Il boeuf miroton francese (IStock)
Dal boeuf miroton al gateau aux amandes: i cibi amati Oltralpe hanno un corrispettivo nel Belpaese. Poi c’è Caterina de’ Medici...
Louise Léonard è un personaggio letterario. Se chiedessi chi è, pochissimi saprebbero rispondere, ma se chiedessi chi è madame Maigret molti, tutti i fans di Georges Simenon, papà del commissario Maigret, saprebbero rispondere. Madame Maigret e Louise Léonard sono la stessa persona: la moglie del burbero investigatore dal cuore d’oro. Madame Maigret è una cuoca straordinaria.
«Ogni sera, appendendo il cappello, il commissario Maigret si divertiva a indovinare quale delizia sua moglie gli avesse cucinato: un boeuf miroton, una blanquette de veau, del fricandeau all’oseille, una tarte aux mirabelles, un gateau aux amandes». Piatti, tutti, popolari e tipicissimi della cucina francese. Di quella borghese in particolare. Ma un paio di essi, anche tre, li troviamo pure qui da noi. Sottolineo per evitare di essere linciato: tutti sono indubbiamente francesi, borghesi e tipici d’Oltralpe. Ma com’è che due li troviamo (quasi) tali e quali anche in Piemonte? E uno un po’ in tutta Italia, soprattutto al Sud? Chi abbia dato a chi, quanto e quando abbia dato, non si sa. Influenze tra la cucina italiana e quella francese ci sono sempre state, fin dai tempi di Cesare e Vercingetorige.
Torniamo a madame Maigret precisando che il boeuf miroton è uno spezzatino a base di fette di carne lessa condite con una salsa a base di cipolle stufate, cetrioli, prezzemolo, acciuga, vino bianco e brodo in cottura. È un piatto di recupero per riutilizzare il manzo bollito avanzato il giorno prima. Anche in Piemonte il boeuf , per tradizione, veniva, e viene tuttora, preparato per riciclare gli avanzi del classico bollito misto piemontese. Francesco Chapusot, nato in Francia alla fine del Settecento, ma stabilitosi a Torino nell’Ottocento dove si sposerà due volte, autore de La cucina sana, economica, ed elegante (1846), consiglia di preparare questo piatto per «recuperare il lesso di un giorno». Beppe Cravero, patron del Vascello d’oro di Carrù, patria del bue grasso, è sicuro: «Il recupero del bollito è piemontese per cultura e storia. Si chiamava, nell’Ottocento, Insalata degli antichi stallaggi. Era preparata con gli avanzi del bollito del bue grasso ed era il pranzo degli aristocratici al rientro della caccia a cavallo». Cravero l’ha in menu tutto l’anno: «Non tradisco la nostra storia. Lo servo con verdurine croccanti in agrodolce: peperone giallo, rosso, cipolla rossa e bianca, carote e uno zucchino scottato in acqua per non fargli perdere la clorofilla, olio, sale, pepe e aceto di vino rosso a sganassa, diciamo noi, perché stuzzica le ganasce». Il fricandeau a l’oseille è uno stufato tradizionale di noce di vitello lardellato cotto lentamente in casseruola, insaporito e servito con una salsa a base di acetosella. Il fricandò piemontese, senza il fonema «eau» finale, ma italianizzato con la «ò» accentata, è anch’esso uno spezzatino di vitello in umido con verdurine. È un piatto di confine, argomento che approfondiremo in una successiva puntata.
Veniamo al gateau aux amandes. Forzando un po’ la mano, ma mica tanto, si prepara anche in Italia dove, però, si chiama torta di mandorle. Esistono versioni regionali che esaltano le mandorle locali, specialmente nel Sud: in Puglia si chiama Mandorlaccio o Mandorlato di Altamura. È una torta a cupola a base di mandorle, uova, zucchero e miele. Altre versioni di torte di mandorle le troviamo nella tradizione siciliana: dolci nati storicamente nei conventi; in Sardegna, e - udite, udite - a Cologna Veneta dove è diventata famosa una variante che viene chiamata proprio così: «Gateau classique aux amandes de Cologna Veneta». È un mandorlato preparato da Gli speziali di Cologna Veneta (ditta nata nel 1850) e commercializzato furbescamente online da Spaghetti e mandolino. Si vede che iniziamo a imparare qualcosa dall’arte francese di commercializzare.
