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2022-12-23
Nella manovra spunta la «salva morosi». Oggi la fiducia in Aula
Giorgia Meloni e Giancarlo GIorgetti (Ansa)
Ieri mattina la manovra è approdata finalmente in Aula alla Camera, ma ci è rimasta per poco. A chiedere che tornasse in commissione Bilancio ci ha pensato la Ragioneria di Stato per problemi di coperture. Quarantaquattro le correzioni richieste, tra cui naturalmente la norma votata per sbaglio che stanzia 450 milioni per i Comuni. Slitta ancora quindi almeno di qualche ora l’iter parlamentare che porterà all’approvazione del testo finale. Scadenza obbligata: 31 dicembre, oltre la quale scatta l’esercizio provvisorio, ma dall’esecutivo assicurano che il pericolo non c’è. Le opposizioni, però, criticano l’impossibilità di un vero esame del testo. «Ancora non si sa quando e se si vota la legge di bilancio. Ancora non si sa su quale testo si vota. Nessun governo si è mai comportato così. Nessun governo ha mai trattato il Parlamento a questo modo». Ha scritto il segretario del Pd, Enrico Letta, su Twitter. Il testo passa in commissione Bilancio tutto il pomeriggio per le modifiche infine approvate. Alle 20.30 il testo torna in Aula tra le proteste di Pd, Terzo polo, M5s e Avs. Il governo ha deciso di porre la questione di fiducia su cui si voterà 24 ore dopo, quindi oggi alle 20.30. Secondo le attuali stime, il tutto si concluderà non prima della tarda mattinata di domani, sabato 24 dicembre.
I rilievi della Ragioneria hanno riguardato vari temi tra cui smart working e bonus cultura per i giovani. Per quest’ultimo la Ragioneria di Stato contesta la mancanza di fondi: non dovrà essere finanziato nel 2023 con le risorse stanziate per il 2022 come si stabiliva nel testo. Si chiede quindi di cancellare dall’emendamento la frase «nell’anno 2023 la Carta della cultura giovani è assegnata ai nati nell’anno 2004 mediante utilizzo delle risorse già impegnate nell’anno 2022». Sul tema è intervenuto il sottosegretario al Mef Federico Freni: il rilievo della Ragioneria sulla Carta giovani riguarda «una procedura squisitamente contabile» e «il beneficio sarà comunque pagato nel 2023 ai nati nel 2004 con le regole previgenti». Per quanto riguarda lo smart working invece i dubbi sono sul mondo della scuola e la sostituzione del personale scolastico a cui è concesso il lavoro agile.
La norma in manovra sull’istituzione del Fondo nazionale per il contrasto agli svantaggi derivanti da insularità è «di difficile attuazione» sempre secondo la Ragioneria di Stato: «Il Fondo», si sottolinea nei rilevi all’emendamento, «è destinato, quindi, sia a interventi di parte corrente che di investimento. Si segnala che la norma risulta di difficile attuazione mancando anche di strumento attuativo. In mancanza delle modifiche da parte dell’amministrazione di settore, difficilmente potrà essere attuata». Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, rivolgendosi ai suoi parlamentari in occasione degli auguri di Natale, ha commentato: «Mi pare che tra mille difficoltà, anche di rodaggio, con giorni complessi per la legge di bilancio e nonostante tutto quello che si può e dovrà migliorare, si può dire che rispetto a chi auspicava e prefigurava la partenza della nostra maggioranza e governo come una catastrofe, tutto il racconto fatto contro di noi sta tornando indietro come un boomerang». Ma il premier è tornato sulla manovra anche nell’intervista con Bruno Vespa per il programma Porta a Porta, chiarendo la sua posizione sul Pos e anche sul reddito di cittadinanza. La Meloni è «certa del fatto che non sia giusto imporre agli esercenti di accettare pagamenti per importi molto, molto bassi». E poi sul reddito di cittadinanza ha ribadito: «Chi aspetta il lavoro dei sogni non può prendere i soldi dello Stato». In ogni caso ha assicurato che il reddito di cittadinanza resterà «per i non occupabili, per gli over 60 e per chi ha minori a carico».
