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2026-05-20
Alessandro Cannevale: «Nel carcere di Perugia intercettati i dialoghi tra avvocati e detenuti»
Ansa
Il legale, che assiste una collega indagata con un cliente in cella, denuncia la violazione dei diritti di difesa: «Registrazioni in tutte le sale colloqui anche senza autorizzazione del giudice. Così si avvantaggia l’accusa».
Il carcere di Perugia è diventato una specie di Grande fratello per avvocati e detenuti. Purtroppo a loro insaputa. Forse sarebbe meglio parlare di un Panopticon, il carcere «ideale» pensato nel 1791 dal filosofo inglese Jeremy Bentham. Prevedeva una torre centrale di sorveglianza e celle disposte in modo circolare: nel progetto un solo guardiano poteva osservare tutti i prigionieri senza essere visto, creando un controllo costante e invisibile che induceva l’autodisciplina.
In Sorvegliare e punire Michel Foucault aveva criticato fortemente una forma di potere basata su tale modello, liquidandolo come la metafora perfetta della società moderna.
Cinquant’anni dopo eccoci qua a discutere di un carceriere occhiuto come mai rilevato nell’Italia repubblicana.
Ne parliamo con l’avvocato Alessandro Cannevale, ex procuratore di Spoleto. Il quale ha scoperto una presunta invasione di campo dei suoi ex colleghi di Perugia, in un fascicolo avviato dall’attuale procuratore reggente Gennaro Iannarone.
Cannevale, insieme con le colleghe Silvia Egidi e Silvia Lorusso, difende l’avvocato Daniela Paccoi, accusata di far parte di un’associazione dedita al traffico di stupefacenti. Durante le indagini sono stati intercettati i colloqui in carcere della Paccoi e di un suo collega di studio (non indagato, ndr) con un loro cliente, G. C., accusato di far parte di quella stessa organizzazione».
Avvocato ritiene che i diritti della difesa siano stati violati?
«Nonostante il codice di procedura penale lo vieti senza eccezioni, i giudici della Cassazione hanno stabilito che è ammissibile l’intercettazione dei colloqui fra legale e cliente, purché costituiscano essi stessi reato e non riguardino la strategia difensiva. Se nel nostro caso sussistessero o meno le condizioni per intercettare i due avvocati ne discuterò all’interno del procedimento, se sarà necessario. Confido che l’innocenza dell’avvocato Paccoi sarà riconosciuta».
Qual è allora il problema?
«In questo caso, purtroppo, ho rilevato un’altra violazione del diritto di difesa. Credo che sia giusto renderla pubblica perché non riguarda le accuse rivolte all’avvocato Paccoi e interessa tutti gli indagati e tutti i legali che fanno o potrebbero fare colloqui in carcere, o almeno nella casa circondariale di Perugia».
Partiamo dall’inizio…
«Dagli atti del procedimento risulta che il pm abbia chiesto e ottenuto solo l’autorizzazione a intercettare le conversazioni tra la Paccoi e il suo cliente nella sala colloqui del carcere. Come difesa stiamo ascoltando tutte le registrazioni, comprese quelle derubricate dalla stessa polizia giudiziaria come “non trascritte e non utili alle indagini”. E lo stiamo facendo perché non possiamo accontentarci della valutazione degli investigatori: ciò che non è utile alle indagini può esserlo per la difesa».
E che cosa avete scoperto?
«Abbiamo verificato con stupore che tra le conversazioni registrate e, successivamente, “scartate” non ci sono solo i colloqui di G.C. con i suoi avvocati, ma anche decine di conversazioni di altri reclusi con i loro legali».
Può dare qualche numero?
«La collega che sta sentendo le registrazioni ha già verificato che sono stati intercettati 28 incontri di detenuti diversi da G.C. La maggioranza di loro non era a colloquio con la collega Paccoi, né con avvocati da lei delegati, ma con almeno altri sei difensori. I clienti, contando sul segreto professionale, si sono confidati con i propri legali, a cui hanno rivelato anche fatti intimi estranei ai reati dei quali erano accusati».
A che cosa si riferisce?
«Per esempio in quelle chiacchierate possono essere state affrontate questioni di cui si fa fatica a parlare anche con i parenti, come le condizioni di salute o i problemi famigliari. Ma non posso entrare nei particolari, anche perché quando la collega si è resa conto di che cosa stesse sentendo, ha interrotto l’ascolto…».
