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2024-10-31
Nella rete degli spioni spunta pure il grillino «appoggiato» da Baffino
Enrico Pazzali (Ansa)
Per allargare il campo del loro raggio di azione i componenti della presunta cricca accusata dalla Procura di Milano di innumerevoli episodi di accesso abusivo a sistema informatico non puntavano sui politici di destra come molti pensano in virtù del ruolo di Enrico Pazzali al vertice della Fondazione Fiera Milano, controllata dalla Regione Lombardia. Dalle intercettazioni infatti spunta anche il nome di un pezzo da novanta dei 5stelle, l’ex sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo. È il 19 gennaio del 2023, quando in una intercettazione ambientale gli investigatori sentono l’ex superpoliziotto Carmine Gallo e Samuele Calamucci parlare «del rapporto di quest’ultimo con l’ex deputato Angelo Tofalo». Calamucci dice a Gallo: «Ho chiamato Angelo Tofalo», ma il suo interlocutore non sa chi sia l’ex parlamentare. Calamucci gli dice che è un ex deputato, poi spiega: «Allora perché ho chiamato lui, perché lui quando io fornivo come ausiliario al Dis le informazioni, lui era quello che ci organizzava i servizi. È un mio pari corso, solo che lui ha fatto carriera a spinta adesso è ancora giù a Roma, e gli ho detto, lui, questo è la persona che ha fatto il centro di cyber intelligence e lo Sdi in Italia». Secondo gli investigatori Calamucci si sarebebbe confidato con Tofalo circa la piattaforma che gli uomini della Equalize, anche riguardo alla «presenza sulla stessa di dati riservati esfiltrati dalle Banche dati strategiche nazionali: «Soc, Interforze, lui ha messo insieme tutte e 4 le forze, facciamo un’ora di videochiamata […] noi sai che abbiamo fatto la piattaforma e con lui c’è un rapporto proprio aperto. Ho questo problema, gli faccio, io gli addetti ai lavori, quindi tu […] , se lo do ad un cliente, cosa devo menzionare per non andare nella merda? mi fa, non devi menzionare, anche se lo sai mi fa! le notizie di reato fresche e mi fa e tutto quello che pubblicamente quella persona potrebbe richiedere con le sue facoltà. Quindi se tu vai a chiederti i carichi pendenti di te stesso, capo, non ti viene fuori». Calamucci avrebbe informato anche Pazzali del suo rapporto con Tofalo, che in base agli accertamenti svolti dagli uomini del nucleo investigativo dei carabinieri di Varese, sarebbe in contatto Mirko Lapi presidente di Osint Italia (associazione attiva nel settore dell’Open source intelligence), definito «soggetto legato all’intelligence». Su Lapi gli investigatori annotano che «esistono rapporti confermati e riscontrati tra questi e membri e fiancheggiatori del gruppo di via Pattari», dove ha sede la Equalize. In un’intercettazione Calamucci sostene che Lapi, proveniente dall’esercito, commercerebbe anche lui informazioni: «Mirko è uscito dall’Esercito e ha aperto la scuola... mi fa sì sì loro hanno sempre avuto le attività d’informazione dell’Esercito, Mirko le vendeva attraverso […]». In un’altra intercettazione Calamucci racconta a Massimiliano Camponovo «delle sponde politiche« di Lapi, che sarebbe sponsorizzato dall’ex premier Massimo D’Alema: «Ok... perché fa le consulenze lì te lo spiego velocemente... perché Mirko era un 5 stelle […] appoggiato da D’Alema. D’Alema è il capo della consulenza di Rci e gli dice «metchati» con Saccone (Umberto, ex dirigente del Sismi, attualmente consulente senior di
Ernst & Young, ndr) perché Saccone è sempre stato nel loro ambito e fatta sta roba e mi fai ..(incomprensibile)...e Saccone fa quella cosa che “Zio Bello” (Pazzali, ndr) dice ma no ma non la farà mai nessuno. Poi aggiunge: «L’han fatta perché li hanno comprati per 5 milioni tra le altre cose... e Saccone c’ha il contratto di consulenza che gli scade nel 2024...». Difficile capire se si tratti di millanterie per acquisire prestigio e credito, esattamente come accade per alcuni dei dossier commissionati da Pazzali al suo socio nella Equalize, Gallo e a Camponovo. Ad esempio quello richiesto il 17 novembre del 2023, secondo Pazzali per dare informazioni ad Angela Cossellu, da gennaio 2022 a maggio 2024 amministratore delegato di Eur spa, carica che Pazzali ha ricoperto dal 2016 a gennaio 2020. I due manager si conosco, perché entrambi hanno lavorato in passato a Vodafone. Le informazioni chieste da Pazzali riguardavano gli affittuari di un immobile di proprietà di Eur, che sarebbero stati morosi e, secondo il manager, in qualche modo collegati ai clan di Ostia: «La stanno... la stanno intortando, cioè intortando non nel senso coinvolgendo, la stanno truffando, non le stanno facendo capire questa cosa qua e se poi succede una roba del genere va nelle grane». Pazzali chiosa: «La voglio tutelare e dirgli guarda […] documentato da cose concrete». Dalle intercettazioni, però, non emerge alcun riscontro che le informazioni siano state trasmesse durante le conversazioni di Pazzali con la sua ex collega e Eur spa non figura nell’elenco dei clienti della Equalize ricostruito dagli investigatori.