Nella Physiologie du goût del 1825, Brillat-Savarin di cui ricorrono quest’anno i 200 anni dalla morte, non dedica nemmeno una Meditazione (così chiama i capitoli del libro) alla cucina italiana, né le riconosce alcuna influenza sulla cucina transalpina. Si limita a riferimenti sparsi: cita il parmigiano tra i formaggi di pregio, i salumi emiliani, dice che dall’Italia è stato importato il prezzemolo, menziona alcune preparazioni o usanze italiane. Ma il fulcro della sua Physiologie, ovviamente, resta la cucina e la tavola francese. L’Italia compare come uno dei tanti orizzonti gastronomici europei. Non c’è un riferimento specifico sulle influenze italiane nella cucina francese. Nemmeno un merci. C’è, sì, una meditazione, il capitolo XXVII, intitolato Storia filosofica della cucina- quello che inizia con l’aforisma «La cucina è la più antica delle arti, perché Adamo nacque digiuno» - dove Brillat Savarin si spertica in lodi per la tavola dei Cesari: «Il lusso della tavola», scrive, «arrivò fin quasi all’incredibile». Cita Marziale, Lucullo, Catullo, Orazio, risale lungo i secoli, ma ignora completamente Caterina de’ Medici che aveva solo 14 anni quando sposò Enrico II, ma sapeva bene quello che voleva. Fu madre di tre re di Francia ed ebbe una certa influenza sulla cucina francese.
Caterina era talmente ben abituata agli usi e costumi di casa Medici che, temendo di dover rinunciare alle sue abitudini, aveva portato con sé cuochi, pasticcieri e fornai, le buone maniere, la forchetta e perfino le mutande per permettere alle donne di cavalcare in modo più igienico. Non mitizziamo Caterina: non fu lei a inventare la cucina francese che si formò, come quella italiana, dalla caduta dell’Impero romano, alle invasioni barbariche al Medioevo, ma certamente portò a Parigi lo splendore del Rinascimento italiano e lo stile dei Medici: di Lorenzo il Magnifico, del papà, Lorenzo II de’ Medici, dei suoi parenti Papi, Leone X e Clemente VII. Ai conviti dei Medici regnavano le buone maniere, l’abitudine di cambiare piatto tra una portata e l’altra, la più assoluta pulizia, l’argenteria artistica, il vasellame in vetro di Murano o in ceramica faentina. In quanto al cibo, i Medici mangiavano piatti della tradizione toscana, semplici, ma sostanziosi. Come la carabaccia, una zuppa di cipolle amata da Leonardo, fatta con le cipolle rosse dolci di varietà Chiarentana della Val d’Orcia o con le rosse di Certaldo, zuppa che molti storici della cucina affermano essere l’antenata della celeberrima soupe a l’oignon. Sconsiglio fortemente di imbastire un dialogo, su questo, con un francese anche perché, per essere sinceri, la zuppa di cipolle la troviamo già nell’antica Roma e nelle umili scodelle medioevali contadine, sia di qua che di là delle Alpi.
I cuochi di Caterina cucinavano la salsa colla (latte, burro, farina), usata come legante, antenata della besciamella, la cui ricetta francese venne pubblicata nel 1651 (più di cent’anni dopo) ne Le cuisinier françois (Il cuoco francese) di François Pierre de La Varenne che la dedicò a Louis de Béchameil da cui prese il nome. Possiamo dire che la salsa colla nasce dalla tradizione culinaria toscana, mentre la besciamella è la sua evoluzione francese. Caterina introdusse nuovi dolci e il gelato grazie al pasticcere Ruggeri; le crespelle, diventate crepès; i crostini di fegato che ancora oggi si mangiano in qualsiasi ristorante o trattoria in Toscana. Si possono considerare gli antenati del paté de foie gras? Un discorso a parte merita l’anatra al melarancio, piatto dal contrasto agrodolce molto amato nel Rinascimento fiorentino che, sicuramente, Caterina conosceva e mangiava di gusto. È questa anatra diventata poi la francesissima canard à l’orange? Ognuno tragga la sua conclusione. Personalmente sto con l’Italia: in un anonimo ricettario toscano del Trecento è presentato un papero al sugo d’arancia. È vero che nel Medioevo gli orizzonti gastronomici europei si sono spesso intrecciati, ma carta canta.
