
<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/oggi-in-edicola-2648221169.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2648221169" data-published-at="1602790865" data-use-pagination="False">
L’Istat: ad aprile 269.000 lavoratori in più su base annua, cresce l’export. Oltre le attese il dato sul Prodotto interno lordo (+0,8%). L’Italia corre nonostante le guerre e i gufi (Schlein: «Politica economica fallita»). Giorgia Meloni: «È la destra che combatte il precariato».
Che fine hanno fatto i professionisti del disastro? Quelli che parlando di economia scuotono la testa, sospirano, annunciano la sciagura imminente e poi, già che ci sono, prenotano un posto in prima fila al funerale.
Solo che il funerale, ancora una volta, è stato rinviato. E i becchini della sinistra si ritrovano con la pala in mano e la faccia lunga. Perché i numeri, quei fastidiosi segni che non leggono i talk show e non frequentano i salotti buoni raccontano un’altra storia. Raccontano che l’Italia, nel primo trimestre del 2026, cresce più del previsto. Piano? Certo. Con prudenza? Ovvio. Ma cresce. E soprattutto cresce mentre da mesi l’opposizione dipingeva un Paese sull’orlo della carestia, una specie di Venezuela con le sagre di paese e il Parmigiano Reggiano.
Giuseppe Conte, il 26 maggio a È sempre Cartabianca sentenziava: «Questo governo in quattro anni non è riuscito a presentare una misura di crescita vera». Matteo Renzi, dal suo osservatorio del catastrofismo permanente, scriveva su X subito dopo il referendum: «Saranno 15 mesi di piano inclinato fino alle elezioni, il crollo è appena cominciato». Elly Schlein, invece, non perdeva occasione per annunciare il funerale dell’economia italiana: «Crescita zero, debito/Pil al 138%, politica economica fallita». Peccato che nel frattempo l’Istat ha pubblicato i dati veri. Una coltellata nelle sceneggiature scritte con la penna dell’ideologia.
Nel primo trimestre del 2026 il Pil cresce dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dello 0,8% su base annua. Non solo: la stima viene rivista al rialzo rispetto alle previsioni preliminari, ferme allo 0,2% trimestrale e allo 0,7% annuale. Una seccatura enorme per i profeti di sventura.
Ancora più interessante è la composizione della crescita. Perché non arriva da droghe fiscali o da qualche costoso bonus in stile grillino. Arriva dalla domanda interna salita dello 0,4%. Gli investimenti aumentano dello 0,7%. Le esportazioni fanno un balzo del 2,2%, mentre le importazioni scendono dello 0,7%. In pratica le imprese vendono di più all’estero e comprano di meno. Un dettaglio non proprio irrilevante considerato l’esplodere dei costi delle importazioni di gas e petrolio
Certo, ci sono le ombre. L’inflazione resta una zavorra. A maggio i prezzi salgono del 3,2% su base annua, contro il 2,7% del mese precedente. Gli energetici corrono. I trasporti aumentano. Le famiglie sentono la pressione sui bilanci. Nessuno lo nega. Ma qui arriva il punto che manda in cortocircuito la retorica apocalittica: nonostante inflazione, guerre, tensioni sullo Stretto di Hormuz, rallentamento europeo e crisi geopolitiche, l’Italia continua a crescere e soprattutto continua a creare lavoro. Ed è qui che il castello polemico dei profeti di sventura si sbriciola come un grissino nella bagna càuda.
Ad aprile gli occupati aumentano di 123.000 unità in un solo mese. Totale: 24 milioni e 337.000 persone al lavoro. Mai così tante. Il tasso di occupazione sale al 63,1%, il livello più alto dal 2004.
Il dato cresce ovunque: uomini e donne, dipendenti e autonomi, giovani e adulti. Tranne la fascia 35-49 anni, sostanzialmente stabile. Contemporaneamente calano i disoccupati; sono 1 milione e 310.000: 18.000 in meno rispetto a marzo e addirittura 260.000 in meno rispetto ad aprile 2025. Il tasso di disoccupazione scende al 5,1%. Anche gli inattivi diminuiscono. Sono 13.000 in meno rispetto a un anno fa. Resta un problema enorme, certo. Un terzo degli italiani tra 15 e 64 anni resta fuori dal mercato del lavoro. Il tasso di inattività, comunque, scende al 33,4%
E c’è un dettaglio che dovrebbe far arrossire anni di comizi progressisti contro la precarietà: aumentano i contratti stabili e diminuiscono quelli a termine. I dipendenti permanenti crescono di 143.000 unità in un anno. I contratti a tempo calano di 64.000. Gli autonomi aumentano di 190.000. Una dinamica che Giorgia Meloni ha rivendicato: «La sinistra ha sempre detto di voler combattere il precariato. La destra lo sta facendo».
