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Daniele Calenda (Ansa)
Il capo del Servizio anti eversione e terrorismo interno: «Tensione per l’evento leghista del 18, ma Askatasuna è isolato».
Daniele Calenda, ciociaro doc (è nato a Frosinone sessant’anni fa), entra in polizia nel 1987 come agente ausiliario. Nel 1995 diventa vicecommissario e due anni dopo entra nella Digos. Dirige quelle di Verona, Vicenza e Venezia, dove, sotto la sua guida, nel 2017 viene disarticolata una cellula jihadista di kosovari che stava progettando un attentato tra le calli.
Le indagini sull’attentato anarchico alla sede della Lega di Villorba (Treviso), nel 2018, portano all’arresto e alla condanna del noto anarchico spagnolo Juan Antonio Sorroche. Nel 2024, mentre coordina la Digos di Milano, viene promosso dirigente superiore e trasferito alla Direzione centrale della Polizia di prevenzione con i galloni di direttore del Servizio di contrasto all’eversione e al terrorismo interno.
Dottore, il 18 aprile la Lega ha organizzato una manifestazione per la remigrazione, ma il movimento antagonista annuncia le barricate per rendere impossibile l’evento. Siete preoccupati?
«Per ora non ci sono evidenze di rischi seri, ma è certo che è partito un tamtam per la mobilitazione. Nei prossimi giorni capiremo quale livello di allarme dovremo fronteggiare».
Anche nel fronte «remigrazionista» c’è qualche testa calda?
«Tale tematica, sino a oggi, è stata sostenuta in piazza, da Piacenza a Prato, da soggetti legati all’estrema destra, personaggi che monitoriamo, anche se con le sezioni che si occupano di “movimentismo” e non di terrorismo. Mentre quella del 18 sarà una manifestazione totalmente diversa, essendo organizzata da un partito di governo, la Lega, e dal suo leader».
Nell’estrema destra non registrate rischi eversivi?
«Non sono più gli anni ’70. Casapound, Forza nuova, il Veneto fronte skinheads, la Rete dei patrioti, sono gruppi che in piazza destano meno preoccupazione. È difficile che cerchino lo scontro con le forze dell’ordine. La nostra attenzione resta, comunque, massima, dal momento che non si possono escludere derive di natura eversivo-terroristica».
Nel 2023 alcuni militanti neofascisti hanno devastato la sede della Cgil…
«E la risposta dello Stato, come era giusto che fosse, è stata durissima».
Forse lo è meno quando i disordini vengono provocati da gruppi antagonisti, come i militanti del centro sociale torinese Askatasuna…
«Per quanto li riguarda, recentemente, c’è stato un evento che ha rappresentato un punto di non ritorno, un momento di rottura con la società civile».
A che cosa si riferisce?
«Dopo lo sgombero del 18 dicembre, deciso a seguito della violazione del patto di collaborazione e legalità siglato con il Comune, c’è stata la tumultuosa manifestazione di protesta del 31 gennaio. L’occupazione della redazione del quotidiano La Stampa e i gravi episodi di violenza urbana, tra cui l’incendio di un mezzo della Polizia e il selvaggio pestaggio subito da alcuni agenti, hanno determinato una cesura: oltre alle inevitabili condanne da parte del mondo politico, anche diversi centri sociali hanno cercato di marginalizzare Askatasuna per evitare altri sgomberi».
Con risultati concreti?
«Durante la manifestazione nazionale promossa dalla rete “No Kings” dello scorso 28 marzo a Roma, è apparsa evidente la volontà di isolare la componente di Askatasuna e di non concedergli la “testa” e, dunque, il controllo, del corteo, al fine di evitare violenze strategicamente controproducenti».
Quindi l’epoca di Askatasuna è finita?
«Non ne sarei certo. Nonostante il calo del consenso sociale, ha saputo internazionalizzare la propria agenda, anche grazie all’appoggio di antagonisti provenienti dall’estero, soprattutto dalla Francia, e ha assunto un ruolo centrale nella mobilitazione pro-Palestina».
