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2024-10-31
Nella rete degli spioni spunta pure il grillino «appoggiato» da Baffino
Enrico Pazzali (Ansa)
Per allargare il campo del loro raggio di azione i componenti della presunta cricca accusata dalla Procura di Milano di innumerevoli episodi di accesso abusivo a sistema informatico non puntavano sui politici di destra come molti pensano in virtù del ruolo di Enrico Pazzali al vertice della Fondazione Fiera Milano, controllata dalla Regione Lombardia. Dalle intercettazioni infatti spunta anche il nome di un pezzo da novanta dei 5stelle, l’ex sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo. È il 19 gennaio del 2023, quando in una intercettazione ambientale gli investigatori sentono l’ex superpoliziotto Carmine Gallo e Samuele Calamucci parlare «del rapporto di quest’ultimo con l’ex deputato Angelo Tofalo». Calamucci dice a Gallo: «Ho chiamato Angelo Tofalo», ma il suo interlocutore non sa chi sia l’ex parlamentare. Calamucci gli dice che è un ex deputato, poi spiega: «Allora perché ho chiamato lui, perché lui quando io fornivo come ausiliario al Dis le informazioni, lui era quello che ci organizzava i servizi. È un mio pari corso, solo che lui ha fatto carriera a spinta adesso è ancora giù a Roma, e gli ho detto, lui, questo è la persona che ha fatto il centro di cyber intelligence e lo Sdi in Italia». Secondo gli investigatori Calamucci si sarebebbe confidato con Tofalo circa la piattaforma che gli uomini della Equalize, anche riguardo alla «presenza sulla stessa di dati riservati esfiltrati dalle Banche dati strategiche nazionali: «Soc, Interforze, lui ha messo insieme tutte e 4 le forze, facciamo un’ora di videochiamata […] noi sai che abbiamo fatto la piattaforma e con lui c’è un rapporto proprio aperto. Ho questo problema, gli faccio, io gli addetti ai lavori, quindi tu […] , se lo do ad un cliente, cosa devo menzionare per non andare nella merda? mi fa, non devi menzionare, anche se lo sai mi fa! le notizie di reato fresche e mi fa e tutto quello che pubblicamente quella persona potrebbe richiedere con le sue facoltà. Quindi se tu vai a chiederti i carichi pendenti di te stesso, capo, non ti viene fuori». Calamucci avrebbe informato anche Pazzali del suo rapporto con Tofalo, che in base agli accertamenti svolti dagli uomini del nucleo investigativo dei carabinieri di Varese, sarebbe in contatto Mirko Lapi presidente di Osint Italia (associazione attiva nel settore dell’Open source intelligence), definito «soggetto legato all’intelligence». Su Lapi gli investigatori annotano che «esistono rapporti confermati e riscontrati tra questi e membri e fiancheggiatori del gruppo di via Pattari», dove ha sede la Equalize. In un’intercettazione Calamucci sostene che Lapi, proveniente dall’esercito, commercerebbe anche lui informazioni: «Mirko è uscito dall’Esercito e ha aperto la scuola... mi fa sì sì loro hanno sempre avuto le attività d’informazione dell’Esercito, Mirko le vendeva attraverso […]». In un’altra intercettazione Calamucci racconta a Massimiliano Camponovo «delle sponde politiche« di Lapi, che sarebbe sponsorizzato dall’ex premier Massimo D’Alema: «Ok... perché fa le consulenze lì te lo spiego velocemente... perché Mirko era un 5 stelle […] appoggiato da D’Alema. D’Alema è il capo della consulenza di Rci e gli dice «metchati» con Saccone (Umberto, ex dirigente del Sismi, attualmente consulente senior di
