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Giorgia Meloni (Ansa)
L’appuntamento in Senato, con la diretta televisiva, si trasforma in un super talk show, con Renzi nella parte del provocatore. Il premier: «Mi chiamate in aula solo per insultarmi». Poi rivendica il cambio di rotta sui bonus e la crescita dell’occupazione.
Giorgia Meloni si presenta al Senato, per il «premier time», già sapendo che la diretta tv trasformerà questo rito parlamentare in una specie di super-talk televisivo.
Risposte già pronte, appunti, tono pacato: le uniche scintille le regala, manco a dirlo, lo scontro con Matteo Renzi, ormai (politicamente parlando) il nemico numero uno del premier. La Meloni, dopo il duello con il leader di Italia viva, arriva addirittura a dare ragione al capogruppo di Sinistra Italiana Peppe De Cristofaro, che ricorda in aula come l’emigrazione giovanile in Italia è diventata un fenomeno strutturale.
Renzi, dicevamo, provoca e attacca: «Lei, presidente, mi sembra una copia sbiadita rispetto all’inizio della legislatura. Lei ha perso un referendum costituzionale e si è dimessa, è stata sedotta e abbandonata da Trump, ha una maggioranza incapace di rispettare le critiche. Lei», incalza Renzi, «è un’altra rispetto a quattro anni fa. Di fronte alla crisi di Hormuz la proposta è la legge elettorale. È incredibile come in questo governo dei leader, quando c’è un problema, si licenzino i sottoposti. Se c’è uno come Giuli al governo, è colpa sua. Se anziché un governo sembra la famiglia Addams, non è colpa mia, li avete scelti voi». «La cosa interessante», replica Giorgia Meloni, «è che si invoca la presenza del presidente del Consiglio in aula praticamente ogni giorno per potersi confrontare sui temi della politica e ogni volta che si viene qui sono accuse e insulti. Quello che noi intendiamo fare in questo ultimo anno di governo è continuare una strategia che abbiamo messo in campo che era fatta sul piano economico sostanzialmente da tre scelte fondamentali: rafforzare i salari e il potere d’acquisto, incentivare le aziende che assumevano e che investivano e in più la scelta, che è anche economica, di sostenere le famiglie e la natalità. Vogliamo rafforzare», aggiunge il premier, «i meccanismi che abbiamo già introdotto per accrescere gli investimenti dei fondi pensione nell’economia reale italiana. Perché qualcosa non funziona se ci sono 260 miliardi di euro che vengono raccolti dagli italiani, dei quali 40 miliardi solamente sono investiti in Italia. È un altro tema sul quale stiamo lavorando, vogliamo lavorare». «Non ho offeso nessuno», precisa Renzi, «vi ho solo paragonato alla famiglia Addams. Ma l’unica che si potrebbe offendere è Morticia».
Al di là dei siparietti a uso e consumo del pubblico televisivo, molto articolata la risposta della Meloni al capogruppo di Forza Italia, Stefania Craxi, che ha posto l’accento sul Sud: «Dove per molti anni l’approccio era stato concentrato sui sussidi», rivendica Giorgia Meloni, «noi abbiamo preferito concentrare la nostra attenzione sugli investimenti, sul lavoro, sulle infrastrutture, sulla semplificazione. La Zes unica è l’esempio più concreto di questa strategia. Abbiamo ridotto i tempi burocratici, abbiamo accelerato le autorizzazioni, dato alle imprese regole chiare. Il risultato è che in due anni sono stati autorizzati, e in parte sostenuti, con crediti di imposta, oltre 1.300 investimenti, per un volume d’affari complessivo di circa 55 miliardi di euro e, chiaramente, rilevanti ricadute in termini occupazionali. A questo si aggiungono gli investimenti del Pnrr, ma anche la riforma delle politiche di coesione, il rafforzamento delle infrastrutture, dei porti, delle reti energetiche e della logistica, gli incentivi alla occupazione. I dati ci dicono che siamo sulla strada giusta. Lo abbiamo ricordato molte volte che in questi anni il Pil del Mezzogiorno è cresciuto più della media nazionale e l’occupazione al Sud è cresciuta più di quanto crescesse a livello nazionale».