Per due anni Askatasuna è stato il motore delle proteste contro gli accordi di cooperazione tra gli atenei torinesi e le istituzioni di ricerca israeliane...
«Forte di queste imprese continua a tenere le redini dell’antagonismo torinese e della battaglia No Tav in Val di Susa. I prossimi 24 e 25 aprile, in occasione della festa della Liberazione, è già prevista la loro adesione, attraverso lo “Spezzone Torino partigiana”, ai due cortei cittadini. Per quanto riguarda la Val di Susa, sono ripresi dallo scorso week-end di Pasqua i campeggi nei pressi dei cantieri dell’Alta velocità, organizzati dai collettivi studenteschi, l’ala giovanile di Askatasuna, sfociati negli ormai consueti danneggiamenti e scontri con le forze dell’ordine poste a presidio dei cantieri».
Veniamo agli anarco-insurrezionalisti: nelle ultime settimane si sono resi protagonisti di diversi sabotaggi alla rete ferroviaria in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina e ha destato scalpore la morte, avvenuta lo scorso 19 marzo, di Sara Ardizzone e del compagno Alessandro Mercogliano, uccisi dalla deflagrazione di un ordigno che stavano fabbricando…
«Nei giorni successivi, sui siti d’area anarchica sono stati pubblicati documenti che ne esaltavano le figure, definendoli “esempio luminoso dell’inestricabile connubio tra pensiero e azione che ispira l’anarchismo dei rivoluzionari fino all’ultimo istante della loro vita, e nella morte”».
I due stavano preparando un manufatto micidiale a pochi metri dal suo ufficio…
«Non sappiamo ancora che cosa contenesse la bombola, oltre alla polvere pirica. La Procura di Roma, che coordina le indagini, è in attesa dei risultati delle analisi. Ma riteniamo che l’obiettivo dell’attentato non fosse distante dal “laboratorio” improvvisato dentro a un cascinale abbandonato. Infatti, solitamente, per evitare inutili rischi di trasporto, i target sono vicini al luogo in cui vengono assemblate le “bombe” artigianali».
L’ordigno puntava a uccidere?
«Non possiamo dirlo con sicurezza. Di certo l’esplosione che ha ammazzato i due militanti è stata potente e, secondo noi, la coppia era pronta a colpire quella notte».
I bersagli eravate voi poliziotti?
«Lì intorno eravamo l’obiettivo più plausibile e, comunque, il giorno in cui è accaduto l’incidente non era una data qualsiasi. Era la settimana di mobilitazione annunciata dagli anarchici greci in onore di un loro compagno morto in circostanze analoghe. Mi riferisco a Kyriakos Ximitris, deceduto ad Atene il 31 ottobre 2024 mentre era intento a fabbricare un ordigno in un appartamento. E che ci sia un filo rosso che unisce estremisti italiani e greci è confermato da alcuni recenti attentati compiuti nella capitale ellenica».
Può essere più preciso?
«Il 2 aprile la nuova sigla “Cellule di azione diretta - Nucleo Alessandro Mercogliano/Sara Ardizzone” ha rivendicato gli attacchi incendiari realizzati il 25 marzo ai danni dell’abitazione del rettore del Politecnico di Atene e di un agente della polizia antisommossa, individuati come simboli della violenza repressiva. Nello scritto si esorta a moltiplicare “i focolai della resistenza dinamica” e armata, onorando “la memoria e le scelte dei nostri compagni caduti”. Non basta. In Grecia si stanno intensificando azioni esplosive o incendiarie ai danni di appartenenti alle forze dell’ordine, che, sovente, sono stati rivendicati con documenti che richiamano i due caduti italiani, oltre che i compagni greci».
