Giorgia Meloni (Ansa)
Dal 7 aprile il diesel volerà a 2,2 euro. Tajani: «Se la guerra non finisce interverremo». Oggi consiglio dei ministri.
All’indomani della visita in Algeria, il premier Giorgia Meloni torna a fare i conti con le urgenze dell’economia. I prezzi dei carburanti sono tornati al livello precedente il taglio delle accise che scade il 7 aprile. Negli ultimi giorni gli spiragli di un’intesa sulla riapertura dello stretto di Hormuz e, più in generale, di una fine a breve del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno spinto il prezzo del greggio verso il basso, sotto i 100 dollari al barile. Va però ricordato che le quotazioni non si ripercuotono nell’immediato sul prezzo applicato per i rifornimenti. I distributori devono prima smaltire le scorte di greggio già acquistate con le tariffe più elevate. Alla scadenza del taglio delle accise quindi bisognerà mettere in conto un aumento dei prezzi alla pompa di 25 centesimi. Ipotizzando un costo stabile della materia prima, senza lo sconto sulle accise la benzina schizzerebbe a 1,980 euro, mentre il gasolio a 2,265 euro. Un pieno da 50 litri di diesel costerebbe 12,20 euro in più di oggi. Eventuali oscillazioni del petrolio potrebbero amplificare l'impatto degli aumenti.
La sfida sarebbe di prorogare il taglio delle accise, magari rendendolo più sostanzioso ma c’è il problema della copertura e la congiuntura economica non concede margini di manovra. Il nuovo aggiornamento dell’Ocse è una doccia gelata per il governo. Il Pil italiano è rivisto al +0,4% nel 2026, in calo rispetto al +0,6% indicato a dicembre, e al +0,6% previsto per il 2027. Inoltre torna a salire l’inflazione, attesa quest’anno al 2,4%. L’aumento dei prezzi era già in atto prima delle tensioni geopolitiche recenti, ma il contesto internazionale ha contribuito a rafforzare il trend.
Previsioni con le quali il ministero dell’Economia è costretto a fare i conti. Ad aprile sarà il Documento di finanza pubblica a mettere nero su bianco questo fragile scenario con crescita più debole, energia più cara e meno soldi da spendere.
Tant’è che il governo, nonostante la sarabanda di accuse dell’opposizione in fibrillazione dopo il successo referendario, si muove con cautela. Alla vigilia del consiglio dei ministri, previsto per oggi, mentre si susseguono gli interrogativi se il governo prenderà misure per raffreddare l’inflazione a cominciare dal caro carburanti, il viceministro all’Economia, Maurizio Leo, frena: «Stiamo valutando ma non penso» risponde tranciante a chi cerca di stanarlo sul tema della accise. Ma ad annunciare un possibile nuovo intervento è stato il vicepremier, nonché ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Se la guerra non finisce saremo costretti a rinnovare la scelta di ridurre le accise».
Il collega del Made in Italy, Adolfo Urso, lascia intendere nuove misure in arrivo per sostenere famiglie e imprese. «Lavoreremo anche con successivi provvedimenti qualora il consiglio dei ministri decidesse di farlo già nella prossima seduta» ha detto ma sottolineando anche che «il prezzo dei carburanti è cresciuto in Italia molto meno che negli altri Paesi europei». Quanto all’inflazione sottolinea che «l’Italia ha oggi le carte in regola».
Ma non c’è solo il tema del taglio delle accise. Il decreto carburanti attende il decreto attuativo per definire le modalità operative, i criteri di accesso e le procedure di fruizione del beneficio. C’è poi il decreto bollette; oltre 5 miliardi per contenere i costi di elettricità e gas nel periodo 2026-2028. Un pannicolo caldo, secondo Confcommercio.
Intanto altri Paesi si muovono. In Germania il Bundestag ha varato un provvedimento che vieta l’aumento del prezzo di benzina e gasolio più di una volta al giorno, alle 12 in punto. Per le violazione sono previste sanzioni fino a 100.000 euro. In vista c’è l’incremento delle deduzioni per i pendolari.
