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2022-12-23
Nella manovra spunta la «salva morosi». Oggi la fiducia in Aula
Giorgia Meloni e Giancarlo GIorgetti (Ansa)
Ieri mattina la manovra è approdata finalmente in Aula alla Camera, ma ci è rimasta per poco. A chiedere che tornasse in commissione Bilancio ci ha pensato la Ragioneria di Stato per problemi di coperture. Quarantaquattro le correzioni richieste, tra cui naturalmente la norma votata per sbaglio che stanzia 450 milioni per i Comuni. Slitta ancora quindi almeno di qualche ora l’iter parlamentare che porterà all’approvazione del testo finale. Scadenza obbligata: 31 dicembre, oltre la quale scatta l’esercizio provvisorio, ma dall’esecutivo assicurano che il pericolo non c’è. Le opposizioni, però, criticano l’impossibilità di un vero esame del testo. «Ancora non si sa quando e se si vota la legge di bilancio. Ancora non si sa su quale testo si vota. Nessun governo si è mai comportato così. Nessun governo ha mai trattato il Parlamento a questo modo». Ha scritto il segretario del Pd, Enrico Letta, su Twitter. Il testo passa in commissione Bilancio tutto il pomeriggio per le modifiche infine approvate. Alle 20.30 il testo torna in Aula tra le proteste di Pd, Terzo polo, M5s e Avs. Il governo ha deciso di porre la questione di fiducia su cui si voterà 24 ore dopo, quindi oggi alle 20.30. Secondo le attuali stime, il tutto si concluderà non prima della tarda mattinata di domani, sabato 24 dicembre.
I rilievi della Ragioneria hanno riguardato vari temi tra cui smart working e bonus cultura per i giovani. Per quest’ultimo la Ragioneria di Stato contesta la mancanza di fondi: non dovrà essere finanziato nel 2023 con le risorse stanziate per il 2022 come si stabiliva nel testo. Si chiede quindi di cancellare dall’emendamento la frase «nell’anno 2023 la Carta della cultura giovani è assegnata ai nati nell’anno 2004 mediante utilizzo delle risorse già impegnate nell’anno 2022». Sul tema è intervenuto il sottosegretario al Mef Federico Freni: il rilievo della Ragioneria sulla Carta giovani riguarda «una procedura squisitamente contabile» e «il beneficio sarà comunque pagato nel 2023 ai nati nel 2004 con le regole previgenti». Per quanto riguarda lo smart working invece i dubbi sono sul mondo della scuola e la sostituzione del personale scolastico a cui è concesso il lavoro agile.
La norma in manovra sull’istituzione del Fondo nazionale per il contrasto agli svantaggi derivanti da insularità è «di difficile attuazione» sempre secondo la Ragioneria di Stato: «Il Fondo», si sottolinea nei rilevi all’emendamento, «è destinato, quindi, sia a interventi di parte corrente che di investimento. Si segnala che la norma risulta di difficile attuazione mancando anche di strumento attuativo. In mancanza delle modifiche da parte dell’amministrazione di settore, difficilmente potrà essere attuata». Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, rivolgendosi ai suoi parlamentari in occasione degli auguri di Natale, ha commentato: «Mi pare che tra mille difficoltà, anche di rodaggio, con giorni complessi per la legge di bilancio e nonostante tutto quello che si può e dovrà migliorare, si può dire che rispetto a chi auspicava e prefigurava la partenza della nostra maggioranza e governo come una catastrofe, tutto il racconto fatto contro di noi sta tornando indietro come un boomerang». Ma il premier è tornato sulla manovra anche nell’intervista con Bruno Vespa per il programma Porta a Porta, chiarendo la sua posizione sul Pos e anche sul reddito di cittadinanza. La Meloni è «certa del fatto che non sia giusto imporre agli esercenti di accettare pagamenti per importi molto, molto bassi». E poi sul reddito di cittadinanza ha ribadito: «Chi aspetta il lavoro dei sogni non può prendere i soldi dello Stato». In ogni caso ha assicurato che il reddito di cittadinanza resterà «per i non occupabili, per gli over 60 e per chi ha minori a carico».
