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2023-10-19
Anche il Neanderthal era un po’ Sapiens: i pregiudizi sul nostro «cugino» vanno rivisti
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(IStock)
Anche i Neanderthal, in fondo, erano un po’ Sapiens. L’immagine stereotipata che abbiamo del nostro “cugino” – i cui primi resti furono scoperti nel 1856 dagli operai di una cava di calcare nella valle di Neander, in Germania, e inizialmente scambiati per i resti di un orso – ci porta invariabilmente alla mente l’idea di un uomo scimmiesco e primitivo per definizione, ma è una concezione che va sicuramente rivista, almeno alla luce di una serie di studi recenti. Una ricerca di João Zilhão, dell'Università di Lisbona, insieme all'archeologo Diego Angelucci dell'Università di Trento e a Mariana Nabais dell'Istituto catalano per la Paleoecologia umana e l'Evoluzione sociale di Tarragona, pubblicato sulla rivista Plos One, ha infatti dimostrato che i Neanderthal non solo sapevano accendere il fuoco, ma avevano imparato a controllarlo, alimentandolo e utilizzandolo per scaldarsi, per difendersi dagli animali e per cucinare dei bovini arcaici chiamati “uri”, oltre a tartarughe, capre, cervi, cavalli e perfino rinoceronti.
Alcuni siti archeologici hanno restituito artigli d’aquila decorati e oggetti che si pensa siano stati utilizzati dai Neanderthal nei rituali di sepoltura: indice di un pensiero simbolico elaborato. Nel 2018, i ricercatori hanno annunciato di aver scoperto resti di pitture rupestri risalenti a 65.000 anni fa: le più antiche opere d’arte di questo genere. L’analisi dei resti scoperti in due siti archeologici in Germania rivela inoltre come i Neanderthal fossero in grado di cacciare uno dei felini più grandi mai conosciuti, il leone delle caverne, usandone poi le pelli in contesti culturali: si tratta della prima prova diretta della caccia al leone nella storia umana. Insomma, tutto l’arsenale tecnico e culturale che definisce quella che chiamiamo civiltà e che per molto tempo abbiamo ritenuto essere esclusiva della nostra specie.
Queste ricerche, va da sé, non rivoluzionano solo le nostre conoscenze scientifiche, ma ci interrogano anche dal punto di vista filosofico: la presenza di un’altra specie del genere Homo intelligente quanto la nostra mette in discussione millenni di antropocentrismo e dà un colpo mortale all’umanismo. Anche il Neanderthal, quindi, era fatto a “immagine e somiglianza di Dio”? Anche il Neanderthal aveva dei “diritti innati”? Insomma, tutto il nostro armamentario culturale, basato sull’eccezionalità della nostra specie, va a farsi benedire. Ancora tutta da scoprire, poi, l’influenza dei geni Neanderthal sulla parabola del Sapiens. Come è noto, nel nostro Dna sono conservati i resti di antiche ibridazioni delle due specie, che per un certo periodo si trovarono a convivere. Questa influenza genetica non si fa però sentire in modo uniforme su tutti i gruppi umani attualmente viventi sulla Terra.
Uno studio uscito nel 2020 su Science Advances ha rivelato il più antico evento di ibridazione mai registrato tra le popolazioni umane arcaiche. Gli antenati di Neanderthal e Denisova (una popolazione sorella dei Neanderthal che ha abitato le grotte di Denisova nei monti Altai, in Siberia), usciti dall’Africa circa 700.000 anni fa, si sarebbero incrociati con una popolazione euroasiatica del genere Homo, probabilmente Erectus, che aveva lasciato l’Africa molto prima, circa 1,9 milioni di anni fa. Non solo: ulteriori ibridazioni si sarebbero ripetute intorno ai 50.000 anni fa tra sapiens da una parte e Neanderthal e Denisova dall’altra. Questi incroci avvenuti tutti dopo l’uscita dall’Africa avrebbero però determinato una sostanziale differenza con le popolazioni che invece in Africa sono restate. Fino a qualche tempo fa si credeva che le popolazioni africane non avessero affatto geni Neanderthal nel loro Dna. Oggi sappiamo che questo è parzialmente falso, una certa quota è presente anche nel loro corredo genetico, seppur in misura sensibilmente inferiore rispetto a quanto non si verifichi fra le popolazioni eurasiatiche.
