Massimo D’Alema mi aveva già convinto che fosse giusto votare Sì al referendum. Se lui è contrario, mi ero detto dopo aver letto le sue motivazioni a favore del No, c’è un motivo in più per approvare la riforma della giustizia messa a punto dal ministro Nordio. In questi giorni ho però trovato altre tesi a sostegno del Sì nelle parole di chi ha deciso di votare No. Per esempio, dopo aver letto l’intervista di Mario Monti al Corriere della Sera ho capito quanto siano pretestuose le ragioni di chi si oppone alla separazione delle carriere.
Il senatore a vita, già noto per aver guidato il governo nella stagione compresa fra la fine del 2011 e l’inizio del 2013, dice che voterà No a tutela dello Stato di diritto. Accodandosi alla vulgata degli Enrico Grosso, secondo i quali se passasse la legge sarebbero addirittura in pericolo le vite degli italiani, l’ex presidente del Consiglio sostiene che con la riforma lo Stato di diritto ne risulterebbe indebolito. Perché? La risposta dell’ex rettore della Bocconi non è chiarissima. Il senatore a vita parla di smottamenti, di frane, di geologi e di protezione civile, per dire che separare le carriere minerebbe l’equilibrio fra i poteri dell’esecutivo e quelli dell’ordine giudiziario. Ovviamente Monti non cita alcunché di concreto, ma spiega che oltre al testo (dove ovviamente non c’è alcuna traccia di quanto temuto dall’ex premier) c’è il contesto, ovvero gli scontri che negli anni si sono susseguiti tra magistratura e governo. Dunque, ignorando il merito ha deciso di bocciare la legge. Non per punire il governo, ma perché più poteri all’esecutivo lo preoccupano. E dove sono questi poteri, visto che la magistratura continuerà ad essere autonoma e indipendente? Dove si trova traccia di uno smottamento che un domani potrebbe trasformarsi in una frana a favore del governo? Monti non lo dice. Certo, è abbastanza sorprendente che il richiamo agli equilibri fra poteri e la difesa dello Stato di diritto venga da un signore nominato commissario straordinario da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, con il supporto di Giorgio Napolitano. Quando come uno scolaretto si presentò al cospetto dei vertici di Bruxelles dicendo di aver fatto i compiti a casa, lo Stato di diritto non pareva la sua principale preoccupazione. Fattosi nominare senza un’elezione e scavalcando sostanzialmente il Parlamento, l’ex rettore diede una stangata agli italiani che ancora se la ricordano e non certo nel rispetto della Costituzione.
Ma a convincermi che sia giusto votare Sì, oltre ai due pezzi da novanta fra i politici più simpatici di cui l’Italia disponga, sono stati anche quelli che un tempo la stampa progressista avrebbe definito «nani e ballerine». Come ad ogni elezione, pur senza minacciare di lasciare l’Italia in caso di sconfitta (peccato), uno dopo l’altro l’esercito di comici e attori politicamente impegnati in quanto professionalmente disimpegnati sono scesi in campo. Alessandro Bergonzoni, uno che invece di far ridere fa piangere, ha spiegato che «il verso che hanno preso le cose non è né quello di un uccello, né tantomeno il verso di un poeta». Dunque? «No cera? No vara? No stradamus? No vella? No taio? No vanta? No strano? No biliare? No mignoli? No vizio? No tare? No minare?». No, semplicemente No comprendo.
Elio Germano, quello che si lagna se tagliano i contributi ai suoi film: «Ma… no. No. No, no. No, no, no, no, no, no. No, no, no. Nooo! None! N-O! N-E! No! No, no, no, no… Nooo! Nooo! No, no, no, no, no…Eh no! No! No. No. No, eh. No». Argomentazioni forti, insomma. Che ricordano quelle di un bambino di tre anni quando fa i capricci.
Enzo Iacchetti, il nuovo Che Guevara del piccolo schermo: «Sono nato nel dopoguerra. E sono figlio della Costituzione. La libertà del nostro popolo è garantita dai Padri costituenti che l’hanno approvata il 22 dicembre 1947. La nostra Carta è “la più bella del mondo”: non si tocca per far comodo solo agli uomini di potere» . Il fedayn di Mediaset ovviamente non sa che la Costituzione è già stata cambiata una ventina di volte.
Max Paiella: «No, signora No». Sì, hanno proprio toccato il fondo. Peggio di così non si può fare. Ma c’è una consolazione: ogni volta che attori, comici e intellettuali si schierano, gli elettori fanno il contrario. Dunque, sono di buon auspicio.