Insiste sulla nuova legge elettorale il capogruppo del Pd, Francesco Boccia: «Preoccupatevi di salari e pensioni. Quando ci proponete un tavolo», argomenta Boccia, «fatelo sulla sanità visto che le liste d’attesa non sono diminuite, nonostante due decreti. Invece che chiederci un tavolo sulla legge elettorale, che riguarda solo il consolidamento del potere della sua maggioranza, si preoccupi di migliorare i numeri che le abbiamo illustrato e che lei non prende in considerazione e di risolvere i problemi delle imprese e delle famiglie italiane». Pronta la risposta della Meloni: «Ci sono molte differenze», sottolinea il presidente del Consiglio, tra il 2022 e oggi. Gli occupati sono «aumentati, la disoccupazione è scesa, lo spread oggi è a 75 punti, la Borsa italiana è a quasi 50.000 punti. Secondo Eurostat, la popolazione a rischio povertà è diminuita. Sul fronte fiscale non ci dobbiamo dire molto. Sul fondo sanitario ci sono 17 miliardi in più. Se l’Italia è oggi così disastrosa, in che condizioni si trovava quando noi l’abbiamo ereditata». Al capogruppo del M5s, Stefano Patuanelli, la Meloni rimprovera il Superbonus. Lui replica dicendo: voi lo avete prorogato per l’ultima volta. Nulla di nuovo sotto il sole.
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Giulia Troncatti, fondatrice del Movimento Italiano Diritti Detenuti
Il Movimento Italiano Diritti Detenuti punta a riformare la cultura della pena in Italia, tutelando i diritti di chi è in carcere. Strumenti digitali, percorsi formativi e una rete di esperti per garantire un reale reinserimento sociale.
Scardinare l'idea della pena come vendetta per dare spazio a un modello rieducativo: nasce a Milano, su iniziativa di Giulia Troncatti, il Movimento Italiano Diritti Detenuti. L'associazione punta a proteggere i diritti di chi è in carcere, garantendo concrete prospettive di futuro.Il Movimento opera su due livelli distinti. Il primo riguarda la sensibilizzazione della società civile sul tema della detenzione e della giustizia: informare, raccontare e rendere accessibile a tutti — non solo agli addetti ai lavori e ai volontari — una realtà spesso invisibile. In questa direzione, il Movimento si propone di tradurre dati, storie e diritti in una narrazione comprensibile, capace di raggiungere chiunque. Il secondo livello è quello dell'intervento diretto a sostegno di chi vive o ha vissuto un'esperienza di privazione della libertà, attraverso la promozione di percorsi formativi e lavorativi volti a garantire il reinserimento nella società al termine della pena.
L'Associazione si distingue inoltre come realtà innovativa nell'impiego di strumenti digitali al servizio delle persone private della libertà e dei loro cari. Tra questi: un assistente basato sull'intelligenza artificiale per la redazione di istanze di riduzione della pena per detenzione disumana, un generatore di istanza di liberazione anticipata, un calcolatore di fine pena e benefici di legge, e ZeroMail, un servizio che consente alle persone detenute di inviare e ricevere lettere tramite posta elettronica.
Nato dal percorso personale della fondatrice Giulia Troncatti — che dal 2021 ricopre il ruolo di tutor universitaria per il Progetto Carcere dell'Università degli Studi di Milano — il Movimento Italiano Diritti Detenuti si configura come una realtà multidisciplinare, capace di integrare conoscenze e competenze giuridiche, sociali e tecnologiche.
«Il Movimento Italiano Diritti Detenuti nasce da una constatazione tanto semplice quanto rilevante: il carcere italiano non garantisce né sicurezza né un reale accompagnamento al reinserimento. La recidiva al 70% è un dato che ci parla di un'istituzione che non funziona, e di cui la narrazione mediatica tradizionale si occupa solo in modo stereotipato. Il nostro proposito è inserirci proprio in questo scarto, per offrire una narrazione più realistica e democratica sulla detenzione e per promuovere la tutela dei diritti delle persone detenute: studio, lavoro, orientamento, accesso alle informazioni e continuità relazionale», dichiara Troncatti.
La direzione progettuale e strategica è affidata ad Andrea Noia, affiancato da un Comitato Scientifico composto da figure accademiche e istituzionali attive nei settori del diritto penitenziario, della criminologia e della giustizia riparativa: Rita Bernardini, già Deputata e Presidente dell'Associazione «Nessuno Tocchi Caino»; Stefano Simonetta, professore ordinario e prorettore dell'Università degli Studi di Milano; Sergio Grossi, professore associato del John Jay College of Criminal Justice di New York; e Alessandra Augelli, Ricercatrice presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore.