Piantedosi cauto sul dl banche dati
Ci vorrà del tempo per capire che strada prenderà l’inchiesta della procura di Milano su Equalize, l’agenzia di business intelligence che avrebbe messo a repentaglio «la sicurezza nazionale» e «la nostra democrazia». A quanto pare non c’è fretta né a livello di governo, né a livello giudiziario di fare chiarezza al più presto su una vicenda che, stando alle indagini, presenta svariati fatti inquietanti agli occhi dell’opinione pubblica, nello specifico la facilità con cui l’ex superpoliziotto Carmine Gallo e il braccio operativo Samuele Calamucci avrebbero avuto acceso abusivamente alle banche strategiche nazionali, sottraendo dati sensibili. E così, mentre si ipotizza che il tribunale del riesame si esprima solo tra due settimane sulle nuove richieste di custodia cautelare per gli indagati (tra cui il titolare di Equalize Enrico Pazzali), martedì sera il Consiglio dei ministri presentava all’ordine del giorno la voce «misure urgenti in materia di ordinamento giudiziario, di personale di magistratura, di incarichi dirigenziali e di competenza investigativa sulla criminalità informatica». Un’ora dopo è scomparso. Non se n’è saputo più nulla, se non in alcuni retroscena a Montecitorio e poi riportati sui i quotidiani. In pratica ci sarebbe stata una forte indecisione da parte del governo su chi dovesse essere il destinatario di maggiori poteri sulla cybersicurezza. La procura nazionale antimafia guidata da Giovanni Melillo (che coordina l’inchiesta Equalize) o l’agenzia per la Cybersicurezza diretta da Bruno Frattasi? A livello ufficiale questo scontro non viene confermato. Di sicuro il caso sui dossieraggi sollevato dalla Procura di Milano pone diverse questioni, che forse hanno bisogno di tempo per essere risolte. C’è il caso delle possibili ingerenze dei servizi segreti stranieri e di cessioni di informazioni persino agli hacker di Anonymous. Ma c’è pure un tema squisitamente tecnico: a quanto pare in Italia non ci sono alert in caso di intrusioni abusive nei database strategici nazionali, né una tracciabilità seria su chi accede a dati che non sono protetti con una crittografia all’avanguardia. Sta di fatto che ieri mattina il numero uno del Viminale Matteo Piantedosi ha smentito l’urgenza di un nuovo decreto. «La sicurezza in Italia non è a rischio, ci sono dei presidi da dover tenere fermi, degli alert da migliorare, c'è un'indagine, ma non è il caso di lanciare messaggi fuorvianti. Sono testimone del fatto che, ad esempio, le banche dati del Ministero dell’Interno si stanno rivelando sicure, non ci risultano hackeraggi dall’esterno. Certo, ci deve essere una gestione più attenta e meno incline a prestarsi ad utilizzi distorti», ha spiegato durante una visita a Campobasso. Anzi, secondo Piantedosi, che attende l’esito delle indagini, «il quadro normativo attuale, come qualcuno autorevolmente ha già detto, è già abbastanza strutturato e importante nel nostro Paese. Ci sono istituzioni importanti che sono a presidio della sicurezza cyber». Rispetto all’inchiesta invece, come noto, la Direzione distrettuale antimafia ha presentato ricorso nei giorni scorsi contro la decisione del gip Fabrizio Filice che su 16 posizioni ha disposto solo quattro misure di domiciliari e due interdittive, non applicando alcuna custodia cautelare per Pazzali. Ora ne ha richieste 13, tra cui il carcere per Gallo e Calamucci e i domiciliari per il presidente di Fondazione Fiera. A metà mese Pazzali, difeso da Federico Cecconi e Fabio Giarda, saprà di più del suo destino. Eppure Filice nell’ordinanza di custodia cautelare aveva già spiegato perché aveva concesso gli arresti domiciliari solo per il superpoliziotto e l’ex hacker di Anonymous come per il maresciallo