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I numeri sono lo specchio dei fatti e i numeri dimostrano che le ricette del governo Meloni, con Matteo Piantedosi ministro dell’Interno, funzionano: diminuzione degli sbarchi, gestione virtuosa dei rimpatri e riduzione delle tragedie in mare. Per questo mi sorprende che quando le cose funzionano non le sanno comunicare; ci torneremo.
Puntelliamo i numeri e guardiamoli in grafica: il colpo d’occhio dice già tutto. Nel 2023 ne arrivano 157.651: sarà il numero più alto sotto questo esecutivo, che arriva sul trend crescente dei governi Conte 2 e Draghi. Il governo 5 stelle-Pd e sinistra varia - fatto salvo ovviamente il periodo del Covid quando tutto il mondo era bloccato - registra 34.154 sbarchi, che quasi raddoppieranno dodici mesi dopo (67.477 nel 2021) e lieviteranno nel 2022 (105.131) nel periodo del governo Draghi, sempre con l’ex prefetto Luciana Lamorgese al Viminale. Cambio di governo e al timone dell’Interno debutta Matteo Piantedosi, già capo di gabinetto di Matteo Salvini nel governo gialloverde del 2018: questo fatto non è un dato secondario perché è proprio in quell’anno che il decisionismo politico del leghista e la preparazione del suo braccio operativo fissano il numero record di sbarchi minimi: 11.471.
Piantedosi, quindi, sa come invertire la macchina del controllo e si mette immediatamente pancia a terra; la ricetta funziona, il trend dopo il primo anno cambia segnale e curva (come evidenzia anche il grafico), portando il dato degli sbarchi nel 2024 a 66.617 e nel 2025 a 66.316. Nei primi mesi del 2026 siamo a 8.304. Insomma, numeri importanti che confermano che quando il centrodestra governa il Viminale le cose funzionano (includo l’esperienza coi 5 stelle). Guardate il grafico e soffermatevi sugli anni del governo Renzi; tanto basta per farsi prendere un colpo: 170.100 sbarchi nel 2014; 153.842 nel 2015; 181.436 nel 2016. Come mai?
Una delle risposte è che l’attuale leader di Italia viva aveva preso tutti i soldi possibili dall’Europa per le politiche di accoglienza (anche se poi, anche con quella riserva di cassa, costruì il mito degli 80 euro), portando così sul nostro Paese il record di migranti e l’esigenza di hotspot. La solfa cambia - va ammesso - con Marco Minniti ministro dell’Interno del governo Gentiloni: 119.369 nel 2017 e 23.370 nel 2018, anno della staffetta Minniti/Salvini, il quale - attraverso Piantedosi - non disperde il lavoro del predecessore, anzi lo valorizza al contrario di quel che fecero il centrosinistra che arrivò a scaricare Minniti per essere troppo duro.
Il grafico poi dice altro. Se sulle ordinate sono sistemati i numeri relativi agli sbarchi, sulle ascisse ci sono i numeri dei rimpatri e le percentuali relative ai rimpatri rispetto agli sbarchi. Anche qui vediamo che le performance del governo Meloni sono assolutamente positive, tanto più rispetto alle esperienze passate. Vediamole nello specifico, ricordando che il primo anno dell’esecutivo Meloni risente del trend del Conte II e del Draghi. Partiamo nel 2023 con 4.796 rimpatri nel primo anno e una percentuale rimpatri/sbarchi del 3% e arriviamo nell’anno in corso (dati fino al 26 aprile) con 2.687 rimpatri e una percentuale del 32,4%.
Chi analizza i dati rivedrà dati pessimi nel governo Renzi, dati ottimi nel gialloverde con Salvini ministro e Piantedosi capo di gabinetto, con il famoso pugno di ferro sugli sbarchi anche verso le Ong - nel pieno rispetto della legalità come stabilito dagli stessi giudici - sufficiente per tenere alla larga i barconi, cioè i trafficanti di morte. Questo passaggio è fondamentale per il secondo punto del nostro ragionamento.
