True
2022-12-09
Da oggi su Netflix la seconda stagione della «Casa di Carta Corea»
True
«La casa di carta Corea 2» (Netflix)
Il remake è stato annunciato tempo addietro, quando Squid Game è diventato un fenomeno di costume, roba virale, e le discussioni fra spettatori vertevano sull’opportunità o meno di sorbirsi una serie in coreano. Avrebbero rifatto La Casa di Carta, loro, gli eroi di quel gioco malato che in palio metteva la vita. L’avrebbero rifatta, e così è stato. Le tute rosse, le maschere, l’idea di un Professore e di una banda istruita a rubare sono state riproposte. Identiche, nella sostanza, diverse, estranee quasi, nella forma. Money Heist: Korea – Joint Economic Area, che nel titolo, e ben esplicitata, ha la differenza sostanziale con La Casa di Carta, è stata sin dalla sua prima stagione, andata in onda la scorsa estate, una fantasia politica. Qualcosa di più profondo, più vero di quel sogno fanciullesco che è stato del Professore, versione spagnola. Non ha risuonato, in Corea, l’eco di Robin Hood, di imprese buone a porre chi le guardi di fronte ad un interrogativo morale: può il Bene non essere sempre tale e le leggi estendersi oltre la loro applicazione ovvia? Non c’è stata l’esaltazione, demagogica per molti, della figura del ladro. Ed è mancato il richiamo agli istinti più primitivi, beceri, se li si vuole definire tali, del pubblico, quell’appellarsi alla pancia, al bisogno di credere che una rivoluzione sia possibile, e che altri si possano adoperare per portarla a concretezza. Non c’è stato, insomma, quel che ha reso grande La Casa di Carta. C’è stato dell’altro, però: un sottofondo politico, il miraggio di una Corea unificata e la mole immensa di critiche sociali che gli è sottesa. Ed è questa, la mole fatta di capitalismo e orrori umani, di immigrazione e miserie e guerre, a tornare ne La Casa di Carta Corea, seconda stagione. I sei nuovi episodi dello show, su Netflix dal 9 dicembre, non tradiscono l’anima della serie, un prodotto furbo, capace di sfruttare il richiamo certo dell’originale per vivere poi una vita propria. Unica. Definita. Una vita che parla di Corea, ne parla all’Occidente, con un linguaggio che questo Occidente tonto, non estraneo alla mole di cui sopra - al capitalismo, agli orrori umani, all’immigrazione e alle guerre, alle miserie -, è in grado di comprendere.
La seconda stagione de La Casa di Carta Corea è ancora fantapolitica, un’utopia distopica. Ed è ambientata di nuovo là dove Netflix ha immaginato la Joint Security Area. Quell’area preposta a dividere, militarmente e geograficamente, le due Coree, il Nord e il Sud, non esiste più. Sono unite le due Coree, e non c’è guerra, ma la volontà di perseguire lo sviluppo economico globale, di coniate una valuta unica. Il Nord è libero, la Corea capitalista. Nel mezzo di quello che un tempo è stato emblema di divisione sorge ora la Zecca della Corea unita. Oltre, un mondo marcio, dove i ricchi sono tali sulla pelle dei poveri e nuovi paria, immigrati clandestini scappati dal Nord per cercare fortuna al Sud, strisciano per strade tetre. Le stesse strade che un nuovo Professore ha battuto per reclutare soldati disposti a combattere la sua battaglia, derubare la neonata Zecca di quattro miliardi di won, l’equivalente di quasi tre miliardi di euro. («Erano i ladri a fare i soldi in questo mondo e niente poteva impedirmi di diventare una ladre anch’io», ha detto nel primo episodio la Tokyo di Corea, più ideologica di quanto il suo corrispettivo spagnolo abbia mai osato mostrarsi).
La dinamica, nella stagione passata, si è svolta come La Casa di Carta, versione originale, ha comandato: un colpo grosso, la convivenza coatta fra la banda e gli ostaggi, i negoziati con le autorità e l’io individuale dei protagonisti, raccontato attraverso lunghi flashback. Poi, all’inizio della seconda stagione, il caos. Un traditore, un circolo politico disposto ad ammazzare gli ostaggi pur di perseguire il proprio obiettivo, i negoziati con la task force. Infine, un personaggio inedito, Seoul, deus ex machina di questo nuovo capitolo. La Casa di Carta Corea ha rimarcato così la propria indipendenza dal corrispettivo spagnolo. Ma Seoul avrebbe potuto non esistere e la differenza fra l’uno e l’altro prodotto sarebbe stata altrettanto visibile. Lo show asiatico ha un andare suo proprio, deciso e convincente, una natura che sposa appieno lo spirito della cinematografia coreana, la volontà di raccontare con leggerezza apparente e ferocia ben nascosta la società contemporanea. Ed è la rabbia, qui, a prevalere, quel colpire i «padroni» con la loro stessa arma, è la demistificazione del capitalismo, delle sue maschere, è lo studio accurato delle sue falle a rimanere. A rimanere e a dividere. La Casa di Carta Corea, così diverso nella sostanza dalla serie di cui è figlia, è efficace e godibile, ma – anche in questa seconda stagione - meno «pop» di quanto sia stato il corrispettivo spagnolo, meno dotata di elementi che possano farne un fenomeno popolare.
