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2024-10-31
Nella rete degli spioni spunta pure il grillino «appoggiato» da Baffino
Enrico Pazzali (Ansa)
Per allargare il campo del loro raggio di azione i componenti della presunta cricca accusata dalla Procura di Milano di innumerevoli episodi di accesso abusivo a sistema informatico non puntavano sui politici di destra come molti pensano in virtù del ruolo di Enrico Pazzali al vertice della Fondazione Fiera Milano, controllata dalla Regione Lombardia. Dalle intercettazioni infatti spunta anche il nome di un pezzo da novanta dei 5stelle, l’ex sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo. È il 19 gennaio del 2023, quando in una intercettazione ambientale gli investigatori sentono l’ex superpoliziotto Carmine Gallo e Samuele Calamucci parlare «del rapporto di quest’ultimo con l’ex deputato Angelo Tofalo». Calamucci dice a Gallo: «Ho chiamato Angelo Tofalo», ma il suo interlocutore non sa chi sia l’ex parlamentare. Calamucci gli dice che è un ex deputato, poi spiega: «Allora perché ho chiamato lui, perché lui quando io fornivo come ausiliario al Dis le informazioni, lui era quello che ci organizzava i servizi. È un mio pari corso, solo che lui ha fatto carriera a spinta adesso è ancora giù a Roma, e gli ho detto, lui, questo è la persona che ha fatto il centro di cyber intelligence e lo Sdi in Italia». Secondo gli investigatori Calamucci si sarebebbe confidato con Tofalo circa la piattaforma che gli uomini della Equalize, anche riguardo alla «presenza sulla stessa di dati riservati esfiltrati dalle Banche dati strategiche nazionali: «Soc, Interforze, lui ha messo insieme tutte e 4 le forze, facciamo un’ora di videochiamata […] noi sai che abbiamo fatto la piattaforma e con lui c’è un rapporto proprio aperto. Ho questo problema, gli faccio, io gli addetti ai lavori, quindi tu […] , se lo do ad un cliente, cosa devo menzionare per non andare nella merda? mi fa, non devi menzionare, anche se lo sai mi fa! le notizie di reato fresche e mi fa e tutto quello che pubblicamente quella persona potrebbe richiedere con le sue facoltà. Quindi se tu vai a chiederti i carichi pendenti di te stesso, capo, non ti viene fuori». Calamucci avrebbe informato anche Pazzali del suo rapporto con Tofalo, che in base agli accertamenti svolti dagli uomini del nucleo investigativo dei carabinieri di Varese, sarebbe in contatto Mirko Lapi presidente di Osint Italia (associazione attiva nel settore dell’Open source intelligence), definito «soggetto legato all’intelligence». Su Lapi gli investigatori annotano che «esistono rapporti confermati e riscontrati tra questi e membri e fiancheggiatori del gruppo di via Pattari», dove ha sede la Equalize. In un’intercettazione Calamucci sostene che Lapi, proveniente dall’esercito, commercerebbe anche lui informazioni: «Mirko è uscito dall’Esercito e ha aperto la scuola... mi fa sì sì loro hanno sempre avuto le attività d’informazione dell’Esercito, Mirko le vendeva attraverso […]». In un’altra intercettazione Calamucci racconta a Massimiliano Camponovo «delle sponde politiche« di Lapi, che sarebbe sponsorizzato dall’ex premier Massimo D’Alema: «Ok... perché fa le consulenze lì te lo spiego velocemente... perché Mirko era un 5 stelle […] appoggiato da D’Alema. D’Alema è il capo della consulenza di Rci e gli dice «metchati» con Saccone (Umberto, ex dirigente del Sismi, attualmente consulente senior di
Ernst & Young, ndr) perché Saccone è sempre stato nel loro ambito e fatta sta roba e mi fai ..(incomprensibile)...e Saccone fa quella cosa che “Zio Bello” (Pazzali, ndr) dice ma no ma non la farà mai nessuno. Poi aggiunge: «L’han fatta perché li hanno comprati per 5 milioni tra le altre cose... e Saccone c’ha il contratto di consulenza che gli scade nel 2024...». Difficile capire se si tratti di millanterie per acquisire prestigio e credito, esattamente come accade per alcuni dei dossier commissionati da Pazzali al suo socio nella Equalize, Gallo e a Camponovo. Ad esempio quello richiesto il 17 novembre del 2023, secondo Pazzali per dare informazioni ad Angela Cossellu, da gennaio 2022 a maggio 2024 amministratore delegato di Eur spa, carica che Pazzali ha ricoperto dal 2016 a gennaio 2020. I due manager si conosco, perché entrambi hanno lavorato in passato a Vodafone. Le informazioni chieste da Pazzali riguardavano gli affittuari di un immobile di proprietà di Eur, che sarebbero stati morosi e, secondo il manager, in qualche modo collegati ai clan di Ostia: «La stanno... la stanno intortando, cioè intortando non nel senso coinvolgendo, la stanno truffando, non le stanno facendo capire questa cosa qua e se poi succede una roba del genere va nelle grane». Pazzali chiosa: «La voglio tutelare e dirgli guarda […] documentato da cose concrete». Dalle intercettazioni, però, non emerge alcun riscontro che le informazioni siano state trasmesse durante le conversazioni di Pazzali con la sua ex collega e Eur spa non figura nell’elenco dei clienti della Equalize ricostruito dagli investigatori.