Anche nella giornata di ieri non sono mancate ultimissime novità. La più importante è uno stop ai distacchi di forniture di gas per le grandi imprese morose: «Con delibera dell’Arera, i procedimenti di interruzione della fornitura del gas naturale, per i clienti finali direttamente allacciati alla rete di trasporto del gas naturale, possono essere sospesi fino al 31 gennaio 2023, nel limite di 50 milioni di euro, da trasferire alla Cassa per i servizi energetici e ambientali entro il 15 febbraio 2023, nel limite dell’effettivo fabbisogno» si legge nell’emendamento. Si conferma, come già riportato da alcune indiscrezioni, l’anticipo dell’entrata in vigore della riforma del processo civile voluto dalla riforma Cartabia: entrerà in vigore non più il 30 giugno, ma il 28 febbraio 2023. Approvato anche l’emendamento per le agevolazioni sulle fusioni tra fondazioni bancarie: sarà un credito d’imposta pari al 75% delle erogazioni in denaro, previste nei relativi progetti di fusione per incorporazione e successivamente effettuate, operanti a beneficio dei territori di operatività delle fondazioni incorporate, le quali versino in gravi difficoltà e non siano in grado di raggiungere, per le ridotte dimensioni patrimoniali, una specifica capacità tecnica, erogativa e operativa adeguata». Per quanto riguarda la norma sulla caccia al cinghiale, è stata respinta la richiesta di Marco Grimaldi di Alleanza Verdi Sinistra che ne chiedeva la cancellazione. Su questa richiesta i deputati del Terzo polo si sono astenuti. Si rinnova il bonus psicologico con un emendamento a firma Pd: si porta a 1.500 euro (l’anno passato ammontava a 600 euro) per diventare strutturale. Le risorse stanziate ammontano a 5 milioni di euro per il 2023 e 8 milioni di euro dal 2024. Confermato il tetto Isee a 50.000 euro per ricevere il contributo.
Infine si inseriscono 700.000 euro al fine di sostenere le celebrazioni in occasione dell’ottantesimo anniversario del rastrellamento a via del Portico d’Ottavia per valorizzare il profondo legame storico della comunità ebraica con la città di Roma.
«Finché conterò qualcosa no al Mes. Lo posso firmare con il sangue»
Una manovra da 35 miliardi, per due terzi impegnati contro il caro energia. Così la legge di bilancio è uscita da Palazzo Chigi e così, alla fine della fiera, al netto di modifiche fisiologiche, uscirà dalle Camere. Questo significa che l’impianto iniziale è praticamente immutato e soprattutto che nessuno lo ha messo in discussione, nemmeno dai partiti di maggioranza. Non sarebbe infatti comprensibile un attacco frontale a misure obbligate come quelle che puntano a dare sollievo alla famiglie per il pagamento delle bollette. Però, visto che è impensabile una sessione di bilancio senza polemiche, non sono mancati gli argomenti speciosi su cui si è concentrata la bagarre tra fazioni politiche opposte. Si è partiti con l’utilizzo del Pos e col tetto al contante, si è proseguito con 18app e, man mano che la manovra si avvicina al traguardo, si sono aggiunti nuovi fronti polemici, come quello della presunta «caccia al cinghiale» nelle città, che in effetti sta ancora tenendo banco. Incontrando i suoi parlamentari per gli auguri natalizi, è stato il premier Giorgia Meloni a fare la sintesi, non negando le difficoltà derivanti dall’inconsueto insediamento autunnale dell’esecutivo: «Tra mille difficoltà, anche di rodaggio», ha fatto filtrare, «con giorni complessi per la legge di bilancio e nonostante tutto quello che si può e dovrà migliorare, si può dire che rispetto a chi auspicava e prefigurava una partenza catastrofica di questo governo, credo che il racconto stia tornando indietro come un boomerang».