della Guardia di finanza Giuliano Schiano e il carabiniere Marco Malerba. Perché «una misura cautelare personale nei confronti di Pazzali, pure richiesta dal Pm» scrive il gip «sarebbe in sé del tutto insufficiente e anzi completamente ininfluente ai fini della prosecuzione, o meno, dell’attività criminosa; mentre, d’altro canto, una volta interrotta l’attività criminosa, mediante l’adozione di presidi personali e reali nei confronti dei quattro indagati principali, domini di Equalize, e della struttura societaria e aziendale del gruppo, tale misura non è necessaria, non aggiungendo nulla in termini di funzionalità cautelare e risolvendosi, quindi, unicamente in una anticipazione del giudizio di merito e dell’eventuale condanna». Oggi nel frattempo saranno sentiti dagli inquirenti Calamucci, Gallo e due esponenti delle forze dell’ordine.
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Samuele Calamucci, braccio operativo della Equalize di Enrico Pazzali, puntava sull’ex sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo e su Mirko Lapi: «È del M5s ma lo sponsorizza Massimo D’Alema. Era nell’esercito e vende informazioni». Per il titolare del Viminale, Matteo Piantedosi «il quadro normativo attuale è abbastanza strutturato». Prevista per metà novembre la decisione del Riesame sul ricorso della Procura. Lo speciale contiene due articoli. Per allargare il campo del loro raggio di azione i componenti della presunta cricca accusata dalla Procura di Milano di innumerevoli episodi di accesso abusivo a sistema informatico non puntavano sui politici di destra come molti pensano in virtù del ruolo di Enrico Pazzali al vertice della Fondazione Fiera Milano, controllata dalla Regione Lombardia. Dalle intercettazioni infatti spunta anche il nome di un pezzo da novanta dei 5stelle, l’ex sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo. È il 19 gennaio del 2023, quando in una intercettazione ambientale gli investigatori sentono l’ex superpoliziotto Carmine Gallo e Samuele Calamucci parlare «del rapporto di quest’ultimo con l’ex deputato Angelo Tofalo». Calamucci dice a Gallo: «Ho chiamato Angelo Tofalo», ma il suo interlocutore non sa chi sia l’ex parlamentare. Calamucci gli dice che è un ex deputato, poi spiega: «Allora perché ho chiamato lui, perché lui quando io fornivo come ausiliario al Dis le informazioni, lui era quello che ci organizzava i servizi. È un mio pari corso, solo che lui ha fatto carriera a spinta adesso è ancora giù a Roma, e gli ho detto, lui, questo è la persona che ha fatto il centro di cyber intelligence e lo Sdi in Italia». Secondo gli investigatori Calamucci si sarebebbe confidato con Tofalo circa la piattaforma che gli uomini della Equalize, anche riguardo alla «presenza sulla stessa di dati riservati esfiltrati dalle Banche dati strategiche nazionali: «Soc, Interforze, lui ha messo insieme tutte e 4 le forze, facciamo un’ora di videochiamata […] noi sai che abbiamo fatto la piattaforma e con lui c’è un rapporto proprio aperto. Ho questo problema, gli faccio, io gli addetti ai lavori, quindi tu […] , se lo do ad un cliente, cosa devo menzionare per non andare nella merda? mi fa, non devi menzionare, anche se lo sai mi fa! le notizie di reato fresche e mi fa e tutto quello che pubblicamente quella persona potrebbe richiedere con le sue facoltà. Quindi se tu vai a chiederti i carichi pendenti di te stesso, capo, non ti viene fuori». Calamucci avrebbe informato anche Pazzali del suo rapporto con Tofalo, che in base agli accertamenti svolti dagli uomini del nucleo investigativo dei carabinieri di Varese, sarebbe in contatto Mirko Lapi presidente di Osint Italia (associazione attiva nel settore dell’Open source intelligence), definito «soggetto