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Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
Il pagamento per chi favorisce il ritorno a casa dello straniero che non ha diritto a restare qui si estenderà, oltre che agli avvocati, ad associazioni e organizzazioni internazionali. Ma il principio resta: evitare di intasare i tribunali e smontare il business migratorio.
Sapete perché a sinistra sostengono che il decreto per favorire l’assistenza legale nei rimpatri di clandestini sia gravissimo? Perché smonta il business dell’assistenza e fa sfiorire gli affari di un sistema che campa sull’immigrazione. Ricordate le parole di Salvatore Buzzi, il compagno che a Roma aveva dato vita a una cooperativa specializzata nell’accoglienza? «Gli stranieri sono meglio della droga, perché con loro si guadagna di più».
Beh, da allora non è cambiato niente e la questione del gratuito patrocinio per chi rischia di essere espulso è parte del meccanismo che garantisce la filiera delle imprese specializzate in extracomunitari.
Non ci vuole molto a capirlo. Quando un migrante arriva in Italia, la prima cosa che gli capita è di venire a contatto con avvocati specializzati nei ricorsi. Se anche non ha diritto a restare nel nostro Paese, poco importa. Ci sono moduli prestampati che vengono fatti loro firmare e che servono prima a richiedere la protezione umanitaria e poi, quando la domanda sarà respinta, a opporsi al diniego. È una procedura che non porta da nessuna parte dal punto di vista giuridico, ma che assicura allo straniero la possibilità di restare in Italia ed evitare l’espulsione. Al legale tutto ciò porta un compenso modesto, riassumibile in alcune centinaia di euro. Ma se si moltiplica per dieci, cento o duecento casi, alla fine dell’anno sono soldi. Denaro facile, perché non bisogna istruire una causa né cercare espedienti giuridici. Per di più i quattrini sono assicurati, perché a pagare è lo Stato. Arriveranno tardi? Sì, ma arriveranno e spesso con gli interessi. Dunque, il business è garantito e di conseguenza anche quello che viene dopo. Lo straniero ha bisogno di assistenza, deve essere accolto e le cooperative sono pronte a spalancargli le braccia, offrendo vitto e alloggio a spese del contribuente. Poi ci sono altre cooperative pronte a sfruttare il migrante e anche multinazionali a cui la manodopera a basso prezzo e senza nessuna garanzia fa comodo, a cominciare da quelle che si occupano di consegne di cibo per finire ad altre che lavorano nella logistica. Insomma, è un’economia che si fonda sull’utilizzo di persone che non hanno tutele e sono disposte a tutto.
Come si fa a rompere il sistema su cui lucrano in tanti? Il governo prova ad assicurare un compenso a chi aiuterà il migrante a tornare a casa propria e dunque a rinunciare a intasare le aule di giustizia anche se non ha alcuna possibilità di ottenere un permesso di soggiorno o un asilo per motivi umanitari. A sinistra, per avere introdotto un semplice meccanismo che agevola i rimpatri volontari, parlano di «taglie in stile Far West», di deportazione e altre stupidaggini del genere. In realtà non c’è nulla di tutto ciò: semplicemente, come accade in altri Paesi europei, si cerca di favorire il ritorno in patria dello straniero. Non ci sono gli arresti in stile Ice e neppure file di extracomunitari ammanettati che vengono caricati a forza su voli speciali. C’è semplicemente un’assistenza al rimpatrio, come c’è un’assistenza per la compilazione della dichiarazione dei redditi.
Nonostante le perplessità del Colle e nonostante il vociare dell’opposizione, il governo ha deciso di tirare diritto. Il decreto verrà approvato e portato alla firma di Sergio Mattarella e poi, in un secondo tempo, verranno accolti alcuni suggerimenti che dovrebbero consistere nell’ampliamento della platea dei professionisti che potranno occuparsi della faccenda. Non più solo avvocati ma anche associazioni o organizzazioni, che potranno suggerire all’extracomunitario di fare le valigie. Insomma, a Palazzo Chigi non si sono fatti mettere i piedi in testa. Del resto, il gratuito patrocinio costa alle casse dello Stato, senza alcun beneficio e cioè senza un alleggerimento della presenza di stranieri e neppure una diminuzione del contenzioso in tribunale, quasi mezzo miliardo l’anno, cifra raddoppiata nel giro di un decennio o poco più. Dunque, cominciare a smontare il sistema era un obbligo. Perché per questo gli italiani hanno votato centrodestra.
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Giorgio Gandola ospita il senatore Claudio Borghi (Lega) per un’analisi senza filtri sulla tempesta che minaccia l’Italia. Tra venti di guerra, crisi energetica e la rigidità glaciale di Ursula von der Leyen, il quadro che emerge è quello di un'Europa a due velocità che gioca con le carte segnate e in cui il nostro Paese è tenuto volutamente in svantaggio. Intanto a Trump non basta più attaccare l'Iran: ora se la prende pure con papa Leone XIV .
Ansa
La Corte d’Appello minorile dell’Aquila si prende due mesi per valutare i ricorsi dei Trevallion, oggi attesi alla Camera.