Naturalmente non è questa l’opinione degli esponenti delle forze politiche di minoranza, che anche ieri hanno usato toni molto aggressivi, concentrandosi soprattutto sulle modalità dell’esame del testo in commissione e in Aula. Anche questo, però, per chi ha dimestichezza con la routine delle sessioni di bilancio, è un déja vu, dato che ogni anno non mancano stop da parte della Ragioneria dello Stato, errori formali sfuggiti agli uffici parlamentari e incidenti di percorso in generale. Tra i più aggressivi degli ultimi giorni si segnala il leader del Terzo polo Carlo Calenda, che al momento della presentazione della legge di bilancio da parte del governo era addirittura andato a far visita al premier a Palazzo Chigi per manifestare il proprio spirito costruttivo. E invece, dopo aver annunciato a inizio settimana l’Aventino dei suoi in commissione, l’ex ministro ha continuato a incalzare la maggioranza, parlando di «grande caos di una manovra che non ha nemmeno un euro sulle riforme strutturali». Su questa lunghezza d’onda il segretario dimissionario del Pd Enrico Letta, per il quale si tratta della legge di bilancio «più pasticciata degli ultimi 20 anni», mentre Matteo Renzi ha accusato la Meloni di essere «come Giuseppe Conte», che a sua volta ha definito «indecente» la manovra.
Ma un capitolo a parte merita la storia della norma sull’abbattimento dei cinghiali, in base alla quale i competenti organismi regionali avranno la facoltà di poter intervenire eventualmente con la soppressione dell’animale, anche nelle aree urbane. Mentre le Regioni e le categorie interessate manifestavano il proprio favore attraverso più di un comunicato stampa all’introduzione della norma, spinte dall’esigenza di dotarsi di strumenti efficaci per il contenimento della fauna selvatica nelle aree urbane, alcuni esponenti della sinistra, con il verde Angelo Bonelli in prima fila, tuonavano contro un «emendamento che apre la caccia nei parchi e nelle aree urbane» e che «autorizza a sparare», parlando di «Far west».
Anche dal sindacato, ovviamente, è arrivata la razione quotidiana di contumelie sulla manovra: il leader della Cgil Maurizio Landini, rivendicando lo sciopero di sabato scorso, ha rincarato la dose parlando di voucher e di reddito di cittadinanza e lamentando di non essere stato ascoltato. A lui e a tutti gli altri ha risposto direttamente il premier in serata, ospite a Porta a Porta: «Sono nata e cresciuta nella conflittualità della politica», ha detto, «e rispetto tutti. Ma qualcuno davvero pensa mi spaventino le manifestazioni? È tutto giusto, tutto normale. Dall’incontro con i sindacati», ha aggiunto, «sono emerse valutazioni che abbiamo ripreso nella manovra, il confronto è sempre utile ma tutti fanno il loro lavoro. Non sono una persona che si spaventa, l’unica cosa che mi spaventa è deludere». Entrando poi nel merito di alcune polemiche degli ultimi giorni, il premier si è soffermato sul Pos, parlando di «moral suasion per abbassare le commissioni»: «Sono certa del fatto che non sia giusto imporre agli esercenti, che se ne devono caricare il costo delle commissioni bancarie, di accettare pagamenti di importi molto, molto bassi».
La Meloni ha poi toccato altri temi, a partire dal Mes: «Fin quando io conto qualcosa l’Italia non accede al Mes, lo posso firmare col sangue», ha detto per poi spiegare che la riforma del Meccanismo europeo di stabilità «non è un grande tema ne discuterà il Parlamento. Ma non è uno strumento utile. Non è mai stato utilizzato da nessuno, le condizionalità sono troppo stringenti». «Se siamo gli unici che non approvano la riforma blocchiamo anche gli altri». E in ogni caso «l’Italia comunque non chiederà l’accesso».