Anche nella giornata di ieri non sono mancate ultimissime novità. La più importante è uno stop ai distacchi di forniture di gas per le grandi imprese morose: «Con delibera dell’Arera, i procedimenti di interruzione della fornitura del gas naturale, per i clienti finali direttamente allacciati alla rete di trasporto del gas naturale, possono essere sospesi fino al 31 gennaio 2023, nel limite di 50 milioni di euro, da trasferire alla Cassa per i servizi energetici e ambientali entro il 15 febbraio 2023, nel limite dell’effettivo fabbisogno» si legge nell’emendamento. Si conferma, come già riportato da alcune indiscrezioni, l’anticipo dell’entrata in vigore della riforma del processo civile voluto dalla riforma Cartabia: entrerà in vigore non più il 30 giugno, ma il 28 febbraio 2023. Approvato anche l’emendamento per le agevolazioni sulle fusioni tra fondazioni bancarie: sarà un credito d’imposta pari al 75% delle erogazioni in denaro, previste nei relativi progetti di fusione per incorporazione e successivamente effettuate, operanti a beneficio dei territori di operatività delle fondazioni incorporate, le quali versino in gravi difficoltà e non siano in grado di raggiungere, per le ridotte dimensioni patrimoniali, una specifica capacità tecnica, erogativa e operativa adeguata». Per quanto riguarda la norma sulla caccia al cinghiale, è stata respinta la richiesta di Marco Grimaldi di Alleanza Verdi Sinistra che ne chiedeva la cancellazione. Su questa richiesta i deputati del Terzo polo si sono astenuti. Si rinnova il bonus psicologico con un emendamento a firma Pd: si porta a 1.500 euro (l’anno passato ammontava a 600 euro) per diventare strutturale. Le risorse stanziate ammontano a 5 milioni di euro per il 2023 e 8 milioni di euro dal 2024. Confermato il tetto Isee a 50.000 euro per ricevere il contributo.
Infine si inseriscono 700.000 euro al fine di sostenere le celebrazioni in occasione dell’ottantesimo anniversario del rastrellamento a via del Portico d’Ottavia per valorizzare il profondo legame storico della comunità ebraica con la città di Roma.
«Finché conterò qualcosa no al Mes. Lo posso firmare con il sangue»
Una manovra da 35 miliardi, per due terzi impegnati contro il caro energia. Così la legge di bilancio è uscita da Palazzo Chigi e così, alla fine della fiera, al netto di modifiche fisiologiche, uscirà dalle Camere. Questo significa che l’impianto iniziale è praticamente immutato e soprattutto che nessuno lo ha messo in discussione, nemmeno dai partiti di maggioranza. Non sarebbe infatti comprensibile un attacco frontale a misure obbligate come quelle che puntano a dare sollievo alla famiglie per il pagamento delle bollette. Però, visto che è impensabile una sessione di bilancio senza polemiche, non sono mancati gli argomenti speciosi su cui si è concentrata la bagarre tra fazioni politiche opposte. Si è partiti con l’utilizzo del Pos e col tetto al contante, si è proseguito con 18app e, man mano che la manovra si avvicina al traguardo, si sono aggiunti nuovi fronti polemici, come quello della presunta «caccia al cinghiale» nelle città, che in effetti sta ancora tenendo banco. Incontrando i suoi parlamentari per gli auguri natalizi, è stato il premier Giorgia Meloni a fare la sintesi, non negando le difficoltà derivanti dall’inconsueto insediamento autunnale dell’esecutivo: «Tra mille difficoltà, anche di rodaggio», ha fatto filtrare, «con giorni complessi per la legge di bilancio e nonostante tutto quello che si può e dovrà migliorare, si può dire che rispetto a chi auspicava e prefigurava una partenza catastrofica di questo governo, credo che il racconto stia tornando indietro come un boomerang».