La Presidenza Onoraria è assegnata a Baz Dreisinger, professoressa proprio presso il John Jay College of Criminal Justice e direttrice fondatrice di Incarceration Nations Network, tra le voci più autorevoli a livello internazionale nell'ambito dei sistemi di reinserimento post-carcerario.
A sostenere il progetto sul piano infrastrutturale e tecnologico è la Fondazione Laura e Alberto Genovese ETS, a fronte di una realtà che conserva piena autonomia nella propria visione e nel proprio operato.
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Alessio Bertallot racconta l'evoluzione del dj e l'impatto della manipolazione dei dischi sulla cultura del nostro tempo, con un piccolo esempio rivelatore. Prima di regalarci un inedito lasciato in eredità dal grande amico Bosso e un esperimento tra jazz e Michael Jackson.
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2026-05-14
Garlasco, tutti i «non ricordo» del carabiniere che fece foto «illecite» al fascicolo di Sempio
L'ex procuratore di Pavia Mario Venditti in una immagine di archivio (Ansa)
- Maurizio Pappalardo elude le domande nel procedimento su Mario Venditti: «Non so chi sia l’indagato. Prendo atto ora di queste immagini».
- La famiglia Poggi e i Cappa querelano Giletti, «Le Iene» e la rivista «Giallo».
Lo speciale contiene due articoli.
Un lungo elenco di «non ricordo». È questo il riassunto del verbale del maggiore dei carabinieri in congedo Maurizio Pappalardo. È stato sentito il 2 febbraio 2026 come persona informata dei fatti nel procedimento bresciano in cui è indagato l’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, per la contestata archiviazione di Andrea Sempio. Pappalardo, recentemente condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione per corruzione e stalking nei confronti dell’ex fidanzata, è stato comandante del Nucleo informativo di Pavia sino al giugno 2023. L’ex ufficiale è stato convocato perché, la vigilia di Natale del 2016, con il proprio cellulare ha immortalato sulla scrivania di Venditti atti del procedimento su Sempio, anche se, annotano gli investigatori, «l’insolita foto di atti coperti dal segreto» non era finita nell’archivio del Nucleo guidato da Pappalardo. In compenso «si sarebbe, invece, riscontrato che presso» il vecchio ufficio del maggiore «era stato aperto un fascicolo P (permanente) su Andrea Sempio il 25 marzo 2017», dieci giorni dopo l’istanza di archiviazione avanzata da Venditti e dalla collega Giulia Pezzino e accolta il 23 marzo dal giudice.
Nelle carte visionate dalla Verità gli investigatori annotano che «all’interno del fascicolo P era stato inserito non solo il decreto di archiviazione conforme all’originale, ma anche una richiesta di archiviazione in bozza, con appunti manoscritti, differente dalla richiesta di archiviazione definitiva». Nelle note a margine non manca qualche errore (per esempio Stasi viene nominato Andrea e non Alberto), ma le correzioni sono state recepite nel provvedimento definitivo che, al contrario della bozza, non è finita, però, nel fascicolo P. Nella prima versione, preparata dalla pm Pezzino, a proposito del Dna si legge: «Non è idoneo a effettuare nessun confronto». Tutto in maiuscolo. Invece nel testo definitivo è scritto: «Non ha alcuna valenza indiziaria, né tanto meno probatoria della colpevolezza dell’indagato». Ora gli inquirenti pavesi evidenziano che il Nucleo informativo di Pappalardo non aveva «titolo per disporre del provvedimento in bozza con correzioni» e aggiungono di non conoscere «l’esito di eventuali accertamenti della Procura di Brescia sull’autore della scritta a mano».
Il riferimento è a un appunto scritto a mano su carta intestata della società di intercettazioni Rcs che non è altro che l’incipit dell’istanza definitiva. Ma vediamo che cosa (non) ha detto Pappalardo a febbraio ai sei investigatori (tre carabinieri del Nucleo investigativo di Milano e tre finanzieri) che lo hanno compulsato su delega della Procura di Brescia. Quando gli chiedono con che criterio fosse stato «impiantato» il fascicolo P di Sempio, Pappalardo, nonostante le centinaia di ore di trasmissione sul caso Garlasco, risponde con uno sconcertante «Non so chi sia». A questo punto gli investigatori lo aggiornano, spiegandogli che si tratta della «persona che è attualmente indagata per l’omicidio di Garlasco».