Detto questo, non sarebbe giusto trovare almeno una citazione su Caterina de’ Medici nella Physiologie di Brillat-Savarin. Invece niente. Nothing. Rien.
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Nel riquadro Davide Mazzarini, brand manager di Society Limonta
- Society Limonta, azienda specializzata in lenzuola, tovaglie e asciugamani, è tra i protagonisti del Salone del Mobile a Milano. Il brand manager: «La tecnica del tinto in capo rende ogni pezzo unico. Ora puntiamo a crescere negli Stati Uniti e in Asia».
- Biblioteche, totem, tecnologia: ecco tutte le attrazioni connesse alla Design Week.
Lo speciale contiene due articoli
In occasione del Salone del Mobile, appuntamento internazionale per il mondo del design e dell’abitare (21/26 aprile), Society Limonta si conferma tra le realtà più interessanti nel panorama della ricerca tessile contemporanea.
Il brand ha costruito negli anni un linguaggio distintivo fatto di materia, colore e sperimentazione, ridefinendo il concetto di biancheria per la casa in chiave libera e personale. Dalla ricchezza del suo archivio tessile alla continua innovazione sui materiali, Society Limonta interpreta l’abitare come un’esperienza dinamica. Ne parliamo con Davide Mazzarini, brand manager, per approfondire filosofia, ricerca e prospettive.
Society Limonta nasce all’interno di una realtà storica come Gruppo Limonta: quanto pesa oggi questa eredità nel definire l’identità contemporanea del brand?
«Nascere all’interno del Gruppo Limonta è un’opportunità fondamentale per definire l’identità contemporanea di Society Limonta. Questa eredità si traduce in un patrimonio di competenze, che spazia dagli sviluppi tessili innovativi alle tecniche di finissaggio avanzate e un know-how unico. Allo stesso tempo, il confronto costante tra professionalità diverse all’interno del Gruppo alimenta un ambiente dinamico, capace di stimolare ricerca e sperimentazione continua. In particolare, ciò che distingue Society Limonta è proprio l’opportunità di attingere alla cultura e sensibilità che il Gruppo ha sviluppato nel mondo della moda: un approccio progettuale e creativo che va oltre il concetto tradizionale di biancheria per la casa».
L’archivio tessile è una risorsa straordinaria: in che modo questo patrimonio influenza concretamente le nuove collezioni senza diventare un vincolo creativo?
«L’archivio è un punto di partenza e una fonte di stimolo. La sua consultazione avvia un processo di ricerca e selezione che porta nuove interpretazioni del tessile. Rivisitato attraverso il know-how contemporaneo, questo patrimonio non diventa un vincolo ma un’opportunità, dando vita a un connubio tra passato e presente che definisce il valore intrinseco dei prodotti Society Limonta».
Come nasce, oggi, un nuovo tessuto?
«Da un processo creativo continuo, in cui ogni prodotto diventa punto di partenza per nuove evoluzioni e interpretazioni. Da un’idea ne nascono sempre altre, grazie anche alla costante contaminazione con gli sviluppi tessili del Gruppo Limonta - dall’abbigliamento all’accessorio fino all’interior - che rappresentano una fonte di ispirazione continua».
Il concetto di «tinto in capo» è centrale per voi: cosa rappresenta in termini di innovazione e di linguaggio estetico?
«Mi piace dire che il tinto in capo dona anima al tessuto. Questa tecnica conferisce ai prodotti un aspetto vivo, fatto di effetti mossi e voluminosi, pur mantenendo una grande leggerezza: un equilibrio che rappresenta l’essenza estetica di Society Limonta. Allo stesso tempo, il tinto in capo rende ogni pezzo unico, grazie a variazioni e sfumature naturali che ne esaltano il carattere distintivo».