La pratica violenta insurrezionale è stata codificata a inizio millennio dal documento programmatico della Federazione anarchica informale, diramato dopo l’«Operazione Santa Claus», che aveva preso di mira con bombe carta e ordigni personalità e istituzioni dell’Unione europea, a partire da Romano Prodi…
«Da allora è passata molta acqua sotto i ponti. L’apice di quella strategia è stato il 7 maggio 2012, quando Alfredo Cospito e il compagno Nicola Gai hanno gambizzato l’ad di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi. È questo l’unico caso recente in cui gli anarchici hanno utilizzato un’arma da fuoco. Cospito, riconosciuto come ideologo della Fai, è stato condannato per terrorismo in via definitiva. Le parole d’ordine sue e dei suoi seguaci sono state subito chiare: “Agire qui e ora anche a costo della propria e altrui vita” e che “spargere il terrore tra gli uomini e le donne di potere è cosa buona e giusta”. Il messaggio è diventato presto globale e intorno ad esso si è coagulato il Fronte rivoluzionario internazionale, che ha attecchito in diversi Paesi, dalla Grecia (dove è nata la compagine terroristica della “Cospirazione delle cellule di fuoco”), alla Spagna, dalla Francia all’America latina. Ma oggi anche in Germania questo movimento si sta pericolosamente diffondendo».
La Fai esiste ancora?
«Non ce n’è più bisogno. L’internazionalizzazione della lotta è diventata irreversibile e l’attacco allo Stato è un franchising che chiunque può avviare da casa propria».
La violenza resta, però, il marchio di fabbrica…
«Il modus operandi prediletto rimane quello della “doppia o tripla bomba”, con deflagrazioni programmate a breve distanza tra loro: l’effetto voluto, detto call-back, è quello di colpire, anche in modo letale, gli operatori intervenuti sul luogo dell’attentato».
Cambiamo argomento: che cosa si sa dei foreign fighters italiani impegnati in Ucraina?
«Dal 2022 monitoriamo con attenzione le partenze verso il Donbass. I soggetti interessati, per lo più giovani tra i 20 ed i 40 anni, hanno orientamenti ideologici in prevalenza di estrema destra, ma sono partiti anche combattenti vicini agli ambienti dell’antagonismo. La maggior parte di quelli di estrema destra tende ad arruolarsi con gli ucraini, mentre quelli di estrema sinistra con i russi, che, però, godono anche delle simpatie di Forza nuova».
Di quanti «guerriglieri» stiamo parlando?
«Abbiamo quantificato in un’ottantina il numero dei combattenti/reclutatori e, a quanto ci risulta, di questi sono morti 10 filo-ucraini e quattro filo-russi. Quattordici, invece, sono rientrati in Italia».
Si parla tanto della fascinazione dei giovanissimi per il suprematismo bianco…
«È un fenomeno che prendiamo molto sul serio, anche perché negli Stati Uniti il gruppo The Base è stato riconosciuto come organizzazione terroristica. Tale ideologia attira, con i suoi simboli facili e i messaggi violenti, molti ragazzini che vengono coinvolti attraverso chat criptate come quelle di Telegram. Si formano in questo modo realtà virtuali magmatiche difficili da intercettare e in cui può germogliare il gesto insano di un minore. Per esempio il tredicenne che ha ferito alla gola l’insegnante ha usato metodi tipici dello “school shooting” di origine Usa, dalla diretta video al manifesto programmatico. Noi abbiamo fermato quasi una cinquantina di giovani che sembravano pronti all’azione. In questi casi tendiamo a intervenire il prima possibile e a coinvolgere le famiglie, nella maggior parte dei casi del tutto ordinarie, per evitare la realizzazione di azioni violente».
Analizzando questo campione che cosa avete notato?
«Che l’ideologia è una scusa. Il collante è la passione, stimolata dai videogiochi, per la violenza fine a sé stessa. Abbiamo scoperto ragazzini che avevano visto decine di volte filmati di sgozzamenti realizzati dall’Isis, come se fossero virtuali».
Dunque è vero che c’è una saldatura tra suprematismo ed estremismo islamico?
«Più che una saldatura, hanno un obiettivo comune. Infatti, razzisti e jihadisti hanno lo stesso nemico: gli ebrei».