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Testo modificato per accogliere i 44 rilievi della Ragioneria Stop ai distacchi del gas per le grandi imprese fino al 31 gennaio.Giorgia Meloni chiude ogni spiraglio: «Non è utile e ha condizionalità troppo stringenti».Lo speciale contiene due articoliIeri mattina la manovra è approdata finalmente in Aula alla Camera, ma ci è rimasta per poco. A chiedere che tornasse in commissione Bilancio ci ha pensato la Ragioneria di Stato per problemi di coperture. Quarantaquattro le correzioni richieste, tra cui naturalmente la norma votata per sbaglio che stanzia 450 milioni per i Comuni. Slitta ancora quindi almeno di qualche ora l’iter parlamentare che porterà all’approvazione del testo finale. Scadenza obbligata: 31 dicembre, oltre la quale scatta l’esercizio provvisorio, ma dall’esecutivo assicurano che il pericolo non c’è. Le opposizioni, però, criticano l’impossibilità di un vero esame del testo. «Ancora non si sa quando e se si vota la legge di bilancio. Ancora non si sa su quale testo si vota. Nessun governo si è mai comportato così. Nessun governo ha mai trattato il Parlamento a questo modo». Ha scritto il segretario del Pd, Enrico Letta, su Twitter. Il testo passa in commissione Bilancio tutto il pomeriggio per le modifiche infine approvate. Alle 20.30 il testo torna in Aula tra le proteste di Pd, Terzo polo, M5s e Avs. Il governo ha deciso di porre la questione di fiducia su cui si voterà 24 ore dopo, quindi oggi alle 20.30. Secondo le attuali stime, il tutto si concluderà non prima della tarda mattinata di domani, sabato 24 dicembre. I rilievi della Ragioneria hanno riguardato vari temi tra cui smart working e bonus cultura per i giovani. Per quest’ultimo la Ragioneria di Stato contesta la mancanza di fondi: non dovrà essere finanziato nel 2023 con le risorse stanziate per il 2022 come si stabiliva nel testo. Si chiede quindi di cancellare dall’emendamento la frase «nell’anno 2023 la Carta della cultura giovani è assegnata ai nati nell’anno 2004 mediante utilizzo delle risorse già impegnate nell’anno 2022». Sul tema è intervenuto il sottosegretario al Mef Federico Freni: il rilievo della Ragioneria sulla Carta giovani riguarda «una procedura squisitamente contabile» e «il beneficio sarà comunque pagato nel 2023 ai nati nel 2004 con le regole previgenti». Per quanto riguarda lo smart working invece i dubbi sono sul mondo della scuola e la sostituzione del personale scolastico a cui è concesso il lavoro agile. La norma in manovra sull’istituzione del Fondo nazionale per il contrasto agli svantaggi derivanti da insularità è «di difficile attuazione» sempre secondo la Ragioneria di Stato: «Il Fondo», si sottolinea nei rilevi all’emendamento, «è destinato, quindi, sia a interventi di parte corrente che di investimento. Si segnala che la norma risulta di difficile attuazione mancando anche di strumento attuativo. In mancanza delle modifiche da parte dell’amministrazione di settore, difficilmente potrà essere attuata». Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, rivolgendosi ai suoi parlamentari in occasione degli auguri di Natale, ha commentato: «Mi pare che tra mille difficoltà, anche di rodaggio, con giorni complessi per la legge di bilancio e nonostante tutto quello che si può e dovrà migliorare, si può dire che rispetto a chi auspicava e prefigurava la partenza della nostra maggioranza e governo come una catastrofe, tutto il racconto fatto contro di noi sta tornando indietro come un boomerang». Ma il premier è tornato sulla manovra anche nell’intervista con Bruno Vespa per il programma Porta a Porta, chiarendo la sua posizione sul Pos e anche sul reddito di cittadinanza. La Meloni è «certa del fatto che non sia giusto imporre agli esercenti di accettare pagamenti per importi molto, molto bassi». E poi sul reddito di cittadinanza ha ribadito: «Chi aspetta il lavoro dei sogni non può prendere i soldi dello Stato». In ogni caso ha assicurato che il reddito di cittadinanza resterà «per i non occupabili, per gli over 60 e per chi ha minori a carico».Anche nella giornata di ieri non sono mancate ultimissime novità. La più importante è uno stop ai distacchi di forniture di gas per le grandi imprese morose: «Con delibera dell’Arera, i procedimenti di interruzione della fornitura del gas naturale, per i clienti finali direttamente allacciati alla rete di trasporto del gas naturale, possono essere sospesi fino al 31 gennaio 2023, nel limite di 50 milioni di euro, da trasferire alla Cassa per i servizi energetici