Il governo di centrodestra, descritto per anni come incapace di governare l’economia, si ritrova oggi con occupazione record, Pil positivo, export in crescita e contratti stabili in aumento.
Naturalmente non tutto gira per il verso giusto. Sarebbe ridicolo sostenerlo. L’inflazione pesa. I salari reali devono ancora recuperare pienamente. La produttività italiana resta storicamente debole. L’agricoltura arretra dello 0,5%. L’industria ristagna. E il debito pubblico continua a essere una montagna parcheggiata sopra il bilancio dello Stato.
Ma proprio qui emerge la differenza tra propaganda e realtà. I gufi appollaiati sul ramo che gracchiano «crolla tutto», mentre sotto il ramo passa un treno pieno di occupati in più.
Continua a leggereRiduci
Il pianista Andrea Vizzini presenta il progetto Pianolink, dedicato ai musicisti amatori. Dal Festival Miamor (dal 4 al 13 giugno a Milano) al concorso con una giuria di livello mondiale: un palco che mette insieme pianisti che suonano per amore e affermati professori d'orchestra.
Il segretario nazionale Cgil Maurizio Landini ai Giardini Luzzati per la campagna di raccolta firme per le leggi per sanità e appalti (Ansa)
Maurizio Landini e la Uil avevano fatto causa a Poste per condotta antisindacale. Il motivo? L’assunzione di 20.000 persone d’intesa con la Cisl, unica sigla sensibile alle trattative.
Alla fine del 2024, in un momento difficile per Poste italiane alle prese con la riorganizzazione del lavoro a fronte di nuove sfide del settore, l’azienda guidata da Matteo Del Fante chiudeva un accordo col sindacato dei lavoratori di Poste della Cisl, cioè il primo sindacato indiscusso nel settore, con 20.000 nuove assunzioni e un nuovo servizio, Rete corriere, al passo con le richieste del mercato. Insomma, una mossa decisamente azzeccata sia sul mercato della logistica che, più in generale, sul fronte occupazionale; il tutto senza un minuto di sciopero.
Ebbene, cosa fa il comparto postale della Cgil? Si mette d’accordo con i colleghi della Uil e fanno causa a Poste italiane per condotta antisindacale e disapplicazione degli accordi virtuosi, come a dire: o l’accordo è quello che piace a noi, oppure si deve annullare tutto e rifare il tavolo. Ebbene, ieri è arrivata la sentenza della seconda sezione Lavoro del tribunale di Roma che ha dato torto al sindacato di Landini e di Bombardieri, ramo postini, i quali volevano cancellare i benefici per le lavoratrici e i lavoratori. Nessun diritto sindacale è stato scalfito. Una sconfitta totale, sia sul piano della lotta sindacale che su quello della strategia politica.
Per il giudice del lavoro, Poste italiane non poteva ignorare, in quella fase delle trattative, che il momento era difficile e una eventuale azione di scioperi avrebbe penalizzato il servizio a danno dei cittadini e quindi bene hanno fatto, Del Fante e Lasco, ad accelerare sul tavolo negoziale con quelle forze (Slp-Cisl in testa) che erano davvero interessate a un accordo. «Il bene dei lavoratori di Poste e il potenziamento dei servizi resta l’unica bussola che seguiamo», ha commentato il segretario della Slp-Cisl, Raffaele Roscigno. «Grazie a quell’accordo non solo abbiamo migliorato infatti le condizioni lavorative ma abbiamo creato quella Rete corriere che oggi è un servizio tra i più diffusi e performanti, con attenzione non solo ai grandi centri urbani ma anche verso i medi centri urbani e i piccoli paesi che non possono restare senza sportelli».