La speranza di tutti era che l’udienza che si è svolta eri a trattazione scritta presso la Corte d’appello minorile dell’Aquila, per discutere sul ricorso presentato dagli avvocati dei Trevallion-Birmingham, la «famiglia nel bosco» contro il provvedimento di allontanamento dei figli sbloccasse la situazione.
Che i giudici, dopo aver valutato la documentazione che gli avvocati della coppia hanno depositato, un mese fa, si riunissero in camera di consiglio e decidessero subito sull’istanza. Ma già nel primo pomeriggio di ieri è arrivata la doccia fredda: i giudici hanno acquisito la documentazione e da ieri hanno 60 giorni per decidere. Le carte trasmesse per via telematica dai legali di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion contengono le istanze, le conclusioni e le brevi precisazioni che i legali avrebbero espresso a voce, se - come avveniva prima della riforma Cartabia - si fosse celebrata un’udienza in presenza e puntano al riavvicinamento dei tre figli minori ai genitori. I bambini, dal 20 novembre sono ospiti di una casa-famiglia a Vasto (Chieti), dopo che la prima ordinanza dei Tribunale aveva disposto l’allontanamento dei bimbi dall’ambiente domestico ritenuto insalubre, lasciandoli però accompagnati dalla mamma, che fino al marzo scorso era anche lei ospite della struttura nella cittadina abruzzese.
Per gli avvocati, le ordinanze del Tribunale dei minorenni dell’Aquila che hanno separato i piccoli dai genitori e poi la madre, allontanandola dalla struttura di Vasto, non terrebbero nel dovuto conto l’invito dell’Azienda sanitaria locale (Asl2) Vasto Chieti Lanciano a favorire una garanzia di continuità dei legami familiari dopo l’allontanamento dei bimbi dalla casa di Palmoli (Chieti). Nelle note, viene ribadito che i problemi su servizi e abitazione sono stati superati e risolti. In particolare, nel ricorso di 37 pagine, depositato il 18 marzo scorso dai legali Marco Femminella e Danila Solinas, si evidenzia l’«unilateralità» dell’ordinanza del Tribunale che non avrebbe accolto le richieste della famiglia facendo esclusivamente affidamento sulle relazioni dei servizi sociali e non su quella della Asl, che aveva invitato a «favorire e ripristinare una consuetudine nella situazione affettiva, attraverso la garanzia di continuità dei legami familiari», Anche le relazioni dei consulenti, consegnate ai giudici, sulle condizioni dei bambini nella casa-famiglia di Vasto, evidenziano la necessità di ripristinare i rapporti tra piccoli e genitori. Lo psichiatra, Tonino Cantelmi e la psicologa Martina Aiello, consulenti di parte dei Trevallion, hanno riferito di una «sofferenza psicologica significativa e progressiva» per i tre minori, correlata alla separazione dai genitori e dalla casa dove vivevano. Gli psicologi sono tornati a ribadire «la necessità e l’urgenza di procedere al ripristino del nucleo familiare di origine».
Tra gli episodi evidenziati dai consulenti, quello più toccante riguarda la frase pronunciata da uno dei bambini durante un incontro informale con la psicologa Aiello e la psichiatra Simona Ceccoli (Ctu), incaricata dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila della perizia sui genitori e i loro figli: «Voglio tornare a casa». L’episodio è stato poi riferito dalla Aiello a Cantelmi, che ha deciso di riportarlo con l’intento di «raccontare un episodio straziante, intenso e commovente, che dimostra quanto i bimbi non siano mai stati davvero ascoltati».
Intanto, la mobilitazione sulla vicenda non si ferma e oggi pomeriggio alla 17.30, la presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza della Camera, Michela Vittoria Brambilla, ospiterà i Trevallion all’interno di un incontro pubblico, che si terrà nella sala stampa di Montecitorio, che durante il quale si discuterà delle problematiche legate all’allontanamento giudiziale dei minori dai nuclei familiari anche del caso della «famiglia nel bosco». Oltre alla deputata di Forza Italia e ai Trevallion, interverranno uno dei loro legali, Marco Femminella e tre esperti psicoterapeuti: il consulente di parte professor Cantelmi, della Pontificia Università Gregoriana di Roma, il professor Massimo Ammaniti dell’Università La Sapienza di Roma e la professoressa Daniela Pia Rosaria Chieffo, responsabile dell’Unità operativa semplice psicologia clinica del Policlinico Agostino Gemelli e docente di psicologia generale all’Università Cattolica di Roma.
Dalle audizioni svolte nella commissione presieduta dalla Brambilla a seguito di casi di allontanamento che hanno avuto ampia eco mediatica, come quello della famiglia Trevallion, è nata una proposta di legge, a firma della presidente stessa, che prevede di affiancare al magistrato, fin dall’inizio, un collegio tecnico multidisciplinare coordinato dalla nuova figura dell’«esperto in relazioni familiari fragili» per «ridurre la possibilità di errori e creare un «ponte» tra la famiglia e i soggetti istituzionalmente preposti alla tutela».