legato all’intelligence». Su Lapi gli investigatori annotano che «esistono rapporti confermati e riscontrati tra questi e membri e fiancheggiatori del gruppo di via Pattari», dove ha sede la Equalize. In un’intercettazione Calamucci sostene che Lapi, proveniente dall’esercito, commercerebbe anche lui informazioni: «Mirko è uscito dall’Esercito e ha aperto la scuola... mi fa sì sì loro hanno sempre avuto le attività d’informazione dell’Esercito, Mirko le vendeva attraverso […]». In un’altra intercettazione Calamucci racconta a Massimiliano Camponovo «delle sponde politiche« di Lapi, che sarebbe sponsorizzato dall’ex premier Massimo D’Alema: «Ok... perché fa le consulenze lì te lo spiego velocemente... perché Mirko era un 5 stelle […] appoggiato da D’Alema. D’Alema è il capo della consulenza di Rci e gli dice «metchati» con Saccone (Umberto, ex dirigente del Sismi, attualmente consulente senior diErnst & Young, ndr) perché Saccone è sempre stato nel loro ambito e fatta sta roba e mi fai ..(incomprensibile)...e Saccone fa quella cosa che “Zio Bello” (Pazzali, ndr) dice ma no ma non la farà mai nessuno. Poi aggiunge: «L’han fatta perché li hanno comprati per 5 milioni tra le altre cose... e Saccone c’ha il contratto di consulenza che gli scade nel 2024...». Difficile capire se si tratti di millanterie per acquisire prestigio e credito, esattamente come accade per alcuni dei dossier commissionati da Pazzali al suo socio nella Equalize, Gallo e a Camponovo. Ad esempio quello richiesto il 17 novembre del 2023, secondo Pazzali per dare informazioni ad Angela Cossellu, da gennaio 2022 a maggio 2024 amministratore delegato di Eur spa, carica che Pazzali ha ricoperto dal 2016 a gennaio 2020. I due manager si conosco, perché entrambi hanno lavorato in passato a Vodafone. Le informazioni chieste da Pazzali riguardavano gli affittuari di un immobile di proprietà di Eur, che sarebbero stati morosi e, secondo il manager, in qualche modo collegati ai clan di Ostia: «La stanno... la stanno intortando, cioè intortando non nel senso coinvolgendo, la stanno truffando, non le stanno facendo capire questa cosa qua e se poi succede una roba del genere va nelle grane». Pazzali chiosa: «La voglio tutelare e dirgli guarda […] documentato da cose concrete». Dalle intercettazioni, però, non emerge alcun riscontro che le informazioni siano state trasmesse durante le conversazioni di Pazzali con la sua ex collega e Eur spa non figura nell’elenco dei clienti della Equalize ricostruito dagli investigatori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nella-rete-degli-spioni-2669549465.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piantedosi-cauto-sul-dl-banche-dati" data-post-id="2669549465" data-published-at="1730385398" data-use-pagination="False"> Piantedosi cauto sul dl banche dati Ci vorrà del tempo per capire che strada prenderà l’inchiesta della procura di Milano su Equalize, l’agenzia di business intelligence che avrebbe messo a repentaglio «la sicurezza nazionale» e «la nostra democrazia». A quanto pare non c’è fretta né a livello di governo, né a livello giudiziario di fare chiarezza al più presto su una vicenda che, stando alle indagini, presenta svariati fatti inquietanti agli occhi dell’opinione pubblica, nello specifico la facilità con cui l’ex superpoliziotto Carmine Gallo e il braccio operativo Samuele Calamucci avrebbero avuto acceso abusivamente alle banche strategiche nazionali, sottraendo dati sensibili. E così, mentre si ipotizza che il tribunale del riesame si esprima solo tra due settimane sulle nuove richieste di custodia cautelare per gli indagati (tra cui il titolare di Equalize Enrico Pazzali), martedì sera il Consiglio dei ministri presentava all’ordine del giorno