Lei ha fatto il pm per moltissimi anni. Non le era mai capitata una vicenda analoga?
«Sinceramente no. E non ho ancora finito di raccontare…».
Prego…
«Come è ovvio l’oggetto principale di tali colloqui era l’elaborazione delle strategie difensive che indagati e imputati avevano tutto il diritto di non anticipare all’accusa».
Non può essersi trattato di un errore?
«Se così fosse, ci troveremmo di fronte a una lunga e clamorosa sequenza di sbagli, ma non è questo il punto. Errore o meno, sia l’ascolto che la registrazione di tali conversazioni si potevano e si dovevano evitare. Il codice stabilisce che il pubblico ministero indichi alla polizia giudiziaria “le modalità delle operazioni”. In questo caso poteva benissimo ordinare di attivare la registrazione solo quando la Paccoi e il suo cliente si fossero accomodati nella sala colloqui. Nel momento stesso in cui uno dei due fosse uscito, la captazione andava fermata».
Le risulta che il carcere perugino sia oggetto di un controllo continuo?
«L’unica cosa di cui sono certo è che sono state sottoposte a intercettazione tutte e quattro le sale colloqui del carcere di Capanne. Non so, invece, perché non è desumibile dai verbali delle operazioni, se le microspie siano stabilmente installate in quelle stanzine o se siano state montate per l’occasione».
Era difficile evitare intercettazioni non autorizzate?
«Assolutamente no. Gli operatori avrebbero potuto controllare gli ingressi mediante una o più telecamere. Se non erano in grado di farlo, non avrebbero dovuto nemmeno iniziare. Non basta. In mancanza di occhi elettronici, ritengo che la direzione del carcere non avrebbe dovuto autorizzare l’installazione delle microspie nelle sale colloqui».
Ci sono norme ad hoc che regolano questo tipo di attività?
«Dal 2024 la legge impone l’immediata interruzione delle operazioni non appena risulti che l’intercettazione è vietata. Ciò, secondo me, significa che, almeno quando si fanno captazioni nella sala colloqui di un carcere, non si può registrare un dialogo e ascoltarlo in un secondo momento: bisogna sentirlo in diretta e interrompere ascolto e registrazione non appena si comprende che si stanno intercettando le persone sbagliate. Bisogna che gli inquirenti si prendano questo disturbo, se proprio vogliono sentire ciò che un detenuto dice al suo difensore».
Ma lei è sicuro che siano stati sentiti anche gli audio di altri avvocati e clienti?
«Credo proprio di sì, altrimenti la polizia giudiziaria come avrebbe potuto attestare la loro inutilizzabilità nei brogliacci? Poi quegli stessi file sono stati messi a disposizione anche di noi difensori, che a nostra volta non avremmo avuto titolo per sentirli».
In conclusione, a Perugia ritiene che sia stato commesso un reato?
«Se dobbiamo affidarci al “diritto vivente” direi proprio di no».
Che cosa è il «diritto vivente»?
«Sostanzialmente è l’insieme dei principi consolidati affermati da più sentenze della Cassazione, specie quando intervengono le Sezioni unite».
Quindi sono le regole che i magistrati si danno da soli?
«È proprio così. Secondo le sentenze della Cassazione la sala colloqui di un carcere non è un luogo di privata dimora, neanche quando il detenuto parla con il suo avvocato. Ma io credo che l’intercettazione illegittima di comunicazioni fra l’accusato e il difensore sia un’ingerenza diretta nella vita privata vietata dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, oltre che una violazione dei diritti della difesa. E queste, secondo me, erano decisamente intercettazioni illegittime, visto che il giudice non le aveva autorizzate. Mi pare sia così anche per il “diritto vivente”».
Ha riscontrato ulteriori anomalie?
«Un altro cliente illegittimamente intercettato dell’avvocato Paccoi, che chiamerò signor X, era imputato in un processo trattato dallo stesso magistrato che aveva in carico le indagini contro la mia assistita. Non so se gli operatori abbiano ascoltato interamente i colloqui fra la Paccoi e il signor X, né se abbiano riferito il contenuto delle conversazioni al pm. Però so che in quel colloquio i due hanno discusso la strategia difensiva da adottare nel processo. Il fatto stesso che l'ufficio del pubblico ministero fosse nelle condizioni di conoscere in anticipo le mosse della difesa, a mio avviso, ha garantito all’accusa, una posizione di indebito vantaggio».