Piantedosi cauto sul dl banche dati
Ci vorrà del tempo per capire che strada prenderà l’inchiesta della procura di Milano su Equalize, l’agenzia di business intelligence che avrebbe messo a repentaglio «la sicurezza nazionale» e «la nostra democrazia». A quanto pare non c’è fretta né a livello di governo, né a livello giudiziario di fare chiarezza al più presto su una vicenda che, stando alle indagini, presenta svariati fatti inquietanti agli occhi dell’opinione pubblica, nello specifico la facilità con cui l’ex superpoliziotto Carmine Gallo e il braccio operativo Samuele Calamucci avrebbero avuto acceso abusivamente alle banche strategiche nazionali, sottraendo dati sensibili. E così, mentre si ipotizza che il tribunale del riesame si esprima solo tra due settimane sulle nuove richieste di custodia cautelare per gli indagati (tra cui il titolare di Equalize Enrico Pazzali), martedì sera il Consiglio dei ministri presentava all’ordine del giorno la voce «misure urgenti in materia di ordinamento giudiziario, di personale di magistratura, di incarichi dirigenziali e di competenza investigativa sulla criminalità informatica». Un’ora dopo è scomparso. Non se n’è saputo più nulla, se non in alcuni retroscena a Montecitorio e poi riportati sui i quotidiani. In pratica ci sarebbe stata una forte indecisione da parte del governo su chi dovesse essere il destinatario di maggiori poteri sulla cybersicurezza. La procura nazionale antimafia guidata da Giovanni Melillo (che coordina l’inchiesta Equalize) o l’agenzia per la Cybersicurezza diretta da Bruno Frattasi? A livello ufficiale questo scontro non viene confermato. Di sicuro il caso sui dossieraggi sollevato dalla Procura di Milano pone diverse questioni, che forse hanno bisogno di tempo per essere risolte. C’è il caso delle possibili ingerenze dei servizi segreti stranieri e di cessioni di informazioni persino agli hacker di Anonymous. Ma c’è pure un tema squisitamente tecnico: a quanto pare in Italia non ci sono alert in caso di intrusioni abusive nei database strategici nazionali, né una tracciabilità seria su chi accede a dati che non sono protetti con una crittografia all’avanguardia. Sta di fatto che ieri mattina il numero uno del Viminale Matteo Piantedosi ha smentito l’urgenza di un nuovo decreto. «La sicurezza in Italia non è a rischio, ci sono dei presidi da dover tenere fermi, degli alert da migliorare, c'è un'indagine, ma non è il caso di lanciare messaggi fuorvianti. Sono testimone del fatto che, ad esempio, le banche dati del Ministero dell’Interno si stanno rivelando sicure, non ci risultano hackeraggi dall’esterno. Certo, ci deve essere una gestione più attenta e meno incline a prestarsi ad utilizzi distorti», ha spiegato durante una visita a Campobasso. Anzi, secondo Piantedosi, che attende l’esito delle indagini, «il quadro normativo attuale, come qualcuno autorevolmente ha già detto, è già abbastanza strutturato e importante nel nostro Paese. Ci sono istituzioni importanti che sono a presidio della sicurezza cyber». Rispetto all’inchiesta invece, come noto, la Direzione distrettuale antimafia ha presentato ricorso nei giorni scorsi contro la decisione del gip Fabrizio Filice che su 16 posizioni ha disposto solo quattro misure di domiciliari e due interdittive, non applicando alcuna custodia cautelare per Pazzali. Ora ne ha richieste 13, tra cui il carcere per Gallo e Calamucci e i domiciliari per il presidente di Fondazione Fiera. A metà mese Pazzali, difeso da Federico Cecconi e Fabio Giarda, saprà di più del suo destino. Eppure Filice nell’ordinanza di custodia cautelare aveva già spiegato perché aveva concesso gli arresti domiciliari solo per il superpoliziotto e l’ex hacker di Anonymous come per il maresciallo della Guardia di finanza Giuliano Schiano e il carabiniere Marco Malerba. Perché «una misura cautelare personale nei confronti di Pazzali, pure richiesta dal Pm» scrive il gip «sarebbe in sé del tutto insufficiente e anzi completamente ininfluente ai fini della prosecuzione, o meno, dell’attività criminosa; mentre, d’altro canto, una volta interrotta l’attività criminosa, mediante l’adozione di presidi personali e reali nei confronti dei quattro indagati principali, domini di Equalize, e della struttura societaria e aziendale del gruppo, tale misura non è necessaria, non aggiungendo nulla in termini di funzionalità cautelare e risolvendosi, quindi, unicamente in una anticipazione del giudizio di merito e dell’eventuale condanna». Oggi nel frattempo saranno sentiti dagli inquirenti Calamucci, Gallo e due esponenti delle forze dell’ordine.