Ernst & Young, ndr) perché Saccone è sempre stato nel loro ambito e fatta sta roba e mi fai ..(incomprensibile)...e Saccone fa quella cosa che “Zio Bello” (Pazzali, ndr) dice ma no ma non la farà mai nessuno. Poi aggiunge: «L’han fatta perché li hanno comprati per 5 milioni tra le altre cose... e Saccone c’ha il contratto di consulenza che gli scade nel 2024...». Difficile capire se si tratti di millanterie per acquisire prestigio e credito, esattamente come accade per alcuni dei dossier commissionati da Pazzali al suo socio nella Equalize, Gallo e a Camponovo. Ad esempio quello richiesto il 17 novembre del 2023, secondo Pazzali per dare informazioni ad Angela Cossellu, da gennaio 2022 a maggio 2024 amministratore delegato di Eur spa, carica che Pazzali ha ricoperto dal 2016 a gennaio 2020. I due manager si conosco, perché entrambi hanno lavorato in passato a Vodafone. Le informazioni chieste da Pazzali riguardavano gli affittuari di un immobile di proprietà di Eur, che sarebbero stati morosi e, secondo il manager, in qualche modo collegati ai clan di Ostia: «La stanno... la stanno intortando, cioè intortando non nel senso coinvolgendo, la stanno truffando, non le stanno facendo capire questa cosa qua e se poi succede una roba del genere va nelle grane». Pazzali chiosa: «La voglio tutelare e dirgli guarda […] documentato da cose concrete». Dalle intercettazioni, però, non emerge alcun riscontro che le informazioni siano state trasmesse durante le conversazioni di Pazzali con la sua ex collega e Eur spa non figura nell’elenco dei clienti della Equalize ricostruito dagli investigatori.
Piantedosi cauto sul dl banche dati
Ci vorrà del tempo per capire che strada prenderà l’inchiesta della procura di Milano su Equalize, l’agenzia di business intelligence che avrebbe messo a repentaglio «la sicurezza nazionale» e «la nostra democrazia». A quanto pare non c’è fretta né a livello di governo, né a livello giudiziario di fare chiarezza al più presto su una vicenda che, stando alle indagini, presenta svariati fatti inquietanti agli occhi dell’opinione pubblica, nello specifico la facilità con cui l’ex superpoliziotto Carmine Gallo e il braccio operativo Samuele Calamucci avrebbero avuto acceso abusivamente alle banche strategiche nazionali, sottraendo dati sensibili. E così, mentre si ipotizza che il tribunale del riesame si esprima solo tra due settimane sulle nuove richieste di custodia cautelare per gli indagati (tra cui il titolare di Equalize Enrico Pazzali), martedì sera il Consiglio dei ministri presentava all’ordine del giorno la voce «misure urgenti in materia di ordinamento giudiziario, di personale di magistratura, di incarichi dirigenziali e di competenza investigativa sulla criminalità informatica». Un’ora dopo è scomparso. Non se n’è saputo più nulla, se non in alcuni retroscena a Montecitorio e poi riportati sui i quotidiani. In pratica ci sarebbe stata una forte indecisione da parte del governo su chi dovesse essere il destinatario di maggiori poteri sulla cybersicurezza. La procura nazionale antimafia guidata da Giovanni Melillo (che coordina l’inchiesta Equalize) o l’agenzia per la Cybersicurezza diretta da Bruno Frattasi? A livello ufficiale questo scontro non viene confermato. Di sicuro il caso sui dossieraggi sollevato dalla Procura di Milano pone diverse questioni, che forse hanno bisogno di tempo per essere risolte. C’è il caso delle possibili ingerenze dei servizi segreti stranieri e di cessioni di informazioni persino agli hacker di Anonymous. Ma c’è pure un tema squisitamente tecnico: a quanto pare in Italia non ci sono alert in caso di intrusioni abusive nei database strategici nazionali, né una tracciabilità seria su chi accede a dati che non sono protetti con una crittografia all’avanguardia. Sta di fatto che ieri mattina il numero uno del Viminale Matteo Piantedosi ha smentito l’urgenza di un nuovo decreto. «La sicurezza in Italia non è a rischio, ci sono dei presidi da dover tenere fermi, degli alert da migliorare, c'è un'indagine, ma non è il caso di lanciare messaggi fuorvianti. Sono testimone del fatto che, ad esempio, le banche dati del Ministero dell’Interno si stanno rivelando sicure, non ci risultano hackeraggi dall’esterno. Certo, ci deve essere una gestione più attenta e meno incline a prestarsi ad utilizzi distorti», ha spiegato durante una visita a Campobasso. Anzi, secondo Piantedosi, che attende l’esito delle indagini, «il quadro normativo attuale, come qualcuno autorevolmente ha già detto, è già abbastanza