Contenere gli sbarchi e tenere ben in funzione la macchina dei rimpatri serve per ridurre le tragedie in mare e quindi i morti nel Mediterraneo. Sono ancora una volta i dati a darci una indicazione: proporzionalmente, con la diminuzione degli sbarchi, abbiamo una riduzione sensibile dei morti e dei dispersi. E infatti negli ultimi tre anni (quello in corso non viene riportato) abbiamo 2.526 morti su 157.651 sbarchi nel 2023; 1.810 morti su 66.617 sbarchi nel 2024; 1.330 morti su 66.316 nel 2025. Questi numeri ci consentono alcune riflessioni politiche: insistere nel contrasto alla immigrazione irregolare è un duro colpo per i trafficanti di esseri umani che scorrazzano nel Mediterraneo, pertanto, quando capiscono che le maglie si restringono, cercano nuove rotte.
Lo stesso contrasto è anche la leva giusta per salvare vite umane proprio per la restrizione del bacino dei partenti; questo va detto perché negli anni in cui le Ong si sentivano libere di interpretare la loro missione, i mercanti di esseri umani incrementavano il loro business, gli sbarchi aumentavano e, purtroppo, le tragedie erano più frequenti. Le politiche migratorie non le fanno le Ong ma i governi.
I numeri sono favorevoli al governo Meloni e all’azione di PIantedosi tanto che. se la magistratura non si fosse messa di traverso sul centro in Albania, oggi avremmo una condizione ancor migliore. L’avvocato della Corte Ue si è recentemente espresso sui centri riconoscendo al governo italiano lo spazio di agibilità politica, come a dire che quei siti non confliggono con le normative europee: intanto, certe azioni della magistratura hanno rallentato le azioni di contrasto. Ora speriamo che la decisione della Corte Ue arrivi presto e stabilisca una linea giurisprudenziale anche in Italia.
Infine, un ultimo aspetto: non capisco perché il governo Meloni non sia in grado di comunicare i risultati del contrasto all’immigrazione e si faccia soffocare dalle opposizioni. Sembra che siano campioni dell’annuncio e poi l’entusiasmo si spenga quando l’obiettivo è centrato.
Per gentile concessione, pubblichiamo un estratto da «Dentro la testa di Trump», saggio del giornalista Mattia Ferraresi (Mondadori, 240 pagine, 19 euro, in uscita da lunedì). Il testo è una capillare mappa del pensiero conservatore «post-liberale», insieme causa ed effetto del fenomeno trumpiano. Partendo dai tentativi filosofici - a matrice cattolica - di superare la cornice esausta del liberalismo, l’autore indaga le radici dei movimenti nazionalisti di destra e le sporgenze intellettuali del tecno-capitalismo libertario. Il nuovo partito repubblicano poggia, non senza fatica, su questi tre complessi mondi. Il brano proposto riguarda Peter Thiel, e rivela un progetto politico-culturale del capo di Palantir. Ferraresi, esperto osservatore di cose americane, è anche autore del recente scoop mondiale sul burrascoso incontro al Pentagono tra l’allora nunzio a Washington ed Elbridge Colby, sottosegretario alla Difesa Usa.
Peter Thiel è probabilmente la figura più rilevante nel mondo tecnologico emersa fra i due millenni. È importante non tanto per le aziende che ha creato o finanziato, ma per la sua elaborazione intellettuale attorno ai precetti che gravitano nella Silicon Valley e alla forma politica che hanno preso, rivoltandosi contro l’ortodossia liberale. Thiel è stato fra i primi, in un mondo dominato dal progressismo di sinistra tendenzialmente ateo, a intuire che la storia andava verso l’autocombustione della democrazia liberale, suscitando nel popolo nuove domande d’identità e ricerca di senso. Quesiti esistenziali a cui l’ideologia dei diritti e dei mercati non era in grado di rispondere.