Naturalmente non è questa l’opinione degli esponenti delle forze politiche di minoranza, che anche ieri hanno usato toni molto aggressivi, concentrandosi soprattutto sulle modalità dell’esame del testo in commissione e in Aula. Anche questo, però, per chi ha dimestichezza con la routine delle sessioni di bilancio, è un déja vu, dato che ogni anno non mancano stop da parte della Ragioneria dello Stato, errori formali sfuggiti agli uffici parlamentari e incidenti di percorso in generale. Tra i più aggressivi degli ultimi giorni si segnala il leader del Terzo polo Carlo Calenda, che al momento della presentazione della legge di bilancio da parte del governo era addirittura andato a far visita al premier a Palazzo Chigi per manifestare il proprio spirito costruttivo. E invece, dopo aver annunciato a inizio settimana l’Aventino dei suoi in commissione, l’ex ministro ha continuato a incalzare la maggioranza, parlando di «grande caos di una manovra che non ha nemmeno un euro sulle riforme strutturali». Su questa lunghezza d’onda il segretario dimissionario del Pd Enrico Letta, per il quale si tratta della legge di bilancio «più pasticciata degli ultimi 20 anni», mentre Matteo Renzi ha accusato la Meloni di essere «come Giuseppe Conte», che a sua volta ha definito «indecente» la manovra.
Ma un capitolo a parte merita la storia della norma sull’abbattimento dei cinghiali, in base alla quale i competenti organismi regionali avranno la facoltà di poter intervenire eventualmente con la soppressione dell’animale, anche nelle aree urbane. Mentre le Regioni e le categorie interessate manifestavano il proprio favore attraverso più di un comunicato stampa all’introduzione della norma, spinte dall’esigenza di dotarsi di strumenti efficaci per il contenimento della fauna selvatica nelle aree urbane, alcuni esponenti della sinistra, con il verde Angelo Bonelli in prima fila, tuonavano contro un «emendamento che apre la caccia nei parchi e nelle aree urbane» e che «autorizza a sparare», parlando di «Far west».
Anche dal sindacato, ovviamente, è arrivata la razione quotidiana di contumelie sulla manovra: il leader della Cgil Maurizio Landini, rivendicando lo sciopero di sabato scorso, ha rincarato la dose parlando di voucher e di reddito di cittadinanza e lamentando di non essere stato ascoltato. A lui e a tutti gli altri ha risposto direttamente il premier in serata, ospite a Porta a Porta: «Sono nata e cresciuta nella conflittualità della politica», ha detto, «e rispetto tutti. Ma qualcuno davvero pensa mi spaventino le manifestazioni? È tutto giusto, tutto normale. Dall’incontro con i sindacati», ha aggiunto, «sono emerse valutazioni che abbiamo ripreso nella manovra, il confronto è sempre utile ma tutti fanno il loro lavoro. Non sono una persona che si spaventa, l’unica cosa che mi spaventa è deludere». Entrando poi nel merito di alcune polemiche degli ultimi giorni, il premier si è soffermato sul Pos, parlando di «moral suasion per abbassare le commissioni»: «Sono certa del fatto che non sia giusto imporre agli esercenti, che se ne devono caricare il costo delle commissioni bancarie, di accettare pagamenti di importi molto, molto bassi».
La Meloni ha poi toccato altri temi, a partire dal Mes: «Fin quando io conto qualcosa l’Italia non accede al Mes, lo posso firmare col sangue», ha detto per poi spiegare che la riforma del Meccanismo europeo di stabilità «non è un grande tema ne discuterà il Parlamento. Ma non è uno strumento utile. Non è mai stato utilizzato da nessuno, le condizionalità sono troppo stringenti». «Se siamo gli unici che non approvano la riforma blocchiamo anche gli altri». E in ogni caso «l’Italia comunque non chiederà l’accesso».
