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In Italia il fenomeno delle dipendenze continua a rappresentare una sfida sanitaria e sociale di dimensioni rilevanti, con servizi di recupero spesso insufficienti. In questo contesto, le comunità terapeutiche come quella della Fondazione Genovese a Bodio Lomnago offrono spazi sicuri e percorsi concreti di riabilitazione.
Il fenomeno delle dipendenze in Italia continua a rappresentare una sfida sanitaria e sociale di dimensioni rilevanti. I dati più recenti contenuti nella Relazione al Parlamento sulle tossicodipendenze del Dipartimento delle Politiche antidroga, riferiti al 2024, delineano un quadro complesso: i Servizi per le dipendenze (SerD e SMI) hanno assistito 134.443 persone, con un aumento del 2,7% rispetto all’anno precedente, mentre la spesa complessiva degli italiani per l’acquisto di sostanze stupefacenti ha raggiunto i 17,2 miliardi di euro.
La cocaina e il crack rappresentano oggi una delle sostanze con il maggiore impatto sanitario e sociale, risultando responsabili del 35% dei decessi droga-correlati e del 30% dei ricoveri ospedalieri legati all’uso di stupefacenti. La cannabis rimane invece la sostanza illegale più diffusa, mentre nel 2024 il Sistema nazionale di allerta rapida per le droghe ha individuato 79 nuove sostanze psicoattive mai rilevate prima nel nostro Paese. Nello stesso periodo si è registrato anche un aumento dei decessi per droga, saliti a 231, e dei ricoveri ospedalieri correlati all’uso di sostanze, cresciuti del 13%.
Il fenomeno non riguarda soltanto la popolazione adulta. Secondo la ricerca ESPAD, che analizza i comportamenti a rischio tra gli studenti tra i 15 e i 19 anni, circa 970.000 giovani – il 37% – dichiarano di aver fatto uso di sostanze illegali almeno una volta nella vita. A crescere è anche l’utilizzo di psicofarmaci senza prescrizione medica, passato da 440.000 studenti nel 2023 a 510.000 nel 2024. A fronte di questi numeri, il sistema di presa in carico mostra criticità e squilibri territoriali. In Italia i servizi dedicati alle dipendenze registrano una significativa variabilità regionale in termini di personale e offerta socio-sanitaria. Mentre secondo le stime dell’Osservatorio sull’impatto socio-economico delle dipendenze mancano circa duemila unità di personale per raggiungere gli standard previsti dal DM 77/2022. Una carenza che limita la capacità del sistema di intercettare precocemente le persone con problemi di dipendenza e di garantire percorsi terapeutici adeguati.
In questo contesto, il ruolo delle comunità terapeutiche e delle strutture dedicate al recupero diventa sempre più centrale. È proprio in questa prospettiva che si inserisce il progetto avviato dalla Fondazione Laura e Alberto Genovese a Bodio Lomnago, in provincia di Varese, dove una tenuta storica abbandonata sta vivendo una nuova vita. Non come residenza privata o struttura turistica, ma come comunità terapeutica per il recupero dalle dipendenze. Il sito, da anni in stato di degrado, oggi offre spazi adeguati per chi affronta percorsi di riabilitazione. L’iniziativa non solo riqualifica un bene architettonico e paesaggistico, ma crea anche occupazione in un settore sottodimensionato e sottofinanziato. Inoltre, la comunità si trova lontano dai centri abitati, senza impatti diretti sulla vita quotidiana dei cittadini. In pratica, un doppio beneficio: sociale e urbano.

Tuttavia il progetto non è stato esente da polemiche, legate alla vicenda giudiziaria che in passato ha coinvolto Alberto Genovese. Nel 2024 l’ex imprenditore è stato condannato in primo grado con rito abbreviato a un anno e tre mesi di carcere per tentata violenza sessuale, detenzione di materiale pedopornografico e intralcio alla giustizia. La vicenda ha inevitabilmente spostato parte del dibattito pubblico sulla figura di Genovese, più che sul progetto in sé. Resta tuttavia il fatto che l’iniziativa nasce con l’obiettivo di realizzare una comunità terapeutica dedicata al recupero dalle dipendenze e può essere visto non come un gesto isolato, ma una risposta diretta a un’esperienza personale drammatica, trasformata in un’opportunità concreta per la collettività.
