Meloni «grazia» Renzi per i poster «fascisti». Ma la sinistra sbraita: «Elogia Almirante»
2026-05-23
Politica e affari
Deezer, concorrente francese del più noto Spotify, ha scelto di quotarsi in Borsa a Parigi. L’ufficialità, dopo qualche giorno di indiscrezioni, è arrivata nel pomeriggio di lunedì, quando il servizio di streaming transalpino ha emanato una nota ufficiale per comunicare di aver raggiunto un accordo per essere assorbita dalla Spac I2PO.
IL RUOLO DI PINAULT
A spalleggiare l’ingresso in borsa di Deezer sarà il colosso della moda francese, la famiglia Pinault. Il veicolo di investimento è stato infatti costituito da Artemis, holding della famiglia Pinault, azionista di maggioranza del colosso del lusso Kering, proprietario di marchi come Gucci, Yves Saint Laurent e Balenciaga. A rappresentare la famiglia nel consiglio sarà François-Henri Pinault, figlio del miliardario Francois e presidente di Kering e Artemis. Insieme ad Artemis, la Spac è stata creata da Combat Holding, presieduta dal banchiere Matthieu Pigasse (ex capo di Lazard) e guidata dall’ex presidente di WarnerMedia in Francia e Germania Iris Knobloch. Deezer, nata nel 2007, è «la seconda piattaforma di musica di musica in streaming al mondo con 9,6 milioni di sottoscrittori», come ricorda la nota. L’accordo, che è subordinato al voto positivo dei soci di Deezer e di I2PO, dovrebbe completarsi entro la fine del mese di giugno. La società transalpina viene valutata 1,05 miliardi di euro. La Spac avrebbe già raccolto 135 milioni di euro tramite investimenti privati in azioni pubbliche (Pipe) raccolti dagli attuali azionisti di Deezer (tra cui Universal Music Group, Sony, Warner Music e Orange) e accordi di non riscatto.
LE QUOTE DI MERCATO
A livello mondiale, Deezer ha solo il 2% della quota di mercato secondo il gruppo di ricerca Midia con 9,6 milioni di abbonati. Per fare un paragone, Spotify rappresenta il 31% del mercato e ha circa 180 milioni di abbonati in tutto il mondo. Alle spalle di Spotify ci sono Apple Music e Amazon Music, che si fermano rispettivamente al 15% e al 13%. La società transalpina ha però una grande influenza sul mercato casalingo, dove ha una quota di mercato del 29% sfruttando accordi con Orange. Un altro Paese dove Deezer è diventato popolare è quello brasiliano, in cui ha conquistato il 17% del mercato tramite una partnerhip strategica con Tim Brasil.La famiglia Pinault ha visto del potenziale di crescita nel mercato dello streaming all’interno dell’industria della musica, già cresciuto esponenzialmente dal 2015 ad oggi. Sette anni fa, secondo l’International Federation of the Phonographic Industry (Ifpi), lo streaming musicale aveva fruttato “solo” 2,8 miliardi di dollari di ricavi. Una cifra che l’anno scorso era salita fino a 16,9 miliardi di dollari. Nel complesso i ricavi totali della musica registrati l’anno scorso sono stati poco meno di 26 miliardi di dollari.
IL TENTATIVO DEL 2015
Per Deezer si tratta della seconda volta in cui prova a quotarsi in Borsa. Nel 2015 aveva stupito i mercati con l’intenzione di aprirsi al mercato, ma era stata costretta a rinunciare citando condizioni sfavorevoli e rinviando l’ingresso in Borsa a data da destinarsi. Un momento che ora sembra giunto.
Claudio Bertolotti è stato capo sezione contro intelligence e sicurezza della Nato in Afghanistan e oggi dirige l’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo (React), che ha da poco diffuso un nuovo report sul radicalismo. Un’analisi molto dettagliata che deve fare riflettere, anche sul caso di Salim El Koudry, l’attentatore di Modena il cui atto feroce e violento troppo velocemente è stato ridotto a manifestazione di disagio psichico.
Bertolotti, quali sono i nuovi profili degli attentatori? Nel vostro report voi parlate soprattutto di guerra cognitiva, di una «combinazione di fragilità personale, marginalità sociali, traumi individuali e collettivi». Persone marginalizzate e con fragilità psichiche sono tra i nuovi bersagli della propaganda del terrorismo?
