
Il Papa continua a non rispondere all'accusa di aver coperto un cardinale molestatore rivoltagli sulle pagine de La Verità dall'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti, ma in compenso fa rispondere gli altri.
Giovedì è stata la volta del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, coordinatore del Consiglio dei cardinali (C9). In un'intervista a Repubblica l'arcivescovo metropolita di Tegucigalpa ha così ribattuto a chi chiede chiarezza sui fatti descritti da monsignor Carlo Maria Viganò: «Trasformare notizie di ordine privato in un titolo bomba che esplode diffondendosi in tutto il mondo e le cui schegge danneggiano la fede di molte persone non mi sembra un'azione corretta». Chiaro il concetto? Secondo l'ex presidente della Conferenza episcopale dell'Honduras, una delle personalità più vicine al Pontefice, i panni sporchi bisogna lavarli in casa, senza farli finire sui giornali, altrimenti si fa un danno ai fedeli. Peccato che quando qualcuno cerchi di lavarli in casa, il cardinale preferisca non rispondere. Ne sanno qualche cosa 48 seminaristi honduregni che hanno denunciato gravi fatti avvenuti all'interno del seminario di Tegucigalpa. Invece di far luce sulla vicenda, l'alto prelato se n'è infischiato, mandando al diavolo anche un giornalista che voleva accertare la vicenda di un seminarista che ha tentato il suicidio. Del resto, Maradiaga, che secondo Viganò è insieme a Theodore McCarrick (il cardinale accusato di molestie) uno dei consiglieri più fidati di papa Francesco, è citato nel dossier dell'ex nunzio apostolico come una delle figure che all'interno della Chiesa hanno evitato di far cadere il velo sugli abusi omosessuali. Scrive l'arcivescovo: «Ormai i fedeli hanno ben capito la strategia di Maradiaga: insultare le vittime per salvare sé stesso, mentire a oltranza per coprire una voragine di abusi di potere, di cattiva gestione nell'amministrazione dei beni della Chiesa, di disastri finanziari anche nei confronti di intimi amici». Viganò poi ricorda la vicenda del numero due di Maradiaga, il vescovo Juan José Pineda. A causa di uno scandalo finanziario, l'ausiliare di Tegucigalpa è stato costretto alle dimissioni, anche a seguito delle accuse di abusi sessuali rivoltegli da due ex seminaristi.
Il coordinatore dei cardinali è dunque l'ultima persona che dovrebbe invitare monsignor Viganò a lavare i panni in casa, perché quando c'è stato da fare pulizia nella sua diocesi non risulta che si sia mosso con molta sollecitudine. Ciò detto, l'arcivescovo honduregno non è il solo che si sia speso nel tentativo di smorzare gli effetti devastanti delle rivelazioni dell'ex nunzio negli Stati Uniti, in particolare a proposito delle operazioni di insabbiamento del dossier contro il cardinal McCarrick. In questi giorni, in molti hanno cercato di sminuire le responsabilità della Santa Sede, dove le gerarchie sarebbero state a conoscenza degli abusi commessi dall'ex arcivescovo di Washington, ma avrebbero taciuto fino a che lo scandalo non è deflagrato sulle pagine del New York Times. Ora, soprattutto dopo il memoriale Viganò, la vicenda lambisce il Papa, a cui il 23 giugno di cinque anni fa avrebbe parlato lo stesso nunzio apostolico, rivelando le accuse a McCarrick.
Nonostante l'ex arcivescovo punti il dito su di lui, Francesco è sollecitato a tacere dall'entourage vaticano, a rispondere con il silenzio alla richiesta di verità. L'ultimo invito a far finta di niente e lasciar cadere nel vuoto anche questo scandalo arriva dal giornale dei vescovi, che imperturbabile alle bufale pubblicate nell'ultimo mese (prima la vicenda di Daisy, dipinta come episodio di razzismo quando il razzismo non c'entrava nulla, poi i video spacciati per documenti recenti registrati in Libia quando invece erano datati e con Tripoli non avevano nulla a che fare), si è lanciato nel disperato tentativo di dimostrare la non attendibilità di Viganò. In un editoriale, Avvenire aggiunge che il Santo Padre non ha certo l'obbligo di rispondere alle domande di un giornalista. E in questo il quotidiano della Conferenza episcopale ha ragione, perché non è alla trascurabile persona di un cronista che deve chiarire i fatti denunciati dall'ex nunzio apostolico. E nemmeno li deve spiegare alla Verità, il giornale che per primo ha pubblicato il dossier di Carlo Maria Viganò, ponendo a papa Francesco dieci domande. No, né io né il quotidiano che dirigo hanno la presunzione di pretendere parole chiare. Ma il popolo dei fedeli sì. Non è a noi che deve essere detto perché McCarrick ha potuto «continuare a corrompere generazioni di seminaristi e sacerdoti», come ha raccontato l'ex nunzio, ma è ai fedeli, ai parroci di provincia che ogni giorno predicano con umiltà la parola di Dio, alla moltitudine dei cattolici. In queste ore molti si rivolgono alla Verità per capire e sapere, dunque insistere a non rispondere e tacere la verità non servirà a nulla, se non a far aumentare i dubbi. Santità, creda, non basteranno tutti i numeri di Avvenire per far dimenticare ciò che ha scritto monsignor Viganò. Amicus Avvenire sed magis amica veritas. Perché il quotidiano dei vescovi le è amico, ma più amica le è la verità.