[…] Thiel è un esemplare filosofico e ideologico difficile da categorizzare. È un libertario cresciuto sotto la stella di Ayn Rand e nutrito dall’avversione per il centralismo statalista, un futurologo accelerazionista avvinto dalle infinite possibilità dell’individuo, un transumanista che guarda oltre ai limiti della biologia umana, un evangelico gay non convenzionale che ha ridato cittadinanza al discorso cristiano nei circoli della tecnologia, un animatore del Club Bilderberg, il centro di tutti i complotti globalisti, e un profeta del «momento straussiano», il punto in cui si è manifestato il lato oscuro delle strutture di sicurezza nate in seno al nuovo ordine mondiale emerso dopo la fine della Guerra fredda.
[…] Gli eventi sconvolgenti del tempo che ha vissuto da protagonista hanno scosso e modificato il suo impianto di convinzioni. Gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, le disastrose guerre che vi hanno fatto seguito, la crisi finanziaria del 2008, la nascita dello smartphone, la rivoluzione dei social, il cambiamento della percezione della Silicon Valley, l’emergere delle criptovalute, la pandemia di Covid-19, la crisi degli oppiacei, il disfacimento del nuovo ordine mondiale simbolicamente sancito dall’invasione su larga scala dell’Ucraina e infine le promesse dell’intelligenza artificiale hanno cambiato la sua visione, allontanandolo dal convenzionale ottimismo libertario delle origini per aprirsi a prospettive più oscure e mistiche.
pensiero e azioni
Spesso gli osservatori tendono a separare l’imprenditore dal predicatore, il cinico uomo d’affari che punta al fatturato dall’intellettuale che si esprime sulle grandi questioni filosofiche, dall’ontologia platonica alla fine dei tempi, come se convivessero in lui due anime separate. Se è vero che con il passare degli anni si è concentrato sempre di più sulla dissertazione, Thiel esprime e diffonde le sue posizioni intellettuali innanzitutto attraverso le aziende che ha fondato, che guida o nelle quali investe. PayPal nasce come sistema di pagamento alternativo ai circuiti del credito per la protezione dei dati sensibili e la garanzia della riservatezza, una preoccupazione libertaria di fronte a sistemi informativi sempre più invadenti. Palantir è invece l’output aziendale di una lettura esoterica di Leo Strauss. Thiel fonda l’azienda, assieme a un gruppo di investitori e alleati, proprio mentre lavora al testo, che diventerà poi un libro, sul «momento straussiano» che si è materializzato negli attacchi dell’11 settembre. Gli attentati terroristici hanno scatenato una forsennata corsa per la raccolta di informazioni per trovare i responsabili e garantire la sicurezza nazionale, mostrando il valore e il pericolo della raccolta di informazioni riservate e segrete. Thiel si poggia sulla considerazione straussiana che «anche nel più liberale o aperto dei regimi esistono alcune verità profondamente problematiche», e queste verità hanno a che fare con l’uso della violenza da parte dello Stato, con l’abuso di informazioni riservate e la torsione dello stato di diritto per sorvegliare il popolo e fare azioni clandestine. […] Gli osservatori più acuti hanno sempre saputo che quest’anima nera era lì, adagiata sorniona tra le pieghe di un sogno sorridente fatto di prosperità e diritti, ma sono stati abbastanza saggi da non parlarne apertamente. Hanno consapevolmente taciuto il reale costo della pax americana.
rispunta calasso
Il principale strumento per la creazione di uno Stato potente, secondo Strauss, è lo spionaggio, l’attività di raccolta, elaborazione e utilizzo delle informazioni senza la quale «una società giusta non può sopravvivere». Thiel cita Roberto Calasso ne La rovina di Kasch: «Di ciò che è avvenuto fra il 1945 e oggi due storie parallele si possono scrivere: quella degli storici, con tutto il suo macchinoso apparato di parametri, fra cifre, masse, partiti, movimenti, negoziati, produzioni; e quella dei servizi segreti, punteggiata di assassinii, trappole, tradimenti, attentati, mistificazioni, partite di armi. Sappiamo che l’una e l’altra sono insufficienti, che l’una e l’altra pretendono di essere autosufficienti, che non potrebbero mai neppure tradursi l’una nell’altra, che continueranno la loro vita parallela. Ma non è forse stato sempre così...?».