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Samuele Calamucci, braccio operativo della Equalize di Enrico Pazzali, puntava sull’ex sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo e su Mirko Lapi: «È del M5s ma lo sponsorizza Massimo D’Alema. Era nell’esercito e vende informazioni». Per il titolare del Viminale, Matteo Piantedosi «il quadro normativo attuale è abbastanza strutturato». Prevista per metà novembre la decisione del Riesame sul ricorso della Procura. Lo speciale contiene due articoli. Per allargare il campo del loro raggio di azione i componenti della presunta cricca accusata dalla Procura di Milano di innumerevoli episodi di accesso abusivo a sistema informatico non puntavano sui politici di destra come molti pensano in virtù del ruolo di Enrico Pazzali al vertice della Fondazione Fiera Milano, controllata dalla Regione Lombardia. Dalle intercettazioni infatti spunta anche il nome di un pezzo da novanta dei 5stelle, l’ex sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo. È il 19 gennaio del 2023, quando in una intercettazione ambientale gli investigatori sentono l’ex superpoliziotto Carmine Gallo e Samuele Calamucci parlare «del rapporto di quest’ultimo con l’ex deputato Angelo Tofalo». Calamucci dice a Gallo: «Ho chiamato Angelo Tofalo», ma il suo interlocutore non sa chi sia l’ex parlamentare. Calamucci gli dice che è un ex deputato, poi spiega: «Allora perché ho chiamato lui, perché lui quando io fornivo come ausiliario al Dis le informazioni, lui era quello che ci organizzava i servizi. È un mio pari corso, solo che lui ha fatto carriera a spinta adesso è ancora giù a Roma, e gli ho detto, lui, questo è la persona che ha fatto il centro di cyber intelligence e lo Sdi in Italia». Secondo gli investigatori Calamucci si sarebebbe confidato con Tofalo circa la piattaforma che gli uomini della Equalize, anche riguardo alla «presenza sulla stessa di dati riservati esfiltrati dalle Banche dati strategiche nazionali: «Soc, Interforze, lui ha messo insieme tutte e 4 le forze, facciamo un’ora di videochiamata […] noi sai che abbiamo fatto la piattaforma e con lui c’è un rapporto proprio aperto. Ho questo problema, gli faccio, io gli addetti ai lavori, quindi tu […] , se lo do ad un cliente, cosa devo menzionare per non andare nella merda? mi fa, non devi menzionare, anche se lo sai mi fa! le notizie di reato fresche e mi fa e tutto quello che pubblicamente quella persona potrebbe richiedere con le sue facoltà. Quindi se tu vai a chiederti i carichi pendenti di te stesso, capo, non ti viene fuori». Calamucci avrebbe informato anche Pazzali del suo rapporto con Tofalo, che in base agli accertamenti svolti dagli uomini del nucleo investigativo dei carabinieri di Varese, sarebbe in contatto Mirko Lapi presidente di Osint Italia (associazione attiva nel settore dell’Open source intelligence), definito «soggetto legato all’intelligence». Su Lapi gli investigatori annotano che «esistono rapporti confermati e riscontrati tra questi e membri e fiancheggiatori del gruppo di via Pattari», dove ha sede la Equalize. In un’intercettazione Calamucci sostene che Lapi, proveniente dall’esercito, commercerebbe anche lui informazioni: «Mirko è uscito dall’Esercito e ha aperto la scuola... mi fa sì sì loro hanno sempre avuto le attività d’informazione dell’Esercito, Mirko le vendeva attraverso […]». In un’altra intercettazione Calamucci racconta a Massimiliano Camponovo «delle sponde politiche« di Lapi, che sarebbe sponsorizzato dall’ex premier Massimo D’Alema: «Ok... perché fa le consulenze lì te lo spiego velocemente... perché Mirko era un 5 stelle […] appoggiato da D’Alema. D’Alema è il capo della consulenza di Rci e gli dice «metchati» con Saccone (Umberto, ex dirigente del Sismi, attualmente consulente senior diErnst & Young, ndr) perché Saccone è sempre stato nel loro ambito e fatta sta roba e mi fai ..