Anche l’Austria ha approvato un taglio temporaneo a una serie di imposte sui carburanti per arrivare a un risparmio di circa 10 centesimi al litro. La Polonia porta l’Iva dal 23 all’8% e le accise al minimo previsto dall’Ue, ossia 29 centesimi di zloty per la benzina (0,066 centesimi di euro) e 28 centesimi di zloty (0,068 centesimi di euro) per il diesel. «I prezzi al litro dovrebbero scendere di circa 1,20 zloty (circa 28 centesimi di euro)» ha annunciato il premier, Donald Tusk.
Intanto Palazzo Chigi lavora sul decreto fiscale che dovrebbe prevedere il rinvio della tassa da 2 euro sui piccoli pacchi, correzioni sull’iperammortamento escludendo il requisito di investimenti made in Europe previsto dalla manovra. Potrebbe entrare nel provvedimento anche una riapertura dei termini della rottamazione quater, per coloro che non hanno versato la rata di novembre. È attesa sul tavolo del consiglio dei ministri anche la riforma del Testo unico della finanza (Tuf), con una serie di modifiche per le società quotate.
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Ansa
- L’ammucchiata rossa passa all’incasso dopo l’appoggio al No. Oggi sciopero, poi concertone e corteo contro guerra e governo.
- Il questore si oppone all’evento di domenica per Mercogliano e Ardizzone, morti mentre preparavano un ordigno. Disordini in vista.
Lo speciale contiene due articoli
Neanche il tempo di assistere alla resa dei conti post referendaria nel governo e la sinistra extraparlamentare, che ha avuto un ruolo vitale nella riuscita della campagna per il No alla riforma della giustizia, passa all’incasso. Con una doppia mossa: sciopero (guarda caso ancora di venerdì) e una due giorni di concerti e manifestazioni per le strade di Roma sotto l’insegna del movimento pacifista «No Kings».
Partecipanti? I soliti noti. Ci sono la Cgil e la Fiom che dopo la spedizione cubana si è intestata il ruolo di sindacato più barricadero del Reame rosso. Ma anche l’Arci, l’Anpi, i movimenti pro Palestina e i collettivi studenteschi. Poi Rete No Bavaglio, Emergency, Amnesty e la Rete Italiana per la Pace e il Disarmo. Circa 700 sigle diverse che, ringalluzzite dalle urne, potrebbero portare in piazza nella Capitale non meno di 15.000 persone.
Insomma l’allegra ammucchiata che più a sinistra non si può e usa qualsiasi argomento (Costituzione, diritti, giustizia, lavoro o pace fa lo stesso) per arrivare poi sempre alla stessa conclusione: il governo fascista della Meloni deve andare a casa. Perché è impressionante come la lotta, anche per le cause oggettivamente giuste (come si può dire no alla pace), si concluda sempre con la stesse rivendicazioni antigovernative.
Ma andiamo con ordine. Ai venerdì di passione anche fuor dal periodo pasquale, gli italiani hanno fatto il callo. Questa come altre volte nel mirino sono finiti i settori più sensibili: trasporti e scuola. Ai quali si aggiunge lo sciopero dei giornalisti.
A Milano i disagi maggiori. Nella capitale finanziaria del Paese si fermano quasi per l’intera giornata i lavoratori dell’Atm. L’iniziativa e dei Cobas e le motivazioni sono sempre le stesse (liberalizzazione, privatizzazione, finanziarizzazione e gare d’appalto dei servizi attualmente gestiti dal gruppo Atm). Non fanno neanche più notizia. Disagi comunque sono previsti anche a Torino, Napoli e Novara.