strutturato e importante nel nostro Paese. Ci sono istituzioni importanti che sono a presidio della sicurezza cyber». Rispetto all’inchiesta invece, come noto, la Direzione distrettuale antimafia ha presentato ricorso nei giorni scorsi contro la decisione del gip Fabrizio Filice che su 16 posizioni ha disposto solo quattro misure di domiciliari e due interdittive, non applicando alcuna custodia cautelare per Pazzali. Ora ne ha richieste 13, tra cui il carcere per Gallo e Calamucci e i domiciliari per il presidente di Fondazione Fiera. A metà mese Pazzali, difeso da Federico Cecconi e Fabio Giarda, saprà di più del suo destino. Eppure Filice nell’ordinanza di custodia cautelare aveva già spiegato perché aveva concesso gli arresti domiciliari solo per il superpoliziotto e l’ex hacker di Anonymous come per il maresciallo della Guardia di finanza Giuliano Schiano e il carabiniere Marco Malerba. Perché «una misura cautelare personale nei confronti di Pazzali, pure richiesta dal Pm» scrive il gip «sarebbe in sé del tutto insufficiente e anzi completamente ininfluente ai fini della prosecuzione, o meno, dell’attività criminosa; mentre, d’altro canto, una volta interrotta l’attività criminosa, mediante l’adozione di presidi personali e reali nei confronti dei quattro indagati principali, domini di Equalize, e della struttura societaria e aziendale del gruppo, tale misura non è necessaria, non aggiungendo nulla in termini di funzionalità cautelare e risolvendosi, quindi, unicamente in una anticipazione del giudizio di merito e dell’eventuale condanna». Oggi nel frattempo saranno sentiti dagli inquirenti Calamucci, Gallo e due esponenti delle forze dell’ordine.
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Samuele Calamucci, braccio operativo della Equalize di Enrico Pazzali, puntava sull’ex sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo e su Mirko Lapi: «È del M5s ma lo sponsorizza Massimo D’Alema. Era nell’esercito e vende informazioni». Per il titolare del Viminale, Matteo Piantedosi «il quadro normativo attuale è abbastanza strutturato». Prevista per metà novembre la decisione del Riesame sul ricorso della Procura. Lo speciale contiene due articoli. Per allargare il campo del loro raggio di azione i componenti della presunta cricca accusata dalla Procura di Milano di innumerevoli episodi di accesso abusivo a sistema informatico non puntavano sui politici di destra come molti pensano in virtù del ruolo di Enrico Pazzali al vertice della Fondazione Fiera Milano, controllata dalla Regione Lombardia. Dalle intercettazioni infatti spunta anche il nome di un pezzo da novanta dei 5stelle, l’ex sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo. È il 19 gennaio del 2023, quando in una intercettazione ambientale gli investigatori sentono l’ex superpoliziotto Carmine Gallo e Samuele Calamucci parlare «del rapporto di quest’ultimo con l’ex deputato Angelo Tofalo». Calamucci dice a Gallo: «Ho chiamato Angelo Tofalo», ma il suo interlocutore non sa chi sia l’ex parlamentare. Calamucci gli dice che è un ex deputato, poi spiega: «Allora perché ho chiamato lui, perché lui quando io fornivo come ausiliario al Dis le informazioni, lui era quello che ci organizzava i servizi. È un mio pari corso, solo che lui ha fatto carriera a spinta adesso è ancora giù a Roma, e gli ho detto, lui, questo è la persona che ha fatto il centro di cyber intelligence e lo Sdi in Italia». Secondo gli investigatori Calamucci si sarebebbe confidato con Tofalo circa la piattaforma che gli uomini della Equalize, anche riguardo alla «presenza sulla stessa di dati riservati esfiltrati dalle Banche dati strategiche nazionali: «Soc, Interforze, lui ha messo insieme tutte e 4 le forze, facciamo un’ora di videochiamata […] noi sai che abbiamo fatto la piattaforma e con lui c’è un rapporto proprio aperto. Ho questo problema, gli faccio, io gli addetti ai lavori, quindi tu […] , se lo do ad un cliente, cosa devo menzionare per non andare nella