Nessun accordo su clima ed energia. Cina e India impongono la loro linea
Nella bozza del documento del G20 in corso a Roma scompare il termine del 2050 per azzerare le emissioni. Stallo anche sulle contromisure per fermare il caro bollette. Emmanuel Macron spinge per il nucleare europeo.

Tanche chiacchiere, tante foto con strette di mano, ma pochi accordi. Le trattative degli sherpa del G20 sul clima ieri sono state un flop. L’ultima versione della bozza delle conclusioni testimonia la difficoltà di trovare un compromesso tra l’Occidente e le potenze asiatiche sul taglio delle emissioni. Cina e India si rifiutano di impegnarsi ad azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050, sostenendo che le loro economie, e molti altri Paesi in via di sviluppo, pagherebbero un prezzo troppo alto da una stretta sui combustibili fossili.

La nuova bozza elimina i riferimenti alle «azioni immediate» necessarie a limitare l’incremento della temperatura globale a 1,5 gradi centigradi, come previsto dagli Accordi di Parigi, e afferma che «per mantenere l’obiettivo degli 1,5 gradi a portata di mano occorreranno azioni significative ed efficaci da tutti i Paesi». Ancora più significativa è l’eliminazione del riferimento al 2050 come termine entro il quale portare a zero le emissioni di gas serra. Nel nuovo testo si parla genericamente di «metà secolo», una evidente concessione alla Cina, che ha chiesto di spostare l’obiettivo al 2060, e all’India, che non ha preso finora alcun impegno specifico. Senza un’intesa, dal summit romano del G20 potrebbe arrivare quindi un documento aperto ancora tutto da riempire alla Cop26 di Glasgow, la conferenza dell’Onu copresieduta da Italia e Regno Unito che inizierà oggi. Insomma, si prende tempo per trovare un punto di caduta in mezzo a divisioni profonde tra i singoli Stati del gruppo che, tutti insieme, sono responsabili per oltre il 75% delle emissioni di gas serra.

Da una parte c’è il clima ma dall’altra c’è anche la crisi energetica che «minaccia la ripresa economica post pandemia e il summit deve lavorare per stabilizzare le forniture», ha dichiarato alla vigilia del G20 il presidente francese, Emmanuel Macron, in un’intervista al quotidiano britannico Financial Times. Sottolineando che serve un coordinamento tra Paesi produttori e consumatori di energia per scongiurare problemi nelle forniture quest’inverno che sarebbero fonte di «forti tensioni sia a livello economico che sociale». Le sole alternative «sono le rinnovabili europee e il nucleare europeo», ha poi aggiunto il presidente francese facendo riferimento a un’eccessiva dipendenza dell’Europa dalle forniture della società russa Gazprom.

Per gli Usa, ha detto un alto funzionario dell’amministrazione Biden, rispondendo a una domanda su come nel vertice del G20 verrà affrontata la questione della crisi energetica globale, «è importante che i rifornimenti globali di energia corrispondano alla domanda: e la domanda globale di energia è quasi ritornata ai livelli pre pandemia, ma non i rifornimenti globali». Riguardo all’economia, ha poi affermato che «gli Stati Uniti stanno sperimentando una forte ripresa», sottolineando che secondo le stime dell’Fmi nel 2021 si arriverà al 6%. «Ma l’economia globale ha molte divergenze», ha concluso, «molti Paesi stanno crescendo a un ritmo molto inferiore, quindi è un momento delicato per l’economia globale».

Al netto dei proclami, però, resta ancora lontana una strategia comune in Europa per contrastare il caro bollette. L’ultimo tentativo, compiuto martedì scorso al Consiglio straordinario dei ministri dell’energia nel Lussemburgo, è fallito, come i precedenti incontri di ottobre che hanno interessato Eurogruppo, Ecofin e Consiglio europeo. Spagna, Francia, Polonia, Grecia e Italia puntano a creare uno stoccaggio comunitario per frenare l’aumento dei prezzi che grava su famiglie e aziende. Dall’altra parte Olanda, Finlandia, Germania e altri otto Paesi mirano a lasciare il sistema invariato, nel timore che un intervento comune sui prezzi dei fossili possa rallentare gli investimenti sulle fonti rinnovabili e il processo di transizione ecologica. A tirare le fila delle proposte sul tavolo sarà comunque la Commissione europea a dicembre, quando sarà disponibile la bozza delle valutazioni dell’Acer (Agenzia per la cooperazione tra i regolatori dell’energia) su vantaggi e svantaggi dell’attuale sistema del mercato per l’elettricità all’ingrosso.

Mentre i grandi parlano, il caro bollette rallenta la ripresa in Italia. Ieri La Repubblica ha raccontato il caso della Feralpi, gruppo siderurgico con sede a Lonato del Garda (Brescia) e stabilimenti in diverse regioni e Paesi, costretta da diverse settimane a bloccare la produzione per tre ore al giorno, da quando il prezzo ha raggiunto i 380/400 euro per kilowattora, nelle fasce in cui il costo energetico raggiunge i picchi, a metà mattina e al tramonto. «Se continuerà ad aumentare adegueremo la produzione al prezzo dell’energia», dicono dalla Feralpi.

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