(incomprensibile)...e Saccone fa quella cosa che “Zio Bello” (Pazzali, ndr) dice ma no ma non la farà mai nessuno. Poi aggiunge: «L’han fatta perché li hanno comprati per 5 milioni tra le altre cose... e Saccone c’ha il contratto di consulenza che gli scade nel 2024...». Difficile capire se si tratti di millanterie per acquisire prestigio e credito, esattamente come accade per alcuni dei dossier commissionati da Pazzali al suo socio nella Equalize, Gallo e a Camponovo. Ad esempio quello richiesto il 17 novembre del 2023, secondo Pazzali per dare informazioni ad Angela Cossellu, da gennaio 2022 a maggio 2024 amministratore delegato di Eur spa, carica che Pazzali ha ricoperto dal 2016 a gennaio 2020. I due manager si conosco, perché entrambi hanno lavorato in passato a Vodafone. Le informazioni chieste da Pazzali riguardavano gli affittuari di un immobile di proprietà di Eur, che sarebbero stati morosi e, secondo il manager, in qualche modo collegati ai clan di Ostia: «La stanno... la stanno intortando, cioè intortando non nel senso coinvolgendo, la stanno truffando, non le stanno facendo capire questa cosa qua e se poi succede una roba del genere va nelle grane». Pazzali chiosa: «La voglio tutelare e dirgli guarda […] documentato da cose concrete». Dalle intercettazioni, però, non emerge alcun riscontro che le informazioni siano state trasmesse durante le conversazioni di Pazzali con la sua ex collega e Eur spa non figura nell’elenco dei clienti della Equalize ricostruito dagli investigatori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nella-rete-degli-spioni-2669549465.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piantedosi-cauto-sul-dl-banche-dati" data-post-id="2669549465" data-published-at="1730385398" data-use-pagination="False"> Piantedosi cauto sul dl banche dati Ci vorrà del tempo per capire che strada prenderà l’inchiesta della procura di Milano su Equalize, l’agenzia di business intelligence che avrebbe messo a repentaglio «la sicurezza nazionale» e «la nostra democrazia». A quanto pare non c’è fretta né a livello di governo, né a livello giudiziario di fare chiarezza al più presto su una vicenda che, stando alle indagini, presenta svariati fatti inquietanti agli occhi dell’opinione pubblica, nello specifico la facilità con cui l’ex superpoliziotto Carmine Gallo e il braccio operativo Samuele Calamucci avrebbero avuto acceso abusivamente alle banche strategiche nazionali, sottraendo dati sensibili. E così, mentre si ipotizza che il tribunale del riesame si esprima solo tra due settimane sulle nuove richieste di custodia cautelare per gli indagati (tra cui il titolare di Equalize Enrico Pazzali), martedì sera il Consiglio dei ministri presentava all’ordine del giorno la voce «misure urgenti in materia di ordinamento giudiziario, di personale di magistratura, di incarichi dirigenziali e di competenza investigativa sulla criminalità informatica». Un’ora dopo è scomparso. Non se n’è saputo più nulla, se non in alcuni retroscena a Montecitorio e poi riportati sui i quotidiani. In pratica ci sarebbe stata una forte indecisione da parte del governo su chi dovesse essere il destinatario di maggiori poteri sulla cybersicurezza. La procura nazionale antimafia guidata da Giovanni Melillo (che coordina l’inchiesta Equalize) o l’agenzia per la Cybersicurezza diretta da Bruno Frattasi? A livello ufficiale questo scontro non viene confermato. Di sicuro il caso sui dossieraggi sollevato dalla Procura di Milano pone diverse questioni, che forse hanno bisogno di tempo per essere risolte. C’è il caso delle possibili ingerenze dei servizi segreti stranieri e di cessioni di informazioni persino agli hacker di Anonymous. Ma c’è pure un tema squisitamente tecnico: a quanto pare in Italia non ci sono alert in caso di intrusioni abusive nei database strategici nazionali, né una tracciabilità seria su chi accede a dati che non sono protetti con una crittografia all’avanguardia. Sta di fatto che ieri mattina il numero uno del Viminale Matteo Piantedosi ha smentito l’urgenza di un nuovo decreto. «La sicurezza in Italia non è a rischio, ci sono dei presidi da dover tenere fermi, degli alert da migliorare, c'è un'indagine, ma non è il caso di lanciare messaggi fuorvianti. Sono