La Fondazione, nata dall’esperienza personale dei fondatori, interpreta una forma di restituzione sociale. Chi ha attraversato la dipendenza e il percorso giudiziario mette oggi risorse proprie al servizio della collettività, richiamando il principio sancito dall’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. In questo senso, Bodio Lomnago non è solo una comunità terapeutica, ma un esempio di come la trasformazione personale possa tradursi in utilità sociale.
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(iStock)
Primo divieto al «meat sounding». Ma restano altri rischi sui prodotti «ibridi».
Siamo al cerchiobottismo elevato a programma di governo continentale. E tutto per una polpetta che per l’Ue rischia d’essere avvelenata. Ieri si è concluso il «trilogo» (a riunione che vara i provvedimenti europei e mette insieme Consiglio, Commissione e Parlamento) per decidere i provvedimenti contro il cosiddetto «meat sounding». Spiegato al popolo, si tratta di evitare l’imitazione della carne nelle etichette di prodotti che con la carne non c’entrano nulla. L’Italia ha vinto una battaglia, ma la guerra è lunga.
Ci sono da accontentare i vegani, c’è soprattutto da accontentare la lobby dei cibi plant based (fatti con i vegetali) che è fortissima e non ci sta ad abdicare al vantaggio commerciale di poter creare confusione tra quello che propina ai consumatori e l’originale.
Il provvedimento assunto dall’Ue rischia di essere la famosa toppa peggiore del male. Se si voleva evitare che i clienti dei supermercati scambiassero per carne ciò che carne non è, con questo provvedimento si è creata più confusione.
È vero che per trentuno prodotti si è posto il veto: fegato è fegato, bacon è pancetta di maiale, così bistecca, trippa, pollo, prosciutto, manzo sono esclusivamente prodotti animali e non possono essere confusi neppure nel nome con alimenti fatti con proteine vegetali. Ma è anche vero che la Ue si è arresa - almeno - al luogocomunismo da scaffale.
Il ragionamento è: siccome ormai da anni è entrato nel linguaggio popolare dire «hamburger» anche se è di soia, dire «salsiccia» anche se è tofu, dire «nuggets di lenticchie», perché vietare questi nomi a chi usa le piante per sfamare il popolo? E così l’hamburger vegetale potrà continuare a chiamarsi così, e altrettanto vale per le salsicce e le polpette, e per un’ altra nutrita serie di tipologie di prodotti di «carne-non carne», in attesa di capire inoltre cosa succederà quando arriveranno sul mercato le bistecche ottenute attraverso la moltiplicazione cellulare in laboratorio.
Il ministro Francesco Lollobrigida si gode intanto il primo successo. Parla di «ritorno alla normalità» sui prodotti contenenti carne. Soddisfatta anche Coldiretti che sostiene: «L’Europa rafforza la tutela delle denominazioni della carne con il divieto di utilizzo di termini come carne o bistecca per prodotti ottenuti da colture cellulari e per altre imitazioni che non derivano da animali». La soddisfazione della Coldiretti è spiegata perché nelle norme che regolano l’organizzazione comune di mercato di questi prodotti «c’è l’introduzione di contratti scritti obbligatori, per rafforzare il potere negoziale degli agricoltori e migliorare il funzionamento della filiera agroalimentare europea». Sta di fatto però che la lobby dei prodotti vegetali (giusto per avere un’idea: un hamburger verde è fatto con 32 diversi ingredienti, quello del macellaio ne ha uno solo, ovvero carne, al massimo con sale e pepe) conta su una montagna di miliardi. Solo in Italia il mercato dei succedanei vegetali della carne vale 600 milioni.
La carne è salva, ora c’è da battagliare per l’hamburger.
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Stefano Esposito (Ansa). Nel riquadro, la copertina del libro «Massacro giudiziario»
L’ex senatore del Partito democratico, racconta in un libro l’indagine della Procura torinese a suo carico, lunga e persecutoria: «Ho percepito che il giudice fosse lì a fare quello che voleva il pm. I magistrati devono essere sanzionati come gli altri professionisti».
Ex senatore pd, animato da senso di giustizia e impegnato nella difesa dei diritti sociali, Stefano Esposito è stato vittima di una lunga e persecutoria indagine della Procura di Torino. La racconta in Massacro giudiziario (Liberilibri) di Ermes Antonucci e in questa intervista.
Se dovesse definire con un’immagine la vicenda di cui è stato vittima quale userebbe?