Molto più politiche le proteste della scuola. Qui a fare la voce grossa è il Sisa, sindacato indipendente scuola e ambiente. E l’esito è molto meno certo. Nel senso che potrebbero mancare docenti, dirigenti e personale Ata. E ogni istituto garantirà o meno le lezioni, a seconda del numero delle adesioni. Tra le motivazioni, aumento degli stipendi e stabilizzazione dei precari, certo. Ma spicca anche «l’introduzione dello studio di arabo, russo e cinese nelle scuole superiori». Priorità.
Il piatto forte però è la due giorni «No Kings», che si svolgerà in concomitanza con analoghe proteste pacifiste in altre parti del mondo, anche negli Stati Uniti.
Qui ritroviamo alcune facce note che si sono già spese per il No alla riforma della giustizia. Tra i partecipanti al concertone di oggi nel grande spazio della Città dell’altra economia (ex mattatoio di Testaccio a Roma) abbondano cantanti e artisti, da Daniele Silvestri fino a Sabina Guzzanti, che hanno preso posizione per il «No» al referendum.
I partecipanti vogliono apparire distanti dai partiti. Il problema è che si fa fatica a non considerare la Cgil una costola un giorno del Pd e l’altro del Movimento Cinque Stelle. E che tra gli organizzatori, spicca la figura del portavoce del movimento No Kings Italia,Luca Blasi, noto esponente di Avs a Roma. «Saremo centinaia di migliaia», evidenziava Blasi in questi giorni, «una grande marcia popolare per invadere Roma e bloccarla con i nostri corpi. Sono sicuro che sarà una piazza gigantesca, persino oltre le nostre aspettative. Non riusciamo nemmeno a contare i treni e i pullman che sono pronti a raggiungere Roma». Probabile sia così. E viste le premesse non ci meravigliamo che qualche giorno fa, alla presentazione dell’evento, nella sede della Federazione nazionale della stampa, in via delle Botteghe Oscure, era passato un messaggio che più chiaro non si può: «Questa sarà l’occasione per rafforzare e amplificare la volontà popolare, emersa in maniera inequivocabile con la vittoria del No al referendum, di fermare la svolta autoritaria e le politiche belliciste del governo Meloni».
Insomma, la sinistra extraparlamentare che lotta unita con un obiettivo unico: far fuori la Meloni. Siamo sicuri che le intenzioni siano pacifiche, il problema è che lo stesso giorno (il 28 marzo) era stato scelto da tempo dagli attivisti del centro sociale Askatasuna come la data per mobilitarsi e «farsi sentire» dopo lo sgombero dello scorso 18 dicembre.
Un incrocio potenzialmente incendiario, soprattutto dopo l’esplosione nel casolare al parco degli Acquedotti di Roma, dove due anarchici sono morti costruendo un ordigno non convenzionale. Il timore di infiltrazioni è molto alto con Digos e nucleo informativo dei carabinieri che sono al lavoro da giorni per scongiurare commistioni e incidenti.
Speriamo che basti, in caso contrario, siamo sicuri che gli organizzatori non avranno molti dubbi nell’individuare i colpevoli dalle parti di Palazzo Chigi e dintorni.
Presidio anarchico vietato, ma loro se ne fregano
Il questore vieta una manifestazione e gli anarchici «disobbediscono». Due giorni fa il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, al Question Time alla Camera era stato categorico: non c’è e non ci deve essere spazio per gli anarchici violenti e l’allerta deve essere sempre massima. Ieri mattina, il questore di Roma Roberto Massucci ha firmato un provvedimento con cui ha vietato lo svolgimento di un presidio organizzato sul web dalla galassia anarchica. La manifestazione si dovrebbe svolgere domenica proprio in via Lemonia, a pochi passi dal casale in via delle Capannelle, dove lo scorso 18 marzo due persone, Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone sono morte mentre stavano preparando un ordigno non convenzionale, secondo quanto emerso dalle indagini.