testimone del fatto che, ad esempio, le banche dati del Ministero dell’Interno si stanno rivelando sicure, non ci risultano hackeraggi dall’esterno. Certo, ci deve essere una gestione più attenta e meno incline a prestarsi ad utilizzi distorti», ha spiegato durante una visita a Campobasso. Anzi, secondo Piantedosi, che attende l’esito delle indagini, «il quadro normativo attuale, come qualcuno autorevolmente ha già detto, è già abbastanza strutturato e importante nel nostro Paese. Ci sono istituzioni importanti che sono a presidio della sicurezza cyber». Rispetto all’inchiesta invece, come noto, la Direzione distrettuale antimafia ha presentato ricorso nei giorni scorsi contro la decisione del gip Fabrizio Filice che su 16 posizioni ha disposto solo quattro misure di domiciliari e due interdittive, non applicando alcuna custodia cautelare per Pazzali. Ora ne ha richieste 13, tra cui il carcere per Gallo e Calamucci e i domiciliari per il presidente di Fondazione Fiera. A metà mese Pazzali, difeso da Federico Cecconi e Fabio Giarda, saprà di più del suo destino. Eppure Filice nell’ordinanza di custodia cautelare aveva già spiegato perché aveva concesso gli arresti domiciliari solo per il superpoliziotto e l’ex hacker di Anonymous come per il maresciallo della Guardia di finanza Giuliano Schiano e il carabiniere Marco Malerba. Perché «una misura cautelare personale nei confronti di Pazzali, pure richiesta dal Pm» scrive il gip «sarebbe in sé del tutto insufficiente e anzi completamente ininfluente ai fini della prosecuzione, o meno, dell’attività criminosa; mentre, d’altro canto, una volta interrotta l’attività criminosa, mediante l’adozione di presidi personali e reali nei confronti dei quattro indagati principali, domini di Equalize, e della struttura societaria e aziendale del gruppo, tale misura non è necessaria, non aggiungendo nulla in termini di funzionalità cautelare e risolvendosi, quindi, unicamente in una anticipazione del giudizio di merito e dell’eventuale condanna». Oggi nel frattempo saranno sentiti dagli inquirenti Calamucci, Gallo e due esponenti delle forze dell’ordine.
Una foto pubblicata dalla Royal Thai Navy mostra la nave cargo battente bandiera thailandese Mayuree Naree in fiamme dopo essere stata colpita da missili iraniani nello Stretto di Hormuz (Ansa)
Il primo messaggio alla nazione attribuito alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, solleva più interrogativi che certezze. Il discorso, trasmesso dalla televisione di Stato, non è stato pronunciato dal leader in persona: il testo è stato letto da una speaker, senza immagini né registrazioni audio. Proprio questo dettaglio alimenta i dubbi di numerosi osservatori, secondo i quali Mojtaba Khamenei potrebbe trovarsi in condizioni gravi o, comunque, non essere in grado di esercitare pienamente il potere ma c’è chi crede che sia morto da giorni.
Il testo contiene comunque alcune indicazioni politiche rilevanti. Si afferma la volontà di mantenere relazioni con i Paesi vicini: «Dobbiamo avere buoni rapporti con i nostri vicini e siamo pronti a migliorare le relazioni con i Paesi della regione». Subito dopo, tuttavia, il tono diventa più duro: «Se ci saranno attacchi saremo costretti ad attaccare coloro che cooperano con il nemico». Il documento promette continuità con la linea politica della precedente guida della Repubblica islamica. «Promettiamo alla defunta Guida suprema che seguiremo il suo percorso». Nel messaggio attribuito a Mojtaba compare anche un riferimento diretto alla rete di alleanze regionali costruita negli anni da Teheran. Si afferma che in Yemen e in Iraq le forze del cosiddetto «fronte della resistenza» sono pronte a «fare la loro parte» per sostenere l’Iran nel conflitto. Il riferimento riguarda la galassia di milizie sciite e gruppi armati che negli ultimi anni hanno costituito uno dei principali strumenti della proiezione strategica della Repubblica islamica nel Medio Oriente. Nel testo compare anche la promessa di vendetta. «Non rinunceremo alla vendetta per il sangue dei martiri».
