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2022-12-23
Nella manovra spunta la «salva morosi». Oggi la fiducia in Aula
Giorgia Meloni e Giancarlo GIorgetti (Ansa)
Ieri mattina la manovra è approdata finalmente in Aula alla Camera, ma ci è rimasta per poco. A chiedere che tornasse in commissione Bilancio ci ha pensato la Ragioneria di Stato per problemi di coperture. Quarantaquattro le correzioni richieste, tra cui naturalmente la norma votata per sbaglio che stanzia 450 milioni per i Comuni. Slitta ancora quindi almeno di qualche ora l’iter parlamentare che porterà all’approvazione del testo finale. Scadenza obbligata: 31 dicembre, oltre la quale scatta l’esercizio provvisorio, ma dall’esecutivo assicurano che il pericolo non c’è. Le opposizioni, però, criticano l’impossibilità di un vero esame del testo. «Ancora non si sa quando e se si vota la legge di bilancio. Ancora non si sa su quale testo si vota. Nessun governo si è mai comportato così. Nessun governo ha mai trattato il Parlamento a questo modo». Ha scritto il segretario del Pd, Enrico Letta, su Twitter. Il testo passa in commissione Bilancio tutto il pomeriggio per le modifiche infine approvate. Alle 20.30 il testo torna in Aula tra le proteste di Pd, Terzo polo, M5s e Avs. Il governo ha deciso di porre la questione di fiducia su cui si voterà 24 ore dopo, quindi oggi alle 20.30. Secondo le attuali stime, il tutto si concluderà non prima della tarda mattinata di domani, sabato 24 dicembre.
I rilievi della Ragioneria hanno riguardato vari temi tra cui smart working e bonus cultura per i giovani. Per quest’ultimo la Ragioneria di Stato contesta la mancanza di fondi: non dovrà essere finanziato nel 2023 con le risorse stanziate per il 2022 come si stabiliva nel testo. Si chiede quindi di cancellare dall’emendamento la frase «nell’anno 2023 la Carta della cultura giovani è assegnata ai nati nell’anno 2004 mediante utilizzo delle risorse già impegnate nell’anno 2022». Sul tema è intervenuto il sottosegretario al Mef Federico Freni: il rilievo della Ragioneria sulla Carta giovani riguarda «una procedura squisitamente contabile» e «il beneficio sarà comunque pagato nel 2023 ai nati nel 2004 con le regole previgenti». Per quanto riguarda lo smart working invece i dubbi sono sul mondo della scuola e la sostituzione del personale scolastico a cui è concesso il lavoro agile.
La norma in manovra sull’istituzione del Fondo nazionale per il contrasto agli svantaggi derivanti da insularità è «di difficile attuazione» sempre secondo la Ragioneria di Stato: «Il Fondo», si sottolinea nei rilevi all’emendamento, «è destinato, quindi, sia a interventi di parte corrente che di investimento. Si segnala che la norma risulta di difficile attuazione mancando anche di strumento attuativo. In mancanza delle modifiche da parte dell’amministrazione di settore, difficilmente potrà essere attuata». Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, rivolgendosi ai suoi parlamentari in occasione degli auguri di Natale, ha commentato: «Mi pare che tra mille difficoltà, anche di rodaggio, con giorni complessi per la legge di bilancio e nonostante tutto quello che si può e dovrà migliorare, si può dire che rispetto a chi auspicava e prefigurava la partenza della nostra maggioranza e governo come una catastrofe, tutto il racconto fatto contro di noi sta tornando indietro come un boomerang». Ma il premier è tornato sulla manovra anche nell’intervista con Bruno Vespa per il programma Porta a Porta, chiarendo la sua posizione sul Pos e anche sul reddito di cittadinanza. La Meloni è «certa del fatto che non sia giusto imporre agli esercenti di accettare pagamenti per importi molto, molto bassi». E poi sul reddito di cittadinanza ha ribadito: «Chi aspetta il lavoro dei sogni non può prendere i soldi dello Stato». In ogni caso ha assicurato che il reddito di cittadinanza resterà «per i non occupabili, per gli over 60 e per chi ha minori a carico».