e ambientali entro il 15 febbraio 2023, nel limite dell’effettivo fabbisogno» si legge nell’emendamento. Si conferma, come già riportato da alcune indiscrezioni, l’anticipo dell’entrata in vigore della riforma del processo civile voluto dalla riforma Cartabia: entrerà in vigore non più il 30 giugno, ma il 28 febbraio 2023. Approvato anche l’emendamento per le agevolazioni sulle fusioni tra fondazioni bancarie: sarà un credito d’imposta pari al 75% delle erogazioni in denaro, previste nei relativi progetti di fusione per incorporazione e successivamente effettuate, operanti a beneficio dei territori di operatività delle fondazioni incorporate, le quali versino in gravi difficoltà e non siano in grado di raggiungere, per le ridotte dimensioni patrimoniali, una specifica capacità tecnica, erogativa e operativa adeguata». Per quanto riguarda la norma sulla caccia al cinghiale, è stata respinta la richiesta di Marco Grimaldi di Alleanza Verdi Sinistra che ne chiedeva la cancellazione. Su questa richiesta i deputati del Terzo polo si sono astenuti. Si rinnova il bonus psicologico con un emendamento a firma Pd: si porta a 1.500 euro (l’anno passato ammontava a 600 euro) per diventare strutturale. Le risorse stanziate ammontano a 5 milioni di euro per il 2023 e 8 milioni di euro dal 2024. Confermato il tetto Isee a 50.000 euro per ricevere il contributo. Infine si inseriscono 700.000 euro al fine di sostenere le celebrazioni in occasione dell’ottantesimo anniversario del rastrellamento a via del Portico d’Ottavia per valorizzare il profondo legame storico della comunità ebraica con la città di Roma. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nella-manovra-spunta-la-salva-morosi-oggi-la-fiducia-in-aula-2659002788.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="finche-contero-qualcosa-no-al-mes-lo-posso-firmare-con-il-sangue" data-post-id="2659002788" data-published-at="1671756173" data-use-pagination="False"> «Finché conterò qualcosa no al Mes. Lo posso firmare con il sangue» Una manovra da 35 miliardi, per due terzi impegnati contro il caro energia. Così la legge di bilancio è uscita da Palazzo Chigi e così, alla fine della fiera, al netto di modifiche fisiologiche, uscirà dalle Camere. Questo significa che l’impianto iniziale è praticamente immutato e soprattutto che nessuno lo ha messo in discussione, nemmeno dai partiti di maggioranza. Non sarebbe infatti comprensibile un attacco frontale a misure obbligate come quelle che puntano a dare sollievo alla famiglie per il pagamento delle bollette. Però, visto che è impensabile una sessione di bilancio senza polemiche, non sono mancati gli argomenti speciosi su cui si è concentrata la bagarre tra fazioni politiche opposte. Si è partiti con l’utilizzo del Pos e col tetto al contante, si è proseguito con 18app e, man mano che la manovra si avvicina al traguardo, si sono aggiunti nuovi fronti polemici, come quello della presunta «caccia al cinghiale» nelle città, che in effetti sta ancora tenendo banco. Incontrando i suoi parlamentari per gli auguri natalizi, è stato il premier Giorgia Meloni a fare la sintesi, non negando le difficoltà derivanti dall’inconsueto insediamento autunnale dell’esecutivo: «Tra mille difficoltà, anche di rodaggio», ha fatto filtrare, «con giorni complessi per la legge di bilancio e nonostante tutto quello che si può e dovrà migliorare, si può dire che rispetto a chi auspicava e prefigurava una partenza catastrofica di questo governo, credo che il racconto stia tornando indietro come un boomerang». Naturalmente non è questa l’opinione degli esponenti delle forze politiche di minoranza, che anche ieri hanno usato toni molto aggressivi, concentrandosi soprattutto sulle modalità dell’esame del testo in commissione e in Aula. Anche questo, però, per chi ha dimestichezza con la routine delle sessioni di bilancio, è un déja vu, dato che ogni anno non mancano stop da parte della Ragioneria dello Stato, errori formali sfuggiti agli uffici parlamentari e incidenti di percorso in generale. Tra i più aggressivi degli ultimi giorni si segnala il leader del Terzo polo Carlo Calenda, che al momento della presentazione della legge di bilancio da parte del governo era addirittura andato a far visita al premier a Palazzo Chigi per manifestare il proprio spirito costruttivo. E invece, dopo aver annunciato a inizio settimana l’Aventino dei suoi in commissione, l’ex ministro ha continuato a incalzare la maggioranza, parlando di «grande caos di una manovra che non ha nemmeno un euro sulle riforme