Ritrovate le due ragazzine fuggite dalla casa famiglia, ma il finale è amarissimo: loro tornano in comunità e la madre, con la quale volevano stare, va in cella col nonno. «Amore malato», dice il pm. E chi lo stabilisce?
Siamo arrivati fin qui: si arresta una mamma perché vuole vedere le sue figlie. Questa è la grave colpa di Valentina D’Acunto, madre delle sue sorelline di Civitella Alfedena. Non le maltratta, non le picchia, non le trascura. Anzi, ci tiene a loro. Tanto. E perciò desidera, pensate un po’, «mantenere il controllo su di loro».
Soprattutto non può «resistere giorni e giorni senza contattarle». Come si permette? Una mamma che vuole contattare le figlie? Parlare con loro? Magari vederle? Persino abbracciarle? Dev’essere per forza una mamma degenere. Dunque sia deciso: lei in cella, loro in comunità. La legge è salva. Il business pure. Gli affetti (e la ragione) un po’ meno.
Scusatemi ma non ce la faccio. Non riesco ad esultare per il (presunto) lieto fine raccontato a reti unificate nella vicenda delle due sorelline scappate dalla comunità di Civitella Alfedena. Dopo giorni e giorni di ricerche e angoscia, le ragazzine sono state infatti ritrovate a Formia, nei palazzoni delle case popolari, dentro l’appartamento di un’anziana zia materna. «Erano segregate», hanno detto gli inquirenti. «Era un inferno», hanno rilanciato i siti mostrando la foto della stanza. In realtà nessun inferno e nessuna segregazione: le ragazzine stavano solo barricate nella loro camera, una normale camera di una casa popolare, con il normale disordine di due adolescenti. E stavano chiuse lì dentro, con le tapparelle abbassate, perché avevano paura che qualcuno le portasse via. Perché non volevano allontanarsi dalla mamma. Perché non volevano tornare in comunità. E infatti non appena i carabinieri hanno provato a prelevarle, hanno opposto resistenza: «Noi vogliamo restare qui», hanno detto. «Non sono state affatto felici di vederci», ha ammesso il procuratore di Sulmona, Luciano D’Angelo. «C’è voluta più di un’ora per convincerle a uscire».
Dunque siamo di fronte a uno strano sequestro di persona, in cui le ragazzine sequestrate sono andate a infilarsi nel sequestro di loro spontanea volontà (come confermato dagli inquirenti) e che invece sono state obbligate con la forza a lasciare il luogo dove erano sequestrate. In questo mondo all’incontrario, c’è anche il sequestro all’incontrario. E c’è anche la liberazione all’incontrario, nel senso che le due presunte sequestrate, portate via di forza dall’«inferno», cioè la cameretta della zia dove avrebbero voluto continuare a stare, sono state rinchiuse nel «paradiso» di una comunità sconosciuta, nella quale per altro non avevano alcuna intenzione di andare. Quindi, oggettivamente, si tratta di liberazione contro la volontà delle liberate. Volontà che, evidentemente, conta come il due di picche quando la briscola è quadri.
E qui la domanda è inevitabile: ma perché non si ascolta mai la voce dei minori? Soprattutto perché non si ascolta in casi come questi, dove i minori non sono bambinetti, ma ragazzine di 12 e 16 anni, giudicate per molti versi capace di prendere decisioni importanti per la loro vita? Come è possibile, per dire, che a 16 anni un ragazzino possa decidere di cambiare sesso ma non sia ritenuto in grado di decidere se stare con mamma o con papà? Sia chiaro: anche stavolta, come nella casa della famiglia del bosco, non ci troviamo di fronte a comportamenti criminali. Lo ha ribadito, in modo esplicito, il procuratore D’Angelo. «È una vicenda che non ha nulla a che fare con la criminalità. Siamo di fronte a un amore genitoriale malato. La mamma ha voluto aiutare in modo sbagliato i propri figli», ha detto. E poi ha aggiunto: «Tra i tanti difetti della mamma c’era quello di mantenere il controllo. Non poteva rimanere giorni e giorni senza contattare le figlie». Ma ripeto: non essendo di fronte a una situazione criminale, si arresta una mamma (e con lei il padre e il compagno)? Solo perché non riesce a stare lontana dalle sue figlie?
Il contesto in cui nascono vicende come questa, purtroppo, è noto. I genitori litigano, uno dei due denuncia l’altro e poi cerca di sottrargli i figli. Questa è stata anche l’accusa rivolta alla mamma delle due sorelline: perciò è stata definita «manipolatrice». Perché non voleva che vedessero il padre. Comportamento sbagliato? Può essere. Sufficiente per toglierle le bambine? Non mi pare. E per arrestarla perché le vuole vedere lo stesso? Non esiste. Per altro è assurdo che in casi nel genere si preferisca portare i minori in comunità piuttosto che lasciarli a uno dei genitori: per un bimbo è meglio stare solo con mamma (senza papà) o solo con papà (senza mamma) oppure è meglio stare senza tutti e due, cioè rinchiusi in comunità? A chi conviene il trasferimento in comunità? Ai minori o alle comunità medesime? E ripetiamo: possibile che il parere dei ragazzini non conti nulla?
Qualche tempo fa a Varese un quindicenne contattò la redazione di Fuori dal Coro: voleva tornare dalla mamma, chiedeva di essere ascoltato. Nessuno gli dava retta. È scappato. Sono arrivate le telecamere e allora gli hanno concesso di tornare dalla mamma. Ma se non fosse successo che cosa avrebbe fatto quella donna? Quanto può resistere una madre ad ascoltare il figlio che piangendo dice «vienimi a prendere»? E che cosa non è disposta a fare per riaverlo con sé? Mi hanno scritto l’altro giorno Harald e Nadia, che vivono in provincia di Arezzo. A loro i figli sono stati portati via dai carabinieri, in tenuta antisommossa, il 15 ottobre scorso. Anche questi due genitori non sono accusati di nessuna violenza, di nessun maltrattamento, di nessuna denutrizione. Solo di uno stile di vita che non piace alla gente che piace. Risultato: è da 250 giorni che non vedono i loro figli. Non parlano con loro neppure al telefono. Non sanno nemmeno dove siano. Ora: Harald e Nadia sono due persone perbene e trattengono il dolore dentro la loro straordinaria forza d’animo. Ma fino a quanto si può giocare con la sofferenza dei genitori? Fino a quando li si può torturare prima che reagiscano, magari in modo sbagliato e maldestro?
Sicuramente la mamma di Civitella Alfedena ha sbagliato molte cose. Ha sbagliato nel gestire la situazione prima (anche se bisognerebbe riflettere: si invitano le donne a denunciare le violenze degli uomini, poi se lo fanno rischiano di perdere i figli…). Ha sbagliato, se l’ha fatto, nell’organizzare la fuga e nel cercare di far credere che le ragazzine fossero morte. Ha commesso tanti errori, ma nessuno di questi errori, per quanto mi riguarda, è sufficiente a spezzare quel legame naturale e inevitabile che c’è tra una mamma e le sue figlie. Invece è stato fatto: quel legame è stato spezzato. E poi, come se non bastasse, quando la mamma ha cercato di riannodarlo, è stata arrestata. Per sequestro di persona. Hanno detto che così facendo ha dimostrato un «amore genitoriale malato». Ma davvero può essere malato l’amore di una mamma che vuole vedere le proprie figlie?







