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2026-03-11
Trump si gioca il «jolly» Putin per frenare i costi energetici e sgambettare ancora la Cina
Vladimir Putin (Ansa)
Il tycoon ha offerto di allentare le sanzioni sul greggio, lo zar ha avanzato «proposte» per risolvere la crisi in Medio Oriente. E con Pezeshkian ha invocato la de-escalation.
Dalle acque bollenti del Golfo Persico a quelle ghiacciate che bagnano l’Alaska, il passaggio non è più lungo di una telefonata. Come quella di lunedì sera tra Donald Trump e Vladimir Putin. Ed è significativo che a comporre il numero del Cremlino sia stato l’inquilino della Casa Bianca: in pubblico, il presidente americano elogia la campagna militare in Iran, che sarebbe in anticipo sui tempi, anzi, è «quasi finita»; sottotraccia, nell’amministrazione serpeggia l’angoscia per le conseguenze politiche di un conflitto senza una chiara strategia d’uscita. Mentre Benjamin Netanyahu insiste per combattere a oltranza, l’establishment repubblicano inorridisce di fronte al prezzo della benzina, già passato a quasi 3 dollari e 50 al gallone dai 2,30, o in alcuni casi gli 1 e 99, di cui Trump si era vantato nel suo discorso sullo stato dell’Unione. Ecco perché lo spirito di Anchorage, con la stretta di mano allo zar dell’agosto 2025, più che per risolvere la crisi in Ucraina, può adesso diventare un jolly nella delicata partita che si gioca attorno agli idrocarburi. E anche nella competizione a distanza di Washington con la Cina. Che osserva la potenza militare a stelle e strisce con la mente a Taiwan.
Pechino acquista più della metà del suo oro nero in Medio Oriente. E quei barili transitano dallo stretto di Hormuz. Guarda caso, il regime di Xi Jinping ha provato a trattare con gli ayatollah un salvacondotto per le proprie petroliere. Se fossero confermate le minacce dei pasdaran, presto dovrebbe farsi consegnare pure la mappa delle mine che Teheran intenderebbe piazzare. I cinesi possiedono scorte per tre-quattro mesi, ma dopo il blitz degli statunitensi in Venezuela, Paese dal quale importavano circa il 5% del loro fabbisogno, il mercato alternativo più sicuro è la Russia. In un frangente così delicato, Putin avrebbe margine per scucire prezzi vantaggiosi. Dopodiché, Mosca è consapevole che la sostituzione dello sbocco europeo con quello asiatico comporta un onere: diventare, da potenza in declino ancorché gigante delle risorse naturali, vassalla della Cina.
È su questi timori che deve aver fatto leva Trump, nel tentativo di portare un po’ di sollievo sui mercati. L’esca l’aveva fornita il leader russo, offrendo al Vecchio continente la riapertura dei rubinetti di gas e petrolio, purché a fronte di una «collaborazione a lungo termine». Il tycoon ha raccolto l’assist e ha confermato la disponibilità a rinunciare «ad alcune sanzioni legate al petrolio per ridurre i prezzi», anche se, stando alla ricostruzione del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, i due presidenti non hanno discusso a lungo della questione. Di sicuro, il focus del loro confronto non è stato il destino del Donbass, tanto che The Donald, sempre secondo la parte russa, non avrebbe chiesto il cessate il fuoco in Ucraina. Mosca ha ribadito di essere pronta a «fornire assistenza» per una rapida risoluzione della crisi in Medio Oriente. Putin, anzi, avrebbe presentato delle proposte a Trump, che Peskov non ha voluto «specificare ulteriormente». Forse, gli sforzi di mediazione hanno iniziato a concretizzarsi già ieri, quando il ministro degli Esteri dello zar, Sergej Lavrov, ha sentito l’omologo iraniano, Abbas Araghchi. Con quest’ultimo, ha definito «aggressione ingiustificata» la campagna bellica di Usa e Israele, ma ha pure espresso preoccupazione per la «frattura» che si sta aprendo tra Teheran e gli Stati del Golfo, oltre al «rammarico per il fatto che i civili e le infrastrutture civili in molti Paesi della regione stiano soffrendo a causa dei combattimenti». Non è difficile cogliere un’allusione agli attacchi contro le raffinerie e al blocco dei traffici via Hormuz. Putin, poi, ha contattato Masoud Pezeshkian: col presidente iraniano ha invocato «una rapida de-escalation».