Uno dei passaggi più significativi riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta per il commercio energetico globale. «La leva della chiusura dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata», si legge nel documento. Nelle stesse ore è arrivato, però, anche un segnale più ambiguo da parte della diplomazia iraniana. L’Iran ha, infatti, consentito ad alcune navi di attraversare lo Stretto di Hormuz. Lo ha confermato all’Afp il vice ministro degli Esteri, Majid Takht-Ravanchi. «Alcuni Paesi ci hanno contattato per attraversare lo stretto e noi abbiamo collaborato con loro», ha spiegato il diplomatico, precisando tuttavia che i Paesi che hanno preso parte all’«aggressione» contro l’Iran non dovrebbero beneficiare di un passaggio sicuro. Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver neutralizzato diverse imbarcazioni iraniane sospettate di voler posare mine nel passaggio marittimo, mentre unità legate a Teheran avrebbero colpito alcune navi mercantili accusate di tentare di forzare il blocco.
La tensione nel Golfo è ulteriormente cresciuta dopo le minacce del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha dichiarato che «il Golfo Persico si tingerà del sangue degli invasori» se le isole iraniane verranno attaccate. Le dichiarazioni arrivano mentre circolano indiscrezioni secondo cui Stati Uniti e Israele avrebbero discusso la possibilità di prendere il controllo dell’isola di Kharg, da cui transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Raid aerei hanno colpito i principali siti del programma nucleare iraniano, tra cui gli impianti di Isfahan e Natanz, dove sono situate importanti strutture di arricchimento e stoccaggio dell’uranio. Una forte esplosione è stata segnalata anche nell’impianto sotterraneo di Fordow, uno dei complessi più protetti del programma atomico iraniano. Nuove immagini satellitari del sito sotterraneo di Taleghan, nel complesso militare di Parchin vicino a Teheran, mostrano tre crateri perfettamente allineati. Secondo diversi analisti si tratterebbe della firma tipica delle bombe anti-bunker ad alta penetrazione, probabilmente le Gbu-57 Massive ordnance penetrator da oltre 13 tonnellate, progettate per distruggere strutture nucleari sotterranee fortificate.
Gli attacchi hanno colpito anche l’apparato di sicurezza del regime. Nella città di Ahvaz, nel Sud-Ovest dell’Iran, raid congiunti hanno distrutto o danneggiato decine di strutture appartenenti ai Pasdaran, alla milizia Basij, alla polizia e a unità dell’esercito iraniano. Nei bombardamenti su Teheran è stato ucciso Akbar Ghaffari, vice ministro dell’Intelligence della Repubblica islamica. Fonti dell’opposizione iraniana riferiscono inoltre che Dariush Soleimani, comandante della base aerea militare di Tabriz, sarebbe stato ucciso nella notte in un raid israeliano. L’escalation militare ha avuto un impatto immediato sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio è salito di circa il 6%, avvicinandosi ai 100 dollari al barile dopo che due petroliere sono state incendiate in un porto iracheno da imbarcazioni cariche di esplosivo attribuite a gruppi legati all’Iran.
La crisi si sta aggravando nonostante il tentativo della comunità internazionale di stabilizzare i mercati. Oltre trenta Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) hanno annunciato il più grande rilascio coordinato di riserve petrolifere mai effettuato, circa 400 milioni di barili. La guerra ha già costretto i Paesi del Golfo a ridurre la produzione di circa 10 milioni di barili al giorno, quasi il 10% della domanda mondiale, in quella che l’Iea definisce la più grave interruzione delle forniture petrolifere nella storia del mercato globale.
Il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, ha cercato di rassicurare i mercati sostenendo che è improbabile che il prezzo del petrolio arrivi a toccare i 200 dollari al barile. Wright ha inoltre spiegato che la Marina degli Stati Uniti non è al momento in grado di scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, anche se questa possibilità potrebbe concretizzarsi entro la fine del mese. Resta, però, una domanda centrale: chi guida davvero l’Iran? Finché Mojtaba Khamenei non apparirà pubblicamente, il dubbio continuerà a pesare su uno dei momenti più delicati della storia del Paese.
