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2026-02-16
Dimmi La Verità | Generale Santomartino: «Il legame tra Board of Peace e conferenza di Monaco»
Ecco #DimmiLaVerità del 16 febbraio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino commenta il Board of Peace e la conferenza sulla sicurezza di Monaco.
La capsula di SpaceX Dragon Freedom con a bordo l'astronauta dell'Esa Sophie Adenot, gli astronauti della Nasa Jessica Meir e Jack Hathaway e il cosmonauta della Roscosmos Andrei Fedyayev si è agganciata alla Stazione Spaziale Internazionale, segnando l'inizio ufficiale della missione εpsilon dell'Esa.
I quattro membri dell'equipaggio sono stati lanciati a bordo di un razzo Falcon 9 dal Kennedy Space Center della Nasa in Florida, venerdì 13 febbraio. Dopo aver trascorso circa 34 ore in orbita attorno alla Terra e aver raggiunto la Stazione Spaziale Internazionale, i membri dell'equipaggio Crew-12 si sono preparati per l'attracco.
Sophie Adenot e Jack Hathaway, entrambi con lunga esperienza di piloti collaudatori, hanno approfittato di questo tempo per familiarizzare con la vita e il lavoro in microgravità.
Una volta aperti i portelli, l'equipaggio è stato accolto a bordo dall'astronauta della Nasa Christopher Williams e dai cosmonauti della Roscosmos Sergei Kud-Sverchkov e Sergei Mikayev, che si trovano sulla Stazione dal loro arrivo con una Soyuz nel novembre 2025.
Sophie Adenot dell'Esa e Jack Hathaway della Nasa hanno poi ricevuto le loro «ali da astronauta» dal comandante della Stazione Sergei Kud-Sverchkov con una breve cerimonia. L'equipaggio Crew-12 ha anche espresso la propria gratitudine ai team della Nasa e di SpaceX per il volo senza intoppi e ha condiviso il proprio entusiasmo nell'iniziare il lavoro a bordo.
Con Sophie a bordo, la missione εpsilon è ufficialmente iniziata. Con una durata prevista di nove mesi, εpsilon è destinata a diventare la missione astronautica più lunga dell'Esa fino ad oggi. Durante la sua permanenza sulla Stazione, la Adenot ricoprirà il ruolo di specialista dell'equipaggio sia per Columbus, il modulo laboratorio europeo, che per Kibo, il modulo scientifico giapponese.
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Una vista della distruzione dopo gli attacchi condotti da gruppi armati nelle aree di Woro e Nuku nello Stato di Kwara, in Nigeria, il 5 febbraio 2026 (Getty Images)
Rapimenti e massacri si moltiplicano tra Kaduna e Kwara: 174 uccisi a Woro, sacerdote sequestrato a Kajuru. Nel 2025 quasi 4.000 vittime per motivi di fede secondo Open Doors. Trump ordina raid e invia consiglieri militari a sostegno di Abuja.
L’incubo dei cristiani in Africa non finisce mai e in queste ultime settimane rapimenti e omicidi sono cresciuti in maniera esponenziale. La Nigeria è stata l’epicentro della maggior parte delle violenze dei terroristi islamici che hanno colpito in molti stati della nazione federale africana. Abuja ha sempre avuto problemi nelle aree settentrionali a maggioranza musulmana dove Boko Haram, un’organizzazione terroristica nativa della Nigeria, colpiva indiscriminatamente con assassinii e rapimenti, soprattutto di giovani studentesse da convertire all’Islam.
Oggi Boko Haram si è divisa e la parte originaria ha preso il controllo delle rive del lago Ciad, mentre un grosso gruppo secessionista si è unito allo Stato Islamico, nel network chiamato Iswap (Islamic State of Wesr Africa). Anche al-Qaeda ha fatto proselitismi in Nigeria ed ha iniziato a colpire con forza da ottobre 2025 con i combattenti del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin-JNIM).
Uccisioni, saccheggi, incendi e rapimenti sconvolgono ormai anche le regioni centrali, a maggioranza cristiana, dove chiese e complessi parrocchiali sono diventati un obiettivo primario. L’offensiva più violenta ha colpito gli stati di Kwara e Kaduna, due aree che erano state solamente sfiorate dal jihadismo, ma che dimostrano come il fenomeno sia ormai incontrollabile. L’ultimo episodio, avvenuto pochi giorni fa, ha visto il rapimento di una trentina di persone nel villaggio di Kugir, al confine fra Kaduna e il territorio federale della capitale Abuja, compreso il catechista dello locale chiesa di San Giuseppe e la moglie al settimo mese di gravidanza. Il giorno precedente un gruppo di uomini armati aveva rapito 11 persone, compreso un sacerdote, uccidendone altre 3, nell’area del governo locale di Kajuru, una serie di crimini confermati dall’arcidiocesi cattolica di Kafanchan che ha dichiarato che il rapito è padre Nathaniel Asuwaye, parroco della Chiesa della Santa Trinità di Karku.