Ma se non è un reato, i pm non pagheranno il fio…
«In verità la Corte europea prende molto sul serio il tema delle garanzie, tanto che l’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo vieta espressamente agli inquirenti di prendere conoscenza del contenuto di comunicazioni fra avvocato e cliente. Nella controversia tra Cyrille Laurent e lo Stato francese è stato riconosciuto dalla Corte di Strasburgo il diritto alla riservatezza di una comunicazione scritta tra un imputato e il suo legale».
Mi sta anticipando che intende presentare ricorso alla Cedu?
«Non ho ricevuto questo mandato dall’avvocato Paccoi. Quanto agli altri difensori intercettati e ai loro assistiti, non sanno neppure di essere stati ascoltati e registrati dalla polizia giudiziaria. E suppongo che non lo sapranno mai, il “diritto vivente” non prevede che ne siano informati».
Si rivolgerà al Csm?
«Non mi interessa che i magistrati vengano puniti, quanto che vengano riconosciuti dei principi di civiltà giuridica. Che in questo caso sono stati calpestati».
Forse il Sì al referendum avrebbe permesso di provare a porre rimedio a simili storture?
«Ormai il popolo ha deciso. Ma è stata un’occasione persa».
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Beppe Sala (Ansa)
Dem contro la Regione per il no al patrocinio al Pride. Ma Sala ha una giunta lacerata: l’ultimo strappo sul gemellaggio con Tel Aviv.
Per capire su che cosa sia ancora d’accordo il centrosinistra milanese non bisogna guardare a San Siro, né al gemellaggio con Tel Aviv. Bisogna aspettare il Pride del 27 giugno. Solo lì la coalizione guidata da Beppe Sala sembra ritrovare un linguaggio comune e una linea condivisa. Regione Lombardia nega il patrocinio. Palazzo Marino annuncia che lo concederà. E Sala attacca il Pirellone: «Io non ho più parole. Lo trovo semplicemente assurdo». L’assessore Lamberto Bertolé rivendica una Milano «dalla parte dei diritti, contro ogni discriminazione, senza ambiguità».
È l’immagine più comoda per il centrosinistra. Ma anche la più impietosa. Perché arriva mentre il resto della maggioranza è ormai allo sbando. O meglio, non esiste più. Anche perché sullo sfondo, poi, non c’è solo la linea politica dell’ultimo anno di mandato. C’è anche una partita molto più concreta, quella di salvare la cadrega. Nel Pd milanese la corsa al 2027 è già partita, tra successione a Sala e lotta per le 48 poltrone del Consiglio comunale. Il nodo è la regola dei due mandati, che può bloccare molti uscenti ma lascia spazio a deroghe, trattative e inevitabili tensioni.
Sono più tranquilli i primi mandati come Michele Albiani, Federico Bottelli, Luca Costamagna, Elisabetta Nigris, Valerio Pedroni e Monica Romano. Più delicata la posizione di nomi pesanti come Beatrice Uguccioni, Diana De Marchi, Bruno Ceccarelli, Roberta Osculati, Alice Arienta e Angelo Turco. Per alcuni la partita è politica, per altri è anche personale: capire se ci sarà ancora posto nelle liste, se servirà una deroga, chi avrà la forza di ottenerla e chi resterà fuori.
Del resto, il voto sul gemellaggio tra Milano e Tel Aviv ha reso pubblico ciò che a Palazzo Marino era già evidente, cioè che l’ultimo anno di Sala sarà una verifica politica permanente. Lunedì l’ordine del giorno per interrompere il gemellaggio è stato bocciato con 21 voti contrari e 17 favorevoli. La linea del sindaco, favorevole a mantenere il rapporto istituzionale con Tel Aviv, ha retto. La coalizione no.
Il Pd si è spaccato. I Verdi hanno tirato dritto. Una parte del centrosinistra ha votato per la rottura simbolica con Israele, un’altra ha difeso la diplomazia municipale. Sala ha vinto il voto, ma ha perso la scena politica. Il giorno dopo, infatti, non ha parlato da vincitore: «Non mi sento vincitore. Mi sento amareggiato». Poi ha scelto una parola pesante: «frattura». A irritarlo sono state soprattutto le parole della capogruppo dem Beatrice Uguccioni, che in aula aveva accusato i «piani alti» di avere neutralizzato la precedente volontà del Consiglio sullo stop al gemellaggio. Sala le ha definite «improprie» e ha posto il problema in termini netti: «Se dobbiamo essere gli uni e gli altri, separati, va bene, ragioniamo e capiamo se possiamo essere una cosa sola o no».