Ed è questo il cuore della questione: perché mai la Cgil e la Uil si sono sfilate e da una battaglia sindacale hanno portato la questione sul piano giudiziario, finendo anche lì ko? Cosa interessa al sindacato di Landini? Chiudere gli accordi? Così non pare proprio. Dunque non resta che ipotizzare un secondo fine, più di posizionamento politico nei giochi di Palazzo, sponda campo largo. Chiedere al giudice, oltre al riconoscimento di una fantomatica condotta antisindacale di Poste italiane (questione che il giudice del lavoro ha rigettato nettamente), anche la disapplicazione dei contratti è un colpo che danneggia i lavoratori, mica il datore di lavoro! La trattativa che gli uomini di Landini e di Bombardieri hanno rifiutato e contestato aveva chiuso con 20.000 assunzioni, tra l’altro in comparti nevralgici. Prendiamo la logistica: a fronte di un taglio di 3.300 zone di recapito, azienda e sindacato raggiungevano un accordo con 15.000 corrieri assunti in tre anni. Sulla Rete corriere: 3 ore in più di lavoro (da 36 a 39) riconosciute economicamente e pagate con maggiorazione. Per il potenziamento della Rete sportelli: 5.000 nuove assunzioni. Cosa non andava bene alla Cgil? Perché chiedere l’annullamento dei benefici e impugnare l’intesa? E soprattutto dove starebbe il comportamento antisindacale di Poste italiane? Dev’essere stato anche il pensiero del giudice, il quale nelle pieghe della causa del lavoro (dove tra l’altro chiedevano 50.000 euro di danno per ciascuna sigla sindacale, e la pubblicazione della sentenza su «7 quotidiani nazionali») non ha trovato alcuna ragione di diritto che avesse un senso.
Negli ultimi anni non si può non vedere il grande salto compiuto dall’azienda guidata dalla coppia Matteo Del Fante/Giuseppe Lasco (regista della trattativa) e non si può non registrare che il potenziamento dei servizi (pensiamo solo al boom delle consegne: di fatto Amazon lavora con Poste) e la copertura capillare degli sportelli è stata possibile senza un minuto di sciopero. Grazie alla categoria della Cisl guidata da Raffaele Roscigno.
Continua a leggereRiduci
Il viceministro dell’Energia Vannia Gava (Imagoeconomica)
Il viceministro dell’Energia Vannia Gava: «Fondi di coesione fondamentali per il medio-lungo periodo, ma la flessibilità ci permette di rispondere alle urgenze su bollette e carburante. Nucleare? Gli italiani adesso lo vogliono».
Rilancio del nucleare, choc energetico da conflitto in Medio Oriente e solite beghe green che arrivano dall’Europa. Mai come in questo momento, il dicastero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica è il crocevia della politica economica del Paese.
Il viceministro Vannia Gava è solitamente schivo e poco propenso alle interviste. Vista la delicatezza dei dossier sul tavolo ha scelto La Verità per chiarire la sua posizione e quella del governo.
Viceministro, iniziamo dall’attualità: crisi energetica e trattativa con l’Europa affinché liberi un’aggiunta di spesa per tamponare gli effetti della chiusura di Hormuz sulle bollette e sui prezzi dei carburanti. Nonostante il pressing della Meloni, Bruxelles non cede.
«Guardi, la chiusura di Hormuz ha provocato una crisi geopolitica con effetti dirompenti e non può essere trattata come una crisi qualsiasi. Il tema centrale è mettere in sicurezza il comparto industriale, le piccole e medie aziende e le nostre famiglie dai rincari diretti e indiretti che questo choc sta portando. Se l’Europa non reagisce nell’immediato e prende coscienza che deve allentare vincoli troppo stringenti, qui rischiamo di perdere tutto il sistema economico. La sicurezza energetica è sicurezza economica. La richiesta di flessibilità deve essere letta come un investimento sulla nostra forza attuale, non un regalo al deficit».
L’obiettivo resta avere il via libera a uno scostamento di bilancio che liberi almeno 5-6 miliardi di risorse aggiuntive per l’energia?
«Mi sembra una cosa di buon senso».
Se continua il no allo scostamento tirerete dritto?
«Sarà una decisione che il ministero dell’Economia assumerà insieme a governo e Parlamento. In ogni caso, non si tratta di andare dritti o contro qualcuno ma di andare incontro a 26 milioni di famiglie e a 5 milioni di imprese che non possono più aspettare. Abbiamo introdotto diversi provvedimenti di emergenza e, parallelamente, stiamo lavorando a soluzioni di più lungo respiro ma il momento attuale richiede interventi straordinari».
È d’accordo con la Meloni: le bollette vengono prima dei droni?