la voce «misure urgenti in materia di ordinamento giudiziario, di personale di magistratura, di incarichi dirigenziali e di competenza investigativa sulla criminalità informatica». Un’ora dopo è scomparso. Non se n’è saputo più nulla, se non in alcuni retroscena a Montecitorio e poi riportati sui i quotidiani. In pratica ci sarebbe stata una forte indecisione da parte del governo su chi dovesse essere il destinatario di maggiori poteri sulla cybersicurezza. La procura nazionale antimafia guidata da Giovanni Melillo (che coordina l’inchiesta Equalize) o l’agenzia per la Cybersicurezza diretta da Bruno Frattasi? A livello ufficiale questo scontro non viene confermato. Di sicuro il caso sui dossieraggi sollevato dalla Procura di Milano pone diverse questioni, che forse hanno bisogno di tempo per essere risolte. C’è il caso delle possibili ingerenze dei servizi segreti stranieri e di cessioni di informazioni persino agli hacker di Anonymous. Ma c’è pure un tema squisitamente tecnico: a quanto pare in Italia non ci sono alert in caso di intrusioni abusive nei database strategici nazionali, né una tracciabilità seria su chi accede a dati che non sono protetti con una crittografia all’avanguardia. Sta di fatto che ieri mattina il numero uno del Viminale Matteo Piantedosi ha smentito l’urgenza di un nuovo decreto. «La sicurezza in Italia non è a rischio, ci sono dei presidi da dover tenere fermi, degli alert da migliorare, c'è un'indagine, ma non è il caso di lanciare messaggi fuorvianti. Sono testimone del fatto che, ad esempio, le banche dati del Ministero dell’Interno si stanno rivelando sicure, non ci risultano hackeraggi dall’esterno. Certo, ci deve essere una gestione più attenta e meno incline a prestarsi ad utilizzi distorti», ha spiegato durante una visita a Campobasso. Anzi, secondo Piantedosi, che attende l’esito delle indagini, «il quadro normativo attuale, come qualcuno autorevolmente ha già detto, è già abbastanza strutturato e importante nel nostro Paese. Ci sono istituzioni importanti che sono a presidio della sicurezza cyber». Rispetto all’inchiesta invece, come noto, la Direzione distrettuale antimafia ha presentato ricorso nei giorni scorsi contro la decisione del gip Fabrizio Filice che su 16 posizioni ha disposto solo quattro misure di domiciliari e due interdittive, non applicando alcuna custodia cautelare per Pazzali. Ora ne ha richieste 13, tra cui il carcere per Gallo e Calamucci e i domiciliari per il presidente di Fondazione Fiera. A metà mese Pazzali, difeso da Federico Cecconi e Fabio Giarda, saprà di più del suo destino. Eppure Filice nell’ordinanza di custodia cautelare aveva già spiegato perché aveva concesso gli arresti domiciliari solo per il superpoliziotto e l’ex hacker di Anonymous come per il maresciallo della Guardia di finanza Giuliano Schiano e il carabiniere Marco Malerba. Perché «una misura cautelare personale nei confronti di Pazzali, pure richiesta dal Pm» scrive il gip «sarebbe in sé del tutto insufficiente e anzi completamente ininfluente ai fini della prosecuzione, o meno, dell’attività criminosa; mentre, d’altro canto, una volta interrotta l’attività criminosa, mediante l’adozione di presidi personali e reali nei confronti dei quattro indagati principali, domini di Equalize, e della struttura societaria e aziendale del gruppo, tale misura non è necessaria, non aggiungendo nulla in termini di funzionalità cautelare e risolvendosi, quindi, unicamente in una anticipazione del giudizio di merito e dell’eventuale condanna». Oggi nel frattempo saranno sentiti dagli inquirenti Calamucci, Gallo e due esponenti delle forze dell’ordine.
@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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