C’è dunque una storia emersa, pubblica, il luogo di accordi e compromessi, dove agiscono gli angeli migliori della natura umana; e c’è poi una storia sommersa, segnata dal conflitto e dalla violenza, dove si esprime quella bestialità latente nella natura umana che la modernità si era illusa di avere domato. Una è apollinea, l’altra dionisiaca, per riprendere il vocabolario di Nietzsche, che ha avuto un’influenza enorme sul pensiero del giovane Strauss. Una è rappresentata politicamente dall’Onu, con la sua burocratica rete di procedure e inconcludenze, l’altra è incarnata da Echelon, la rete segreta di coordinamento dei servizi segreti globali.
Questa lettura si appoggia su una visione antropologica premoderna. Lo Strauss citato da Thiel critica l’illuminismo perché ha creduto di avere superato il problema della natura umana, che grazie alla razionalità, alla scienza, alla delega all’autorità e alla liberazione dalle antiche credenze si è emancipata dal suo fondo pericoloso e violento. La modernità si presenta innanzitutto come il momento in cui l’umanità mette al centro un soggetto razionale e orientato alla massimizzazione del proprio interesse. Liberalismo e marxismo divergono sulla dottrina economica da seguire, ma entrambi mettono al centro dei loro progetti un Homo oeconomicus, figlio della modernità che si pensa liberata dalle pulsioni più oscure e irrazionali, proprie dell’antico e del medievale. Credere di aver risolto così il problema umano è un gravissimo errore, secondo Strauss. Palantir è perciò un’azienda straussiana, perché riconosce l’impulso alla violenza, alla sopraffazione e alla bestiale manifestazione di irrazionalità, e dispone di una sofisticata tecnologia d’intelligence digitale per arginare e proteggere la civiltà. Esprime la consapevolezza che la costruzione di un ordine passa innanzitutto per il faticoso contenimento dell’elemento diabolico che abita nell’uomo, e questo compito si svolge nella storia in modi segreti e clandestini, se necessario illegali.
strauss e la disillusione
Il momento straussiano è anche un pezzo del percorso di disillusione di Thiel verso la politica. Nel tempo si erode la sua fiducia nella possibilità di liberare l’uomo e cambiare il mondo attraverso l’azione democratica, che è debole, incerta, produce effetti circoscritti e sempre passibili di revisione. […] Quello che serve è un fustigatore delle inconcludenze delle procedure democratiche. Guarda caso, nell’estate del 2015 sulla scala mobile di un grattacielo di cattivo gusto di Manhattan si affaccia un improbabile candidato alla presidenza degli Stati Uniti che dice cose scostanti e volgari, ma in qualche modo promette di dare una frustata a un sistema calcificato e corrotto. Visto da questa prospettiva, Trump è un personaggio in qualche modo straussiano. O almeno è così che Thiel lo interpreta. Quando ha conquistato la presidenza una seconda volta, l’imprenditore ha scritto sul Financial Times che si trattava di «un’apocalisse», nel senso etimologico ed evangelico di rivelazione, disvelamento. Di che cosa? Degli indicibili segreti custoditi dallo Stato e dai suoi apparati, per decenni egemonizzati da una sinistra che si è fatta nel tempo sempre più intollerante e violenta, fino a partorire la «cancel culture» e il pensiero woke.