La mano tesa di Trump è segno di debolezza. Gli Stati Uniti hanno bisogno di sfilarsi in fretta da una guerra a trazione ideologica israeliana. Ma The Donald conosce le vulnerabilità di Putin, che non è isolato però non è esattamente in buona compagnia con Xi; e che sul suo fronte di guerra, negli ultimi mesi, ha ricominciato a perdere terreno in favore della resistenza ucraina. Ingolosirlo con la prospettiva del reintegro nel sistema occidentale, che era uno dei punti dell’intesa negoziata in Alaska, potrebbe distoglierlo dalla tentazione denunciata ieri da Volodymyr Zelensky: «Aumentare i rischi di una guerra prolungata in Medio Oriente, al fine di ridurre al minimo la pressione internazionale sulla Russia per la guerra contro l’Ucraina». Trump ha dato allo zar una finestra, sorvolando sul supporto d’intelligence russo ai bombardamenti iraniani, il segreto di Pulcinella che il Cremlino ha negato con il tycoon e che, ieri, non ha commentato. Ora Putin deve scegliere: stare al gioco degli Usa e allontanarsi dalle fauci del Dragone; oppure mantenere la linea oltranzista, sapendo che dopo le batoste di Damasco e Caracas, difendere fino alla fine Teheran potrebbe tradursi nell’ennesimo smacco strategico.
In mezzo ai due fuochi, c’è l’Europa. Che per la verità continua a comprare dai russi sia il petrolio sia il Gnl, del quale sono i principali acquirenti Belgio, Spagna e Francia. Il presidente del Consiglio Ue, António Costa, ha fiutato l’aria che tira: «Finora», ha lamentato, «c’è un solo vincitore in questa guerra: la Russia», che lucra sull’aumento dei prezzi dell’energia e «trae vantaggio dalla ridotta attenzione al fronte ucraino». Per Bruxelles, il pericolo cinese sembra non esistere. Lo dimostrano i numeri sul commercio dei primi due mesi dell’anno: l’export di Pechino verso l’Ue è aumentato del 27,8%. Dopo le acque del Golfo e le acque artiche, c’è l’acqua della colonia che stiamo per diventare.
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Giorgia Meloni, Keir Starmer e Friedrich Merz (Ansa)
Il premier britannico contatta i due leader, assente Macron. Ma Teheran sarebbe pronta a minare lo Stretto Washington: «Conseguenze mai viste». L’Italia prende il comando della missione Aspides davanti allo Yemen.
Si accelera la corsa contro il tempo per garantire la sicurezza dello stretto di Hormuz e contenere le ripercussioni sull’economia globale, mentre l’Iran tiene sotto scacco l’area.
È in questo contesto che si inserisce il coordinamento tra l’Italia, il Regno Unito e la Germania. Il governo britannico ha reso noto che il premier Keir Starmer, nella serata di lunedì, ha avuto un colloquio telefonico con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e con il cancelliere tedesco, Friedrich Merz. I tre leader, come si legge nel comunicato, «discutendo dello Stretto di Hormuz, hanno concordato sull’importanza vitale della libertà di navigazione per le navi in queste acque» e di «collaborare strettamente nei prossimi giorni per far fronte alle minacce iraniane». A tal riguardo, un portavoce di Downing street ha poi specificato: «Il Regno Unito sta collaborando con i nostri alleati su una serie di opzioni per supportare la navigazione commerciale attraverso lo Stretto». A destare stupore è l’assenza del presidente francese, Emmanuel Macron, nella telefonata. Anche perché aveva dichiarato di essere al lavoro con i partner per «una missione puramente difensiva» per riaprire lo Stretto di Hormuz e scortare le navi.