Alessandro Capelli (Pd) nega che il voto sia stato «un atto di distacco nei confronti del sindaco o di sfiducia del suo operato», mentre Uguccioni rivendica il «senso di responsabilità» dei democratici e assicura che «c’è ancora da lavorare per Milano». Ma la ricomposizione assomiglia più a un contenimento del danno che a una soluzione. Più che una coalizione, sembra ormai una trattativa permanente tra pezzi che si preparano al dopo Sala.
C’è poi un dettaglio politico. Il primo cittadino ha difeso il mantenimento del gemellaggio, ma non era in aula al momento del voto. Il consigliere di Fratelli d’Italia Enrico Marcora si pone la domanda più semplice: «Dov’era il sindaco durante un voto che sostiene così importante?». Non è solo una questione di presenza. È il segno di una distanza tra il sindaco e la sua stessa maggioranza.
Il caso Tel Aviv arriva dopo San Siro. Anche lì la giunta aveva portato a casa il risultato, ma con numeri stretti, voti contrari interni e una coalizione lacerata. Lo stadio ha diviso il centrosinistra sull’idea di città: urbanistica, grandi operazioni, rapporto con i privati. Tel Aviv lo divide sulla politica internazionale: Gaza, Israele, Palestina, identità internazionale di Milano. In mezzo resta Sala, sempre più solo nel ruolo di sindaco uscente. I civici difendono la linea del dialogo. I Verdi rivendicano la rottura. Il Pd prova a tenere insieme coalizione e posizionamento futuro. Le opposizioni chiedono le dimissioni.
Samuele Piscina, consigliere comunale della Lega, parla di maggioranza «ufficialmente saltata». Quando Sala dice che «qualcosa si è rotto» e accusa il Pd di avergli votato una sfiducia in aula, «il re è nudo». Per Piscina: «più che una Giunta comunale, ormai Palazzo Marino sembra un condominio in autogestione durante un’assemblea straordinaria finita a piatti in faccia».
Il punto, ora, è il dopo. Le primarie del centrosinistra sono già entrate in Consiglio comunale. L’ultimo sondaggio Youtrend dice che la coalizione resta favorita a Milano, con il Pd al 27,3% e Avs al 12,4%, ma segnala anche che la vera partita è interna: Pierfrancesco Majorino è avanti tra gli elettori di centrosinistra con il 35%, seguito da Mario Calabresi al 31%. Se le primarie si faranno, non serviranno solo a scegliere un candidato. Diranno che centrosinistra sarà. Alla fine del secondo mandato, Sala non sembra più controllare il campo politico che aveva costruito. Nel 2021 aveva promesso una Milano «sempre più contemporanea, verde e giusta», capace di tenere insieme crescita, diritti e coesione. Cinque anni dopo, il Pride rischia di essere l’ultima fotografia di famiglia, un po’ poco per una coalizione che prometteva di ridisegnare Milano.
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Laura Ravetto (Ansa)
Il partito del generale ha già raggiunto i 50.000 iscritti. Numeri notevoli, ma snobbati dalla maggioranza. Grave errore, perché l’ex parà attira i voti delle periferie e dei disillusi che si aspettavano di più dall’esecutivo.
La notizia del giorno è che Laura Ravetto, deputata della Lega (con un lungo passato in Forza Italia), passa nel partito di Vannacci, Futuro nazionale. Certo, questa è una notizia degna di rispetto perché la parlamentare è certamente conosciuta anche al pubblico televisivo da diversi anni. Fin qui siamo alla notizia del giorno. Ma c’è la notizia non del giorno, ma di questi mesi, ed è che Vannacci sta salendo molto in fretta col suo partito.
Tanto per fare un esempio, da febbraio, mese della fondazione del partito di Vannacci ad oggi, neanche quattro mesi, gli iscritti sono arrivati a quota 50.000. Pensate che il Partito democratico oscilla tra i 120 e i 130.000 iscritti. Trattasi di partito che con questo nome ha già un discreto numero di anni alle spalle (nato nel 2007) e, soprattutto, gode di una tradizione ben precedente all’attuale Pd.