Il divieto è stato motivato anche dalla necessità di tutelare l’integrità dei luoghi in cui è avvenuta l’esplosione per fini investigativi dal momento che sono in corso le indagini. Diventa, quindi, indispensabile rispettare il sequestro di quell’area come è stato disposto dall’Autorità giudiziaria e in ragione del fatto che il presidio, così come è stato pubblicizzato, avrebbe comportato uno spostamento fino al casale. La questura di Roma ha evidenziato, inoltre, che non è stato formalizzato alcun preavviso dello svolgimento della manifestazione così come previsto dalla normativa vigente. C’è, poi, un’altra motivazione fondamentale alla base del divieto: tale presidio si rivela in contrasto con i valori della convivenza civile e democratica, tenendo presente l’inclinazione ideologica dei movimenti anarchici di opporsi all’ordine costituito. La manifestazione di domenica tenderebbe, quindi, a «commemorare azioni delittuose quali l’assemblaggio di un ordigno». Tutto questo mentre sui siti e sulle pagine social della galassia anarchica viene divulgato l’appuntamento di domenica: «Ci troveremo all’incrocio tra via Lemonia e Circonvallazione Tuscolana per portare dei fiori sul luogo in cui hanno perso la vita i compagni». Il luogo dell’appuntamento è stato poi spostato nella zona del Quarticciolo: «L’appuntamento successivo è spostato alle 12 al parco Modesto di Veglia a Roma». Il presidio è vietato, ma molto probabilmente la commemorazione si terrà ugualmente. Insomma, guai in vista. La preoccupazione è che si possano verificare disordini mettendo a rischio la sicurezza dei cittadini. Intanto, sempre nella giornata di ieri, sono state eseguite diverse perquisizioni tra Viterbo, Montefiascone e Soriano nel Cimino dopo la comparsa di una scritta anarchica nel capoluogo laziale che inneggiava ai due militanti morti. La scritta «Sara e Sandro vivono nelle nostre lotte» con il simbolo della A cerchiata è stata disegnata con vernice spray nera sul muro di un parcheggio condominiale nel quartiere Carmine di Viterbo. Su quanto accaduto sono state avviate indagini da parte della Digos, che ha quindi effettuato perquisizioni nelle abitazioni di due persone considerate vicine agli ambienti anarchici locali. L’intento è individuare gli autori della scritta e accertare eventuali collegamenti con altri episodi o con messaggi circolati negli stessi circuiti dopo la morte dei due militanti. Le indagini proseguono e, al momento, non è stata esclusa alcuna ipotesi.
Già il 7 e 8 febbraio scorsi, a Viterbo, si sono svolti due appuntamenti della galassia anarchica: un corteo che ha attraversato le principali vie della città e, il giorno successivo, un convegno internazionalista dal titolo «Sabotiamo la guerra e la repressione», ospitato in un locale di via Treviso. Durante il corteo è stato esposto anche uno striscione con la scritta: «Fuori Alfredo dal 41 bis», in riferimento ad Alfredo Cospito, condannato a 23 anni di reclusione e detenuto da quattro anni in regime di carcere duro.
A maggio il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, dovrà decidere se confermare o meno il regime del 41 bis. Nel 2023 l’anarchico aveva iniziato lo sciopero della fame per protestare contro il carcere duro, chiedendo gli arresti domiciliari. Richiesta negata.
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(Getty Images)
La maggioranza di Giorgia Meloni seppellisce la maggioranza Ursula: Ppe, Ecr e Patrioti (ma anche i socialisti danesi e maltesi) votano le nuove norme. Approvato il sistema introdotto dall’Italia con gli hub dislocati in Paesi terzi. Sinistre su tutte le furie.
La maggioranza Giorgia da eccezione diventa una regola seppellendo, forse definitivamente, la coalizione Ursula. In Europa passa la linea Meloni sulle politiche dei rimpatri. Con 389 voti a favore 206 contrari e 32 astenuti il Parlamento europeo ha dato il via libera all’avvio dei negoziati interistituzionali sulla direttiva rimpatri con una maggioranza composta da Ppe, Ecr, Patrioti e le altre destre. Voto contrario di S&D, Verdi, Sinistra e gran parte di Renew.
