2024-03-23
Morto a 82 anni Maurizio Pollini, gigante riservato del pianoforte
Maurizio Pollini (Ansa)
«Gigante insostituibile», «riferimento fondamentale», «protagonista assoluto». Un sabato mattina d’inizio primavera il mondo della musica si è risvegliato orfano e quasi sprovvisto delle parole adeguate per piangere senza retorica la scomparsa, a 82 anni, del leggendario pianista Maurizio Pollini. Gli ultimi anni non erano stati facili per il maestro, affaticato da seri problemi cardiovascolari, che lo avevano costretto ad annullare diverse date, ma la situazione sembrava migliorata. E così ieri è toccato al Teatro alla Scala, che da martedì aprirà la camera ardente, dare la triste e inaspettata notizia della morte di Pollini, avvenuta nella sua casa milanese. «Era uno dei grandi musicisti del nostro tempo, un riferimento fondamentale nella vita del Teatro per oltre 50 anni. Il sovrintendente, Dominique Meyer, il direttore Riccardo Chailly, i professori dell’orchestra e i lavoratori sono accanto alla moglie Marilisa, al figlio Daniele e a tutta la famiglia», si legge nella nota del Piermarini, tempio in cui l’interprete, famoso per la sua tecnica prodigiosa, non solo si esibì e trionfò ben 168 volte - dal debutto dell’11 ottobre 1958, all’ultimo recital del 13 febbraio 2023 - ma nel quale a dieci anni si infilò di nascosto, trovando posto in un palco, per ascoltare un concerto wagneriano di Arturo Toscanini. «Allievo di Carlo Lonati e Giorgio Vidusso», ha ricordato la Scala, che ha visto Pollini collaborare con Muti, Barenboim, Chailly, Giulini, Boulez e Mehta, «protagonista assoluto della scena concertistica internazionale fin dalla vittoria, a 18 anni, al concorso Chopin, è stato un interprete capace di rivoluzionare la percezione di autori come Chopin, Debussy e Beethoven e promuovere l’ascolto delle avanguardie storiche, sopra a tutti Schönberg, e della musica d’oggi».
L’origine del mito è proprio la conquista, nel 1960 a Varsavia, del premio intitolato a Fryderyk Chopin. «Chiunque», scrisse il musicologo Piero Rattalino, scomparso quasi un anno fa, «vedendo nel programma quali Studi aveva scelto, poteva capire che il ragazzo era un serio candidato o al manicomio o alla vittoria». Come un criminologo, il critico spiegava perché il musicista, sospettato di follia o di masochismo, avesse scientificamente selezionato le pagine che contenevano ogni possibile insidia tecnica e che avrebbero fatto tremare le gambe anche al più navigato concertista (su Youtube si può rivivere lo stupore del pubblico e della giuria). «Op.25 n.10, tutto sulle ottave. [...] Op.25 n.11, tutto sull’agilità di forza. [...] Poi l’Op.10 n.1: come giocare alla roulette. [...] Pollini tocca male una mezza dozzina delle 1.203 note che esegue con la mano destra in un minuto e 45 secondi. La velocità è quella indicata: ardua sui pianoforti del tempo, spaventevole su quelli odierni». Il verdetto? «Un cervello lucidamente raziocinante che calcola tutte le mosse per una vittoria senza discussione».
I complimenti di Arthur Rubinstein (che premendo il dito medio sulla sua spalla fino a fargli male, gli rivelò un segreto: «Suona sempre con il peso del corpo e non ti stancherai mai») passarono alla storia, anche se ancora oggi vengono riportati in maniera scorretta, come il pianista, nato a Milano il 5 gennaio 1942, teneva puntigliosamente a precisare. «Non disse mai “Pollini suona meglio di tutti noi”», spiegò al regista francese Bruno Monsaingeon, «ma “suona meglio tecnicamente”. E probabilmente voleva solo prendere in giro i colleghi».
Dopo il trionfo, al posto di vivere di rendita come specialista chopiniano, il maestro interruppe la tournée per tornare a studiare e ad allargare i suoi orizzonti, diventando uno dei più grandi interpreti della musica del nostro tempo (da Boulez a Stockhausen, fino a Manzoni e Nono, che lo fece avvicinare al Pci). Austero, intransigente e severo, innanzitutto nei confronti di sé stesso, fino all’ultimo Pollini è entrato in scena ricercando la bellezza nella perfezione. Forte di una tecnica insuperabile e di un volume sonoro che lottavano a viso aperto con il tempo che passava, e di una vita totalmente sacrificata alla musica. Nell’ultima fase, a dispetto del suo proverbiale rigore sul palcoscenico, c’è chi dice di averlo sentito anche cantare.