Il maggiore insiste: «Non ne ero a conoscenza, avendo moltissimi fascicoli». E riferisce in base a quali fattori vengano aperti i dossier personali: «Ogni soggetto che viene a contatto con l’amministrazione dell’Arma dei carabinieri ha poi un suo fascicolo P». Nel verbale la linea di Pappalardo non cambia mai. La richiesta di archiviazione in bozza? «Non l’ho mai vista». L’appunto sul foglietto della Rcs? «Sconosco sia la grafia che l’atto, che vedo oggi per la prima volta». E subito dopo sottolinea: «Non sapevo che fosse all’interno del casellario del Nucleo informativo». Un vero e proprio catenaccio, che il militare porta avanti senza tentennamenti per 80 minuti. Quando gli mostrano l’ordinanza di archiviazione, quasi sbotta: «Non ho mai visto nulla su Andrea Sempio». Di fronte alla pagina del registro dei fascicoli P da cui risulta l’apertura di quello 099573 intestato al presunto omicida di Chiara Poggi, Pappalardo non è d’aiuto nemmeno per individuare chi abbia materialmente annotato il nuovo report: «Bisognerebbe vedere chi era in servizio quel giorno» si limita a suggerire. Quindi prosegue nei suoi dribbling: «Non sono in grado di riferire come mai venne impiantato il fascicolo poiché non ho conoscenza personale». E fa presente, per chiarire meglio la sua totale estraneità ai fatti, di non avere mai svolto indagini sulla vicenda di Garlasco. A proposito dei suoi rapporti con la Procura di Pavia, riferisce che il Nucleo informativo gestiva la scorta di Venditti e quindi lui si recava «lì per comprendere se vi fossero criticità».
Il 24 dicembre del 2016 Pappalardo, dal memoriale del servizio, risulta assente giustificato per la legge 104. Gli investigatori, con in mano le foto sospette ritrovate nel cellulare del testimone, gli chiedono se ricordi di essere passato in Procura quel giorno. Risposta, scontata: «Non ho memoria del fatto». A questo punto gli inquirenti gli mostrano i tre scatti incriminati. La prima fotografia ritrae il conferimento di incarico fatto dallo studio Giarda (che all’epoca difendeva Stasi) alla società Skp che ha svolto le indagini che hanno innescato l’apertura del fascicolo su Sempio; le altre due ritraggono, invece, una pagina dei tabulati telefonici acquisiti nel 2007 per l’omicidio di Garlasco e poi allegati alla relazione della Skp. Come detto, per gli investigatori, quelle immagini sono state realizzate con il telefonino di Pappalardo e i documenti immortalati si trovavano sulla scrivania di Venditti. Al testimone viene chiesto come mai abbia scattato queste fotografie. Altra risposta prevedibile: «Non ho memoria. Penso che mi fu chiesto dal comando provinciale poiché si seguiva molto il caso di Garlasco». Gli investigatori fanno presente che quel fascicolo era coperto da segreto. Pappalardo non fa un plissé: «Onestamente non me lo ricordo».
Il corpo a corpo prosegue. Ricorda se qualcuno le diede il permesso di fare queste foto? «No, non lo contestualizzo proprio. Penso che sia stato perché il Provinciale voleva avere Informazioni». Ricorda se fosse presente il dottor Venditti? «Non ve lo so dire. Prendo atto». Esclude di aver avuto incarico dalla Procura di fare accertamenti sulla Skp e sui tabulati? «A livello di Nucleo informativo lo escludo, a meno che qualcuno non lo abbia fatto di sua iniziativa senza dirmi nulla». Era prassi che lei entrasse nell’ufficio del dottor Venditti e prendesse un fascicolo fotografandolo? «Non era certamente prassi. Prendo atto della presenza di quelle foto, ma non ricordo proprio i fatti. Sicuramente non mi sono preso il fascicolo di mia iniziativa». Dalle carte emerge anche che quella vigilia di Natale Pappalardo aveva ricevuto numerose chiamate da un altro carabiniere che lavorava in Procura con Venditti. Ma dalle indagini non risulta che i due si siano incontrati negli uffici giudiziari.
In conclusione resta un mistero il motivo per cui l’allora comandante del Nucleo informativo di Pavia si sia recato nell’ufficio del procuratore aggiunto e abbia scattato tre foto che non sono mai entrate nel fascicolo P di Sempio. Resta altrettanto oscuro come e perché la bozza della richiesta di archiviazione del presunto omicida sia invece finita in quella cartella riservata. L’avvocato di Pappalardo, Beatrice Saldarini, si limita a osservare: «Siccome il verbale del mio assistito non è stato interrotto, evidentemente non sono emersi indizi di reità a carico di Pappalardo». L’informativa che lo riguarda, però, è stata inviata da Brescia a Pavia ed è confluita nel procedimento per l’omicidio di Chiara Poggi. «Questo mi ha stupito, ma neanche tanto» conclude la legale.