Furiosa la reazione dei socialisti, anche perché le delegazioni danese e maltese del gruppo si sono unite alla maggioranza di destra-centro nell’approvare il regolamento.
Un testo che rappresenta la posizione ufficiale del Parlamento nei triloghi con Consiglio e Commissione e che in sostanza promuove il modello Albania. La direttiva, (tra i relatori anche il meloniano Alessandro Ciriani), si propone di dare priorità al rimpatrio coercitivo rispetto alla partenza volontaria e prevede la possibilità di creare centri di rimpatrio (return hubs) in Paesi terzi. Si ampliano inoltre le possibilità di individuare un «Paese di ritorno» includendo non solo il Paese di origine ma anche Paesi terzi.
Una formulazione che lascia agli Stati membri un ampio margine di discrezionalità nell’individuazione delle condotte penalmente rilevanti e non introduce un obbligo di reintrodurre il reato di abuso d’ufficio nei termini previsti dall’ordinamento italiano perché si dispone già di un articolato sistema di reati che sanzionano condotte illecite dei pubblici ufficiali, sufficiente per soddisfare i requisiti della direttiva. «L’Europa va finalmente nella direzione giusta, su una linea che l’Italia ha sostenuto con forza» scrive sui social il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. «Con i return hubs si amplia la possibilità di individuare una nazione di rimpatrio per gli immigrati irregolari includendo non solo i Paesi di origine ma anche i Paesi terzi. È un passaggio importante per rendere i rimpatri più efficaci, rafforzare il controllo dei confini e dare all’Europa una politica migratoria finalmente più credibile». La responsabile dell’immigrazione di Fratelli d’Italia Sara Kelany avvisa «la sinistra che continua a dire che i centri per i migranti in Albania sono contrari al diritto europeo» di fare «mea culpa» e chiedere «scusa a tutti gli italiani. Dopo anni di destrutturazione delle politiche migratorie da parte del Pd e del M5S, che hanno portato al caos cui il governo attuale sta cercando di rimediare, l’Europa va nella direzione indicata per prima da Giorgia Meloni. Oggi è ancora più chiaro che chi ha ostacolato in tutti i modi il pieno funzionamento dei centri in Albania lo ha fatto sulla base di una ideologia che fa l’interesse di una parte e va a discapito dell’interesse nazionale».
«Stati membri e popoli europei, da oggi, possono riprendere il controllo delle proprie politiche migratorie. Grazie al lavoro e al voto della Lega e del gruppo dei Patrioti, è stato confermato un sistema di regole più stringenti per il rimpatrio dei migranti» scrivono gli eurodeputati della Lega.
«Un passo in avanti per rafforzare la legalità e rendere le procedure più rapide ed efficaci», il commento del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
«Oggi stiamo dimostrando chiaramente che esistono soluzioni europee per affrontare il fenomeno dell’immigrazione clandestina», ha commentato il presidente del Ppe Manfred Weber. «I cittadini europei si aspettano un intervento deciso, e noi stiamo rispondendo alle loro aspettative. Chiunque non abbia il diritto di rimanere nell’Ue deve andarsene».