«È una posizione di buon senso che la Lega porta avanti dall’inizio della crisi. Che non significa venir meno agli impegni che abbiamo assunto in ambito internazionale, bensì prendere atto che oggi famiglie e imprese stanno affrontando una crisi energetica che richiede risposte immediate e concrete. Investire in difesa ha senso solo se regge il sistema produttivo e sociale che quella difesa deve proteggere. Un’Europa energeticamente vulnerabile è anche economicamente vulnerabile».
Sarebbe corretto usare i fondi di coesione per risolvere l’allarme energetico?
«I fondi di coesione sono fondamentali per il medio-lungo periodo indubbiamente, ma una maggiore flessibilità ci permetterebbe spesa corrente per rispondere alle esigenze immediate. L’Europa deve fare un passo ulteriore, servono risorse ulteriori rispetto a quelle già stanziate. Famiglie e imprese non possono aspettare. Ogni euro che arriva nelle loro tasche non è mai una spesa, è sempre un investimento».
Passiamo al nucleare. La linea del governo è chiara: per colmare il gap energetico le centrali sono indispensabili. Può scandirci i tempi? Il 3 giugno inizia la discussione alla Camera sul ddl, quando terminerà l’iter. Quando ripartirà la produzione?
«Il nostro obiettivo è chiaro: l’approvazione della legge delega entro l’estate, subito dopo inizieranno i lavori per i decreti attuativi. Il governo è in prima linea per fare la propria parte in modo serio e puntuale, dando agli investitori un quadro regolatorio chiaro e stabile. Poi è naturale che serviranno alcuni anni affinché siano completati tutti gli investimenti necessari. Un ruolo fondamentale spetta al mondo dell’industria e agli investimenti in ricerca e sviluppo. Alcuni Paesi hanno già autorizzato i primi Small modular reactor, che sono in fase di realizzazione».
Qualcuno ha parlato di referendum. Anche secondo lei sarà inevitabile andare in quella direzione?
«Penso che, referendum o no, il Paese abbia già compreso che si tratta di una scelta di buonsenso assolutamente necessaria. Stiamo parlando di una tecnologia avanzata e sicura, che consentirà all’Italia di accedere ad una fonte di energia pulita e programmabile, rafforzando al tempo stesso l’indipendenza nazionale e riducendo l’esposizione a choc geopolitici come quello che stiamo vivendo».
Oggi la maggioranza degli italiani è favorevole al nucleare?
«La consapevolezza degli italiani è cambiata anche grazie a una comunicazione più seria e concreta sulla fragilità del nostro Paese sul fronte energetico, emersa con forza dopo il conflitto russo-ucraino e con primi timori legati agli approvvigionamenti. Abbiamo spiegato in modo chiaro che si tratta di una tecnologia completamente diversa da quella di quarant’anni fa: parliamo di impianti sicuri e a emissioni zero. Il nostro Paese, seconda manifattura d’Europa, ha bisogno di energia: gli italiani lo sanno meglio di chiunque altro».
Infine il green. Pechino sta conquistando il mercato dell’automotive europeo. Persino Landini vede l’arrivo dei cinesi come unica soluzione per non chiudere gli stabilimenti Stellantis. È d’accordo?
«Certo che no. Aprire ai cinesi sarebbe la resa incondizionata. Abbiamo già fatto abbastanza con il passaggio forzato all’elettrico, mentre le tecnologie e le materie prime erano già sotto il controllo di Pechino. Quello dell’automobile è stato per decenni uno dei terreni di competizione più serrata tra i paesi europei, una corsa che ha portato a storie imprenditoriali memorabili e a modelli iconici che hanno fatto la storia del made in Italy. Non possiamo accettare l’idea che le grandi case automobilistiche italiane ed europee diventino centri di assemblaggio di componenti cinesi».
Cosa si può fare adesso per aiutare il comparto? La misura dei dazi ha ancora un senso?
«I dazi non possono sostituirsi a una politica di rilancio industriale ma possono rappresentare uno strumento temporaneo di difesa contro il dumping. A livello europeo è stato introdotto uno strumento fiscale ambientale con finalità analoghe, il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam), pensato per contrastare la delocalizzazione e restituire competitività alle imprese europee. Il paradosso è che ad oggi, anche a causa della complessità di applicazione, il meccanismo è finito col gravare ulteriormente su molte nostre imprese, che ci stanno chiedendo di eliminarlo».
Continua a leggereRiduci