Anche nella giornata di ieri non sono mancate ultimissime novità. La più importante è uno stop ai distacchi di forniture di gas per le grandi imprese morose: «Con delibera dell’Arera, i procedimenti di interruzione della fornitura del gas naturale, per i clienti finali direttamente allacciati alla rete di trasporto del gas naturale, possono essere sospesi fino al 31 gennaio 2023, nel limite di 50 milioni di euro, da trasferire alla Cassa per i servizi energetici e ambientali entro il 15 febbraio 2023, nel limite dell’effettivo fabbisogno» si legge nell’emendamento. Si conferma, come già riportato da alcune indiscrezioni, l’anticipo dell’entrata in vigore della riforma del processo civile voluto dalla riforma Cartabia: entrerà in vigore non più il 30 giugno, ma il 28 febbraio 2023. Approvato anche l’emendamento per le agevolazioni sulle fusioni tra fondazioni bancarie: sarà un credito d’imposta pari al 75% delle erogazioni in denaro, previste nei relativi progetti di fusione per incorporazione e successivamente effettuate, operanti a beneficio dei territori di operatività delle fondazioni incorporate, le quali versino in gravi difficoltà e non siano in grado di raggiungere, per le ridotte dimensioni patrimoniali, una specifica capacità tecnica, erogativa e operativa adeguata». Per quanto riguarda la norma sulla caccia al cinghiale, è stata respinta la richiesta di Marco Grimaldi di Alleanza Verdi Sinistra che ne chiedeva la cancellazione. Su questa richiesta i deputati del Terzo polo si sono astenuti. Si rinnova il bonus psicologico con un emendamento a firma Pd: si porta a 1.500 euro (l’anno passato ammontava a 600 euro) per diventare strutturale. Le risorse stanziate ammontano a 5 milioni di euro per il 2023 e 8 milioni di euro dal 2024. Confermato il tetto Isee a 50.000 euro per ricevere il contributo.
Infine si inseriscono 700.000 euro al fine di sostenere le celebrazioni in occasione dell’ottantesimo anniversario del rastrellamento a via del Portico d’Ottavia per valorizzare il profondo legame storico della comunità ebraica con la città di Roma.
«Finché conterò qualcosa no al Mes. Lo posso firmare con il sangue»
Una manovra da 35 miliardi, per due terzi impegnati contro il caro energia. Così la legge di bilancio è uscita da Palazzo Chigi e così, alla fine della fiera, al netto di modifiche fisiologiche, uscirà dalle Camere. Questo significa che l’impianto iniziale è praticamente immutato e soprattutto che nessuno lo ha messo in discussione, nemmeno dai partiti di maggioranza. Non sarebbe infatti comprensibile un attacco frontale a misure obbligate come quelle che puntano a dare sollievo alla famiglie per il pagamento delle bollette. Però, visto che è impensabile una sessione di bilancio senza polemiche, non sono mancati gli argomenti speciosi su cui si è concentrata la bagarre tra fazioni politiche opposte. Si è partiti con l’utilizzo del Pos e col tetto al contante, si è proseguito con 18app e, man mano che la manovra si avvicina al traguardo, si sono aggiunti nuovi fronti polemici, come quello della presunta «caccia al cinghiale» nelle città, che in effetti sta ancora tenendo banco. Incontrando i suoi parlamentari per gli auguri natalizi, è stato il premier Giorgia Meloni a fare la sintesi, non negando le difficoltà derivanti dall’inconsueto insediamento autunnale dell’esecutivo: «Tra mille difficoltà, anche di rodaggio», ha fatto filtrare, «con giorni complessi per la legge di bilancio e nonostante tutto quello che si può e dovrà migliorare, si può dire che rispetto a chi auspicava e prefigurava una partenza catastrofica di questo governo, credo che il racconto stia tornando indietro come un boomerang».