E come già scritto, non la prendono bene i socialisti. Il dem Sandro Ruotolo ha sottolineato come il Ppe insegua ormai «l’estrema destra sulla strada della paura e della propaganda». Si disperano totalmente quelli di Avs accusando i popolari di «collaborare con l’estrema destra per promuovere politiche migratorie di carattere populista e discriminatorio richiamando modelli già adottati negli Stati Uniti». Tanto che Cristina Guarda (Avs) appende un cartello scritto in verde fluo con su scritto: «No Ice in Eu». Infine secondo Cecilia Strada, il regolamento rischia di trasformare i rimpatri in «deportazioni». Il sentiero è ormai tracciato: è già partito il primo trilogo tra Parlamento, Consiglio e Commissione, con l’obiettivo di arrivare a un accordo già nei prossimi mesi. Non sarà un percorso semplice, soprattutto in seno al Consiglio, dove non tutti i Paesi membri sono sulla linea tracciata dal regolamento. L’intesa dovrà poi tornare all’esame dell’Aula. All’Eurocamera, invece, soprattutto sui temi migratori, la convergenza tra Ppe e destre appare sempre più strutturata grazie al lavoro dell’Italia: «Siamo stati protagonisti nel costruire questa nuova maggioranza» ha sottolineato il capodelegazione di Fdi Carlo Fidanza.
Resta un quesito inevitabile: ora che cambia il diritto europeo, i magistrati che vi si sono sempre appellati per mettere i bastoni fra le ruote alle politiche migratorie del governo Meloni che faranno? A quale norma si rifaranno? Gli scenari sono diversi e le vie della giustizia infinite. Probabilmente si cercherà di fare riferimento alla Corte Ue. Deve ancora arrivare la sentenza che riguarda l’Albania. Quella dell’anno passato già chiariva che è facoltà del giudice decidere se un provvedimento di espulsione sia legittimo o meno. Una scelta che le toghe avranno possibilità di fare caso per caso.
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Petroliera russa (Ansa)
- Mentre le bombe ucraine hanno ridotto del 40% la capacità di export russo verso l’Europa, il bando totale, previsto per metà aprile, scompare dall’agenda della Commissione. Mistero su dove finisca il petrolio sequestrato alla «flotta fantasma» di Vladimir Putin.
- Gnl, stoccaggi, movimenti finanziari: troppi indizi ci dicono che le bollette saliranno.
Lo speciale contiene due articoli
Il petrolio russo è sotto attacco. Non solo per le sanzioni, ma anche per azioni di sabotaggio che colpiscono direttamente infrastrutture, rotte e capacità di esportazione. Secondo calcoli diffusi da Reuters, almeno il 40% del potenziale export di Mosca - circa due milioni di barili al giorno - risulta oggi fermo a causa di tre fattori: raid ucraini, danni agli oleodotti e sequestri di petroliere. Un colpo senza precedenti per il secondo esportatore mondiale di greggio, arrivato proprio mentre il prezzo del petrolio è tornato a superare i 100 dollari al barile.
Nelle ultime settimane Kiev ha intensificato gli attacchi contro il sistema energetico russo, colpendo tutti i principali terminali occidentali: dai porti baltici di Primorsk e Ust-Luga fino a Novorossiysk, sul Mar Nero. I raid condotti tramite droni hanno provocato incendi, rallentamenti e, in alcuni casi, la sospensione delle operazioni di carico, con effetti immediati sulle esportazioni di Mosca. Sotto pressione anche l’oleodotto Druzhba, arteria storica che attraversa l’Ucraina e rifornisce diversi Paesi dell’Europa centrale. L’obiettivo di Kiev è chiaro: ridurre le entrate energetiche del Cremlino, che rappresentano circa un quarto del bilancio statale, indebolendo così la capacità russa di sostenere il suo sforzo bellico.
Le conseguenze dell’offensiva voluta da Volodymyr Zelensky, d’altronde, si fanno sentire ben oltre il teatro di guerra ucraino. Con le rotte occidentali colpite o rallentate, Mosca è costretta a spostare una quota crescente del proprio export verso l’Asia, in particolare Cina e India. Ma anche queste direttrici presentano limiti: capacità logistiche ridotte, costi più elevati e tempi più lunghi. In un contesto già segnato dalle tensioni in Medio Oriente, il risultato è un aumento dell’incertezza sui mercati energetici globali.
