A Milano, sotto la Madonnina, il leader della Lega, Matteo Salvini, ha provato a dare alla piazza dei Patrioti un respiro più largo della sola battaglia sull’immigrazione, incorniciando la manifestazione dentro una critica complessiva a Bruxelles, alle sue politiche economiche, energetiche e militari.
Dal palco di piazza Duomo, il ministro ai Trasporti ha attaccato la linea europea sulla crisi energetica, accusando l’Ue di voler affrontare l’emergenza con «un nuovo lockdown» e sostenendo che, per reagire davvero, bisogna prima di tutto sospendere le regole del Patto di stabilità e permettere di usare «i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». Salvini ha richiamato anche le parole del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini («Bisogna cambiare chi governa questa Europa») per rafforzare l’idea di una rottura ormai necessaria con l’attuale classe dirigente europea. Da qui la proposta politica più netta: se gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano commercio e acquisto di petrolio russo, allora deve farlo anche Bruxelles. «Se lo fanno a Washington, lo devono fare anche a Bruxelles», ha detto, rilanciando la richiesta di tornare a prendere gas e petrolio da tutto il mondo, «Russia compresa», pur di non chiudere scuole, fabbriche e ospedali e non scaricare la crisi su famiglie e imprese.
Nello stesso passaggio Salvini ha confermato anche il suo no all’esercito europeo e ha attaccato Commissione europea e Fondo monetario internazionale, definiti una «accoppiata malefica». Piazza Duomo è gremita, ci sono almeno 10.000 persone. «Più di quante ci aspettavamo», dicono gli organizzatori. Ci sono anche storici leghisti come Roberto Calderoli, che compie 70 anni, Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga.
Ma quel quadro economico e geopolitico serviva in realtà a introdurre il cuore ideologico della manifestazione: la convinzione, ripetuta in forme diverse da quasi tutti gli ospiti, che l’Europa stia vivendo una crisi di civiltà e che il punto da cui ripartire sia la difesa della propria identità storica e cristiana contro l’immigrazione di massa, contro l’islam politico e contro il progressismo culturale che avrebbe disarmato il continente. La piazza dei Patrioti ha tenuto insieme tutto questo, trasformando l’area davanti al Duomo in una vetrina europea della destra sovranista e identitaria, dove ogni intervento ha aggiunto un tassello a una stessa narrazione.
Il ministro Giuseppe Valditara ha dato a questo impianto la forma più istituzionale. Ha parlato dell’«orgoglio di una patria», della sua difesa come «sacro dovere» e di un «sano patriottismo» distinto dal nazionalismo aggressivo. Poi ha legato il tema dell’integrazione al rispetto delle leggi e delle regole, fino all’attacco contro schwa, asterischi e generi neutri, giudicati un’offesa alla dignità di uomini e donne. Il giornalista Mario Giordano ha usato, invece, il registro più duro e polemico. Ha contestato la retorica dell’immigrazione come risorsa, l’ha definita un vantaggio per trafficanti, mafie e per il «business della solidarietà», e ha parlato dell’Europa cristiana come di una civiltà che non può accettare la sostituzione delle sue chiese e dei suoi simboli con moschee e sharia. Geert Wilders ha costruito tutto il suo intervento nel nome di Oriana Fallaci, presentata come la voce che aveva capito tutto con decenni di anticipo. Ha parlato di città europee ormai divise in «città nella città» governate dal Corano, ha evocato la jihad come minaccia e ha chiuso con il doppio richiamo alla Fallaci e a Giovanni Paolo II, trasformando la sua presenza in un manifesto di resistenza identitaria. Tom Van Grieken ha parlato di un’Europa che si sta spegnendo e ha citato Milano come città dove una giovane donna ha paura a tornare a casa da sola. Andrej Babiš ha insistito su confini e sovranità, Jordan Bardella ha richiamato le radici comuni di Francia e Italia annunciando che, alle prossime presidenziali, Emmanuel Macron sarà spazzato via dal Rassemblment National; Martin Helme ha denunciato l’Europa delle interferenze contro i governi sovranisti, mentre Afroditi Latinopoulou ha liquidato la sinistra come «un cancro».
A tirare le somme è stato ancora Salvini, che ha parlato dei Patrioti come di «una famiglia», ha ricordato Umberto Bossi e salutato Viktor Orbán. Ma il punto finale non era l’Europa astratta: era Milano, vera protagonista implicito della giornata, raccontata dalla destra come città insicura, snaturata e ostaggio del degrado. I segnali si erano visti già nel corteo partito da Porta Venezia, tra slogan come «Europa cristiana, mai musulmana», attacchi a Von der Leyen e il passaggio davanti a Palazzo Marino, quando Alessandro Corbetta aveva lanciato dal megafono il suo «un bel saluto a Beppe Sala». Da lì in poi, lo scontro con l’amministrazione milanese è entrato nel cuore del comizio. Salvini ha attaccato «certa sinistra che ha l’aggettivo democratico nel nome», ha salutato polemicamente «il sindaco Sala e i centri sociali» e nel finale dal palco è stato scandito il coro «Sala, Sala, vaffanculo». La chiusura è stata netta: «Da milanese, non mi basterà vincere le elezioni politiche». Il vero obiettivo, ha detto, è tornare a vincere le comunali e governare Palazzo Marino dopo 15 anni.