Naturalmente non è questa l’opinione degli esponenti delle forze politiche di minoranza, che anche ieri hanno usato toni molto aggressivi, concentrandosi soprattutto sulle modalità dell’esame del testo in commissione e in Aula. Anche questo, però, per chi ha dimestichezza con la routine delle sessioni di bilancio, è un déja vu, dato che ogni anno non mancano stop da parte della Ragioneria dello Stato, errori formali sfuggiti agli uffici parlamentari e incidenti di percorso in generale. Tra i più aggressivi degli ultimi giorni si segnala il leader del Terzo polo Carlo Calenda, che al momento della presentazione della legge di bilancio da parte del governo era addirittura andato a far visita al premier a Palazzo Chigi per manifestare il proprio spirito costruttivo. E invece, dopo aver annunciato a inizio settimana l’Aventino dei suoi in commissione, l’ex ministro ha continuato a incalzare la maggioranza, parlando di «grande caos di una manovra che non ha nemmeno un euro sulle riforme strutturali». Su questa lunghezza d’onda il segretario dimissionario del Pd Enrico Letta, per il quale si tratta della legge di bilancio «più pasticciata degli ultimi 20 anni», mentre Matteo Renzi ha accusato la Meloni di essere «come Giuseppe Conte», che a sua volta ha definito «indecente» la manovra.
Ma un capitolo a parte merita la storia della norma sull’abbattimento dei cinghiali, in base alla quale i competenti organismi regionali avranno la facoltà di poter intervenire eventualmente con la soppressione dell’animale, anche nelle aree urbane. Mentre le Regioni e le categorie interessate manifestavano il proprio favore attraverso più di un comunicato stampa all’introduzione della norma, spinte dall’esigenza di dotarsi di strumenti efficaci per il contenimento della fauna selvatica nelle aree urbane, alcuni esponenti della sinistra, con il verde Angelo Bonelli in prima fila, tuonavano contro un «emendamento che apre la caccia nei parchi e nelle aree urbane» e che «autorizza a sparare», parlando di «Far west».
Anche dal sindacato, ovviamente, è arrivata la razione quotidiana di contumelie sulla manovra: il leader della Cgil Maurizio Landini, rivendicando lo sciopero di sabato scorso, ha rincarato la dose parlando di voucher e di reddito di cittadinanza e lamentando di non essere stato ascoltato. A lui e a tutti gli altri ha risposto direttamente il premier in serata, ospite a Porta a Porta: «Sono nata e cresciuta nella conflittualità della politica», ha detto, «e rispetto tutti. Ma qualcuno davvero pensa mi spaventino le manifestazioni? È tutto giusto, tutto normale. Dall’incontro con i sindacati», ha aggiunto, «sono emerse valutazioni che abbiamo ripreso nella manovra, il confronto è sempre utile ma tutti fanno il loro lavoro. Non sono una persona che si spaventa, l’unica cosa che mi spaventa è deludere». Entrando poi nel merito di alcune polemiche degli ultimi giorni, il premier si è soffermato sul Pos, parlando di «moral suasion per abbassare le commissioni»: «Sono certa del fatto che non sia giusto imporre agli esercenti, che se ne devono caricare il costo delle commissioni bancarie, di accettare pagamenti di importi molto, molto bassi».
La Meloni ha poi toccato altri temi, a partire dal Mes: «Fin quando io conto qualcosa l’Italia non accede al Mes, lo posso firmare col sangue», ha detto per poi spiegare che la riforma del Meccanismo europeo di stabilità «non è un grande tema ne discuterà il Parlamento. Ma non è uno strumento utile. Non è mai stato utilizzato da nessuno, le condizionalità sono troppo stringenti». «Se siamo gli unici che non approvano la riforma blocchiamo anche gli altri». E in ogni caso «l’Italia comunque non chiederà l’accesso».