E spunta l’inchiesta sui giornalisti per «persecuzione» contro i Poggi
C’è una nuova indagine su Garlasco. Ma questa volta non riguarda direttamente l’omicidio di Chiara Poggi, né la posizione di Andrea Sempio, né la possibile revisione della condanna di Alberto Stasi. Riguarda invece il racconto pubblico della vicenda, le accuse rilanciate in tv e sui social come le piste riemerse a ogni nuova svolta investigativa. A darne notizia è stato ieri Gianluigi Nuzzi a Dentro la notizia. Il fascicolo, affidato al pm Antonio Pansa della Procura di Milano, nasce da una mole imponente di esposti e querele che si sono raggruppati negli anni: circa 200 atti, secondo la ricostruzione televisiva. Una settantina sarebbero stati presentati dai genitori di Chiara Poggi, circa un centinaio dalle gemelle Paola e Stefania Cappa, a cui si aggiungerebbero iniziative di altri soggetti, tra cui l’ingegnere Paolo Reale.
L’ipotesi, in alcuni casi, non sarebbe più soltanto la diffamazione, ma anche quella di atti persecutori. Il punto è capire se la reiterazione di accuse, allusioni, ricostruzioni tv e social abbia superato il limite del diritto di cronaca, trasformando familiari e persone mai indagate in bersagli permanenti. Non si conosce ancora l’elenco degli indagati. È però chiaro da dove nasce il fascicolo: dalle azioni legali presentate negli anni dalla famiglia Cappa e dai Poggi contro blogger, giornalisti, direttori di settimanali, comunicatori, youtuber e opinionisti.
Il fronte più strutturato sembra essere quello della famiglia Cappa, l’avvocato Ermanno Cappa, la moglie Maria Rosa Poggi, zia di Chiara, e le figlie Paola e Stefania. In questi anni la loro linea è stata opposta a quella di molti altri protagonisti della storia di Garlasco. Hanno evitato presenze televisive, senza dare risposta al cosiddetto «circo mediatico», scegliendo anzi una sequenza di azioni giudiziarie contro chi ha continuato a chiamarli in causa. Tra i nomi emersi nelle querele e nelle ricostruzioni figurano Massimo Giletti, per Lo Stato delle cose, Olga Mascolo, per Storie Italiane, l’ex maresciallo Francesco Marchetto e, a quanto pare, anche l’avvocato Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi. Sul fronte della carta stampata è stata querelata Albina Perri, direttrice del settimanale Giallo. Anche se il precedente più concreto riguarda Le Iene: per un servizio del 2022 sono stati condannati per diffamazione aggravata Riccardo Festinese e Alessandro De Giuseppe, in relazione a un servizio ritenuto lesivo nei confronti di Stefania Cappa. Del resto, in questi mesi si è spesso tornati a parlare di vecchie piste che non si sono mai consolidate. Marco Muschitta, l’operaio che nel 2007 disse di aver visto una ragazza simile a Stefania Cappa in bicicletta con un attrezzo da camino, salvo poi ritrattare. Gianni Bruscagin, il cosiddetto «super testimone», che ha riferito di aver saputo indirettamente che Stefania sarebbe stata vista entrare nella casa della nonna a Tromello con un grosso borsone. E poi ci sono state le dichiarazioni di Marchetto su un presunto Suv nero o le ipotesi sul Santuario della Bozzola, le teorie su lividi da stampella e persino il riferimento, rilanciato in tv da Roberta Bruzzone (che ne prese le distanze sostenendo di non condividerla), a un presunto giro di droga. Suggestioni, piste, racconti che si sono rivelati spesso privi di riscontri giudiziari solidi.
C’è poi da tempo depositato un ulteriore esposto in Procura, contenente audio dove si ipotizzerebbe una persecuzione subita dalle due gemelle e persino un tentativo di orientare o depistare le indagini. Se confermato, sarebbe un salto di livello, non più soltanto il possibile accanimento mediatico contro soggetti mai indagati, ma l’ipotesi che il «circo mediatico» abbia provato a incidere sul corso stesso dell’inchiesta.
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