Cinquantamila iscritti in poco meno di quattro mesi significa 12.500 iscritti al mese, e chiunque bazzichi o abbia bazzicato la politica, soprattutto da militante di base, sa perfettamente che è sempre più difficile raggiungere numeri tipo questi nella iscrizione, tramite quelle che una volta si chiamavano «tessere», a una formazione politica o partito che dir si voglia, anche perché l’iscrizione costerà pur poco, ma qualcosa costa.
Considerando che la formazione di Vannacci certamente parte senza grandi capitali alle spalle e con una struttura assolutamente minimale, non c’è dubbio che il partito Futuro Nazionale si configura come un partito del leader.
Ora, c’è da dire che qualcuno fa ancora spallucce nel centrodestra e la frase più ricorrente è quella di chi si interroga, chiedendosi retoricamente, «ma dove vuoi che vada Vannacci? Andrà sicuramente a sbattere». Io penso che sia arrivato il momento per i componenti del centrodestra di porsi un problema, perché 50.000 tessere e, verosimilmente, in quattro mesi, lo ripeto, arrivare tra il 3,5 e il 4%, cioè un po’ più di Renzi e un po’ meno di Calenda, dovrebbe far riflettere.
Tra l’altro, l’ex parà generale Vannacci va pochissimo in televisione, ma riempie le piazze e popola i social in modo molto rilevante. Mi ha colpito molto vedere due piazze stracolme in due città diverse ma che, certamente, non possono che porre degli interrogativi. Una è quella di Salerno, feudo totale di Vincenzo De Luca da sempre e almeno fino a oggi. È una città da sempre guidata dal Pd e comunque dalla sinistra, che l’allora sindaco, e poi governatore De Luca, per riconoscimento sostanzialmente unanime, aveva trasformato in meglio. Tra l’altro, da sinistra, con un approccio che oggi si chiamerebbe «securitario», allora fu chiamato «lo sceriffo» e altri epiteti vari. Ma non fu colto ciò che lui aveva colto e cioè l’emergere prepotente del problema della sicurezza nelle città, piccole o grandi che fossero.
Ecco, che in questa città Vannacci riempia le piazze con un suo cavallo di battaglia che, quanto a quello identitario, è certamente quello della sicurezza, derivante anche dai problemi dell’immigrazione, beh, a qualcuno del centrodestra non è venuto in mente che questo episodio rivela qualcosa di significativo?
L’altra città che mi ha molto colpito è quella di Ferrara, a guida leghista, cioè il partito dal quale proviene e dal quale si è distaccato Vannacci, dopo essere stato portato ai vertici e sfruttando quella posizione per farsi conoscere fino a ritenere di avere una forza consensuale tale da poter farsene uno personale (di partito). Ebbene, quella piazza stracolma di Ferrara forse vuol dire ancora di più della piazza di Salerno.
Perché scrivo questo? Per una ragione semplicissima. Non posso, evidentemente, sapere se Vannacci possa pescare nel bacino di centrosinistra, ma mi pare abbastanza improbabile. È pur vero che Vannacci tocca temi che interessano più la povera gente che non i ricchi, in quanto la maggior parte delle problematiche sociali, alla fine, ricadono sulle periferie. Ma non v’è dubbio che il bacino fondamentale dal quale attinge consensi Vannacci è fatto di due componenti. Il primoè quello degli elettori di centrodestra che avrebbero voluto vedere più decisione nei confronti della sicurezza e dell’immigrazione e soprattutto più risultati concreti. Il secondo è quello di coloro, la maggior parte, degli abitanti nelle periferie delle metropoli che non votano più perché non si fidano più di nessuno. Sono troppi anni che la loro condizione di vita non migliora e, semmai, peggiora.
Vedete, io penso che per capire l’ascesa di Vannacci bisogna guardarlo da una periferia disagiata e non dai palazzi del potere o dal centro delle città, perché altrimenti lo si sottovaluta e, soprattutto, non si comprendono le ragioni di coloro che aderiscono al suo «progetto» politico. Vannacci non ha nulla da perdere. Tant’è vero che se avete notato non si sottrae mai a nessuna domanda dei giornalisti. Risponde con tono pacato, magari dicendo cose di una radicalità inaccettabile, ma risponde con gentilezza su tutto ciò che gli viene chiesto. Non sta a me decidere i rapporti o non-rapporti del centrodestra con Vannacci. Errore grave, da matita blu, sarebbe quello di prenderlo sottogamba, perché qualcuno potrebbe trovarsi il femore spezzato.
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