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Testo modificato per accogliere i 44 rilievi della Ragioneria Stop ai distacchi del gas per le grandi imprese fino al 31 gennaio.Giorgia Meloni chiude ogni spiraglio: «Non è utile e ha condizionalità troppo stringenti».Lo speciale contiene due articoliIeri mattina la manovra è approdata finalmente in Aula alla Camera, ma ci è rimasta per poco. A chiedere che tornasse in commissione Bilancio ci ha pensato la Ragioneria di Stato per problemi di coperture. Quarantaquattro le correzioni richieste, tra cui naturalmente la norma votata per sbaglio che stanzia 450 milioni per i Comuni. Slitta ancora quindi almeno di qualche ora l’iter parlamentare che porterà all’approvazione del testo finale. Scadenza obbligata: 31 dicembre, oltre la quale scatta l’esercizio provvisorio, ma dall’esecutivo assicurano che il pericolo non c’è. Le opposizioni, però, criticano l’impossibilità di un vero esame del testo. «Ancora non si sa quando e se si vota la legge di bilancio. Ancora non si sa su quale testo si vota. Nessun governo si è mai comportato così. Nessun governo ha mai trattato il Parlamento a questo modo». Ha scritto il segretario del Pd, Enrico Letta, su Twitter. Il testo passa in commissione Bilancio tutto il pomeriggio per le modifiche infine approvate. Alle 20.30 il testo torna in Aula tra le proteste di Pd, Terzo polo, M5s e Avs. Il governo ha deciso di porre la questione di fiducia su cui si voterà 24 ore dopo, quindi oggi alle 20.30. Secondo le attuali stime, il tutto si concluderà non prima della tarda mattinata di domani, sabato 24 dicembre. I rilievi della Ragioneria hanno riguardato vari temi tra cui smart working e bonus cultura per i giovani. Per quest’ultimo la Ragioneria di Stato contesta la mancanza di fondi: non dovrà essere finanziato nel 2023 con le risorse stanziate per il 2022 come si stabiliva nel testo. Si chiede quindi di cancellare dall’emendamento la frase «nell’anno 2023 la Carta della cultura giovani è assegnata ai nati nell’anno 2004 mediante utilizzo delle risorse già impegnate nell’anno 2022». Sul tema è intervenuto il sottosegretario al Mef Federico Freni: il rilievo della Ragioneria sulla Carta giovani riguarda «una procedura squisitamente contabile» e «il beneficio sarà comunque pagato nel 2023 ai nati nel 2004 con le regole previgenti». Per quanto riguarda lo smart working invece i dubbi sono sul mondo della scuola e la sostituzione del personale scolastico a cui è concesso il lavoro agile. La norma in manovra sull’istituzione del Fondo nazionale per il contrasto agli svantaggi derivanti da insularità è «di difficile attuazione» sempre secondo la Ragioneria di Stato: «Il Fondo», si sottolinea nei rilevi all’emendamento, «è destinato, quindi, sia a interventi di parte corrente che di investimento. Si segnala che la norma risulta di difficile attuazione mancando anche di strumento attuativo. In mancanza delle modifiche da parte dell’amministrazione di settore, difficilmente potrà essere attuata». Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, rivolgendosi ai suoi parlamentari in occasione degli auguri di Natale, ha commentato: «Mi pare che tra mille difficoltà, anche di rodaggio, con giorni complessi per la legge di bilancio e nonostante tutto quello che si può e dovrà migliorare, si può dire che rispetto a chi auspicava e prefigurava la partenza della nostra maggioranza e governo come una catastrofe, tutto il racconto fatto contro di noi sta tornando indietro come un boomerang». Ma il premier è tornato sulla manovra anche nell’intervista con Bruno Vespa per il programma Porta a Porta, chiarendo la sua posizione sul Pos e anche sul reddito di cittadinanza. La Meloni è «certa del fatto che non sia giusto imporre agli esercenti di accettare pagamenti per importi molto, molto bassi». E poi sul reddito di cittadinanza ha ribadito: «Chi aspetta il lavoro dei sogni non può prendere i soldi dello Stato». In ogni caso ha assicurato che il reddito di cittadinanza resterà «per i non occupabili, per gli over 60 e per chi ha minori a carico».Anche nella giornata di ieri non sono mancate ultimissime novità. La più importante è uno stop ai distacchi di forniture di gas per le grandi imprese morose: «Con delibera dell’Arera, i procedimenti di interruzione della fornitura del gas naturale, per i clienti finali direttamente allacciati alla rete di trasporto del gas naturale, possono essere sospesi fino al 31 gennaio 2023, nel limite di 50 milioni di euro, da trasferire alla Cassa per i servizi energetici e ambientali entro il 15 febbraio 2023, nel limite dell’effettivo