Netanyahu spiana i droni di Teheran. E ora parte l’ultimatum ai libanesi
Israele ha risposto con forza alla quarantaduesima ondata dell’operazione Vera promessa dell’Iran che ha battezzato questo attacco Labbaik Ya Khamenei («al tuo servizio Khamenei»), in memoria della Guida suprema. Le forze di difesa israeliane hanno preso di mira la rete di lancio di droni di Teheran, dopo aver ridotto le capacità del loro sistema missilistico, e distrutto oltre 250 velivoli. L’attacco di Tel Aviv ha eliminato molti comandanti e operatori della rete di droni responsabili di numerosi lanci. L’Idf ha colpito l’impianto nucleare di Taleghan, a Sud di Teheran, con una serie di raid aerei. Qui il regime iraniano stava lavorando su capacità critiche nello sviluppo di armi nucleari e questo complesso era stato un obiettivo israeliano anche nell’ottobre del 2024, durante una rappresaglia per un attacco missilistico.
Stati Uniti e Israele hanno portato a termine un’operazione ad Al Qaim, alla frontiera fra Siria e Iraq, nella quale sono stati uccisi una ventina di miliziani delle forze di mobilitazione popolare, un gruppo sciita alleato di Teheran. Intanto l’Iran ha annunciato di aver condotto la prima operazione «congiunta ed integrata» con Hezbollah contro Israele andando a colpire diverse città ed istallazioni militari nei pressi di Tel Aviv e Haifa con il più massiccio attacco dall’inizio del conflitto. Da Iran e Libano sono stati lanciati 200 razzi e 20 droni, combinandosi con missili balistici. L’aviazione di Tel Aviv ha risposto martellando la periferia di Beirut, soprattutto la roccaforte sciita di Dahiyeh, la valle della Bekaa e tutte le posizioni del Partito di Dio nel governatorato di Tiro, al confine con Israele.
Tel Aviv ha lanciato un ultimatum al governo del primo ministro Nawaf Salam: se non impedirà ad Hezbollah di attaccare, Israele «prenderà il territorio e lo farà da sé». Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato di aver avvertito il presidente libanese Joseph Aoun che se non saranno in grado di controllare il proprio territorio e di impedire a Hezbollah di minacciare le comunità del Nord, l’Idf agirà. Il responsabile della Difesa ha anche aggiunto di aver dato istruzioni alle forze armate di prepararsi a un’espansione delle attività in Libano con l’obiettivo di ripristinare la calma e la sicurezza nelle comunità del Nord.
L’esercito nazionale libanese è stato volutamente mantenuto debole perché le milizie dei partiti politici hanno sempre dominato la scena nel paese mediorientale. Il nuovo presidente Aoun ha cercato di dare ai governativi il monopolio della forza, ma le difficoltà nel processo di disarmo di Hezbollah hanno confermato la loro debolezza. Il capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, ha definito la guerra contro Hezbollah come un altro settore principale, non un’arena secondaria.
Sul campo, le operazioni israeliane proseguono e nemmeno Ramlet El Baida, lungomare ricco di hotel e ristoranti di Beirut, è stato risparmiato dai droni con la Stella di David. Nell’attacco a questa zona, trasformata da settimane in rifugio per un migliaio di sfollati, sono morte 11 persone e altre 30 sono rimaste ferite. L’obiettivo era un’automobile di un dirigente di Hezbollah e la sua esplosione ha causato l’uccisione di tutti quelli che dormivano intorno. Il governo libanese ha allestito dei punti di ricovero improvvisato nella passeggiata più famosa di Beirut, ma la zona è stata sgomberata dall’esercito libanese per un allarme dovuto alla presenza di un missile di Israele inesploso. Anche l’Università di Beirut è stata colpita e due docenti hanno perso la vita.
Il ministro dell’Informazione, Paul Morcos, ha dichiarato che il numero delle vittime in Libano ha raggiunto quota 687, tra le quali 98 bambini. Morcos ha anche specificato che, dall’inizio del nuovo conflitto, sono stati uccisi anche 15 tra medici e soccorritori.
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Camp Singara, la base italiana dove comincia l'addestramento dei peshmerga nel Kurdistan iracheno a Erbil (Ansa)
La base colpita, Camp Singara, ospita da oltre quattordici anni il dispositivo italiano dell’Operazione Prima Parthica, impegnato nell’addestramento delle forze curde peshmerga nei campi di Benaslawa, Atrush e Sulaymaniyah. Alla missione contribuisce anche l’Airmobile Task Group «Griffon», che utilizza elicotteri NH90 per il trasporto tra le basi del nord dell’Iraq. L’operazione si estende inoltre a Baghdad, dove i carabinieri addestrano la polizia irachena, e in Kuwait nella base di Ali Al Salem Air Base. Nella stessa notte droni hanno colpito anche una base della coalizione a Erbil con militari americani e britannici, causando alcuni feriti statunitensi non gravi.