«Ammesso che sia effettivamente la propaganda a scatenare questo impeto o a stimolare la violenza associata al terrorismo. Mi spiego meglio. Non che non lo sia, è che spesso si utilizza troppo grossolanamente il termine propaganda, che è una macro-categoria all’interno della quale si inseriscono ben altre sottocategorie molto strutturate: la disinformazione, la misinformazione, la malinformazione, il discorso d’odio. Ognuna di queste categorie si rivolge allo stesso pubblico, ma con effetti diversi. In alcuni casi sono addirittura gli Stati a utilizzarle, in altri casi sono organizzazioni non statali come le organizzazioni criminali o i gruppi terroristici. Lo Stato islamico in particolare, anche se non è l’unico, attraverso la sua comunicazione strategica definisce quelli che sono gli obiettivi massimali. Cioè combattere, imporre la propria visione del mondo attraverso lo strumento del jihad, che di per sé sarebbe lo sforzo, è la testimonianza della propria fede, è il voler difendere la propria fede e la propria religione e viene usato per legittimare gli atti violenti. La comunicazione strategica dello Stato islamico dice di fare determinate cose: colpire il nemico, l’infedele, a partire dai musulmani non allineati, poi gli ebrei, poi i cristiani e l’Occidente in generale. E dice anche tecnicamente come farlo, spiega perché e come».
Lo abbiamo raccontato già una decina di anni fa, quando Al-Adnani, principale propagandista dello Stato islamico, sosteneva che si dovessero colpire gli infedeli con ogni mezzo: pietre, bastoni, auto, coltelli...
«Esatto, era il lontano 2015-2016 quando Al-Adnani fece questo bel discorso che di fatto stravolse completamente quella che era la natura dello Stato islamico, cioè anticipò la distruzione, la disintegrazione dello Stato islamico, sostanzialmente confermando quello che poi sarebbe venuto, cioè l’abbandono della territorialità e l’espansione sul piano ideologico, fideistico attraverso lo strumento del franchise. Gruppi già esistenti che attraverso l’atto del Bayat, la sottomissione al Califfo, accettano di portare avanti il progetto di massima dello Stato islamico, che è quello di riportare l’islam nelle terre che islamiche sono storicamente state».
E veniamo allora al caso di Modena. Date le premesse che lei ha fatto, è possibile che i messaggi di cui sopra vengano intercettati da qualcuno che ha fragilità psichica e magari motivi di risentimento individuali così da produrre poi degli attacchi? Oliver Roy diceva: «Non è la radicalizzazione dell’islamismo ma l’islamizzazione del radicalismo».
«È esattamente quello che sta avvenendo. Ormai da dieci anni a questa parte abbiamo una fotografia molto dettagliata del terrorismo, almeno in Europa. Come osservatorio React ogni anno pubblichiamo un rapporto che va, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, a descriverne l’evoluzione. La maggior parte degli attentatori e dei terroristi che hanno colpito in Europa non sono mai stati parte di un’organizzazione o di una rete strutturata, ma sono attori singoli che rispondono a un appello estremamente generico e seguendo direttive tecniche che poi effettivamente mettono in pratica durante i loro attacchi. Sono cose estremamente semplici, in genere l’utilizzo dell’automobile come ariete, quello che è avvenuto a Modena. O l’utilizzo delle armi bianche, di armi improvvisate che vengono comprate in offerta nei peggiori supermercati delle periferie urbane e che vengono utilizzate per portare a compimento l’atto. Terzo elemento, anche in questo caso confermato nel caso di Modena, la disponibilità o addirittura la consapevolezza di morire al termine dell’attacco, al fine di ottenere il titolo di soldato del Califfato, quindi mujahideen, il combattente del jihad».
Su Salim El Koudry: vedremo che cosa diranno le indagini. Più in generale: per avere un terrorista potrebbe non esserci bisogno di un contatto diretto con una organizzazione, con una sorta di «formatore» o reclutatore.
«È assolutamente così. Circa il 60% dei terroristi arrestati in Europa - poco prima di compiere un attentato terroristico o dopo averlo compiuto - è stato riconosciuto che avessero in qualche modo problemi di natura mentale, o psicologici o psichiatrici, che sono due cose diverse ma che comunque rientrano nella macrocategoria dei problemi mentali. E questo è un dato accertato. Non dobbiamo incappare nell’errore di valutare questi soggetti come non terroristi perché hanno problemi mentali: è l’esatto contrario, proprio perché hanno problemi mentali è più facile per loro incappare nella rete del terrorismo, cioè trovare nel terrorismo, nel jihadismo un punto di riferimento e una giustificazione allo sfogo di una rabbia o di un’insoddisfazione repressa o di un malessere di tipo psicologico o psichiatrico. È la nuova normalità questa, non è l’eccezione».
Però, nel caso di Modena, uno si chiede: come mai Daesh o altri non rivendicano l’attacco?