jd vance e la politica
[…] Il più politicamente esposto dei discepoli del cenacolo di Thiel è naturalmente JD Vance, a cui il primo ha dato un lavoro nella tecnologia quando non era ancora una figura pubblica. Ha poi finanziato generosamente la sua candidatura al Senato. Per ottenere il seggio, Vance si è dovuto genuflettere a Trump, che in precedenza aveva indicato come una specie di Hitler americano. E nella rete di relazioni di Thiel c’è naturalmente anche Elon Musk, al quale è legato dai tempi di PayPal. Tutto questo attivismo intorno al governo di Trump non deve però farlo apparire come una specie di grande suggeritore che orienta le mosse della Casa Bianca, quasi un presidente-ombra che sussurra continuamente all’orecchio del capo; oppure rappresentarlo come una semplice cheerleader che balla e si agita qualunque cosa faccia il suo idolo. […] Thiel è il canale attraverso cui sgocciolano nell’universo politico trumpiano concetti, idee, autori, letture e concezioni del mondo che evidentemente non sono parte del patrimonio culturale - se così si può chiamare - che Trump ha ricevuto in eredità. Ma più che un orientatore, Thiel è in qualche modo un interprete del fenomeno trumpiano, un intellettuale che cerca di cogliere (e cavalcare) il compito storico di una figura che sfugge e supera le sue stesse intenzioni.
l’anti-soros a parigi
Ha anche riflettuto a lungo sull’opportunità di mettersi in prima linea nel dibattito pubblico, dedicandosi alla costruzione di una rete politico-intellettuale per formare le nuove generazioni di conservatori, quelle che dopo l’opera di distruzione trumpiana saranno chiamate a costruire qualcosa. Nel corso del 2025 ha riunito in segreto alcuni stretti collaboratori per discutere della fondazione di una rete di think tank in Europa, proponendo a destra qualcosa di simile a quello che George Soros ha fatto a sinistra con la sua ragnatela di iniziative filantropiche a sfondo politico. Il luogo individuato per la sede era Parigi, considerato l’ambiente più fertile, fuori dal mondo anglofono, per l’elaborazione di nuove idee conservatrici. L’iniziativa avrebbe dato seguito ai progetti, finora goffi o velleitari, di creare luoghi di elaborazione del pensiero e di costruzione dell’opinione pubblica, sancendo tra le altre cose il fallimento del tentativo di trasformare la periferica Budapest in un laboratorio credibile per la destra del futuro. Dopo lunghe consultazioni, Thiel alla fine ha deciso di non procedere. Almeno per il momento.
Complici le tensioni sulla guerra in Iran, un annuncio da Oltreoceano conferma che i rapporti transatlantici sono in piena evoluzione: l’amministrazione americana ha annunciato che ritirerà 5.000 soldati statunitensi dalla Germania. A comunicarlo è stato il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, venerdì: «Il segretario alla Difesa (Pete Hegseth, ndr) ha ordinato il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania», specificando che «il ritiro sarà completato nei prossimi sei-dodici mesi».
La decisione, a detta di Washington, si basa su «un’attenta revisione della presenza militare del dipartimento in Europa ed è dettata dalle esigenze operative e dalle condizioni sul campo». Parnell non ha specificato quali basi saranno interessate dal provvedimento, ma il territorio tedesco ospita il più grande dispiegamento di truppe statunitensi in Europa: si parla di 38.000 soldati americani. Si inverte, così, la tendenza iniziata da Joe Biden di rafforzare la presenza statunitense nel Vecchio Continente. Ed è stato messo all’angolo anche il piano dell’ex presidente di schierare un battaglione americano munito di missili Tomahawk in Germania.
Non si tratta proprio di un fulmine a ciel sereno: Donald Trump ha esortato più volte gli europei a farsi carico della propria difesa. E all’inizio di questa settimana, con la Casa Bianca ancora delusa dal mancato sostegno europeo in Medio Oriente, il tycoon ha minacciato un ritiro delle truppe. A pesare è stato soprattutto il botta e risposta con il cancelliere tedesco, Friedrich Merz. Quest’ultimo, lunedì scorso, ha sostenuto che Teheran sta umiliando Washington nei colloqui per terminare la guerra, aggiungendo di non capire quale sia la exit strategy di Trump. Sullo scontro, un funzionario del Pentagono ha rivelato a Reuters che le affermazioni tedesche sono state «inappropriate e controproducenti».