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Testo modificato per accogliere i 44 rilievi della Ragioneria Stop ai distacchi del gas per le grandi imprese fino al 31 gennaio.Giorgia Meloni chiude ogni spiraglio: «Non è utile e ha condizionalità troppo stringenti».Lo speciale contiene due articoliIeri mattina la manovra è approdata finalmente in Aula alla Camera, ma ci è rimasta per poco. A chiedere che tornasse in commissione Bilancio ci ha pensato la Ragioneria di Stato per problemi di coperture. Quarantaquattro le correzioni richieste, tra cui naturalmente la norma votata per sbaglio che stanzia 450 milioni per i Comuni. Slitta ancora quindi almeno di qualche ora l’iter parlamentare che porterà all’approvazione del testo finale. Scadenza obbligata: 31 dicembre, oltre la quale scatta l’esercizio provvisorio, ma dall’esecutivo assicurano che il pericolo non c’è. Le opposizioni, però, criticano l’impossibilità di un vero esame del testo. «Ancora non si sa quando e se si vota la legge di bilancio. Ancora non si sa su quale testo si vota. Nessun governo si è mai comportato così. Nessun governo ha mai trattato il Parlamento a questo modo». Ha scritto il segretario del Pd, Enrico Letta, su Twitter. Il testo passa in commissione Bilancio tutto il pomeriggio per le modifiche infine approvate. Alle 20.30 il testo torna in Aula tra le proteste di Pd, Terzo polo, M5s e Avs. Il governo ha deciso di porre la questione di fiducia su cui si voterà 24 ore dopo, quindi oggi alle 20.30. Secondo le attuali stime, il tutto si concluderà non prima della tarda mattinata di domani, sabato 24 dicembre. I rilievi della Ragioneria hanno riguardato vari temi tra cui smart working e bonus cultura per i giovani. Per quest’ultimo la Ragioneria di Stato contesta la mancanza di fondi: non dovrà essere finanziato nel 2023 con le risorse stanziate per il 2022 come si stabiliva nel testo. Si chiede quindi di cancellare dall’emendamento la frase «nell’anno 2023 la Carta della cultura giovani è assegnata ai nati nell’anno 2004 mediante utilizzo delle risorse già impegnate nell’anno 2022». Sul tema è intervenuto il sottosegretario al Mef Federico Freni: il rilievo della Ragioneria sulla Carta giovani riguarda «una procedura squisitamente contabile» e «il beneficio sarà comunque pagato nel 2023 ai nati nel 2004 con le regole previgenti». Per quanto riguarda lo smart working invece i dubbi sono sul mondo della scuola e la sostituzione del personale scolastico a cui è concesso il lavoro agile. La norma in manovra sull’istituzione del Fondo nazionale per il contrasto agli svantaggi derivanti da insularità è «di difficile attuazione» sempre secondo la Ragioneria di Stato: «Il Fondo», si sottolinea nei rilevi all’emendamento, «è destinato, quindi, sia a interventi di parte corrente che di investimento. Si segnala che la norma risulta di difficile attuazione mancando anche di strumento attuativo. In mancanza delle modifiche da parte dell’amministrazione di settore, difficilmente potrà essere attuata». Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, rivolgendosi ai suoi parlamentari in occasione degli auguri di Natale, ha commentato: «Mi pare che tra mille difficoltà, anche di rodaggio, con giorni complessi per la legge di bilancio e nonostante tutto quello che si può e dovrà migliorare, si può dire che rispetto a chi auspicava e prefigurava la partenza della nostra maggioranza e governo come una catastrofe, tutto il racconto fatto contro di noi sta tornando indietro come un boomerang». Ma il premier è tornato sulla manovra anche nell’intervista con Bruno Vespa per il programma Porta a Porta, chiarendo la sua posizione sul Pos e anche sul reddito di cittadinanza. La Meloni è «certa del fatto che non sia giusto imporre agli esercenti di accettare pagamenti per importi molto, molto bassi». E poi sul reddito di cittadinanza ha ribadito: «Chi aspetta il lavoro dei sogni non può prendere i soldi dello Stato». In ogni caso ha assicurato che il reddito di cittadinanza