fabbisogno» si legge nell’emendamento. Si conferma, come già riportato da alcune indiscrezioni, l’anticipo dell’entrata in vigore della riforma del processo civile voluto dalla riforma Cartabia: entrerà in vigore non più il 30 giugno, ma il 28 febbraio 2023. Approvato anche l’emendamento per le agevolazioni sulle fusioni tra fondazioni bancarie: sarà un credito d’imposta pari al 75% delle erogazioni in denaro, previste nei relativi progetti di fusione per incorporazione e successivamente effettuate, operanti a beneficio dei territori di operatività delle fondazioni incorporate, le quali versino in gravi difficoltà e non siano in grado di raggiungere, per le ridotte dimensioni patrimoniali, una specifica capacità tecnica, erogativa e operativa adeguata». Per quanto riguarda la norma sulla caccia al cinghiale, è stata respinta la richiesta di Marco Grimaldi di Alleanza Verdi Sinistra che ne chiedeva la cancellazione. Su questa richiesta i deputati del Terzo polo si sono astenuti. Si rinnova il bonus psicologico con un emendamento a firma Pd: si porta a 1.500 euro (l’anno passato ammontava a 600 euro) per diventare strutturale. Le risorse stanziate ammontano a 5 milioni di euro per il 2023 e 8 milioni di euro dal 2024. Confermato il tetto Isee a 50.000 euro per ricevere il contributo. Infine si inseriscono 700.000 euro al fine di sostenere le celebrazioni in occasione dell’ottantesimo anniversario del rastrellamento a via del Portico d’Ottavia per valorizzare il profondo legame storico della comunità ebraica con la città di Roma. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nella-manovra-spunta-la-salva-morosi-oggi-la-fiducia-in-aula-2659002788.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="finche-contero-qualcosa-no-al-mes-lo-posso-firmare-con-il-sangue" data-post-id="2659002788" data-published-at="1671756173" data-use-pagination="False"> «Finché conterò qualcosa no al Mes. Lo posso firmare con il sangue» Una manovra da 35 miliardi, per due terzi impegnati contro il caro energia. Così la legge di bilancio è uscita da Palazzo Chigi e così, alla fine della fiera, al netto di modifiche fisiologiche, uscirà dalle Camere. Questo significa che l’impianto iniziale è praticamente immutato e soprattutto che nessuno lo ha messo in discussione, nemmeno dai partiti di maggioranza. Non sarebbe infatti comprensibile un attacco frontale a misure obbligate come quelle che puntano a dare sollievo alla famiglie per il pagamento delle bollette. Però, visto che è impensabile una sessione di bilancio senza polemiche, non sono mancati gli argomenti speciosi su cui si è concentrata la bagarre tra fazioni politiche opposte. Si è partiti con l’utilizzo del Pos e col tetto al contante, si è proseguito con 18app e, man mano che la manovra si avvicina al traguardo, si sono aggiunti nuovi fronti polemici, come quello della presunta «caccia al cinghiale» nelle città, che in effetti sta ancora tenendo banco. Incontrando i suoi parlamentari per gli auguri natalizi, è stato il premier Giorgia Meloni a fare la sintesi, non negando le difficoltà derivanti dall’inconsueto insediamento autunnale dell’esecutivo: «Tra mille difficoltà, anche di rodaggio», ha fatto filtrare, «con giorni complessi per la legge di bilancio e nonostante tutto quello che si può e dovrà migliorare, si può dire che rispetto a chi auspicava e prefigurava una partenza catastrofica di questo governo, credo che il racconto stia tornando indietro come un boomerang». Naturalmente non è questa l’opinione degli esponenti delle forze politiche di minoranza, che anche ieri hanno usato toni molto aggressivi, concentrandosi soprattutto sulle modalità dell’esame del testo in commissione e in Aula. Anche questo, però, per chi ha dimestichezza con la routine delle sessioni di bilancio, è un déja vu, dato che ogni anno non mancano stop da parte della Ragioneria dello Stato, errori formali sfuggiti agli uffici parlamentari e incidenti di percorso in generale. Tra i più aggressivi degli ultimi giorni si segnala il leader del Terzo polo Carlo Calenda, che al momento della presentazione della legge di bilancio da parte del governo era addirittura andato a far visita al premier a Palazzo Chigi per manifestare il proprio spirito costruttivo. E invece, dopo aver annunciato a inizio settimana l’Aventino dei suoi in commissione, l’ex ministro ha continuato a incalzare la maggioranza, parlando di «grande caos di una manovra che non ha nemmeno un euro sulle riforme strutturali». Su questa lunghezza d’onda il segretario dimissionario del Pd Enrico Letta, per il quale si tratta della legge di bilancio «più