La collezione Permanent rompe l’idea tradizionale di coordinato: quanto è cambiato il modo di concepire la biancheria per la casa negli ultimi anni?
«La collezione Permanent, con la sua palette di 14 colori tra toni caldi e freddi, apre la possibilità di mix cromatici unici e sofisticati, superando l’idea tradizionale di coordinato e permettendo di esprimere una visione sofisticata e personale dell’abitare. Il mix & match, la possibilità di acquistare i capi singolarmente e abbinarli liberamente, insieme al finissaggio in capo, hanno contribuito a rivoluzionare il concetto di set letto. Oggi la biancheria per la casa si sceglie sempre più per piacere, con un approccio vicino a quello della moda, e non più solo per necessità».
Lavorate molto con fibre naturali: quanto conta oggi la sostenibilità?
«Già il fatto di creare prodotti belli, realizzati con materiali pregiati e pensati per durare nel tempo rappresenta, per noi, una forma concreta di sostenibilità. L’utilizzo di fibre naturali come lino, alpaca e cachemire risponde non solo a una scelta qualitativa, ma anche a un’attenzione verso il benessere e la sensorialità: il tatto è infatti uno dei sensi più coinvolti nei nostri prodotti, dalle lenzuola alle coperte, fino a tovaglie e asciugamani».
Con la collezione Oltre Society entrate nel mondo dell’oggetto di design.
«Oltre Society rappresenta un’estensione naturale del nostro approccio alla ricerca. Come nel tessile, anche questo progetto nasce dal desiderio di esplorare nuove forme espressive, ampliando il linguaggio del brand grazie all’incontro tra idee, capacità artigianali e collaborazioni con artisti e designer».
Cosa c’è nel futuro?
«L’obiettivo è continuare a crescere nel retail, in particolare negli Usa e in Asia, sviluppare ulteriormente il canale online e rafforzare la presenza nel mondo dell’hospitality».
Le maison atterrano al Fuorisalone con installazioni immersive e artisti
Il Salone del Mobile (21-26 aprile) e la Milano Design Week confermano una trasformazione ormai evidente: la moda non è più un elemento accessorio del design, ma una presenza strutturale che ne ridefinisce linguaggi, spazi e pubblico. All’interno del Fuorisalone, le grandi maison - da Louis Vuitton a Hermès fino a Bottega Veneta - costruiscono un sistema parallelo fatto di location ricorrenti, rituali e installazioni molto attese, capaci di attrarre un pubblico ampio, spesso oltre il mondo del design. Questo dialogo ha ampliato i confini del progetto, coinvolgendo nuove comunità e intrecciando creatività, ricerca e cultura.
Alcuni brand, come Prada, Jil Sander e Issey Miyake, mantengono un approccio più sperimentale e culturale, mentre realtà come Nike e Asics portano un legame diretto con tecnologia, performance e corpo. Piattaforme come Capsule Plaza rendono questo intreccio ancora più concreto, trasformandolo in una pratica condivisa. L’edizione 2026 si distingue per una mappa coerente di progetti che spaziano tra biblioteche temporanee, archivi e installazioni immersive. Tra i più significativi: «Reference Library» di Jil Sander, una biblioteca effimera costruita attorno a libri scelti da creativi; il «Literary Club» di Miu Miu, che trasforma la lettura in spazio di riflessione critica; e il progetto Gucci, che rilegge il proprio archivio come narrazione contemporanea.
Accanto a questi, installazioni come «NikeAir_Lab» esplorano la tecnologia come processo aperto, mentre Louis Vuitton con «Objets Nomades» e Loro Piana con i suoi studi sul plaid reinterpretano l’universo domestico attraverso materiali e savoir-faire. Hermès e Bottega Veneta lavorano invece sulla dimensione dello spazio e della materia, mentre Prada continua la sua ricerca teorica con «Prada Frames». Tra le varie installazioni e i vari progetti, «Still 1492 Never Ending Story», il totem monumentale di Fidia Falaschetti by Angelino Artworks si troverà davanti alla Pinacoteca di Brera dal 20 al 26 aprile, accogliendo il pubblico nel cuore della città. La Galleria Robertaebasta, in qualità di sede istituzionale del progetto, ospiterà l’artista Fidia Falaschetti, e con il coinvolgimento di prestigiosi partner, tra cui Seguso Vetri d’Arte, diventerà un centro nevralgico di relazioni, incontri e approfondimenti per tutta la settimana.