«Abbiamo la risposta se guardiamo allo storico europeo per arrivare al caso di Modena. Lo Stato islamico rivendica solo ed esclusivamente quando l’attentato è di successo e provoca morti tra le vittime, non soltanto feriti. Modena ha provocato feriti gravi, una signora amputata gravemente, uno choc molto forte, un impatto mediatico molto forte, ma non morti. In ogni caso è tanto per l’Italia. È il primo attacco dei 12 che sono stati registrati negli ultimi dieci anni ad aver avuto successo».
Ma non abbastanza per lo Stato islamico.
«No, perché non ha provocato morti, che è il vero obiettivo. Ha provocato terrore. Poi non c’è un video registrato da parte del soggetto in cui ammette, dichiara e rivendica l’attentato e la sua subordinazione allo Stato islamico attraverso l’atto del Bayat. Due elementi che fanno sì che questo attentato non rientri tra quelli che possono essere rivendicati dallo Stato islamico. Non è escluso però che lo Stato islamico, magari nel prossimo numero della sua pubblicazione periodica, parli di un atto che ha colpito i cristiani, pur senza attribuirsi una responsabilità. Potrebbe cioè dire che è un atto buono, che è bene che ciò sia avvenuto, senza mettere il timbro su quell’evento. Questo non lo possiamo escludere, è avvenuto in altri casi in cui lo Stato islamico non si è assunto la paternità di un attacco ma ha riportato la notizia».
Esiste un problema, mi pare di capire, di fragilità e di disagio di cui si approfittano a vari livelli varie organizzazioni anche di segno opposto. Però ci sono fasce di popolazione che possono destare preoccupazione, tra cui quella degli adolescenti arrabbiati o problematici.
«Sì, è vero. Però anche qui i dati ci dicono altro. Se è vero che gli adolescenti sono quelli più facili da includere in una narrazione, i numeri ci dicono che gli attentati terroristici vengono compiuti da giovani adulti, dai 25 ai 30 anni, addirittura anche qualche anno in più: la mediana è sui 27-28 anni, è relativamente alta. Quindi parliamo di soggetti insoddisfatti di una vita adulta, non di insoddisfazione e delusione di adolescenti che non riescono a trovare una propria identità all’interno della società in cui si ritrovano. Parliamo di giovani adulti che, superata la fase adolescenziale, non riescono a uscire dalla delusione».
Il fenomeno tuttavia è numericamente limitato.
«Per fortuna è numericamente limitato, e questo non ci consente di fare una statistica con dati disaggregati in modo tale da riuscire a tirare fuori una fotografia estremamente dettagliata. Però sono numeri non marginali. Parliamo di una quindicina di attacchi terroristici l’anno, a fronte di un numero quasi dieci volte superiore di soggetti che vengono arrestati o comunque indagati per fenomeni di radicalizzazione o di vicinanza al terrorismo jihadista, e qui in effetti i giovani sono quelli predominanti».
In conclusione, secondo lei sul caso di Modena ci sarebbe da indagare con un po’ più di attenzione, senza liquidare tutto velocemente come caso di malattia mentale.
«Questo è il classico esempio di terrorista europeo, di chi compie un atto terroristico in Europa, con la differenza che non ha fatto una rivendicazione, cioè un atto di sottomissione allo Stato Islamico, punto. Ma tutto il resto è coerente con il profilo dei suoi omologhi europei. Ci sono soggetti che si radicalizzano anche molto velocemente, ma più della metà di questi hanno un pregresso in case di cura per problemi psicologici, Tso, trattamenti per problemi di natura psichiatrica... Non è da sottovalutare questo aspetto, anzi va evidenziato. Per due legislature, la diciassettesima e la diciottesima, avevamo pronto un pacchetto, una legge approvata in maniera trasversale da tutte le commissioni, votata favorevolmente alla Camera, che una volta arrivata al Senato non è mai stata votata. Fu Piero Grasso a non calendarizzare l’approvazione di questa legge sulla prevenzione della radicalizzazione. Attraverso il supporto dei servizi sociali, della scuola, degli organi di prossimità si pensava di operare per rilevare gli indizi di radicalizzazione precoce. Ma era una legge che qualcuno a sinistra non gradiva».
Non possiamo fare a meno di immaginarla, Giorgia Meloni, che per distrarsi dalla tentazione di accendere una sigaretta (pare stia cercando di smettere di fumare, coraggio) e per distrarre l’attenzione dai temi dell’economia, alla vigilia del voto amministrativo, si inventa il diversivo del giorno: «Facciamo un bel post su Almirante, recuperiamo un po’ di voti identitari e vediamo se la sinistra ci casca».