strutturali». Su questa lunghezza d’onda il segretario dimissionario del Pd Enrico Letta, per il quale si tratta della legge di bilancio «più pasticciata degli ultimi 20 anni», mentre Matteo Renzi ha accusato la Meloni di essere «come Giuseppe Conte», che a sua volta ha definito «indecente» la manovra. Ma un capitolo a parte merita la storia della norma sull’abbattimento dei cinghiali, in base alla quale i competenti organismi regionali avranno la facoltà di poter intervenire eventualmente con la soppressione dell’animale, anche nelle aree urbane. Mentre le Regioni e le categorie interessate manifestavano il proprio favore attraverso più di un comunicato stampa all’introduzione della norma, spinte dall’esigenza di dotarsi di strumenti efficaci per il contenimento della fauna selvatica nelle aree urbane, alcuni esponenti della sinistra, con il verde Angelo Bonelli in prima fila, tuonavano contro un «emendamento che apre la caccia nei parchi e nelle aree urbane» e che «autorizza a sparare», parlando di «Far west». Anche dal sindacato, ovviamente, è arrivata la razione quotidiana di contumelie sulla manovra: il leader della Cgil Maurizio Landini, rivendicando lo sciopero di sabato scorso, ha rincarato la dose parlando di voucher e di reddito di cittadinanza e lamentando di non essere stato ascoltato. A lui e a tutti gli altri ha risposto direttamente il premier in serata, ospite a Porta a Porta: «Sono nata e cresciuta nella conflittualità della politica», ha detto, «e rispetto tutti. Ma qualcuno davvero pensa mi spaventino le manifestazioni? È tutto giusto, tutto normale. Dall’incontro con i sindacati», ha aggiunto, «sono emerse valutazioni che abbiamo ripreso nella manovra, il confronto è sempre utile ma tutti fanno il loro lavoro. Non sono una persona che si spaventa, l’unica cosa che mi spaventa è deludere». Entrando poi nel merito di alcune polemiche degli ultimi giorni, il premier si è soffermato sul Pos, parlando di «moral suasion per abbassare le commissioni»: «Sono certa del fatto che non sia giusto imporre agli esercenti, che se ne devono caricare il costo delle commissioni bancarie, di accettare pagamenti di importi molto, molto bassi». La Meloni ha poi toccato altri temi, a partire dal Mes: «Fin quando io conto qualcosa l’Italia non accede al Mes, lo posso firmare col sangue», ha detto per poi spiegare che la riforma del Meccanismo europeo di stabilità «non è un grande tema ne discuterà il Parlamento. Ma non è uno strumento utile. Non è mai stato utilizzato da nessuno, le condizionalità sono troppo stringenti». «Se siamo gli unici che non approvano la riforma blocchiamo anche gli altri». E in ogni caso «l’Italia comunque non chiederà l’accesso».
La mamma, il suo compagno e il nonno delle due sorelle di 12 e 16 anni ritrovate ieri sera a Formia, a quindici giorni dalla loro scomparsa da una casa famiglia di Civitella Alfedena, sono stati fermati all'alba con l'accusa di sequestro di persona in concorso.
La donna è in carcere a Teramo, il suo compagno e il nonno delle ragazze sono in quello di Sulmona. È indagata a piede libero l'anziana nel cui appartamento di Formia sono state ritrovate le due sorelle. Secondo quanto si apprende, la donna sarebbe una lontana parente della madre delle ragazze, fermata nella notte insieme con il compagno e il nonno con l'accusa di sequestro di persona aggravato in concorso.
«Non sapevo nulla, me le hanno portate e basta». Sono queste le parole dell'anziana che in questi giorni ha ospitato Sarah e Alisya, intervistata da Rainews24.
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Giovanni Malagò durante l'Assemblea elettorale della Figc (Getty Images)
L'ex numero uno del Coni è il nuovo presidente della Figc, eletto con il 68,58% dei voti dopo le dimissioni di Gravina. Ora la Federazione apre la fase delle riforme e della scelta del nuovo ct della Nazionale.
Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc. L’assemblea elettiva riunita oggi a Roma lo ha eletto con il 68,58% dei voti, affidandogli la guida del calcio italiano dopo le dimissioni di Gabriele Gravina, arrivate all’indomani della mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali del 2026.
La votazione ha chiuso una giornata iniziata nella tarda mattinata all’hotel Astoria, dove i delegati delle diverse componenti federali si sono riuniti per ridisegnare gli equilibri del calcio italiano. In corsa per la presidenza c’erano Giovanni Malagò e Giancarlo Abete, due profili diversi per esperienza e percorso, ma entrambi interni al sistema sportivo.