Il fatto che il bersaglio sia un complesso militare della coalizione internazionale - con presenza italiana e installazioni statunitensi - riporta al centro il tema di una possibile reazione dell’Alleanza Atlantica. In teoria, se l’episodio venisse qualificato come attacco contro forze di uno Stato membro, potrebbe aprirsi una discussione sull’Articolo 5 del Trattato Nato, la clausola di difesa collettiva che considera un’aggressione contro un alleato come un attacco contro tutti. La procedura non è automatica e richiede una decisione politica dei Paesi membri, ma l’episodio riaccende il dibattito su una possibile risposta coordinata degli alleati. Un rischio che il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva evocato parlando nei giorni scorsi del pericolo di «trovarsi sull’orlo di un abisso».
L’impatto è avvenuto intorno alle 00.40 ora locale, dopo che le forze della coalizione avevano attivato l’allarme di minaccia aerea. Il personale italiano aveva già raggiunto i bunker secondo le procedure di sicurezza. «Il drone ha provocato danni a infrastrutture e materiali, ma non ci sono stati feriti», ha spiegato il colonnello Stefano Pizzotti, comandante del contingente della missione Operazione Prima Parthica, assicurando che «il morale resta alto e la sicurezza del personale rimane la priorità».
In linea teorica un’azione di questo tipo potrebbe configurare reati perseguibili anche dalla giurisdizione italiana. Entrano infatti in gioco l’articolo 280 del codice penale, sull’attentato con finalità terroristiche, e l’articolo 285 relativo al delitto di strage, applicabili anche a fatti avvenuti all’estero grazie all’articolo 7 del codice penale quando vengono colpiti interessi dello Stato italiano.
Il nodo più delicato riguarda la natura giuridica della base. Una base militare all’estero non è formalmente territorio italiano, poiché la presenza del contingente avviene con il consenso dello Stato ospitante ed è regolata da un accordo sullo status delle forze, il cosiddetto Sofa (Status of Forces Agreement). Tuttavia, se la struttura viene considerata un presidio funzionale dello Stato italiano, l’attacco assume un peso ancora maggiore perché ha messo direttamente a rischio personale delle Forze armate impegnato in missione.
«La dottrina militare non è chiara sull’applicazione dell’articolo 5 Nato», osserva l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare alla Link Campus University. «Tuttavia anche non essendo avvenuto il fatto in area Nato sussistono gli estremi dell’articolo 4 Nato, ovvero della legittima difesa del nostro Paese ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite».
L’attacco di Erbil arriva dopo altri episodi che negli ultimi anni hanno coinvolto basi con presenza italiana nella regione. Nei giorni precedenti erano stati segnalati attacchi anche contro la base di Ali Al Salem Air Base in Kuwait, mentre quella della missione Unifil nel sud del Libano resta da tempo esposta alle tensioni tra Hezbollah e l’Israel Defense Forces. Nel 2024 due razzi colpirono la base di Shama ferendo lievemente quattro militari italiani della brigata Sassari. Episodi più gravi si erano verificati in passato: nel 2012 un attacco di mortaio in Afghanistan costò la vita al sergente maggiore Michele Silvestri. Il precedente più drammatico resta però la strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, quando un attentato contro la base dei carabinieri provocò la morte di 19 italiani. Da allora quella data è ricordata ogni anno come giornata dedicata ai caduti nelle missioni internazionali. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che il contingente era stato avvisato della minaccia e aveva attivato le procedure di sicurezza. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil. Non ci sono vittime né feriti», ha dichiarato, spiegando di essere «costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal comandante del Covi». Nella base sono presenti 141 militari italiani, già ridotti nelle settimane precedenti: «Abbiamo fatto rientrare 102 persone e ne abbiamo trasferite alcune in Giordania», ha aggiunto. Ora, il governo ha deciso di ritirare tutto il contingente, dopo ore di consultazioni a Roma che hanno coinvolto anche la leader del Pd, Elly Schlein.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che «sono in corso verifiche per individuare i responsabili» e ha assicurato che il governo è pronto «ad adottare ogni misura necessaria per garantire la sicurezza del personale», ribadendo l’impegno per la de-escalation. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «vicinanza ai nostri militari rimasti illesi». Dal Parlamento è arrivata una solidarietà bipartisan, con il presidente del Senato Ignazio La Russa che ha parlato di «ferma condanna per l’attacco».
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