merda? mi fa, non devi menzionare, anche se lo sai mi fa! le notizie di reato fresche e mi fa e tutto quello che pubblicamente quella persona potrebbe richiedere con le sue facoltà. Quindi se tu vai a chiederti i carichi pendenti di te stesso, capo, non ti viene fuori». Calamucci avrebbe informato anche Pazzali del suo rapporto con Tofalo, che in base agli accertamenti svolti dagli uomini del nucleo investigativo dei carabinieri di Varese, sarebbe in contatto Mirko Lapi presidente di Osint Italia (associazione attiva nel settore dell’Open source intelligence), definito «soggetto legato all’intelligence». Su Lapi gli investigatori annotano che «esistono rapporti confermati e riscontrati tra questi e membri e fiancheggiatori del gruppo di via Pattari», dove ha sede la Equalize. In un’intercettazione Calamucci sostene che Lapi, proveniente dall’esercito, commercerebbe anche lui informazioni: «Mirko è uscito dall’Esercito e ha aperto la scuola... mi fa sì sì loro hanno sempre avuto le attività d’informazione dell’Esercito, Mirko le vendeva attraverso […]». In un’altra intercettazione Calamucci racconta a Massimiliano Camponovo «delle sponde politiche« di Lapi, che sarebbe sponsorizzato dall’ex premier Massimo D’Alema: «Ok... perché fa le consulenze lì te lo spiego velocemente... perché Mirko era un 5 stelle […] appoggiato da D’Alema. D’Alema è il capo della consulenza di Rci e gli dice «metchati» con Saccone (Umberto, ex dirigente del Sismi, attualmente consulente senior diErnst & Young, ndr) perché Saccone è sempre stato nel loro ambito e fatta sta roba e mi fai ..(incomprensibile)...e Saccone fa quella cosa che “Zio Bello” (Pazzali, ndr) dice ma no ma non la farà mai nessuno. Poi aggiunge: «L’han fatta perché li hanno comprati per 5 milioni tra le altre cose... e Saccone c’ha il contratto di consulenza che gli scade nel 2024...». Difficile capire se si tratti di millanterie per acquisire prestigio e credito, esattamente come accade per alcuni dei dossier commissionati da Pazzali al suo socio nella Equalize, Gallo e a Camponovo. Ad esempio quello richiesto il 17 novembre del 2023, secondo Pazzali per dare informazioni ad Angela Cossellu, da gennaio 2022 a maggio 2024 amministratore delegato di Eur spa, carica che Pazzali ha ricoperto dal 2016 a gennaio 2020. I due manager si conosco, perché entrambi hanno lavorato in passato a Vodafone. Le informazioni chieste da Pazzali riguardavano gli affittuari di un immobile di proprietà di Eur, che sarebbero stati morosi e, secondo il manager, in qualche modo collegati ai clan di Ostia: «La stanno... la stanno intortando, cioè intortando non nel senso coinvolgendo, la stanno truffando, non le stanno facendo capire questa cosa qua e se poi succede una roba del genere va nelle grane». Pazzali chiosa: «La voglio tutelare e dirgli guarda […] documentato da cose concrete». Dalle intercettazioni, però, non emerge alcun riscontro che le informazioni siano state trasmesse durante le conversazioni di Pazzali con la sua ex collega e Eur spa non figura nell’elenco dei clienti della Equalize ricostruito dagli investigatori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nella-rete-degli-spioni-2669549465.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piantedosi-cauto-sul-dl-banche-dati" data-post-id="2669549465" data-published-at="1730385398" data-use-pagination="False"> Piantedosi cauto sul dl banche dati Ci vorrà del tempo per capire che strada prenderà l’inchiesta della procura di Milano su Equalize, l’agenzia di business intelligence che avrebbe messo a repentaglio «la sicurezza nazionale» e «la nostra democrazia». A quanto pare non c’è fretta né a livello di governo, né a livello giudiziario di fare chiarezza al più presto su una vicenda che, stando alle indagini, presenta svariati fatti inquietanti agli occhi dell’opinione pubblica, nello specifico la facilità con cui l’ex superpoliziotto Carmine Gallo e il braccio operativo Samuele Calamucci avrebbero avuto acceso