In questo contesto tanto delicato, Bruxelles ha deciso di rinviare ancora la proposta di bando totale delle importazioni di petrolio russo. Il provvedimento, atteso inizialmente per metà aprile, è scomparso dall’agenda a breve termine della Commissione e, al momento, non è stato neanche ricalendarizzato. A livello ufficiale, i funzionari di Ursula von der Leyen ribadiscono l’impegno europeo a portare avanti il piano. Nei fatti, però, pesano le divisioni interne dell’Ue e la difficoltà di alcuni Stati membri a rinunciare completamente alle forniture russe. Il nodo, insomma, resta quello dell’unanimità. Ungheria e Slovacchia, fortemente dipendenti dal greggio che arriva attraverso il Druzhba (noto come «oleodotto dell’Amicizia»), hanno già ottenuto deroghe alle sanzioni e continuano a opporsi a una stretta definitiva. Non a caso, Viktor Orbán ha minacciato di interrompere le forniture di gas all’Ucraina qualora Kiev non riattivi i rifornimenti che passano per il Druzhba.
Nel frattempo, una parte crescente del petrolio russo continua a circolare al di fuori dei canali ufficiali. È il caso della cosiddetta «flotta ombra», una rete di petroliere spesso vecchie, registrate sotto bandiere di comodo e con proprietà difficilmente tracciabili, utilizzate per aggirare le sanzioni. Attraverso questi circuiti opachi passa ormai una quota rilevante del greggio di Mosca, che riesce così a raggiungere comunque i mercati internazionali. Negli ultimi mesi, tuttavia, anche questo sistema è finito nel mirino delle nazioni occidentali. Diversi Paesi europei e gli Stati Uniti hanno iniziato a fermare e sequestrare petroliere sospettate di trasportare petrolio russo in violazione delle restrizioni. Secondo operatori del settore citati da Reuters, circa 300.000 barili al giorno provenienti dall’Artico, con partenza dal porto di Murmansk, risulterebbero oggi bloccati proprio a causa di queste operazioni. Ufficialmente si tratta di applicazione delle sanzioni. Ma resta aperta una questione: che fine fa il petrolio sequestrato? Viene davvero sottratto al mercato o rientra attraverso altri canali, magari sotto nuove etichette?
Negli ultimi giorni, peraltro, il Regno Unito ha autorizzato le proprie forze navali ad abbordare le petroliere sospette: una misura che segna il passaggio da una logica puramente sanzionatoria a un intervento più attivo sulle rotte marittime, con il rischio di aumentare tensioni e incidenti. Ieri, per esempio, nel Mar Nero una petroliera turca in arrivo dalla Russia è stata colpita - a poche miglia dal Bosforo - da quello che Ankara ritiene un veicolo sottomarino senza equipaggio. Nessun ferito, ma danni alla sala macchine. Un episodio che conferma come le rotte energetiche siano ormai parte integrante del confronto bellico, non solo sul piano economico, ma ora anche su quello più strettamente militare.
Insomma, il petrolio russo continua a scorrere, ma in un circuito sempre più frammentato e instabile. Non è solo una questione di sanzioni o di mercato: è una guerra parallela, meno visibile ma altrettanto decisiva, in cui si gioca una parte rilevante dell’equilibrio economico e strategico del conflitto russo-ucraino.
Occhio, i prezzi del gas ingannano: il peggio deve ancora arrivare
Nuova giornata di rialzo dei prezzi del gas al mercato Ttf ieri, con il mese di aprile che ha chiuso a 55,22 euro/MWh (+4,55%) e il contratto annuale 2027 che ha chiuso a 44,17 euro/MWh (+4%). L’altalena di notizie dal Golfo Persico prosegue e ieri c’è stato anche ampio spazio per le dichiarazioni di Donald Trump e del segretario al Tesoro americano Scott Bessent sull’andamento della guerra in Iran e sui suoi effetti. Mentre il presidente seminava una certa confusione con una serie di affermazioni contraddittorie, Bessent ha cercato di tranquillizzare notando come alcune navi abbiano iniziato a transitare dallo stretto di Hormuz. Al di là delle dichiarazioni, però, vi sono alcuni elementi che avranno un impatto molto forte sui prezzi del gas anche se la guerra finisse tra pochi giorni.