«Il tritacarne».
Composto da?
«Un mix di elementi di cui non sono né il primo né, temo, l’ultimo a essere vittima: il teorema del pm Gianfranco Colace e i media che l’hanno veicolato. È il famoso circuito mediatico giudiziario, che trita chi ci finisce dentro».
Nella prefazione a Massacro giudiziario, Giuliano Ferrara cita Il processo di Franz Kafka: «Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, un mattino fu arrestato». Lei non è stato arrestato, perché dice che lo avrebbe preferito?
«Perché, visti gli adempimenti cui è sottoposta una persona privata della libertà, avrei potuto dire la mia. Invece, in 2.589 giorni, quant’è durata la mia vicenda, non sono nemmeno riuscito a depositare una memoria».
Sette anni d’indagine e 500 intercettazioni non autorizzate, viene in mente il film Le vite degli altri.
«Il riferimento è appropriato perché nel 2020 ho scoperto che erano state attivate intercettazioni telefoniche sull’utenza di Giulio Muttoni, un imprenditore mio amico, per sorvegliare me. Intercettazioni avvenute senza soluzione di continuità dal gennaio 2015 al marzo 2018».
Com’è possibile che 500 intercettazioni, una piccola parte delle 30.000 che hanno riguardato Muttoni, siano state attivate mentre era senatore senza autorizzazione del Parlamento?
«È un grande mistero sul quale ha fatto luce, con una sentenza inusuale per durezza, la Corte costituzionale parlando di “indagine preordinata”».
I capi d’accusa erano corruzione, turbativa d’asta e traffico d’influenze illecite.
«La corruzione sarebbe nata nel 2010, ma si sarebbe concretizzata nel 2015, e già questo la dice lunga sulla preordinazione. Inoltre, sarebbe avvenuta mediante un prestito di Muttoni con un bonifico restituito a un tasso di favore. Questa era, per la Procura, la prova della corruzione. Un pm antimafia mio amico mi ha detto: “Sei l’unico cittadino italiano che ha incassato una tangente tramite un bonifico, restituito”».
Un bonifico tra due preveggenti.
«Ho fatto una telefonata, cinque anni dopo il bonifico, a Raffaele Cantone, presidente dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione ndr), per chiedere informazioni sulla procedura che avrebbe riguardato l’azienda del mio amico colpita da un’interdittiva antimafia. Appena ricevuta la documentazione dell’indagine, i pm di Roma, titolari per competenza territoriale, l’hanno smontata alla radice».
Poi le contestavano il regalo di un Rolex e di un tapis roulant.
«Il Rolex non è mai esistito, come hanno scritto sempre i pm di Roma. Quanto al tapis roulant, è vero che l’ho ricevuto ma anche che l’ho immediatamente restituito. Tutte evidenze presenti nelle carte dell’accusa, ma ignorate».
Qualcuno poteva interpretare il suo interessamento per l’appalto del Forum dello sviluppo economico locale come un contrasto alla società del Lingotto dove si tiene il Salone del libro?
«Il paradosso di quella vicenda è che fui proprio io a insistere affinché il Comune di Torino non affidasse l’appalto direttamente al mio amico, ma venisse indetta la gara. Altro che turbativa d’asta».
Lei era un esponente del Pd favorevole alla Tav?
«Forse ero l’unico senza ruoli istituzionali che si batteva per la Torino-Lione. Anche sindaci e governatori, da Mercedes Bresso a Giorgio Chiamparino a Piero Fassino erano favorevoli».
Quindi il suo impegno non avrebbe dovuto esporla?
«Mi ha esposto rispetto alle timidezze dei miei colleghi di partito. Non dimentichiamoci che c’erano e ci sono molti sindaci in Val di Susa, consiglieri regionali e comunali del Pd che strizzano l’occhio ai No Tav».
E al centro sociale Askatasuna?
«Il movimento No Tav non esiste nella sua inclinazione violenta senza Askatasuna. Sono inscindibili».
Il suo impegno ha cozzato contro i poteri forti della città o per accusarla i magistrati hanno fatto da soli?
«Credo che in città si sia creato un contesto che già 15 anni fa definivo zona grigia, esattamente come l’ha definito di recente la procuratrice generale Lucia Musti. Siccome non ho condotto una battaglia silenziosa, intorno a me si formò un clima d’insofferenza che qualcuno può aver raccolto».
Era un presunto colpevole?