La procedura di voto è stata aperta poco dopo le 14, con la presenza di 266 delegati su 273 aventi diritto. I voti complessivi erano 502,946: per essere eletti era necessaria la soglia dei 252. Un passaggio tecnico che ha preceduto l’esito finale arrivato nel primo pomeriggio. Nel corso dell’assemblea non sono mancati gli interventi dei principali rappresentanti del calcio italiano. Il presidente della Lega Serie A Ezio Maria Simonelli ha parlato di una «ferita profonda» lasciata dalle mancate qualificazioni ai Mondiali, sottolineando la necessità di trasformare la crisi in un punto di ripartenza. «Serve il coraggio delle riforme e la volontà di lavorare insieme», ha detto. Più duro il presidente della Lega Pro Matteo Marani, che ha richiamato un «declino che dura da trent’anni» e una difficoltà strutturale del sistema nel trovare responsabilità condivise. Dal fronte dei calciatori, il presidente dell’Aic Umberto Calcagno ha parlato di «odio» che ha colpito il presidente dimissionario Gravina, indicando la necessità di una guida forte e di un cambiamento profondo.
Anche la Uefa, con il vicepresidente Armand Duka, ha richiamato l’Italia all’urgenza delle infrastrutture in vista di Euro 2032, sottolineando la necessità di un intervento strutturale per garantire un’eredità duratura al sistema. Nel suo intervento in assemblea, Malagò ha rivendicato il proprio legame con la federazione: «Non sono un Papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia». Ha poi aggiunto di sentire «fortissimo il peso delle responsabilità», ricordando di essere arrivato a questa candidatura dopo una lunga esperienza nel mondo dello sport e della dirigenza.
Dalla parte opposta, Giancarlo Abete ha contestato il metodo che ha portato all’elezione, definendolo «un percorso incomprensibile», e ha criticato la gestione della fase successiva alle dimissioni di Gravina, sottolineando la necessità di affrontare i problemi del calcio italiano con un confronto più diretto sui contenuti.
Proprio Gravina, nel suo intervento di apertura, ha difeso la scelta delle dimissioni come «convinta, meditata e sofferta», rivendicando un atto di responsabilità istituzionale e personale. Ha poi parlato di un sistema attraversato da tensioni e da una forte polarizzazione, che avrebbe reso necessario un passo indietro per evitare ulteriori divisioni.
A chiudere la giornata, l’esito del voto ha consegnato a Giovanni Malagò la guida della Federcalcio con una maggioranza netta, aprendo una nuova fase per il calcio italiano, chiamato ora a confrontarsi con le riforme e le criticità emerse nel corso dell’assemblea. Il primo nodo da sciogliere per Malagò, sarà ora la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale. Tra i favoriti sembrerebbe esserci Roberto Mancini, pronto a tornare dopo l'addio burrascoso dell'estate 2023. Sul piano operativo, la nuova gestione avrebbe già individuato alcune priorità su cui intervenire a stretto giro. Tra queste, la volontà di inserire nell’organigramma federale una figura di raccordo tecnico tra presidenza e area sportiva, con competenze calcistiche specifiche, chiamata a incidere sia sulla scelta dei commissari tecnici delle varie nazionali sia sul rapporto quotidiano con lo staff della Nazionale maggiore. Tra i profili presi in considerazione circolano quelli di Paolo Maldini e di Frederic Massara, mentre l’impostazione complessiva rimanda anche all’idea, sostenuta da diverse componenti del mondo dei calciatori, di rafforzare la struttura tecnica del Club Italia e valorizzare figure come Sara Gama. La scelta del nuovo commissario tecnico non sarà comunque immediata e richiederà ulteriori settimane di confronto interno.
Sul fronte politico-istituzionale, l’agenda del nuovo presidente dovrebbe aprirsi con un confronto con il governo su alcuni dossier ritenuti strategici per il sistema calcio: dalla possibile reintroduzione di un meccanismo simile al Decreto Crescita, alla revisione del divieto di pubblicità legato al betting, fino all’ipotesi di destinare una quota dei proventi delle scommesse sul calcio a un fondo dedicato allo sviluppo del movimento. Risorse che, nelle intenzioni, verrebbero poi indirizzate soprattutto su settori giovanili e infrastrutture, considerate le due criticità strutturali su cui il sistema viene chiamato da tempo a intervenire.
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