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Federico Vecchioni e Sergio Dompé (Imagoeconomica)
Il presidente della società agroindustriale, con la sua Arum, completa il progetto strategico e insieme alla holding dell’imprenditore farmaceutico lancia un’offerta sul gruppo, di cui è già socio, a 5 euro per azione: +13,8% sul prezzo di chiusura in Borsa della vigilia.
Un’Opa per rafforzare il controllo, mettere ordine nella plancia di comando e continuare la navigazione con il mercato a bordo. È questo l’obiettivo dell’offerta annunciata ieri su BF.
A promuoverla Aum, la cassaforte del presidente Federico Vecchioni insieme alla holding dell’industriale farmaceutico Sergio Dompé. Offrono 5 euro per azione interamente in contanti. Un prezzo che incorpora un premio del 13,8% rispetto alla chiusura della vigilia. Significa valutare la società 1,3 miliardi. L’offerta riguarda fino al 50,878% del capitale sociale, vale a dire tutte le azioni che in questo momento non sono in mano ai due offerenti (133 milioni). Arum possiede infatti il 24,147%, Dompé Holdings controlla il 24,975%. Sommando le due quote si arriva, sostanzialmente a metà del capitale sociale. Il resto, se il mercato vorrà, potrà essere raccolto con un esborso massimo di 666,21 milioni di euro. Il punto centrale, però, è un altro: l’Opa non è finalizzata al delisting. Nessuna fuga dai listini, nessuna ritirata in campagna lontano dai riflettori di Piazza Affari. BF resta quotata. È una scelta che segnala fiducia nella società e, insieme, il desiderio di rafforzarne il controllo senza chiudere la finestra sul mercato. L’operazione, spiegano i promotori, serve a consolidare la governance, aumentare le rispettive partecipazioni e cristallizzare alcuni profili del controllo fra i grandi azionisti, così da garantire stabilità agli assetti proprietari. Espressione elegante per dire una cosa molto concreta: basta con i tavoli che traballano al primo colpo di vento, con i soci che appaiono e scompaiono come comparse di Cinecittà.
Vecchioni e Dompé puntano invece a una cabina di regia stabile, capace di accompagnare i piani industriali di medio-lungo periodo.
«L’operazione», spiega una nota, «si inserisce dunque in un più ampio percorso di rafforzamento competitivo di BF, società che ha già evidenziato una crescita progressiva in un comparto ad alto valore strategico come l’agritech. L’obiettivo è sostenere un’ulteriore espansione, sia sul mercato domestico sia sui mercati internazionali, valorizzando il posizionamento del gruppo nell’ambito dell’eccellenza del made in Italy».
BF rappresenta l’evoluzione della vecchia Bonifiche Ferraresi che Federico Vecchioni aveva acquistato nel 2014 dalla Banca d’Italia. Oggi la società rappresenta il principale polo italiani dell’agroindustria, con una presenza che attraversa agricoltura, trasformazione, filiere e innovazione. In altre parole, uno dei pochi casi in cui il Paese prova a mettere insieme terra, industria, tecnologia e distribuzione.
I due imprenditori parlano della necessità di dare al management un contesto di certezza e continuità. Significa poter programmare investimenti veri: potenziamento delle filiere produttive, innovazione tecnologica, sviluppo industriale. Tutte cose che richiedono tempo, capitale e una virtù non sempre presente nei consigli di amministrazione: la pazienza.
Il mercato, del resto, BF l’aveva già premiata. Il titolo era salito del 4,5% da inizio anno e viaggiava sui massimi storici. Prima dell’annuncio capitalizzava circa 1,15 miliardi di euro.
Tra gli altri soci rilevanti figurano Fondazione Cariplo con il 5,791%, Eni con il 5,315%, Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) con il 4,315% e Inarcassa con il 4,003%. Azionisti importanti, istituzionali, che testimoniano come BF sia diventata negli anni un crocevia tra capitale privato, finanza paziente e interesse strategico nazionale. Una combinazione di cui si parla spesso nei convegni ma raramente realizzata nei fatti.
Federico Vecchioni completa così un progetto di lungo respiro, mentre Sergio Dompé conferma il profilo dell’industriale che guarda oltre il perimetro del proprio settore originario. Farmaceutica e agribusiness possono sembrare mondi lontani, ma condividono una parola decisiva: ricerca. Semi migliori, filiere efficienti, tecnologie agricole, sostenibilità produttiva. Non è più il tempo dell’agricoltura da cartolina. È il tempo dell’agricoltura da laboratorio, da algoritmo, da investimento industriale.
L’Opa su BF racconta una storia semplice e per questo quasi rivoluzionaria: due soci credono nella società che già guidano, mettono soldi sul tavolo, rafforzano la governance, lasciano il titolo in Borsa e parlano di sviluppo di medio-lungo periodo. Nessun colpo di teatro, nessuna acrobazia finanziaria, nessun castello di derivati. Solo capitale fresco, strategia e un po’ di sano pragmatismo.
Nel panorama nazionale, già questo somiglia a una notizia eccellente.
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