» Palamara per descrivere la fraudolenta redistribuzione degli incarichi giudiziari. Come se il vero attentato alla Costituzione non fosse stato il silenzio sulle parole disperate del giudice Ciaccio Montalto, contro le correnti, prima che i vigliacchi di Cosa Nostra lo uccidessero. Un silenzio, forse anche complice, durato mezzo secolo e che - strage dopo strage, errore dopo errore - ha portato la magistratura italiana (e con lei la giustizia) alla sua definitiva implosione. Come se il vero attentato alla Costituzione non fossero stati i depistaggi sulle stragi ed i processi farlocchi (leggasi Scarantino), in cui nessuno dei magistrati responsabili ha pagato. Ascoltare le bugie quando si conosce la verità può essere pure divertente, ma oggi il contesto non ammette svaghi. Occorre, adesso, dare voce alla Dea che - sarà pure bendata - ma molti vogliono pure muta in un momento in cui il suo urlo silenzioso è udito dal Paese intero. Quello che gli italiani dovranno fare è assai semplice, perché semplicemente dovranno tenersi lontani da coloro che la «buttano in caciara» e fanno «ammuina».
Seppellire, con una risata, i «complicatori del pane», i prezzolati imbonitori televisivi e gli «imbrogliatori» delle cose chiare. Dovranno comprendere che la giustizia non è qualcosa degli altri, ma è l’acqua che permette di soddisfare la sete di verità di un popolo. Senza la giustizia nulla può esistere e nessun futuro di civiltà e di progresso può essere conseguito. Dovranno andare tutti a votare per non morire tutti di sete e dovranno votare allo stesso modo in cui gustano il pane fresco al mattino. Senza complicarlo, perché nessuno vuole più un pane duro, raffermo e ammuffito. Un pane vecchio e rammollito che nessun nutrimento può più dare. Nel gesto di Gesù che divide il pane fresco e lo distribuisce ai suoi apostoli c’è tanta metafora della giustizia che cerchiamo e che tra poco avremo la possibilità di scegliere. In quel gesto si cela la verità che cerca tutta la nazione e che tutta la nazione cerca…
di Lorenzo Matassa (magistrato)
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Il premier: «Bene Mattarella, che invita il Csm a restare estraneo alle diatribe». Nordio: «Nessun intento punitivo». Intanto un rilevamento per «Dritto e rovescio» dimostra che la rimonta del No è una fantasia.
«Ho trovato le parole del presidente della Repubblica giuste, direi anche doverose. Penso che sia giusto il richiamo al rispetto tra istituzioni. Penso che sia stato anche giusto il passaggio nel quale il presidente dice che è importante che un’istituzione come il Csm si mantenga estranea dalle diatribe di natura politica». Lo ha detto ieri il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un’intervista a Sky Tg24.
Che, parlando del referendum sulla giustizia, ha aggiunto: «Io penso che sia molto importante che questa campagna elettorale referendaria rimanga sul merito di quello di cui noi stiamo parlando. Vedo un tentativo di trascinarla in una sorta di lotta nel fango». La riforma della giustizia, ha spiegato, «consente di avere una giustizia più giusta. Tra un anno gli italiani ci giudicheranno, il 22/23 marzo non si vota sul governo ma sulla giustizia».
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, dal canto suo, è ottimista circa la vittoria del Sì, talmente tanto che ha assicurato: «Il giorno successivo alla vittoria apriremo un tavolo di confronto per le norme attuative, che sono importanti quasi quanto la riforma costituzionale, per poter avere un dialogo con la magistratura, il mondo accademico e l’avvocatura». Anche lui ha ribadito di non volere che diventi un «referendum Meloni sì, Meloni no, governo sì, governo no, come accaduto con Renzi. Tanto non avrebbe nessun effetto sul governo un’eventuale sconfitta, che peraltro noi riteniamo impossibile. Così come la vittoria, che invece noi riteniamo certa, non avrà nessun effetto come tema punitivo nei confronti della magistratura». L’ultimo sondaggio di Tecnè commissionato da Paolo Del Debbio per Dritto e Rovescio dà credito all’ottimismo del Guardasigilli perché vede avanti il Sì in una forbice che va dal 54% al 56%, mentre il No si attesta tra il 44% e il 46% di chi andrebbe a votare oggi. Tuttavia è sull’affluenza che il dato non sembra essere confortante perché se si votasse adesso andrebbe a votare solo il 43% degli aventi diritto al voto.