resterà «per i non occupabili, per gli over 60 e per chi ha minori a carico».Anche nella giornata di ieri non sono mancate ultimissime novità. La più importante è uno stop ai distacchi di forniture di gas per le grandi imprese morose: «Con delibera dell’Arera, i procedimenti di interruzione della fornitura del gas naturale, per i clienti finali direttamente allacciati alla rete di trasporto del gas naturale, possono essere sospesi fino al 31 gennaio 2023, nel limite di 50 milioni di euro, da trasferire alla Cassa per i servizi energetici e ambientali entro il 15 febbraio 2023, nel limite dell’effettivo fabbisogno» si legge nell’emendamento. Si conferma, come già riportato da alcune indiscrezioni, l’anticipo dell’entrata in vigore della riforma del processo civile voluto dalla riforma Cartabia: entrerà in vigore non più il 30 giugno, ma il 28 febbraio 2023. Approvato anche l’emendamento per le agevolazioni sulle fusioni tra fondazioni bancarie: sarà un credito d’imposta pari al 75% delle erogazioni in denaro, previste nei relativi progetti di fusione per incorporazione e successivamente effettuate, operanti a beneficio dei territori di operatività delle fondazioni incorporate, le quali versino in gravi difficoltà e non siano in grado di raggiungere, per le ridotte dimensioni patrimoniali, una specifica capacità tecnica, erogativa e operativa adeguata». Per quanto riguarda la norma sulla caccia al cinghiale, è stata respinta la richiesta di Marco Grimaldi di Alleanza Verdi Sinistra che ne chiedeva la cancellazione. Su questa richiesta i deputati del Terzo polo si sono astenuti. Si rinnova il bonus psicologico con un emendamento a firma Pd: si porta a 1.500 euro (l’anno passato ammontava a 600 euro) per diventare strutturale. Le risorse stanziate ammontano a 5 milioni di euro per il 2023 e 8 milioni di euro dal 2024. Confermato il tetto Isee a 50.000 euro per ricevere il contributo. Infine si inseriscono 700.000 euro al fine di sostenere le celebrazioni in occasione dell’ottantesimo anniversario del rastrellamento a via del Portico d’Ottavia per valorizzare il profondo legame storico della comunità ebraica con la città di Roma. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nella-manovra-spunta-la-salva-morosi-oggi-la-fiducia-in-aula-2659002788.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="finche-contero-qualcosa-no-al-mes-lo-posso-firmare-con-il-sangue" data-post-id="2659002788" data-published-at="1671756173" data-use-pagination="False"> «Finché conterò qualcosa no al Mes. Lo posso firmare con il sangue» Una manovra da 35 miliardi, per due terzi impegnati contro il caro energia. Così la legge di bilancio è uscita da Palazzo Chigi e così, alla fine della fiera, al netto di modifiche fisiologiche, uscirà dalle Camere. Questo significa che l’impianto iniziale è praticamente immutato e soprattutto che nessuno lo ha messo in discussione, nemmeno dai partiti di maggioranza. Non sarebbe infatti comprensibile un attacco frontale a misure obbligate come quelle che puntano a dare sollievo alla famiglie per il pagamento delle bollette. Però, visto che è impensabile una sessione di bilancio senza polemiche, non sono mancati gli argomenti speciosi su cui si è concentrata la bagarre tra fazioni politiche opposte. Si è partiti con l’utilizzo del Pos e col tetto al contante, si è proseguito con 18app e, man mano che la manovra si avvicina al traguardo, si sono aggiunti nuovi fronti polemici, come quello della presunta «caccia al cinghiale» nelle città, che in effetti sta ancora tenendo banco. Incontrando i suoi parlamentari per gli auguri natalizi, è stato il premier Giorgia Meloni a fare la sintesi, non negando le difficoltà derivanti dall’inconsueto insediamento autunnale dell’esecutivo: «Tra mille difficoltà, anche di rodaggio», ha fatto filtrare, «con giorni complessi per la legge di bilancio e nonostante tutto quello che si può e dovrà migliorare, si può dire che rispetto a chi auspicava e prefigurava una partenza catastrofica di questo