I dati mostrano che, mentre il sistema fisico inizia ad entrare in tensione, i prezzi non stanno ancora incorporando pienamente questo rischio e dunque potremmo assistere nei prossimi giorni e settimane ad un aumento vigoroso dei prezzi del gas. L’alta probabilità che i prezzi possano muoversi rapidamente verso l’alto è legata a diversi fattori di base. Innanzitutto, l’offerta globale di gnl, dopo il grave fuori servizio del Qatar, si è ristretta rispetto alla domanda e questo sbilancio fa aumentare i prezzi. Il vero stop al gnl si percepirà da aprile, quando le navi che avrebbero dovuto arrivare in Europa dal Qatar non arriveranno. Il secondo elemento è rappresentato dai movimenti degli stoccaggi europei. Gli spread stagionali si stanno comprimendo fino quasi ad annullarsi e in alcuni punti si rovesciano, con l’estate 2026 sopra l’inverno successivo. Questo distrugge l’economia dello stoccaggio.
Se il differenziale tra estate e inverno si riduce troppo, infatti, il meccanismo di arbitraggio di iniezione perde convenienza. Comprare gas oggi, stoccarlo e rivenderlo in inverno non remunera più il rischio e il capitale e il risultato è che uno dei meccanismi fondamentali di stabilizzazione del mercato si indebolisce. Il sistema cioè diventa più vulnerabile agli shock esterni, proprio mentre il bilancio fisico si sta deteriorando. La decisione dell’Ue di ridurre gli obblighi di riempimento all’80% anziché al 90% a fine stagione estiva aiuta in minima parte a contenere la domanda, ma mette a rischio la tenuta del sistema in inverno. Anche la dinamica della curva dei prezzi futuri conferma questa tensione. Il front month accelera più rapidamente delle scadenze a tre e sei mesi e poi la curva si appiattisce, segnale di stress immediato ma senza il premio necessario a incentivare il refill.
Vi sono poi in gioco le posizioni finanziarie. Esiste una relazione positiva tra variazioni delle posizioni nette dei fondi di investimento e l’andamento dei prezzi. Dopo avere venduto molti volumi nelle settimane passate, ora i fondi stanno ricostituendo posizioni in acquisto (cosiddette lunghe). Dal rapporto sugli impegni dei trader sul mercato Ttf, diffuso settimanalmente dal mercato Ice, si ricava che le posizioni nette lunghe dei fondi finanziari ammontano a circa 293 terawattora, pari a circa 28 miliardi di metri cubi, e tendono a crescere ancora.
Questo significa che il capitale speculativo non sta coprendo un rischio che aveva precedentemente assunto, ma sta prendendo posizione su uno scenario di rialzo. Il numero di fondi attivi è inferiore ai massimi, quindi il mercato è sostenuto da meno operatori ma con esposizioni medie più elevate. Ne deriva una maggiore sensibilità ai movimenti di prezzo, cioè una maggiore volatilità. Inoltre le posizioni si stanno estendendo anche sulle scadenze lunghe, fino al 2028, segnale che chi ha molti capitali e la vista lunga vede la salita dei prezzi come strutturale e non transitoria.
Dunque, il bilancio fisico mondiale si sta deteriorando, la struttura dei prezzi futuri disincentiva gli stoccaggi e il capitale finanziario si posiziona aggressivamente al rialzo. Il risultato è un mercato che nei prezzi correnti non riflette ancora il potenziale rialzista della situazione, che ha perso una buona parte dei suoi meccanismi di stabilizzazione. In queste condizioni, se la domanda non cala, anche un piccolo shock sul lato dell’offerta può tramutarsi in una impennata dei prezzi.
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