Detto fatto, la Meloni pubblica il post e la sinistra ci casca: «Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante», scrive sui social Giorgia Meloni, «il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto. Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione». A sinistra, dicevamo, abboccano: «Sui suoi profili social», scrive l’ex ministro dem Andrea Orlando, «Giorgia Meloni rivendica la continuità con il percorso politico di Giorgio Almirante. Un percorso iniziato con la redazione della rivista La difesa della razza, passando per i repubblichini di Salò, fucilando partigiani, intrecciandosi poi con la stagione delle trame nere e dell’estremismo neofascista. Un bel percorso davvero!». Vale la pena ricordare che la storia del «fucilatore di partigiani», pubblicata nel 1971 da Unità e Manifesto, provocò una denuncia per diffamazione ai due giornali da parte di Almirante: la causa si concluse con una sentenza che assolse i giornalisti ma scagionò anche l’ex leader del Msi dall’accusa. Non solo: si dimenticano le esperienze di icone della sinistra come Dario Fo (che aderì alla Repubblica di Salò), Giorgio Bocca e Giorgio Napolitano (che aderirono ai Gruppi universitari fascisti).
La figura di Giorgio Almirante, l’uomo che riportò la destra italiana post fascista nell’alveo della democrazia, non ha bisogno di essere riabilitata: come ricorda il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «a sinistra coloro che criticano la sua memoria o la fiamma dimenticano che al suo funerale vennero Pajetta e Nilde Iotti. La Rai, in quel periodo in cui l’Msi era nettamente all’opposizione, trasmise in diretta il suo funerale. Non capisco perché», aggiunge La Russa, «passando il tempo, le valutazioni peggiorino invece di trovare un vero rispetto per gli avversari». Lo stesso Almirante, nel 1984, partecipò a sorpresa ai funerali di Enrico Berlinguer, in via delle Botteghe Oscure, accolto da Gian Carlo Pajetta. Almirante e Berlinguer, si apprese in seguito, si incontravano segretamente, tra il 1978 e il 1979, all’ultimo piano di Montecitorio, probabilmente per tentare insieme di arginare il terrorismo politico, e per scambiarsi idee e conoscenze su mandanti e trame. Viene da chiedersi, piuttosto, cosa penserebbe oggi Almirante dei politici che hanno sostituito la tensione ideale della destra con il desiderio di potere e agiatezza: «Un ladro va messo in galera. Se il ladro è uno dei nostri deve avere l’ergastolo», diceva; questa parte della sua lezione non la ricorda più nessuno.
Oltre al ricordo di Almirante, Giorgia Meloni ieri ha scritto una sfiziosa lettera alla Stampa, per smentire la notizia che la voleva furibonda per la campagna per il 2 per mille di Italia viva presso le principali stazioni ferroviarie italiane: manifesti in stile Ventennio con la scritta «Quando c’era lei» e poi diverse conclusioni: «I treni arrivavano in ritardo», «La spesa si pagava di più», «Si pagavano più tasse» e così via. «Gentile direttore», scrive la Meloni alla Stampa, «sono costretta a smentire, ancora una volta, il contenuto di un articolo pubblicato dal suo giornale. Il giornalista ha scritto di una Meloni “furibonda” e di richieste di “spiegazioni” rivolte dalla presidenza del Consiglio al ministero dei Trasporti per la campagna realizzata da Italia viva sul 2 per mille e diffusa nelle grandi stazioni ferroviarie italiane. Non è vero che la campagna di Italia viva mi ha irritato, così come non è vero che qualcuno a Palazzo Chigi abbia chiesto spiegazioni al Mit. Anzi, devo dire che ho trovato la campagna molto efficace dal punto di vista comunicativo e l’ho detto direttamente a chi l’ha ideata, cioè Matteo Renzi. D’altronde», sfotte Giorgia, «“C’era lei” perché dopo che c’è stato “lui”, quasi nessuno lo ha più votato. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia. Leggo, inoltre, che qualcuno avrebbe chiesto di modificare la campagna di Italia viva. Non so se sia vero e non ho gli elementi per dirlo, perché mi occupo di tante cose ma grazie a Dio non degli spazi pubblicitari nelle stazioni, ma a scanso di equivoci mi permetto di suggerire a chi ha questa responsabilità che la campagna di Italia viva non dovrebbe essere toccata e dovrebbe proseguire così com’è».
La conferma di una nostra intima convinzione: intorno alla Meloni c’è qualcuno più realista del re, o meglio più premierista del premier, che finisce per danneggiarne l’azione. Del resto, la rovina di Benedetto Croce sono stati i crociani…
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