pasticciata degli ultimi 20 anni», mentre Matteo Renzi ha accusato la Meloni di essere «come Giuseppe Conte», che a sua volta ha definito «indecente» la manovra. Ma un capitolo a parte merita la storia della norma sull’abbattimento dei cinghiali, in base alla quale i competenti organismi regionali avranno la facoltà di poter intervenire eventualmente con la soppressione dell’animale, anche nelle aree urbane. Mentre le Regioni e le categorie interessate manifestavano il proprio favore attraverso più di un comunicato stampa all’introduzione della norma, spinte dall’esigenza di dotarsi di strumenti efficaci per il contenimento della fauna selvatica nelle aree urbane, alcuni esponenti della sinistra, con il verde Angelo Bonelli in prima fila, tuonavano contro un «emendamento che apre la caccia nei parchi e nelle aree urbane» e che «autorizza a sparare», parlando di «Far west». Anche dal sindacato, ovviamente, è arrivata la razione quotidiana di contumelie sulla manovra: il leader della Cgil Maurizio Landini, rivendicando lo sciopero di sabato scorso, ha rincarato la dose parlando di voucher e di reddito di cittadinanza e lamentando di non essere stato ascoltato. A lui e a tutti gli altri ha risposto direttamente il premier in serata, ospite a Porta a Porta: «Sono nata e cresciuta nella conflittualità della politica», ha detto, «e rispetto tutti. Ma qualcuno davvero pensa mi spaventino le manifestazioni? È tutto giusto, tutto normale. Dall’incontro con i sindacati», ha aggiunto, «sono emerse valutazioni che abbiamo ripreso nella manovra, il confronto è sempre utile ma tutti fanno il loro lavoro. Non sono una persona che si spaventa, l’unica cosa che mi spaventa è deludere». Entrando poi nel merito di alcune polemiche degli ultimi giorni, il premier si è soffermato sul Pos, parlando di «moral suasion per abbassare le commissioni»: «Sono certa del fatto che non sia giusto imporre agli esercenti, che se ne devono caricare il costo delle commissioni bancarie, di accettare pagamenti di importi molto, molto bassi». La Meloni ha poi toccato altri temi, a partire dal Mes: «Fin quando io conto qualcosa l’Italia non accede al Mes, lo posso firmare col sangue», ha detto per poi spiegare che la riforma del Meccanismo europeo di stabilità «non è un grande tema ne discuterà il Parlamento. Ma non è uno strumento utile. Non è mai stato utilizzato da nessuno, le condizionalità sono troppo stringenti». «Se siamo gli unici che non approvano la riforma blocchiamo anche gli altri». E in ogni caso «l’Italia comunque non chiederà l’accesso».
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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Ecco #DimmiLaVerità del 21 maggio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'ennesima follia della burocrazia europea.
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La questione cova da tempo ma, solo durante la recente campagna municipale, ha ottenuto una certa attenzione dai media mainstream. Ieri ci sono stati numerosi arresti, ma per capire la gravità della situazione bisogna fare qualche passo indietro.
Domenica c’è stata una vera svolta quando, il procuratore di Parigi Laure Beccuau, ha rivelato cifre da brividi. «Si indaga su un certo numero di animatori» del périscolaire, ha dichiarato il giudice su Rtl, Le Figaro e Public Sénat. «Attualmente abbiamo inchieste su 84 scuole materne, una ventina di scuole primarie e una decina di nidi». Beccuau ha inoltre confermato che da gennaio sono state aperte tre inchieste giudiziarie. Ad oggi sarebbero stati sospesi 78 membri del personale scolastico parigino e su 31 di essi peserebbe il sospetto di abusi sessuali su minori.
Ad esempio, secondo Le Parisien, un animatore ventiduenne sospettato di aggressioni sessuali su tre bambini era già stato denunciato nel 2024, quando lavorava in una scuola pubblica del X arrondissement. Nonostante ciò ha continuato a lavorare con bambini in un altro istituto pubblico fino all’ottobre 2025, quando è stato sospeso. Nel febbraio scorso vari media, tra cui HuffPost e Afp, hanno rivelato che l’uomo era sotto controllo giudiziario per «aggressione sessuale su minori», «esibizione sessuale» e «corruzione di minore». Bfm tv aveva riferito che il sospettato è stato arrestato lo scorso 30 aprile. «Mia figlia avrebbe potuto essere risparmiata», ha dichiarato a Le Parisien il padre di una piccola vittima citato anonimamente. Un altro genitore, Eric, intervistato da radio Rmc, ha criticato il «comportamento scorretto da parte del comune di Parigi e di una delle sue amministrazioni, quella responsabile delle attività extrascolastiche».