«Per il pm Colace e chi ha retto la Procura dal 2015 al 2022 l’obiettivo non era istruire il processo ma, con l’avviso di garanzia e la chiusura delle indagini, minare la mia reputazione».
Com’è possibile che abbia saputo dell’archiviazione dell’indagine di sei mesi prima solo grazie all’interrogazione parlamentare di Ivan Scalfarotto al ministro Carlo Nordio?
«Questo è il sistema. La norma prevede che l’indagato sia informato dai pm in caso di rinvio a giudizio, non in caso di archiviazione. A proposito di parità tra accusa e difesa…».
Qual è il costo umano di questa disparità?
«In queste situazioni si continua a omettere che un indagato inizia a scontare la pena dal momento in cui riceve l’avviso di garanzia. Se sei innocente, come nel mio caso, la sconti da innocente».
Che impatto ha avuto questa vicenda sulla sua famiglia?
«Devastante. Il prezzo più alto lo sta pagando mia moglie Rachele che continua ad avere problemi perché la società per cui lavora non ha, come tutte le società con la testa negli Stati Uniti, una compliance particolarmente garantista. In sintesi, ha perso il ruolo che aveva e, nonostante l’indagine sia terminata come abbiamo detto, nessuno glielo ha restituito. Questo ha prodotto il ricorso a cure farmacologiche...».
E gli effetti sui suoi figli?
«Ricordo che una sera Francesco è tornato a casa da scuola dopo che un compagno gli aveva dato del figlio del mafioso. Mi son dovuto trattenere dal telefonare al papà di questo ragazzino e dall’intervenire in altre situazioni analoghe perché le poche energie dovevo concentrarle nella battaglia per dimostrare la mia innocenza».
Come ha fatto a non ammalarsi?
«Non so se non mi sono ammalato, mi tengo sotto controllo. Di sicuro non sono più la persona che ero».
Chi è oggi?
«Un padre e un marito che cerca di portare avanti la propria vita garantendo il miglior standard possibile alla propria famiglia. È faticoso raggiungere questo obiettivo, ma forse ci sto riuscendo. Naturalmente non ho più niente a che fare con la persona che faceva politica 18 ore al giorno e si occupava della vita degli altri. Purtroppo, sono diventato molto cinico…».
Di che cosa vive?
«Ho un’attività di consulenze amministrative, legislative e di relazioni istituzionali per imprese».
Si è mai rimproverato un eccesso di generosità?
«Altroché. Se mi fossi comportato come alcuni miei colleghi che i problemi li schivavano, sicuramente non mi sarei trovato in questa situazione. E, magari, invece di due mandati parlamentari ne avrei fatti quattro. Ma non ho mai interpretato la politica come un mestiere».
Il pm Colace ha avuto sanzioni disciplinari?
«Il Csm l’ha sanzionato con il trasferimento da Torino a Milano, dal penale al civile e con la perdita di un anno di anzianità. La gup Lucia Minutella ha subito una censura. Siccome entrambi hanno fatto ricorso, sono sanzioni ancora sub iudice».
Come si è comportato il suo partito negli anni dell’indagine?
«Un minuto dopo la sua pubblicazione tante persone sono scomparse. Non gli amici, come Matteo Orfini, Emanuele Fiano, Andrea Orlando, Simona Malpezzi, Gianni Cuperlo, Francesco Verducci e naturalmente Scalfarotto, che peraltro non era più nel Pd. Ho riscontrato maggiore vicinanza da altri partiti che dal mio».
Che cosa sarebbe cambiato se fosse stata in vigore la separazione delle carriere?
«Posso presumere che un gip distinto avrebbe osservato gli elementi con maggior attenzione e avrebbe potuto chiudere l’indagine almeno tre anni prima. All’udienza preliminare ho avuto la netta percezione che il gup fosse lì per fare quello che voleva il pm».
Sarebbe bastato controllare le date e la tracciabilità del famoso prestito.
«Sarebbe bastato aver letto le memorie del mio avvocato».
Oltre alla separazione tra pm e giudici quant’è importante la responsabilità civile dei magistrati?
«L’istituzione dell’Alta corte disciplinare è uno dei punti qualificanti della riforma. Come tanti che hanno vissuto un’esperienza simile alla mia non nutro sentimenti di vendetta, ma mi auguro che si possa stabilire un principio per cui un magistrato che dispone di enormi poteri sulle vite delle persone, di fronte a un errore conclamato e ripetuto, sia sanzionato come avviene per tutte le categorie professionali. Di fatto, oggi, i magistrati, pm e giudici, godono di un’impunità pressoché assoluta».