In occasione del suo 35esimo anniversartio, Xinao Textiles, leader globale nelle fibre naturali di alta qualità, ha realizzato l’installazione «The Art of Yarn» con l’art direction di Pierluigi Fucci, che ha dato vita a una serie di complementi d’arredo realizzati con preziosi filati di purissimo cashmere, ispirati all’artista croata Jagoda Buić, figura chiave del movimento «New Tapestry». Tra i pezzi presentati, ci sarà anche una rilettura con texture di cashmere di una poltrona e di una serie di pouf di Moroso.
Chichi Meroni trasforma l’Arabesque design gallery in un passaggio attraverso memorie fotografiche ricostruite da arredi intrisi di emozioni immutabili, incisori di tracce sulle riflessioni dell’oggi sull’estetica. È uno spazio dedicato all’esplorazione del design firmato dallo stilista John Richmond.
Blauer presenta una nuova collaborazione con Alvin, artista che esplora il confine tra arte, moda, design e spettacolo. Insieme presenteranno un’installazione dedicata, trasformando lo store Blauer in un’esperienza visiva e partecipativa.
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«Maschi Veri» (Netflix)
Dalla Spagna a Netflix, la serie segue quattro quarantenni alle prese con identità, relazioni e nuovi equilibri sociali. Tra ironia e crisi personali, il racconto evolve oltre il patriarcato, interrogando cosa significhi essere uomini oggi.
In Italia, abbiamo fatto appena in tempo ad applaudire la prima, ma, in Spagna, le stagioni di Machos Alfa - da noi riadattato in Maschi Veri - sono state quattro. Con una quinta disponibile su Netflix da venerdì 17 aprile.
La serie tv, che ha saputo ribaltare gli assunti del politicamente corretto, ha voluto proseguire oltre quel che è stato fatto, tornando a interrogandosi sul significato che la mascolinità possa avere quest'oggi. Dapprima, è stato il patriarcato. Poi, nel corso delle quattro stagioni già viste, altri mostri, altre battaglie. Pedro, Luis, Raul e Santi, amici di sempre, sulla soglia degli -anta, sono stati costretti a misurarsi con una realtà duttile e mutevole. Relazioni che cambiano, improvvise virate, il Giusto e lo Sbagliato come insiemi dai confini labili. Niente di quel che era stato insegnato loro sembra poter sopravvivere in questo mondo nuovo. La loro cultura, quello di cui sono intrisi, è stato derubricato a scoria del patriarcato, ogni loro pensiero cerchiato con la penna rossa. Avrebbero dovuto imparare a disimpararsi. Rivedere ogni automatismo, fermarsi al pensiero, senza più verbalizzarlo. Ogni cosa nota, l'ironia un tempo ben accetta, i nomignoli e le piccolezze legate ai ruoli di genere, sarebbero stati presi come insulti. Di qui, dunque, l'esigenza di costringersi ad un corso vero e proprio, che potesse fornire loro gli strumenti necessari a liberarsi della propria mascolinità tossica.
Machos Alfa, nelle sue prime quattro stagioni, è partito dalla particolarità di questi quattro amici per navigare, attraverso loro, il politicamente corretto, la società fluida, il gender gap, le relazioni, così come social e parità di genere le stanno riscrivendo. Poi, si è portato più in là, dando a ciascun quarantenne una vita che consentisse (anche) uno sviluppo verticale della narrazione.Così, Pedro, Luis, Santi e Raul si sono evoluti, di episodio in episodio. E, in questi inediti, continuano nel proprio processo di ricerca, uomini costretti a ridefinire, in tarda età, i confini della propria identità. Non sono maschi come lo erano i propri padri. Non si sentono alfa né capobranco. Forse, un branco, nemmeno lo hanno. Eppure vanno, incontrando sul proprio cammino i drammi legati alle crisi matrimoniali, all'ingresso nelle relazioni umane dell'intelligenza artificiale, alla paternità, soprattutto a quella non convenzionale. E vanno con ironia sottile, meravigliosa, con una capacità di divertire, che, nell'economia dell'offerta televisiva odierna, raramente ha trovato pari.