L’antisemitismo è un elemento che aveva già unito nazisti e mondo arabo ottant’anni fa…
«È così e gli effetti di questi messaggi sulle menti dei giovanissimi sono imprevedibili».
Da quanto tempo si sta diffondendo questa epidemia?
«Purtroppo molti ragazzi sono stati “infettati” durante il lockdown, quando sono rimasti isolati per mesi nelle loro camerette».
Ultima domanda: in questo clima di conflitto sociale permanente c’è la possibilità di vedere rinascere formazioni terroristiche armate come le Brigate rosse?
«Con questo nome non credo. Quella stagione, con il passaggio ufficiale del marchio da una generazione all’altra e relativa benedizione, è finita per sempre. Ma il mondo marxista-leninista non ha smesso di ribollire. E noi restiamo in allerta».
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Matteo Renzi (Ansa)
L’ex Rottamatore esce allo scoperto e tira la volata al sindaco di Genova Silvia Salis alle primarie. «Va fermato Ignazio La Russa al Quirinale».
Era talmente chiara a La Verità la strategia dell’ex premier e leader di Italia viva, Matteo Renzi, che gli sono bastate poche ore per tirare giù le carte. «La disponibilità del sindaco di Genova, Silvia Salis, a correre come candidata premier se invocata da tutti i partiti del centrosinistra è una buona notizia, ma la leadership politica si conquista sul campo, misurandosi con gli altri, non attraverso un’incoronazione. Fossi in lei, mi candiderei alle primarie. Se vince, si prende Palazzo Chigi.
Se non vince, guida una lista riformista che a quel punto va oltre il 10% ed è decisiva per sconfiggere la destra». Renzi lo dice in un’intervista a La Stampa e mette sul tavolo la strategia per riconquistare uno spazio per sé senza metterci la faccia. «Spero che Salis cambi idea e vinca il pregiudizio antiprimarie», ha aggiunto, «i gazebo sono una festa di popolo, non una minaccia».
E poi, per quanto riguarda il candidato premier, aggiunge: «Io sceglierò un candidato riformista. Quindi, né Schlein, né Conte». Proprio quello che scriveva il direttore Maurizio Belpietro. «Il «Bullo» sponsorizza l’ascesa di Silvia Salis così da indebolire Conte e Schlein».
Poi ammorbidisce spiegando che «è evidente che molto dipende dalle regole delle primarie e da ciò che diranno i candidati. Se al secondo turno fossi chiamato a scegliere tra Schlein e Conte, voterei Elly». Ma, precisa Renzi, se vincerà Conte alle primarie, «lo sosterrò lealmente. Questo è il bello delle primarie: chi vince ha il diritto e il dovere di governare». Sui tempi, ipotizza che le primarie si possano celebrare «tra un anno, a marzo 2027. Ma i partiti della coalizione dovrebbero firmare ora una nota congiunta e avviare il tavolo delle regole e del programma».
Ma è nel suo intervento alla kermesse «Le primarie delle idee» che chiarisce quale sia il vero obiettivo: «Sono preoccupato dal fatto che Ignazio La Russa possa essere il prossimo presidente della Repubblica», ha dichiarato senza remore, aggiungendo che «il centrosinistra è chiamato a vincere le prossime elezioni per poter eleggere al Quirinale un presidente europeista e non sovranista». E ci vuole Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, per ricordare che «il presidente La Russa ha sempre credibilmente dichiarato di non essere minimamente interessato all’ipotesi di candidatura a presidente della Repubblica», per far capire quanto sia strumentale il suo discorso. Perché il metodo è sempre lo stesso: crea «il mostro», meglio se sovranista (che fa sempre rima con fascista), e organizza un blocco di opposizione che voti compatto e vinca le elezioni, poi poco importa se si sta insieme senza idee e progetti comuni.