abusivamente alle banche strategiche nazionali, sottraendo dati sensibili. E così, mentre si ipotizza che il tribunale del riesame si esprima solo tra due settimane sulle nuove richieste di custodia cautelare per gli indagati (tra cui il titolare di Equalize Enrico Pazzali), martedì sera il Consiglio dei ministri presentava all’ordine del giorno la voce «misure urgenti in materia di ordinamento giudiziario, di personale di magistratura, di incarichi dirigenziali e di competenza investigativa sulla criminalità informatica». Un’ora dopo è scomparso. Non se n’è saputo più nulla, se non in alcuni retroscena a Montecitorio e poi riportati sui i quotidiani. In pratica ci sarebbe stata una forte indecisione da parte del governo su chi dovesse essere il destinatario di maggiori poteri sulla cybersicurezza. La procura nazionale antimafia guidata da Giovanni Melillo (che coordina l’inchiesta Equalize) o l’agenzia per la Cybersicurezza diretta da Bruno Frattasi? A livello ufficiale questo scontro non viene confermato. Di sicuro il caso sui dossieraggi sollevato dalla Procura di Milano pone diverse questioni, che forse hanno bisogno di tempo per essere risolte. C’è il caso delle possibili ingerenze dei servizi segreti stranieri e di cessioni di informazioni persino agli hacker di Anonymous. Ma c’è pure un tema squisitamente tecnico: a quanto pare in Italia non ci sono alert in caso di intrusioni abusive nei database strategici nazionali, né una tracciabilità seria su chi accede a dati che non sono protetti con una crittografia all’avanguardia. Sta di fatto che ieri mattina il numero uno del Viminale Matteo Piantedosi ha smentito l’urgenza di un nuovo decreto. «La sicurezza in Italia non è a rischio, ci sono dei presidi da dover tenere fermi, degli alert da migliorare, c'è un'indagine, ma non è il caso di lanciare messaggi fuorvianti. Sono testimone del fatto che, ad esempio, le banche dati del Ministero dell’Interno si stanno rivelando sicure, non ci risultano hackeraggi dall’esterno. Certo, ci deve essere una gestione più attenta e meno incline a prestarsi ad utilizzi distorti», ha spiegato durante una visita a Campobasso. Anzi, secondo Piantedosi, che attende l’esito delle indagini, «il quadro normativo attuale, come qualcuno autorevolmente ha già detto, è già abbastanza strutturato e importante nel nostro Paese. Ci sono istituzioni importanti che sono a presidio della sicurezza cyber». Rispetto all’inchiesta invece, come noto, la Direzione distrettuale antimafia ha presentato ricorso nei giorni scorsi contro la decisione del gip Fabrizio Filice che su 16 posizioni ha disposto solo quattro misure di domiciliari e due interdittive, non applicando alcuna custodia cautelare per Pazzali. Ora ne ha richieste 13, tra cui il carcere per Gallo e Calamucci e i domiciliari per il presidente di Fondazione Fiera. A metà mese Pazzali, difeso da Federico Cecconi e Fabio Giarda, saprà di più del suo destino. Eppure Filice nell’ordinanza di custodia cautelare aveva già spiegato perché aveva concesso gli arresti domiciliari solo per il superpoliziotto e l’ex hacker di Anonymous come per il maresciallo della Guardia di finanza Giuliano Schiano e il carabiniere Marco Malerba. Perché «una misura cautelare personale nei confronti di Pazzali, pure richiesta dal Pm» scrive il gip «sarebbe in sé del tutto insufficiente e anzi completamente ininfluente ai fini della prosecuzione, o meno, dell’attività criminosa; mentre, d’altro canto, una volta interrotta l’attività criminosa, mediante l’adozione di presidi personali e reali nei confronti dei quattro indagati principali, domini di Equalize, e della struttura societaria e aziendale del gruppo, tale misura non è necessaria, non aggiungendo nulla in termini di funzionalità cautelare e risolvendosi, quindi, unicamente in una anticipazione del giudizio di merito e dell’eventuale condanna». Oggi nel frattempo saranno sentiti dagli inquirenti Calamucci, Gallo e due esponenti delle forze dell’ordine.