Dall’altra parte, il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ha cercato di minimizzare l’impatto della scelta americana. Pur ammettendo che la presenza dei soldati americani in Germania e in Europa «è nel nostro interesse e nell’interesse degli Stati Uniti», ha dichiarato: «Era prevedibile che gli Stati Uniti potessero ritirare le truppe dall’Europa, Germania compresa». E ha colto la palla al balzo per porre l’accento sulla difesa europea: «Se vogliamo rimanere transatlantici, dobbiamo rafforzare il pilastro europeo all’interno della Nato». Ha, quindi, aggiunto che la Germania si trova già «sulla strada giusta».
Ma non tutte le reazioni tedesche sono state così diplomatiche. Dal Bundestag, il presidente della commissione Difesa, Thomas Rowekamp, ha bollato come «inaccettabili» le provocazioni del tycoon, aggiungendo che la sicurezza non è «un affare commerciale». Per il responsabile Esteri della Cdu, Jürgen Hardt, la decisione del tycoon è «deplorevole». A suo avviso la linea di Trump si baserebbe su calcoli di mera politica interna: con le elezioni di mid-term ormai alle porte e con i sondaggi in calo, il ritiro dei soldati verrebbe usato come leva strategica. Di parere analogo è un parlamentare della Cdu, Peter Beyer: ha affermato a Reuters che «sia il ritiro delle truppe sia la politica commerciale sembrano meno l’espressione di una strategia coerente e più un riflesso politico e una reazione nata dalla frustrazione».
Nel frattempo, la Nato ha reso noto di essere «al lavoro con gli Stati Uniti per comprendere i dettagli». E, rispecchiando quanto detto da Pistorius, l’Alleanza atlantica ha dichiarato al Financial Times: «Questo aggiustamento sottolinea la necessità per l’Europa di investire di più nella difesa e di assumersi una maggiore responsabilità per la nostra sicurezza comune. Restiamo fiduciosi nella nostra capacità di garantire la deterrenza e la difesa, mentre prosegue questa transizione verso un’Europa più forte in una Nato più forte».
Qualora Donald Trump decidesse di ritirare parte delle truppe statunitensi dalle basi presenti sul suolo italiano, dovrebbe anche semplificare e alleggerire gli schieramenti di reparti appartenenti alla Marina (precisamente alla Sesta flotta della Us Navy), all’aviazione (Usaf) e all’esercito (Us Army). Con due problemi non da poco da risolvere.
Il primo: il tycoon ha meno opzioni rispetto a quanto si accinge a fare in Germania, poiché, per esempio, Napoli è di fatto il quartier generale europeo della sua Marina nel quale lavorano migliaia di persone. Secondo, lo stesso dovrebbe fare a Vicenza (Caserma Ederle e base Cà del Din, ovvero l’ex aeroporto Dal Molin), dove opera la 173ª Brigata aviotrasportata dell’esercito, la forza d’intervento rapido in caso di crisi in Europa e in Africa. Qui negli ultimi cinque anni è stato realizzato un polo residenziale con 470 abitazioni, un investimento da 500 milioni di dollari ancora da completare - il fine lavori è previsto entro il 2028 - investimento che sarebbe vanificato. Terza per importanza è la base aerea dell’Usaf di Aviano (Pordenone), che ospita centri logistici ma anche il 31° Stormo caccia con due gruppi di velivoli F-16. Senza quelli, la scorta per i viaggi diplomatici nel Sud e Centro Europa, il ponte aereo per il Medio Oriente e le operazioni verso la zona equatoriale dell’Africa diverrebbero molto più complicati e meno sicuri.