Cosa pensa delle dichiarazioni di Nicola Gratteri e Nino Di Matteo?
«Quelle del 2020 e 2021, quando urlavano contro il sistema delle correnti dal quale erano esclusi o quelle che oggi le rinnegano?».
Quelle in cui affermano che votano Sì al referendum mafiosi e massoni mentre votano No le persone per bene.
«Gratteri è mille miglia lontano dalla cultura garantista alla base della nostra Costituzione. Ci si riempie la bocca della Costituzione più bella del mondo, ma ci si dimentica la pagina che parla della presunzione d’innocenza. Ne sono conferma gli esiti di troppe indagini, comprese le sue, costellate da centinaia di innocenti, distrutti».
I magistrati dell’Anm temono più la separazione, il sorteggio dei membri dei Csm o l’Alta corte disciplinare?
«Temono il sorteggio perché verrebbe meno la loro funzione di potere e distribuzione degli incarichi. E temono l’Alta corte perché un soggetto esterno ai meccanismi attuali qualche sanzione seria nei confronti dei magistrati che sbagliano la applicherebbe».
Come fanno i fautori del Sì al referendum a sopravvivere nel Pd di Elly Schlein?
«Non lo so. Ho scelto di star fuori da questo Partito democratico che ha abbandonato la cultura garantista e l’impegno in favore dei cittadini per privilegiare quelle di bottega. La separazione delle carriere era nel Dna della sinistra, ma è stata piegata a una battaglia antigovernativa. Naturalmente chi ha deciso di rimanere ha il mio rispetto, ma credo che l’attuale Pd non c’entri nulla con quello fondato con Walter Veltroni al Lingotto. Oggi il Pd va al traino del M5s, di Avs e di un’associazione privata che si chiama Anm».
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Nel riquadro, Alberto Cianfarini, giudice del Tribunale di Roma (Ansa)
Cambiare idea è legittimo, ma troppi colleghi si smentiscono. Dopo aver condiviso pure i richiami di Mattarella del 2022.
In questi giorni che precedono il referendum avverto quale cittadino e magistrato un certo disagio. Non già per l’esito del responso; la mia coscienza di cittadino è a posto e posso dire di aver divulgato a tutti i miei interlocutori la bontà della riforma non già sparando offensivi slogan o cercando di far prevalere la mia opinione da tecnico, quanto piuttosto esibendo letteralmente il facile testo normativo dal quale è agevole ricavare che tutti i disastri preconizzati dai detrattori non sono minimamente rinvenibili nella riforma.
Il disagio è forse dettato dal fatto che illustri giornalisti e famosi colleghi che, anni prima, avevano dettagliatamente indicato sui mass media i mali del cosiddetto «correntismo giudiziario», abbiano oggi effettuato una totale abiura dell’originale pensiero e, contestualmente, indicato ai cittadini di votare No. Si dirà, cambiare opinione è consentito. Certo che sì. Tutti possono cambiare opinione; anzi è segno di raffinata intelligenza direbbe Talleyrand.
Eppure qualcosa non torna. Nelle primigenie dichiarazioni, giornalisti e famosi colleghi effettuarono una disamina dettagliata e completa della criticità (basta rivedere le impietose registrazioni su Youtube): sostanzialmente, dissero che l’Anm, a mezzo delle consustanziali correnti, aveva potenzialmente eterodiretto le valutazioni dei magistrati di competenza del Csm (per come dettagliatamente indicato non solo nei libri di Livadiotti e Palamara), deformando gli esiti finali di tanti provvedimenti amministrativi. Invocavano tutti una riforma normativa che oggi, senza motivo, avversano. Va bene, come detto, cambiare idea ma a questo punto occorrerebbe spiegare agli italiani perché quelle degenerazioni, descritte sin nei minimi dettagli, in chiare interviste esplicative, sono ora svanite e non sono più considerate meritevoli di riforma. Eppure risento ancora la eco del messaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (insediamento alle Camere in data 3 marzo 2022, vedi Youtube), il quale aveva addirittura riferito dell’urgente indispensabilità delle riforme e del superamento delle logiche di «appartenenza che per dettato costituzionale devono restare estranee all’Ordine giudiziario».