Tornando al colloquio telefonico, non è chiaro esattamente quali misure siano state prese più in considerazione dai tre leader, se il dispiegamento di scorte navali o coperture assicurative adeguate per gli operatori. Va detto che il Regno Unito sembra già essersi mosso sul secondo aspetto visto che la scorsa settimana il cancelliere dello Scacchiere e il segretario economico del Tesoro si sono consultati con uno dei principali mercati assicurativi al mondo, i Lloyd’s di Londra. La posizione italiana si delinea nella bozza di risoluzione del centrodestra sulle comunicazioni in aula oggi di Meloni: l’esecutivo si impegna a «sostenere, anche attraverso iniziative coordinate nell’ambito dell’Unione europea e in cooperazione tra gli Stati membri, i partner della regione del Golfo colpiti dagli inaccettabili attacchi portati dal regime iraniano, prevedendo, qualora tali aggressioni dovessero proseguire, anche forme aggiuntive di assistenza in materia di difesa, protezione delle infrastrutture critiche e supporto logistico».
Nel frattempo, per scortare il traffico mercantile europeo, l’Italia si prepara la prossima settimana a prendere il comando della missione navale Aspides con la nave Rizzo che si trova davanti alle coste dello Yemen, nel Mar Rosso.
A lavorare sulla libertà di navigazione nell’area strategica sono in primis gli Stati Uniti: stanno valutando «una serie di opzioni» per scortare le navi attraverso lo stretto di Hormuz. Tuttavia, è stata ufficialmente smentita dalla Casa Bianca la notizia diffusa dal segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, secondo cui la Marina militare statunitense avrebbe accompagnato ieri una petroliera. La situazione già fragile potrebbe ulteriormente precipitare: come riportato da Cbs, l’intelligence americana crede che Teheran si stia preparando per dispiegare le mine lungo lo Stretto. «Se l’Iran ha messo mine nello stretto di Hormuz, di cui non abbiamo segnalazioni, le rimuova immediatamente» altrimenti »le conseguenze militari daranno a livelli mai visti prima. Se le rimuove, invece, sarebbe un passo nella giusta direzione», ha commentato il presidente Usa Donald Trump. Di certo sono arrivate altre minacce. Il capo della sicurezza iraniana, Ali Larijani, ha scritto su X che Hormuz sarà «uno Stretto di pace e prosperità per tutti oppure sarà uno Stretto di sconfitta e sofferenza per i guerrafondai».
Nel frattempo, oltre alla situazione dello Stretto, i Paesi del Golfo devono affrontare i raid iraniani contro le raffinerie petrolifere. Bloomberg ha messo in luce la riduzione della produzione giornaliera di petrolio. In particolare, l’Arabia Saudita ha diminuito la produzione tra 2 e 2,5 milioni di barili al giorno e gli Emirati Arabi Uniti hanno tagliato la loro produzione di 500.000-800.000 barili. A sollevare l’allarme è stata la compagnia petrolifera saudita Aramco. Pur rassicurando che il gruppo continuerà a esportare il 70% della sua produzione di greggio, l’amministratore delegato di Aramco, Amin Nasser, ha avvertito che «ci sarebbero conseguenze catastrofiche per i mercati petroliferi mondiali tanto più a lungo durerà il blocco e più drastiche saranno le conseguenze sull’economia globale».
Spostandoci negli Emirati Arabi Uniti, il colosso petrolifero statale di Abu Dhabi, Adnoc, si è trovato costretto a sospendere le attività nella raffineria di Ruwais, a causa di un incendio scoppiato dopo un attacco con droni. E in Iraq, le autorità hanno sottolineato esplicitamente di essere alla ricerca di rotte «alternative» per esportare il petrolio.
Missili e droni iraniani sono stati lanciati di nuovo contro gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein, il Kuwait, con le difese aeree che hanno più volte risposto ai vettori. Doha ha intercettato cinque missili, mentre Abu Dhabi ne ha abbattuti otto e distrutto 26 droni. Peraltro, il Teheran Times ha riferito che una petroliera sarebbe esplosa al largo di Abu Dhabi. E in soccorso dei Paesi del Golfo, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha annunciato che questa settimana arriveranno gli esperti militari di Kiev ad Abu Dhabi, Doha e Riad per condividere le loro competenze sulla distruzione dei droni. E pure l’Australia è pronta a inviare aiuti: arriveranno nel Golfo infatti missili aria-aria, un aereo da sorveglianza e il personale di supporto dell’Australian defence force.