Insomma dopo tanto parlare di rimonta del No sembra che i risultati di questa campagna così aggressiva non stiano portando i frutti sperati. Le opposizioni però insistono nel volerla politicizzare a tutti i costi. Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle, che non deve aver visto gli ultimi sondaggi, commenta così: «È chiaro che loro vogliono depoliticizzare, ma tutti questi attacchi alla magistratura sono in vista di un referendum dopo che hanno visto i sondaggi. Ci stanno mettendo la faccia ma la stanno mettendo in modo sbagliato». Per Nicola Fratoianni di Avs, Meloni «attacca la magistratura in modo volgare molto pesante e, aggiungo, pericoloso, i giudici di questo Paese». «Mi sembra che Meloni abbia ormai fatto una scelta molto chiara» ha detto l’ex ministro della Salute Roberto Speranza, «sta facendo diventare questo referendum un referendum su se stessa. Mi sembra che assuma un atteggiamento durissimo, quotidiano, nei confronti della magistratura. È un governo che vuol mettere i piedi in testa ai magistrati, che nega quindi un principio essenziale che è quello della divisione dei poteri. Io ho molto apprezzato il monito del capo dello Stato e sono sorpreso dal fatto che dopo poche ore Meloni abbia valutato di fare un’uscita così a gamba tesa contro la magistratura». Un commento simile a quello del collega Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia, dem anche lui: «Mi sembra che la Meloni abbia scelto di fare la campagna referendaria ignorando sostanzialmente l’appello del capo dello Stato e che la seconda carica dello Stato abbia fatto altrettanto. Nei giorni in cui c’è un appello a non attaccare la magistratura, la presidente del Consiglio pubblica due video contro i pm, contestando l’abnormità delle sentenze, e non credo che sia una casualità».
Sull’intervento del capo dello Stato ieri è intervenuto anche Giovanbattista Fazzolari, intervistato da Bruno Vespa nel suo Cinque minuti su Rai uno. «Il presidente della Repubblica ha giustamente esortato le istituzioni a un reciproco rispetto. È giusto, abbassare i toni sul referendum e cercare di parlare del merito. Ciò non toglie che credo sia legittimo per il governo, per le forze politiche, ma credo un po’ per tutti i cittadini, esprimere un po’ di sorpresa per alcune sentenze recenti della magistratura in ambito di immigrazione», ha precisato, aggiungendo: «Nel giro di pochi giorni abbiamo avuto il caso del ministero dell’Interno condannato a risarcire un immigrato illegale perché era stato ingiustamente portato in un Cpr in Albania per il suo rimpatrio, un immigrato illegale che aveva alle spalle 23 condanne. Il giorno dopo, abbiamo avuto il governo, lo Stato italiano, condannato a risarcire 90.000 euro alla Sea Watch perché in quel famoso caso, quando la nave capitanata da Rackete aveva speronato una motovedetta della Guardia di finanza, è stato reputato che non era legittimo sequestrare quella nave. E poi oggi è arrivata la notizia del dissequestro anche della nave. Quindi sono oggettivamente delle sentenze che lasciano un po' perplessi». Per il presidente di Magistratura democratica, Silvia Albano «preoccupa, che ogni volta che c’è un provvedimento sgradito, non si critichi il provvedimento ma si additi il magistrato che lo ha emesso come magistrato politicizzato». E su questo punto è il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, a sintetizzare: «È davvero inaccettabile questo uso politico delle sentenze fatto da alcuni magistrati ed è per questo che abbiamo fatto la riforma della giustizia».
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