Allora erano tutti favorevoli al superamento delle nomine per appartenenza. Prendiamo atto che oggi gli stessi dichiaranti non ne avvertono più l’esigenza, senza spiegarne le ragioni. È lecito domandarsi: ma quei meccanismi opachi, eppur così minuziosamente descritti dagli esperti erano veri o inventati? Non sussistono più compromessi e baratti e, quindi, non serve oggi il sorteggio dei componenti del Csm? Perché un conto è cambiare un’opinione, ontologicamente diverso è raccontare nei minimi dettagli un fenomeno che asseritamente ora è evaporato. Implicitamente ci stanno dicendo che la lottizzazione correntizia non esiste più, siamo stati troppo severi, quasi esagerati. Il cittadino dovrebbe credere che oggi ci sia stata una sorta di moralizzazione autogena. Io, invece, rimango dell’idea che il Sistema sia esistito ed esista ancora e stia oggi facendo come il Timavo, un fiume noto per l’impetuosità delle sue acque, il quale, a un certo punto, sparisce dalla vista. Io ho il sospetto che il Sistema delle nomine per appartenenza viva ancora. Ho la certezza che solo il sorteggio possa debellare il cordone ombelicale elettore-eletto-beneficiario, prima causa della criticità. Io non ho cambiato idea: condivido ancora quel messaggio di dolore che quei colleghi illuminati avevano lanciato.
Qualche positivo indizio, a riscontro dell’esistenza perdurante della criticità, me lo fornisce la giurisprudenza amministrativa. Il Consiglio di Stato, anche adottando una giurisprudenza restrittiva al limite dell’inerzia, continua inascoltato ad annullare le nomine dettate dall’appartenenza, pur ritrovandosi il ricorrente-vincitore sovente di nuovo soccombente nella nuova imposta valutazione, in un balletto senza fine che mortifica l’essenza della giurisdizione amministrativa.
Quello che stupisce ancora di più sono i colleghi che, invece di essere felici del sorteggio quale foriero inizio di un rinnovato rispetto dell’articolo 97 della Costituzione, si oppongono alla scelta casuale dei componenti del Csm. Scelta che valorizzerebbe il prestigio della magistratura verso i consociati, oggi, proprio per questi fatti, ai minimi storici.
Siamo tutti elettori e cittadini, eppure siamo come avvezzi alle comode acque stagnanti del compromesso e non ci accorgiamo di quanto potrebbe cambiare in meglio il servizio giustizia (e l’Italia intera) se ognuno di noi fosse valutato solo con il metro dei meriti. Di cosa abbiamo paura? Perché il sorteggio fa paura? La domanda è, ovviamente, retorica. Le logiche dell’appartenenza mortificano le professionalità di tanti magistrati, i quali, sfiduciati, non presentano neanche più domanda per un posto direttivo e aspirano unicamente ad andare in pensione. L’attuale sistema, come dicevo sopra, dettagliatamente illustrato dai tanti illustri colleghi nel suo oggettivo disvalore e poi negato, ha finito per far emergere due tipologie di magistrati.
Quelli a cui l’attuale sistema elettivo dei consiglieri del Csm, per appartenenza di corrente, non va poi così male. Nei dibattiti qualcuno ha peraltro chiaramente confessato: «Io quello l’ho votato e deve fare quello che gli è stato detto per mandato di appartenenza». Il facile mantra è: «La riforma è un attacco alla democrazia». Verrebbe da dire attacco sì, ma a quali condotte? A questo serve l’autonomia e l’indipendenza?
Ma ci sono anche quelli che non scenderebbero mai al compromesso di chiedere un provvedimento favorevole a persone o sedi non istituzionali, quelli i cui nomi non si trovano nelle famose chat, né in altre analoghe non intercettate, quelli che discutono della loro auspicata promozione solo nelle sedi ufficiali e sono fiduciosi dell’asettica valutazione delle loro allegazioni documentali.
Io a questa laboriosa (spero) maggioranza silenziosa mi rivolgo: perché avversate la riforma se ne siete vittime? Perché non palesate il vostro disagio? Un messaggio anche ai cittadini elettori: aiutate con il libero voto la magistratura a comprendere che solo il sorteggio può salvare il merito e, con esso, l’efficienza di questo Paese. Liberate la magistratura, restituitele il prestigio che merita. Votate Sì.
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