L’aumento delle bollette energetiche legato alle tensioni in Medio Oriente preoccupa le famiglie italiane. Secondo Eumetra, il 68% ridurrebbe altre spese, dal tempo libero all’abbigliamento, e quasi un quarto potrebbe rinviare visite mediche o controlli dentistici.
Le tensioni in Medio Oriente e il rischio di nuovi rincari dell’energia tornano a pesare sulle preoccupazioni delle famiglie italiane. Se le bollette di luce e gas dovessero aumentare tra il 10 e il 20 per cento, due famiglie su tre sarebbero costrette a ridurre altre spese. È quanto emerge da una ricerca realizzata da Eumetra subito dopo l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, che prova a misurare gli effetti delle tensioni geopolitiche sui bilanci domestici.
Secondo l’indagine, solo una minoranza degli italiani ritiene di poter assorbire senza particolari difficoltà un aumento delle bollette energetiche. Il 12 per cento lo considera sostenibile, mentre il 39 per cento parla di una situazione gestibile ma a prezzo di sacrifici. Più critica la posizione di chi teme un impatto pesante: il 31 per cento giudica l’aumento difficile da sostenere e un ulteriore 18 per cento lo definisce addirittura molto critico. Le difficoltà risultano più marcate tra le donne e nelle regioni del Sud e delle Isole. La quota di chi definisce la situazione “molto critica” è invece più elevata nel Centro Italia.
L’effetto immediato sarebbe un taglio ai consumi. Il 68 per cento degli intervistati afferma infatti che dovrebbe ridurre altre spese per compensare l’aumento dei costi energetici, mentre il 32 per cento ritiene che i propri comportamenti di consumo resterebbero invariati. Anche in questo caso emergono differenze di genere: tra gli uomini il 63 per cento prevede di comprimere altre spese, percentuale che sale al 72 per cento tra le donne. I tagli riguarderebbero soprattutto il tempo libero e le uscite, indicati dal 71 per cento di chi prevede di ridurre i consumi. Seguono la riduzione dell’energia domestica (64 per cento) e le spese per abbigliamento e accessori (62 per cento). Quasi la metà degli intervistati, il 49 per cento, limiterebbe invece spostamenti e trasporti non strettamente necessari.
Non mancano però segnali più preoccupanti. Il 26 per cento dichiara che ridurrebbe anche la spesa alimentare e il 24 per cento afferma che potrebbe rinviare visite mediche, controlli o cure dentistiche. Una scelta che riguarderebbe in particolare le donne. Le strategie cambiano anche in base all’età e al territorio. Gli over 55 indicano più spesso la riduzione dei consumi energetici domestici, scelta citata dal 71 per cento e che nel Nord Est arriva all’81 per cento. Nella stessa fascia d’età è più diffusa anche l’intenzione di tagliare le spese per abbigliamento e accessori, indicata dal 73 per cento. Tra i 35 e i 54 anni emerge invece con maggiore frequenza la volontà di limitare spostamenti e trasporti non indispensabili.
Il tema dei rincari energetici si riflette anche sul dibattito sulle politiche energetiche. Il 41 per cento degli italiani ritiene che il Paese debba accelerare sullo sviluppo delle energie rinnovabili, opzione che raccoglie il maggior consenso. Il 27 per cento punta invece su nuovi accordi per l’importazione di energia, mentre il 24 per cento considera prioritario sviluppare il nucleare, una soluzione che trova maggiore sostegno tra i giovani tra i 18 e i 34 anni. Solo l’8 per cento ritiene che non sia necessario cambiare l’attuale strategia energetica.
Secondo Matteo Lucchi, amministratore delegato di Eumetra, le tensioni internazionali confermano quanto l’energia sia diventata un fattore centrale per la stabilità economica e sociale. Anche aumenti relativamente contenuti delle bollette, osserva, possono produrre effetti a catena sui consumi delle famiglie, con conseguenze che finiscono per coinvolgere l’intero sistema economico.
Nel complesso, conclude la ricerca, il rischio di bollette più alte non riguarda soltanto il settore energetico ma potrebbe tradursi in una contrazione diffusa dei consumi, influenzando le scelte quotidiane delle famiglie e alimentando allo stesso tempo una crescente domanda di cambiamento nelle politiche energetiche del Paese.
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