Eppure Renzi mette giù scenari: «Io penso che il centrosinistra avrà ovviamente la presenza del Partito democratico, del Movimento 5 stelle, a sinistra di Avs, e nell’area più centrale riformista, una casa riformista, la chiamo io, che tenga insieme le esperienze di Italia viva e di tanti altri. Secondo me, con questo sistema a quattro gambe, una più centrista, una il Pd, una il Movimento 5 stelle e una più di sinistra come Avs, andiamo a vincere», ha aggiunto. «Ci sono persone del Pd ma anche di altri partiti, ed è bello così. Il nostro è uno spazio aperto senza simboli di partito». Per Renzi è bello così, chi c’è, c’è. Giustamente, considerato che il suo partito supera a malapena il 2%. Poi commenta la leadership del segretario del Pd, Elly Schlein: «È sicuramente un’ottima candidata, ha vinto le primarie nel suo partito qualche anno fa ed è evidente che, se ci saranno le primarie, sarà una delle candidate». Infine, infila una stoccatina a Maurizio Landini: «Se vuole correre alle primarie, cosa che lui ha già detto di non voler fare, avrebbe tutto il diritto di farlo. Ma una cosa è correre alle primarie e un’altra è consegnare il centrosinistra alla Cgil». Perché «chi come me ha altre idee, non lo farà mai: Landini è il benvenuto alle primarie come tutti, ma non si sostituisce il centrosinistra con la Cgil».
«Io sono una persona che, se vuole, può parlare del passato per ore. Non rinnego ciò che ho fatto: sono contento di aver portato Mattarella al Quirinale, Draghi a Palazzo a Chigi e di aver fatto nascere il Conte 2 quando, nell’estate del 2019, sembrava che alla guida del Paese ci dovesse andare Matteo Salvini con il mojito. Ma la questione di fondo che oggi noi abbiamo è il futuro». Più una speranza la sua mentre non risparmia le solite critiche a Giorgia Meloni. «Ci ha detto per anni di essere il ponte tra Italia e Usa e questo ponte è bruciato. Donald Trump ne combina una più di Bertoldo, quindi è evidente che quando Meloni vede che solo il 15% degli italiani approva Trump, lei prende le distanze». Commenta confermando la linea poco chiara delle opposizioni: quando Meloni va d’accordo con Trump è sottomessa e quando non lo fa, agisce per ritorno elettorale. Tutto visto, tutto detto, tutto vecchio per il Rottamatore del Pd che non ce l’ha fatta.
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2026-04-12
Elezioni Ungheria, se Orbán perde è una sberla a Trump ma di sicuro non è la rivincita dell’Ue
Viktor Orbán e sua moglie Aniko Levai votano alle elezioni generali a Budapest (Ansa)
Benché si venda come europeista, lo sfidante del leader ungherese è uomo di destra, attento ai confini e poco favorevole all’ingresso di Kiev nell’Unione. E se la spuntasse, cadrebbe il mito del pericolo di ingerenze russe.
Messaggi su Telegram a favore di Viktor Orbán manovrati dal Cremlino. Una ricerca di Vox Harbor, società di analisi dati, ha rivelato che i post affiliati alla Russia rappresentano una quota significativa dei contenuti filo-Orbán, diffusi tramite Telegram dopo averli tradotti e adattati al pubblico ungherese.
Molte narrazioni rispecchiano le tesi dello stesso primo ministro, ovvero che l’Unione europea vuole minare la sovranità dell’Ungheria, che i leader filo-europei di Kiev stanno complottando contro Orbán, che si cerchi di trascinare l’Ungheria nella guerra tra Ucraina e Russia e che si tenterà di manipolare il risultato elettorale per negargli la vittoria. Obiettivo, dunque, diffondere timore su quello che accadrà se sarà eletto Péter Magyar di Tisza, il principale rivale del premier.
Il Financial Times e il Washington Post avevano già riportato che la Russia avrebbe aiutato il partito di Orbán a vincere le elezioni, promuovendone l’immagine sui social media come «leader forte con amici in tutto il mondo», e screditando il principale rivale, Magyar, fatto passare come un «pupazzo dell’Ue».