governo, credo che il racconto stia tornando indietro come un boomerang». Naturalmente non è questa l’opinione degli esponenti delle forze politiche di minoranza, che anche ieri hanno usato toni molto aggressivi, concentrandosi soprattutto sulle modalità dell’esame del testo in commissione e in Aula. Anche questo, però, per chi ha dimestichezza con la routine delle sessioni di bilancio, è un déja vu, dato che ogni anno non mancano stop da parte della Ragioneria dello Stato, errori formali sfuggiti agli uffici parlamentari e incidenti di percorso in generale. Tra i più aggressivi degli ultimi giorni si segnala il leader del Terzo polo Carlo Calenda, che al momento della presentazione della legge di bilancio da parte del governo era addirittura andato a far visita al premier a Palazzo Chigi per manifestare il proprio spirito costruttivo. E invece, dopo aver annunciato a inizio settimana l’Aventino dei suoi in commissione, l’ex ministro ha continuato a incalzare la maggioranza, parlando di «grande caos di una manovra che non ha nemmeno un euro sulle riforme strutturali». Su questa lunghezza d’onda il segretario dimissionario del Pd Enrico Letta, per il quale si tratta della legge di bilancio «più pasticciata degli ultimi 20 anni», mentre Matteo Renzi ha accusato la Meloni di essere «come Giuseppe Conte», che a sua volta ha definito «indecente» la manovra. Ma un capitolo a parte merita la storia della norma sull’abbattimento dei cinghiali, in base alla quale i competenti organismi regionali avranno la facoltà di poter intervenire eventualmente con la soppressione dell’animale, anche nelle aree urbane. Mentre le Regioni e le categorie interessate manifestavano il proprio favore attraverso più di un comunicato stampa all’introduzione della norma, spinte dall’esigenza di dotarsi di strumenti efficaci per il contenimento della fauna selvatica nelle aree urbane, alcuni esponenti della sinistra, con il verde Angelo Bonelli in prima fila, tuonavano contro un «emendamento che apre la caccia nei parchi e nelle aree urbane» e che «autorizza a sparare», parlando di «Far west». Anche dal sindacato, ovviamente, è arrivata la razione quotidiana di contumelie sulla manovra: il leader della Cgil Maurizio Landini, rivendicando lo sciopero di sabato scorso, ha rincarato la dose parlando di voucher e di reddito di cittadinanza e lamentando di non essere stato ascoltato. A lui e a tutti gli altri ha risposto direttamente il premier in serata, ospite a Porta a Porta: «Sono nata e cresciuta nella conflittualità della politica», ha detto, «e rispetto tutti. Ma qualcuno davvero pensa mi spaventino le manifestazioni? È tutto giusto, tutto normale. Dall’incontro con i sindacati», ha aggiunto, «sono emerse valutazioni che abbiamo ripreso nella manovra, il confronto è sempre utile ma tutti fanno il loro lavoro. Non sono una persona che si spaventa, l’unica cosa che mi spaventa è deludere». Entrando poi nel merito di alcune polemiche degli ultimi giorni, il premier si è soffermato sul Pos, parlando di «moral suasion per abbassare le commissioni»: «Sono certa del fatto che non sia giusto imporre agli esercenti, che se ne devono caricare il costo delle commissioni bancarie, di accettare pagamenti di importi molto, molto bassi». La Meloni ha poi toccato altri temi, a partire dal Mes: «Fin quando io conto qualcosa l’Italia non accede al Mes, lo posso firmare col sangue», ha detto per poi spiegare che la riforma del Meccanismo europeo di stabilità «non è un grande tema ne discuterà il Parlamento. Ma non è uno strumento utile. Non è mai stato utilizzato da nessuno, le condizionalità sono troppo stringenti». «Se siamo gli unici che non approvano la riforma blocchiamo anche gli altri». E in ogni caso «l’Italia comunque non chiederà l’accesso».
Alex Zanardi (Ansa)
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
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Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
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