Quanto ha pesato questa eredità biologica nel differente sviluppo culturale delle popolazioni umane? Non lo sappiamo e ovviamente la questione è piuttosto tabù per via di implicazioni piuttosto evidenti. Ma non di meno merita di essere posta.
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Nuove ricerche riscrivono la storia primitiva del genere Homo. E gettano una luce diversa anche su di noi, sul nostro passato e persino sul nostro avvenire.Anche i Neanderthal, in fondo, erano un po’ Sapiens. L’immagine stereotipata che abbiamo del nostro “cugino” – i cui primi resti furono scoperti nel 1856 dagli operai di una cava di calcare nella valle di Neander, in Germania, e inizialmente scambiati per i resti di un orso – ci porta invariabilmente alla mente l’idea di un uomo scimmiesco e primitivo per definizione, ma è una concezione che va sicuramente rivista, almeno alla luce di una serie di studi recenti. Una ricerca di João Zilhão, dell'Università di Lisbona, insieme all'archeologo Diego Angelucci dell'Università di Trento e a Mariana Nabais dell'Istituto catalano per la Paleoecologia umana e l'Evoluzione sociale di Tarragona, pubblicato sulla rivista Plos One, ha infatti dimostrato che i Neanderthal non solo sapevano accendere il fuoco, ma avevano imparato a controllarlo, alimentandolo e utilizzandolo per scaldarsi, per difendersi dagli animali e per cucinare dei bovini arcaici chiamati “uri”, oltre a tartarughe, capre, cervi, cavalli e perfino rinoceronti. Alcuni siti archeologici hanno restituito artigli d’aquila decorati e oggetti che si pensa siano stati utilizzati dai Neanderthal nei rituali di sepoltura: indice di un pensiero simbolico elaborato. Nel 2018, i ricercatori hanno annunciato di aver scoperto resti di pitture rupestri risalenti a 65.000 anni fa: le più antiche opere d’arte di questo genere. L’analisi dei resti scoperti in due siti archeologici in Germania rivela inoltre come i Neanderthal fossero in grado di cacciare uno dei felini più grandi mai conosciuti, il leone delle caverne, usandone poi le pelli in contesti culturali: si tratta della prima prova diretta della caccia al leone nella storia umana. Insomma, tutto l’arsenale tecnico e culturale che definisce quella che chiamiamo civiltà e che per molto tempo abbiamo ritenuto essere esclusiva della nostra specie. Queste ricerche, va da sé, non rivoluzionano solo le nostre conoscenze scientifiche, ma ci interrogano anche dal punto di vista filosofico: la presenza di un’altra specie del genere Homo intelligente quanto la nostra mette in discussione millenni di antropocentrismo e dà un colpo mortale all’umanismo. Anche il Neanderthal, quindi, era fatto a “immagine e somiglianza di Dio”? Anche il Neanderthal aveva dei “diritti innati”? Insomma, tutto il nostro armamentario culturale, basato sull’eccezionalità della nostra specie, va a farsi benedire. Ancora tutta da scoprire, poi, l’influenza dei geni Neanderthal sulla parabola del Sapiens. Come è noto, nel nostro Dna sono conservati i resti di antiche ibridazioni delle due specie, che per un certo periodo si trovarono a convivere. Questa influenza genetica non si fa però sentire in modo uniforme su tutti i gruppi umani attualmente viventi sulla Terra.Uno studio uscito nel 2020 su Science Advances ha rivelato il più antico evento di ibridazione mai registrato tra le popolazioni umane arcaiche. Gli antenati di Neanderthal e Denisova (una popolazione sorella dei Neanderthal che ha abitato le grotte di Denisova nei monti Altai, in Siberia), usciti dall’Africa circa 700.000 anni fa, si sarebbero incrociati con una popolazione euroasiatica del genere Homo, probabilmente Erectus, che aveva lasciato l’Africa molto prima, circa 1,9 milioni di anni fa. Non solo: ulteriori ibridazioni si sarebbero ripetute intorno ai 50.000 anni fa tra sapiens da una parte e Neanderthal e Denisova dall’altra. Questi incroci avvenuti tutti dopo l’uscita dall’Africa avrebbero però determinato una sostanziale differenza con le popolazioni che invece in Africa sono restate. Fino a qualche tempo fa si credeva che le popolazioni africane non avessero affatto geni Neanderthal nel loro Dna. Oggi sappiamo che questo è parzialmente falso, una certa quota è presente anche nel loro corredo genetico, seppur in misura sensibilmente inferiore rispetto a quanto non si verifichi fra le popolazioni eurasiatiche. Quanto ha pesato questa eredità biologica nel differente sviluppo culturale delle popolazioni umane? Non lo sappiamo e ovviamente la questione è piuttosto tabù per via di implicazioni piuttosto evidenti. Ma non di meno merita di essere posta.
Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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Smontato il giallo internazionale dietro la clemenza concessa a Nicole Minetti: la procedura è partita dal Colle, non da Mosca o chissà dove. Senza prove di corruzione in Uruguay o di festini fantasma, siamo davanti a una campagna di fango basata su presunte fonti anonime e illazioni, come nel caso di Ranucci che accusa Nordio di essere stato nel ranch di Cipriani. In più viene chiarito un fatto: dopo la sentenza della Consulta del 2006, il potere di concedere la grazia è esclusivamente nelle mani del presidente della Repubblica. Il Ministero della Giustizia ha solo un ruolo istruttorio e di verifica formale.
Ecco #DimmiLaVerità del 30 aprile 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega che per Trump i sondaggi interni sono disastrosi.
Silvia Salis (Ansa)
C’è chi sceglie di raggiungere la montagna insieme ai partigiani e chi, invece, preferisce raggiungere il lago, per combattere una guerra disperata sotto le bandiere della Repubblica sociale italiana. Ognuno arriva alla propria conclusione dopo enormi sofferenze. Lo stesso fanno gli Alpini. Chi va da una parte e chi dall’altra.
Portava però la penna nera Nuto Revelli che, dopo l’Armistizio di Cassibile, è tra i fondatori delle formazioni di Giustizia e Libertà, diventando poi un testimone chiave della lotta partigiana. Lo stesso fa Mario Rigoni Stern, tornato miracolosamente vivo dalla campagna di Russia per poi combattere sull’Altipiano di Asiago. E pure Enrico Martini Mauri, una delle 62 medaglie d’oro, e attivo in Piemonte. Scrive di lui l’Anpi: «Di sentimenti monarchici, con la mentalità del militare, Mauri (che, grazie ai rapporti preferenziali instaurati con la missione inglese del maggiore «Temple», riceve lanci regolari di armi, munizioni e vettovagliamento), tende a tenere sotto il suo controllo tutta la zona». È un militare di professione. Sa fare la guerra. Difende la sua terra, anche scontrandosi con i partigiani della Brigata Garibaldi. A Genova, attorno al partigiano cattolico e medaglia d’oro Aldo Gastaldi (morto in uno strano incidente a guerra finita a cui Giampaolo Pansa dedicò il libro Uccidete il comandante bianco) si radunano moltissimi alpini. Sanno muoversi e combattere in montagna, del resto. Sono il corpo più adatto per la guerriglia. Sono valorosi e lo dimostreranno in battaglia.
A distanza di 80 anni le Penne nere stanno per tornare a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Città che si è liberata da sola, prima ancora che arrivassero gli alleati, anche grazie al contributo di quei combattenti che provenivano dalle truppe alpine che oggi pare disprezzare. L’adunata annuale delle Penne nere è stata anticipata dalle solite polemiche. Le femministe di Non una di meno che vedono negli Alpini l’ultimo baluardo del patriarcato e la candidata di Alleanza verdi e sinistra che chiede che le Penne nere vadano altrove. Ma c’è anche chi, come l’alpino e consigliere comunale a Genova, Sergio Gambino, ha firmato un ordine del giorno per chiedere ufficialmente che, dopo le denigrazioni, la città valorizzasse gli Alpini. Una richiesta semplice in cui si domandava al sindaco Silvia Salis di «ribadire pubblicamente il valore sociale e culturale dell’Adunata, respingendo ogni tentativo di strumentalizzazione ideologica volta a dividere la cittadinanza». Ma soprattutto si chiedeva di «prendere pubblicamente le distanze, manifestando solidarietà agli Alpini, da quanto di grave è stato affermato sulle pagine social di Non una di meno».
La risposta che è arrivata dalla giunta della Salis, però, è stata un secco no. Questa la cronaca politica. Che è cronaca, quindi destinata a passare. A differenza delle 62 medaglie d’oro degli Alpini.
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