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Famiglia Trevallion (Ansa)
Dubbi dell’avvocato sui test psicologici. Salvini: «Novità dall’ispezione del ministero».
«Ho visto tre bambini fortemente sofferenti. In loro non c’è più nulla della solarità che ricordavo, ho faticato a riconoscerli». L’avvocato Danila Solinas, rappresentante legale della famiglia Trevallion, fatica a descrivere la tristezza, la rigidità dei fratellini da mesi tenuti lontani da casa.
Ieri sono stati sottoposti a test psicologici da parte di Valentina Garrapetta, assistente della consulente tecnica d’ufficio Simona Ceccoli, per valutare lo sviluppo cognitivo e psico-affettivo, «le figure di riferimento riconosciute dagli stessi minori e i modelli di identificazione sviluppati».
Strappati dalla famiglia lo scorso 20 novembre, dal 6 marzo privati pure della presenza della madre nella casa famiglia di Vasto, possiamo immaginare quale quadro di sofferenza avranno offerto, per di più in un luogo «non neutro» qual è la struttura dove sono confinati. L’avvocato Solinas non era presente all’incontro, dal quale erano esclusi pure i genitori, ma ha potuto vedere i bambini prima e dopo i test. «Non mi sono mai permessa di esprimere un commento su minori, ma oggi dico con grande onestà che credo che portino addosso i segni dell’istituzionalizzazione e dell’allontanamento della madre», dichiara molto preoccupata alla Verità.
«Esprimo molte perplessità sulla perizia e sulla sua qualità nella componente “testologica”, ovviamente dettaglieremo tutto questo nelle sedi opportune», afferma lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della famiglia assieme alla psicologa e psicoterapeuta Martina Aiello. Il professore non può sbilanciarsi prima di aver letto la relazione della psichiatra Ceccoli, la cui bozza sarà depositata alla fine d’aprile. Poi ci saranno i tempi per le osservazioni dei consulenti di parte e le relative risposte da parte della Ctu, infine verrà depositata la relazione definitiva. Un’attesa lunghissima, mentre i bimbi stanno sempre peggio.
Ceccoli deve fornire i risultati dell’indagine condotta sui genitori e i bimbi del bosco, con le valutazioni finali sulle caratteristiche psichiche di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham quanto a capacità e responsabilità genitoriale, indicando in caso di parere favorevole «il percorso educativo che i genitori dovranno allo scopo intraprendere», secondo quanto richiesto dal Tribunale dell’Aquila.
Sull’atteggiamento apertamente ostile dei servizi sociali nei confronti della mamma dei bambini, Cantelmi aggiunge: «Purtroppo debbo registrare lo sconforto di Catherine, alla quale continuano ad essere attribuite intenzioni che non ha. L’accusa di utilizzare in modo strumentale i propri figli, addirittura a fini commerciali, oltre che essere un’opinione di nessun rilievo tecnico, non può che essere vissuta come un insulto e dimostra poca conoscenza della sua personalità. Oggi Catherine paga il prezzo di una ostilità da parte del sistema».
Il 21 aprile, la Corte d’appello si esprimerà sul reclamo presentato dalla famiglia contro l’ordinanza di allontanamento della mamma, dello scorso 6 marzo, e per il ricongiungimento del nucleo familiare. «Ad oggi tutti i problemi che erano posti nel primo provvedimento del tribunale sono risolti in modo documentale, dalla casa alla scolarizzazione», sottolinea Solinas. La sospensione genitoriale non ha più motivazioni, se mai avesse avuto un fondamento.
Intanto, dovrebbero essere concluse le ispezioni avviate dal ministero della Giustizia e a breve ci potrebbero essere importanti «novità», come ha anticipato il vicepremier Matteo Salvini ospite di Milo Infante a Ore 14 sera.
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