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.
I militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Torino, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno eseguito un sequestro preventivo emesso dal Gip del Tribunale di Torino con riferimento a disponibilità per circa € 7 milioni relativi al profitto illecito derivato dall’indebito utilizzo di crediti d’imposta fittizi, generati attraverso frodi in materia di «Superbonus 110%».
Al centro delle vicende che hanno portato all’adozione del provvedimento cautelare è una società edile del capoluogo piemontese, la quale - in ipotesi di accusa - avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti a fronte di lavori di efficientamento energetico («Ecobonus») e di riduzione del rischio sismico («Sismabonus») su un condominio torinese e risultati in realtà mai effettuati. Ciò grazie all’utilizzo di false attestazioni e asseverazioni sottoscritte da professionisti riconducibili alla medesima società, che ha così potuto disporre di crediti per interventi energetici e sismici non eseguiti.
Le responsabilità per gli illeciti rilevati riguardano l’amministratore di fatto della società coinvolta e 4 professionisti (due architetti di Torino, un ingegnere di Milano e un commercialista di Napoli Nord), incaricati degli adempimenti connessi alla pratica edilizia per il beneficio del Superbonus, del rilascio delle occorrenti asseverazioni, della progettazione e della direzione dei lavori nonché degli adempimenti fiscali e del rilascio del visto di conformità. Nei loro confronti - fatta salva la presunzione di innocenza - sono a vario titolo contestati i delitti di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. Contestualmente, alla società edile vengono contestate le relative responsabilità dipendenti dai reati commessi a suo vantaggio.
Gli approfondimenti investigativi svolti hanno consentito di rilevare, innanzitutto su basi documentali, come i soggetti responsabili abbiano prospettato ai condomini del complesso immobiliare torinese l’esecuzione di interventi edilizi «a costo zero» (mediante sconto in fattura e cessione alla società del credito da Superbonus), inducendoli a stipulare un contratto di appalto per lavori da concludersi entro il 31 dicembre 2023.
La mancata effettuazione dei lavori pattuiti nei termini previsti e i successivi tentativi di porvi rimedio, con l’incremento sproporzionato dell’importo complessivo delle opere, hanno poi indotto il condominio interessato ad assumere iniziative di giudiziarie.
Nonostante la mancata esecuzione dei lavori, la società edile ha comunque emesso le relative fatture nei confronti del condominio, con l'intento di indurre in errore l’Agenzia delle entrate circa la spettanza di crediti fiscali per quasi 7 milioni di euro.
Le condotte contestate sono state rese possibili anche grazie al concorso dei professionisti indagati, mediante: le false asseverazioni circa l’avvenuta esecuzione dei lavori, attraverso le quali la società ha potuto costituire i presupposti per la fraudolenta generazione e attribuzione dei crediti di imposta; il mendace visto di conformità sui presupposti che danno diritto all’agevolazione fiscale e la trasmissione all’Agenzia delle entrate della documentazione necessaria per il riconoscimento del contributo da Superbonus sotto forma di sconto in fattura.
I crediti di imposta falsi così generati, una volta entrati nel patrimonio della società, sono stati in parte ceduti a terzi e in parte sono rimasti nella sua disponibilità, per la successiva cessione o per l’utilizzo in compensazione con le imposte dovute.
Su queste basi il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni della società (con prioritario riferimento ai crediti di imposta ancora nella sua disponibilità) e degli indagati per circa € 7 milioni complessivi, come profitto dei reati contestati.
L’esecuzione del provvedimento è stata curata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Torino, che ha provveduto alla tempestiva e accurata ricostruzione dei crediti d’imposta ancora nella disponibilità della società coinvolta, in efficace raccordo con gli Uffici dell’Agenzia delle entrate.
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