Continua a leggereRiduci
La Casa di Carta Corea ha rimarcato la propria indipendenza dal corrispettivo spagnolo. Lo show asiatico ha un andare suo proprio, deciso e convincente, una natura che sposa appieno lo spirito della cinematografia coreana, la volontà di raccontare con leggerezza apparente e ferocia ben nascosta la società contemporanea.Il remake è stato annunciato tempo addietro, quando Squid Game è diventato un fenomeno di costume, roba virale, e le discussioni fra spettatori vertevano sull’opportunità o meno di sorbirsi una serie in coreano. Avrebbero rifatto La Casa di Carta, loro, gli eroi di quel gioco malato che in palio metteva la vita. L’avrebbero rifatta, e così è stato. Le tute rosse, le maschere, l’idea di un Professore e di una banda istruita a rubare sono state riproposte. Identiche, nella sostanza, diverse, estranee quasi, nella forma. Money Heist: Korea – Joint Economic Area, che nel titolo, e ben esplicitata, ha la differenza sostanziale con La Casa di Carta, è stata sin dalla sua prima stagione, andata in onda la scorsa estate, una fantasia politica. Qualcosa di più profondo, più vero di quel sogno fanciullesco che è stato del Professore, versione spagnola. Non ha risuonato, in Corea, l’eco di Robin Hood, di imprese buone a porre chi le guardi di fronte ad un interrogativo morale: può il Bene non essere sempre tale e le leggi estendersi oltre la loro applicazione ovvia? Non c’è stata l’esaltazione, demagogica per molti, della figura del ladro. Ed è mancato il richiamo agli istinti più primitivi, beceri, se li si vuole definire tali, del pubblico, quell’appellarsi alla pancia, al bisogno di credere che una rivoluzione sia possibile, e che altri si possano adoperare per portarla a concretezza. Non c’è stato, insomma, quel che ha reso grande La Casa di Carta. C’è stato dell’altro, però: un sottofondo politico, il miraggio di una Corea unificata e la mole immensa di critiche sociali che gli è sottesa. Ed è questa, la mole fatta di capitalismo e orrori umani, di immigrazione e miserie e guerre, a tornare ne La Casa di Carta Corea, seconda stagione. I sei nuovi episodi dello show, su Netflix dal 9 dicembre, non tradiscono l’anima della serie, un prodotto furbo, capace di sfruttare il richiamo certo dell’originale per vivere poi una vita propria. Unica. Definita. Una vita che parla di Corea, ne parla all’Occidente, con un linguaggio che questo Occidente tonto, non estraneo alla mole di cui sopra - al capitalismo, agli orrori umani, all’immigrazione e alle guerre, alle miserie -, è in grado di comprendere. La seconda stagione de La Casa di Carta Corea è ancora fantapolitica, un’utopia distopica. Ed è ambientata di nuovo là dove Netflix ha immaginato la Joint Security Area. Quell’area preposta a dividere, militarmente e geograficamente, le due Coree, il Nord e il Sud, non esiste più. Sono unite le due Coree, e non c’è guerra, ma la volontà di perseguire lo sviluppo economico globale, di coniate una valuta unica. Il Nord è libero, la Corea capitalista. Nel mezzo di quello che un tempo è stato emblema di divisione sorge ora la Zecca della Corea unita. Oltre, un mondo marcio, dove i ricchi sono tali sulla pelle dei poveri e nuovi paria, immigrati clandestini scappati dal Nord per cercare fortuna al Sud, strisciano per strade tetre. Le stesse strade che un nuovo Professore ha battuto per reclutare soldati disposti a combattere la sua battaglia, derubare la neonata Zecca di quattro miliardi di won, l’equivalente di quasi tre miliardi di euro. («Erano i ladri a fare i soldi in questo mondo e niente poteva impedirmi di diventare una ladre anch’io», ha detto nel primo episodio la Tokyo di Corea, più ideologica di quanto il suo corrispettivo spagnolo abbia mai osato mostrarsi). La dinamica, nella stagione passata, si è svolta come La Casa di Carta, versione originale, ha comandato: un colpo grosso, la convivenza coatta fra la banda e gli ostaggi, i negoziati con le autorità e l’io individuale dei protagonisti, raccontato attraverso lunghi flashback. Poi, all’inizio della seconda stagione, il caos. Un traditore, un circolo politico disposto ad ammazzare gli ostaggi pur di perseguire il proprio obiettivo, i negoziati con la task force. Infine, un personaggio inedito, Seoul, deus ex machina di questo nuovo capitolo. La Casa di Carta Corea ha rimarcato così la propria indipendenza dal corrispettivo spagnolo. Ma Seoul avrebbe potuto non esistere e la differenza fra l’uno e l’altro prodotto sarebbe stata altrettanto visibile. Lo show asiatico ha un andare suo proprio, deciso e convincente, una natura che sposa appieno lo spirito della cinematografia coreana, la volontà di raccontare con leggerezza apparente e ferocia ben nascosta la società contemporanea. Ed è la rabbia, qui, a prevalere, quel colpire i «padroni» con la loro stessa arma, è la demistificazione del capitalismo, delle sue maschere, è lo studio accurato delle sue falle a rimanere. A rimanere e a dividere. La Casa di Carta Corea, così diverso nella sostanza dalla serie di cui è figlia, è efficace e godibile, ma – anche in questa seconda stagione - meno «pop» di quanto sia stato il corrispettivo spagnolo, meno dotata di elementi che possano farne un fenomeno popolare.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
Continua a leggereRiduci
Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
Continua a leggereRiduci
Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
Continua a leggereRiduci