Il 4 febbraio nel villaggio di Woro, nello Stato di Kwara, si è verificato uno dei peggiori attacchi della storia nigeriana, con la strage di 174 persone, massacrate a colpi di mitra per le strade della cittadina, dove i gruppi armati hanno anche incendiato abitazioni e negozi, devastando totalmente il villaggio. Woro era abitato in prevalenza da musulmani ed i terroristi erano arrivati il giorno precedente con l’obiettivo di reclutare nuovi adepti. Al rifiuto della popolazione locale di arruolarsi sono tornati massacrando tutti, accusandoli di essere degli infedeli. «Non esiste nessun altro paese nel quale 10 persone vengono uccise il lunedì, 50 il martedì, 100 rapite il mercoledì. E questo continua ogni settimana. Come può un Paese andare avanti in questo modo? Come può essere ignorato?». Lo sfogo di monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto, fotografa in pieno una situazione fuori controllo che vede il gigante africano sempre più preda del terrorismo islamico. In Nigeria nel 2025 sono state quasi 4000 le vittime per motivi di fede, stando all’ultimo rapporto di Open Doors, con la nazione africana che si conferma l’epicentro mondiale delle violenze contro i cristiani, rappresentando il 70 per cento del totale globale.
La Nigeria rientra tra gli stati con un livello estremo di persecuzione e negli ultimi mesi si sono moltiplicati i rapimenti di sacerdoti, fedeli e studenti. Il presidente statunitense Donald Trump a dicembre scorso ha ordinato una serie di attacchi aerei sugli stati di Sokoto e Zamfara, nel nord del paese, che sono stati condotti con missili droni su aree diverse, anche a centinaia di chilometri di distanza l’una dall’altra, concentrandosi sui cosiddetti santuari jihadisti, scelti in collaborazione con l’esercito nazionale. Il tycoon americano aveva minacciato interventi ancora più corposi se fossero continuati gli attacchi contro i cristiani e gli islamisti sembrano quasi averlo preso come una sfida, scatenando la peggior offensiva da anni.
Trump accusa il governo locale di non fare nulla per difendere la minoranza, anche se il presidente Bola Tinubu ha più volte garantito personalmente un rafforzamento delle misure di difesa. L’esercito nigeriano ha inviato un battaglione di forze speciale da dispiegare sul territorio e dare la caccia ai terroristi, ma le truppe di Abuja si sono rivelate sempre inadeguate allo scontro. Washington ha concordato l’invio di quello che in gergo si chiama dispositivo ridotto, cioè una task force di una decina di consiglieri militari, che già in questi giorni verranno affiancati da un primo contingente di 200 soldati americani inviati per addestrare l'esercito nigeriano nella lotta contro il terrorismo. Questi uomini dovranno aiutare le forze locali ad individuare bersagli per attacchi aerei mirati tramite l'uso dell'intelligence, ma non saranno coinvolti direttamente in operazioni di combattimento. Almeno in questa prima e convulsa fase.
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Il ministro degli Esteri somalo Ahmed Moallim Fiqi (Ansa)
La Somalia continua a muoversi sullo scacchiere internazionale. In questo quadro, la settimana scorsa, Mogadiscio ha firmato un accordo di cooperazione militare con Riad.
In particolare, l’intesa è stata sottoscritta dal ministro della Difesa somalo, Ahmed Moallim Fiqi, e dall’omologo saudita, Khalid bin Salman bin Abdulaziz. Secondo il governo di Mogadiscio, il patto «mira a rafforzare i quadri di cooperazione militare e di difesa tra i due Paesi e comprende molteplici aree di interesse comune, al servizio degli interessi strategici di entrambe le parti».
Era inoltre il mese scorso, quando la Somalia aveva siglato un accordo simile con il Qatar: un’intesa, quest’ultima, che «si concentra sull'addestramento militare, sullo scambio di competenze, sullo sviluppo delle capacità di difesa e su una maggiore cooperazione in materia di sicurezza, a sostegno degli sforzi per promuovere la sicurezza e la stabilità regionale». Stando a quanto riferito da Doha, l’accordo è «mirato a rafforzare le aree di cooperazione congiunta in modo da servire interessi comuni e migliorare le partnership di difesa».
L’attivismo di Mogadiscio è, almeno in parte, una conseguenza delle sue preoccupazioni per il fatto che, a dicembre, Israele ha formalmente riconosciuto il Somaliland. In particolare, la Somalia teme che lo Stato ebraico punti a creare una propria base militare in loco. Non solo. A gennaio, Mogadiscio ha stracciato gli accordi che aveva con gli Emirati arabi uniti in materia di difesa, sicurezza e questioni portuali. Sembra infatti che il governo somalo ritenga che Abu Dhabi abbia in qualche modo facilitato il riconoscimento del Somaliland da parte di Gerusalemme.
Sotto questo aspetto, vale la pena di sottolineare che Arabia Saudita ed Emirati sono ai ferri corti su vari dossier: dallo Yemen al Sudan, passando per lo stesso Somaliland. Nel frattempo, sempre la settimana scorsa, Middle East Monitor ha riferito che Mogadiscio starebbe «intensificando la cooperazione in materia di difesa sia con l'Egitto che con la Turchia». Ankara si era del resto impegnata a mediare tra Somalia ed Etiopia. E non ha benaccolto il riconoscimento del Somaliland da parte dello Stato ebraico. Al contempo, la tensione tra Il Cairo e Addis Abeba sta aumentando a causa della Grand Ethiopian Renaissance Dam. Insomma, l’instabilità nel Corno d’Africa rischia seriamente di aggravarsi. E l'ipotesi di un conflitto armato non è affatto remota.
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