Ma perché la maggioranza di sinistra, che governa Parigi dal 2001, non ha reagito prima? Va dato atto al socialista Emmanuel Grégoire che, da quando è stato eletto sindaco lo scorso marzo, ha moltiplicato gli incontri con i genitori e gli interventi sui media. Il 14 aprile scorso, durante la prima seduta del nuovo consiglio municipale, ha annunciato un «piano di azione» contro le violenze sui bambini, per un investimento di circa 20 milioni di euro. Il piano dovrebbe semplificare le procedure di segnalazione e finanziare una migliore formazione del personale. Lunedì, invece, si è tenuta la prima riunione della «Convenzione cittadina» municipale dedicata alla «protezione e ai tempi (scolastici, ndr) dei bambini nelle scuole». Il sindaco ha rivolto ai genitori questo messaggio: «Devono avere fiducia nelle scuole» di Parigi. Ma vista la portata dell’inchiesta, l’invito rischia di cadere nel vuoto.
Il 12 maggio, nella riunione con i genitori della scuola pubblica Sainte Dominique, Grégoire avrebbe ammesso che «la città di Parigi ha indiscutibilmente delle responsabilità». Lo ha scritto Le Figaro, citando alcuni presenti secondo i quali il sindaco avrebbe anche detto che «ci sono stati gravi malfunzionamenti».
Poi, ieri, si è appreso dell’arresto di 16 persone in servizio proprio alla scuola pubblica Saint Dominique. Sempre Le Figaro scrive che «l’identità delle persone fermate non è stata resa nota. Secondo le nostre informazioni, si tratterebbe esclusivamente di dipendenti del Comune di Parigi. Il personale scolastico, quindi, non sarebbe coinvolto».
Sempre ieri, Grégoire è tornato a parlare della riassunzione del ventiduenne sospettato di abusi su minori. «Me ne scuso» ha detto il sindaco nella trasmissione del mattino di France 2, ammettendo anche che «non sia più possibile» continuare con questa situazione e che farà di tutto perché non si ripeta.
Parole sacrosante che, tuttavia, non cancellano il fatto che Grégoire sia stato assessore tra il 2014 e il 2017 e poi primo vicesindaco di Anne Hidalgo dal 2018 al 2024. Da tempo, in consiglio comunale, le opposizioni ricordano le responsabilità della vecchia amministrazione. «Per anni il comune ha vissuto in una forma di diniego arrivata fino alla menzogna, con una totale opacità sui malfunzionamenti», ha denunciato recentemente Florence Berthout, sindaco del V arrondissement.
Sul fondo resta anche l’aggressività della maggioranza parigina di sinistra nei confronti delle scuole cattoliche della capitale. Come scritto a più riprese da La Verità, negli ultimi anni la giunta Hidalgo ha attaccato Stanislas, uno dei più noti istituti cattolici parigini. Nel 2024, Médiapart aveva pubblicato un rapporto ispettivo del 2023 in cui si parlava, tra l’altro, di «clima propizio all’omofobia» e contestava il «carattere obbligatorio della catechesi» a Stanislas. A fine 2025 Patrick Bloche, allora vicesindaco, aveva annunciato l’intenzione di sospendere il contributo pubblico annuale di 1,3 milioni di euro destinato all’istituto. La leader dell’opposizione Rachida Dati, aveva lamentato che Bloche «non ha nemmeno menzionato i malfunzionamenti [...] nelle attività extrascolastiche».
Vista la portata dell’inchiesta sulle attività extrascolastiche nelle scuole parigine, una domanda resta aperta: perché la maggioranza socialista è stata così rapida nell’indagare sulle accuse rivolte a Stanislas, mentre solo ora promette una vera reazione contro gli abusi nelle attività extrascolastiche? Qui ci sono di mezzo dei bambini e chi ne abusa, nel mondo cattolico o altrove, deve essere punito. Punto.
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Angelika Niebler (Ansa)
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
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