Vandalismi e bottigliate agli agenti. Triste show dei fan dei clandestini
Scene di ordinaria follia cadenzate da momenti in cui la tensione e la preoccupazione hanno raggiunto l’apice. Atti vandalici contro le forze dell’ordine, lancio di bottiglie, di fumogeni, scritte oltraggiose contro il vicepremier Matteo Salvini e contro la polizia. È questo il triste bilancio dello «scontro» tra i manifestanti di area antagonista e le forze dell’ordine, avvenuto nel corso del corteo contro il raduno dei Patrioti europei in corso in piazza Duomo.
Tre contro-manifestazioni hanno preso il via ieri per «bloccare» l’iniziativa della Lega in piazza Duomo partendo da tre luoghi diversi per poi confluire in un unico punto. Ma sin dai primi istanti si è registrata un’escalation della tensione. In particolare, all’angolo tra via Mascagni e via Visconti di Modrone, i manifestanti, oltre 500, hanno proseguito dritto verso il centro, in largo Toscanini, blindato con i mezzi alari. A un certo punto, gli antagonisti in testa, incappucciati e coperti da un lungo striscione protettivo con scritto «Ieri partigiani oggi antifascisti», hanno lanciato fumogeni e bottiglie di vetro contro le forze dell’ordine, inneggiando cori contro la polizia. Gli agenti sono riusciti a bloccare oltre 100 manifestanti soltanto con gli idranti. Loro, intanto, proseguivano urlando «Servi dello Stato» e «Fuori i fascisti da Milano».
Ma le tensioni non sono finite. Infatti, dietro uno striscione rinforzato, un gruppo formato da militanti dei centri sociali Lambretta e Zam ha cercato in ogni modo di avvicinarsi allo sbarramento che si trovava in via Borgogna ,all’altezza di piazza San Babila. I manifestanti hanno iniziato a lanciare petardi e fumogeni in direzione delle barriere mobili e dei mezzi blindati. Diversi i cori di insulti alle forze dell’ordine intonati durante i cortei. Il momento di tensione è durato qualche minuto prima che il serpentone ripartisse su via Visconti di Modrone. Dopo il collegamento avvenuto davanti al tribunale di Milano, i manifestanti hanno raggiunto la biblioteca Sormani. Subito dopo hanno fatto una sosta e alcuni attivisti hanno lanciato messaggi di dissenso con il megafono. E sui muri dei palazzi che si affacciano sulle vie attraversate dal corteo, sono apparse alcune scritte ingiuriose nei confronti del ministro Salvini e anche contro la polizia, frasi del tipo «Salvini appeso» e «celerini lapidati».
Tutto è iniziato nelle prime ore del pomeriggio di ieri quando i manifestanti si sono dati appuntamento in tre punti diversi della città. All’altezza del palazzo di giustizia, gli antagonisti si sono uniti con i collettivi studenteschi e con i gruppi pro Pal, partiti da luoghi diversi. Il primo, in arrivo da piazza Cinque giornate, si è mosso intorno alle 14 da piazza Lima, formato da centinaia di esponenti dei centri sociali, collettivi studenteschi, Avs e Rifondazione comunista, oltre allo spezzone pro Pal che si era ritrovato in piazza Argentina. I manifestanti, in totale, sono stati circa 10.000. Il secondo corteo, in cui sfilava l’ala antagonista, era partito invece da piazza Tricolore poco prima delle 15. Dopo aver percorso via Mascagni, i manifestanti hanno proseguito su via Borgogna, bloccata dai mezzi alari del reparto mobile di Milano. Ed è stato in quel momento che sono esplose le tensioni con le forze dell’ordine con lanci di fumogeni e bottiglie. La polizia aveva predisposto un cordone con le camionette per evitare che potessero proseguire su corso Venezia e avvicinarsi a piazza Duomo. Il gruppo avrebbe poi dovuto raggiungere viale Majno, ma alcuni manifestanti hanno dato vita a un «contro cordone» all’inizio di corso Venezia. A quel punto, qualcuno ha esploso dei fuochi d’artificio, altri hanno iniziato a scrivere sull’asfalto con bombolette di spray rosso con frasi come «Milano antifascista». Poi tutto è ripreso senza disordini e il corteo ha raggiunto corso di Porta Vittoria, dove si è unito all’altro gruppo di manifestanti. Verso le 18.30, in piazza Medaglie d’Oro è giunto anche lo spezzone pro Pal. I tre cortei si sono ricomposti in un blocco unico. Davanti a Palazzo di giustizia, i manifestanti hanno scritto «Salvini ti vogliamo qui» e «Solo sì è sì», con riferimento al Ddl Bongiorno. Gli attivisti, prima di lasciare la piazza, hanno fatto sentire la loro voce: «Abbiamo bloccato la città, siamo tutti antifascisti», hanno detto al megafono.
Alla fine, hanno lanciato anche l’appuntamento con il corteo per il 25 aprile: «Ci vediamo tutti in piazza perché Milano, oggi più che mai, ha bisogno di partigiani e partigiane».