Secondo il sito investigativo indipendente russo Agentstvo, quasi la metà del personale dell’ambasciata russa in Ungheria potrebbe avere legami con i servizi segreti. Quindici dipendenti dell’ambasciata hanno confermato di avere contatti con i servizi segreti e altri sei sono sospettati di averne. Il governo di Orbán e Mosca hanno sempre smentito qualsiasi interferenza russa. E Bruxelles ha negato interferenze nella politica ungherese. Di certo, se vince Magyar sarà la dimostrazione che la pressione di Putin non è così influente.
Ieri a Budapest si è svolto l’ultimo comizio del premier uscente. «Stringiamo la mano a un milione di ungheresi e diciamo loro che domani (oggi per chi legge, ndr) ci sono le elezioni, che l’Ungheria ha bisogno di pace e sicurezza, che Fidesz è la scelta sicura», aveva invitato a fare dalle prime ore del mattino. «Se ti fai degli amici, avrai qualcuno su cui contare in caso di problemi. Buone notizie», scriveva sabato il primo ministro sulla sua pagina social, riferendosi al fatto che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in un post pubblicato sulla piattaforma Truth, aveva assicurato a Orbán e al popolo ungherese il suo sostegno.
Magyar ha girato tutto il Paese, senza concedersi una tregua, ma la capitale l’ha lasciata all’ex alleato, al leader che oggi cercherà di sconfiggere. Nei suoi ultimi video, il quarantacinquenne avvocato si è rivolto a coloro che potrebbero essere bersaglio di «ricatti e pressioni da parte di Fidesz», esortandoli a pensare al proprio futuro e a quello dei loro figli. «Anche voi siete cittadini ungheresi liberi, il vostro voto vale esattamente quanto il mio o quello di chiunque altro. Fidesz perderà le elezioni di domenica e non dovrete più temerli», è stato il suo messaggio conclusivo.
Una sua affermazione alle urne sarebbe uno smacco per Trump ma non è affatto certo che rappresenti una vittoria dell’Unione europea. Magyar è stato il leader dell’opposizione a Orbán però rimane sempre uomo di destra. Si descrive come un liberale e un europeista, eppure è ben determinato a non cedere su sovranità nazionale e controllo dei confini, quindi non sarà molto compiacente verso Bruxelles. In campagna elettorale ha preferito concentrarsi su temi dell’economia e della corruzione nel suo Paese. Quanto al conflitto russo-ucraino, Magyar ha più volte espresso posizioni non dissimili dal premier uscente, schierandosi contro all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue e a nuovi miliardi a Kiev.
Ha fatto della lotta alla corruzione, del ripristino dello Stato di diritto gli argomenti principali del programma Tisza. Di frodi, provocazioni o eventi che potrebbero influenzare il voto, di video che riprendono presunti pagamenti e distribuzioni di pacchi di viveri se ne è continuato a parlare fino alle ultime battute di questa campagna elettorale.
Tra i veleni dell’ultima ora, sparsi sui social, non è passato certo inosservato il post dell'ex moglie di Péter Magyar e già ministro della Giustizia, Judit Varga. Non ha dichiarato che voterà per Fidesz, ma l’ha fatto capire chiaramente: «Io voto per la pace, non per la guerra. Per la pace, non per il caos. Per il vero amore, non per la manipolazione. A coloro che costruiscono la nazione, non ai distruttori e a coloro che incitano gli ungheresi contro gli ungheresi. Alla resistenza silenziosa, non al tradimento sfacciato. Forza Ungheria!», ha scritto pubblicando una sua foto sorridente al bar.
Oggi l’Ungheria vota ma le polemiche non finiranno presto. Il portavoce del governo, Zoltán Kovács, ha condannato la scelta di Magyar di riunirsi la notte elettorale a piazza Batthyany, di fronte al Parlamento e a pochi minuti dalla residenza del premier. «Bastano pochi minuti a piedi per passare dall’osservare i risultati all’agire», ha avvertito, alludendo al rischio che, nel caso di esito sfavorevole per Tisza, «in un momento di tensione la reazione si trasformi in escalation».
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