Da tempo ci sono voci di un ridimensionamento della base per comunicazioni «Naval radio transmitter facility» di Niscemi (Caltanissetta), ma se tale installazione potrebbe essere sostituita da satelliti e navi, per l’Us Navy sarebbe un guaio perdere una «portaerei naturale» come quella costituita dalla base aerea di Sigonella (Comune di Lentini, Siracusa). Altre basi si trovano in Toscana (Camp Darby, Pisa), a Gaeta (per il supporto logistico alla Marina), fino al centro ricreativo di Carney Park a Gricignano d’Aversa (Caserta). In totale, 120 siti italiani che danno un impulso economico per le comunità locali. Trump, quindi, potrebbe fare un atto che avrebbe effetti negativi su talune comunità italiane, ma al tempo stesso Washington dovrebbe rinunciare a una serie di opzioni per proiettare la propria potenza in Europa e oltre.
Del resto, nel recente passato diverse basi in Europa hanno avuto un ruolo fondamentale nel consentire alle forze statunitensi di condurre operazioni contro l’Iran, tra cui siti militari in Germania, Regno Unito, Grecia, Ungheria e Romania. Difficile azzardare un calcolo preciso, tuttavia è evidente che la mancanza di soldati statunitensi porterebbe a conseguenze come la riduzione di consumi a livello locale, specialmente laddove i militari statunitensi e le loro famiglie risiedono al di fuori dalle basi, luoghi dove spendono gli stipendi, in dollari, in affitti, ristorazione e tempo libero, quindi contribuiscono a sostenere le economie locali.
In totale l’Italia ospita circa 13.000 militari con le loro famiglie, una popolazione che, stando a quanto viene stimato, conta circa 18.000 persone (numero che varia continuamente), che producono mezzo miliardo di euro d’indotto. La cifra comprende anche il personale civile italiano impiegato nelle basi per ruoli amministrativi, manutentivi o logistici. Un possibile taglio farebbe soffrire anche un migliaio di aziende italiane che hanno contratti in essere per lavori di costruzione e forniture di servizi all’interno delle installazioni. E anche se, in molti casi, l’Italia sostiene le spese per la manutenzione delle basi e permette esenzioni fiscali su carburanti e Iva alle forze Usa, il bilancio finale tra le spese di Usa e Italia non è così lontano dal pareggio.
Esistono basi fondamentali per l’efficacia degli schieramenti e del funzionamento della Nato in Europa, centri nevralgici come appunto Aviano ma anche Ghedi (Brescia), poiché luoghi dove sono conservati ordigni nucleari B61-4. Sono, peraltro, le piste di decollo dalle quali Nato e Usa sono intervenuti in Iraq, Libia e Kosovo. Senza Sigonella gli Usa perderebbero la base dei droni Mq-9 e degli aerei radar Ep-3 che hanno operato nel Nord Africa sotto il Comando Africom; senza Camp Darby, tra Pisa e Livorno, sparirebbe uno tra i maggiori depositi di munizioni degli Usa in Europa, essenziale per il supporto logistico alle operazioni militari. La Naval support activity (Nsa) basata a Napoli e Gaeta rappresenta i centri di comando delle forze navali della Sesta flotta, fondamentali per le operazioni nel Mediterraneo dal 1967 e sede di lavoro per circa 1.200 militari.
Dunque, se si trattasse di luoghi in fase di dismissione, le parole di Donald Trump potrebbero avere un senso pratico oltre che politico, ma la storia recente insegna esattamente l’opposto, poiché negli ultimi dieci anni le basi degli Usa in Italia hanno avuto un’importanza crescente. Tale organizzazione ebbe inizio dagli accordi bilaterali Nato-Sofa, sigla di Status of forces agreement, letteralmente «Convenzione sullo statuto delle truppe» firmata a Londra il 19 giugno 1951 e ratificata nel 1955, trattato che regola lo status giuridico del personale militare statunitense e dei loro familiari in Italia.