«Scompare probabilmente il più grande pianista italiano del Novecento», confida Nicola Cattò, direttore della rivista Musica alla Verità, «certamente il più capace di rinnovare la scuola pianistica italiana e di interpretare con lucidità e sensibilità lo spirito del tempo. Intellettuale engagé, Pollini ha sempre mostrato, anche quando le forze non l’hanno più sorretto compiutamente, una ineguagliabile lucidità di pensiero, alla tastiera e non: ne avvertiremo acutamente la mancanza». Commossi anche i pianisti della nuova generazione. «Ci ha insegnato che la musica può usare le emozioni non solo a scopo di intrattenimento, ma soprattutto per costruire davanti al pubblico un esempio concreto e severo di onestà interiore», spiega, sempre alla Verità, il solista pugliese di fama internazionale Francesco Libetta, classe 1968. «Ha impostato un dialogo spirituale e lucido tra chi ascolta e le estetiche diverse dei compositori che formano oggi il repertorio concertistico». Perentorio il pisano Maurizio Baglini, classe 1975, interprete che vanta oltre 1.200 concerti nel mondo: «Il pianoforte come strumento non è stato mai suonato meglio di come l’abbia fatto lui. Si possono fare mille discussioni, ma Pollini non sarà mai sostituibile». Mentre su Instagram, l'ex sovrintendente del Piermarini, Carlo Fontana, ha definito Maurizio Pollini «il pianista per eccellenza nei gloriosi anni scaligeri. Un grande artista e un grande amico che non dimenticheremo mai».
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Da martedì camera ardente al Teatro alla Scala, dove si è esibito per ben 168 volte.«Gigante insostituibile», «riferimento fondamentale», «protagonista assoluto». Un sabato mattina d’inizio primavera il mondo della musica si è risvegliato orfano e quasi sprovvisto delle parole adeguate per piangere senza retorica la scomparsa, a 82 anni, del leggendario pianista Maurizio Pollini. Gli ultimi anni non erano stati facili per il maestro, affaticato da seri problemi cardiovascolari, che lo avevano costretto ad annullare diverse date, ma la situazione sembrava migliorata. E così ieri è toccato al Teatro alla Scala, che da martedì aprirà la camera ardente, dare la triste e inaspettata notizia della morte di Pollini, avvenuta nella sua casa milanese. «Era uno dei grandi musicisti del nostro tempo, un riferimento fondamentale nella vita del Teatro per oltre 50 anni. Il sovrintendente, Dominique Meyer, il direttore Riccardo Chailly, i professori dell’orchestra e i lavoratori sono accanto alla moglie Marilisa, al figlio Daniele e a tutta la famiglia», si legge nella nota del Piermarini, tempio in cui l’interprete, famoso per la sua tecnica prodigiosa, non solo si esibì e trionfò ben 168 volte - dal debutto dell’11 ottobre 1958, all’ultimo recital del 13 febbraio 2023 - ma nel quale a dieci anni si infilò di nascosto, trovando posto in un palco, per ascoltare un concerto wagneriano di Arturo Toscanini. «Allievo di Carlo Lonati e Giorgio Vidusso», ha ricordato la Scala, che ha visto Pollini collaborare con Muti, Barenboim, Chailly, Giulini, Boulez e Mehta, «protagonista assoluto della scena concertistica internazionale fin dalla vittoria, a 18 anni, al concorso Chopin, è stato un interprete capace di rivoluzionare la percezione di autori come Chopin, Debussy e Beethoven e promuovere l’ascolto delle avanguardie storiche, sopra a tutti Schönberg, e della musica d’oggi». L’origine del mito è proprio la conquista, nel 1960 a Varsavia, del premio intitolato a Fryderyk Chopin. «Chiunque», scrisse il musicologo Piero Rattalino, scomparso quasi un anno fa, «vedendo nel programma quali Studi aveva scelto, poteva capire che il ragazzo era un serio candidato o al manicomio o alla vittoria». Come un criminologo, il critico spiegava perché il musicista, sospettato di follia o di masochismo, avesse scientificamente selezionato le pagine che contenevano ogni possibile insidia tecnica e che avrebbero fatto tremare le gambe anche al più navigato concertista (su Youtube si può rivivere lo stupore del pubblico e della giuria). «Op.25 n.10, tutto sulle ottave. [...] Op.25 n.11, tutto sull’agilità di forza. [...] Poi l’Op.10 n.1: come giocare alla roulette. [...] Pollini tocca male una mezza dozzina delle 1.203 note che esegue con la mano destra in un minuto e 45 secondi. La velocità è quella indicata: ardua sui pianoforti del tempo, spaventevole su quelli odierni». Il verdetto? «Un cervello lucidamente raziocinante che calcola tutte le mosse per una vittoria senza discussione».I complimenti di Arthur Rubinstein (che premendo il dito medio sulla sua spalla fino a fargli male, gli rivelò un segreto: «Suona sempre con il peso del corpo e non ti stancherai mai») passarono alla storia, anche se ancora oggi vengono riportati in maniera scorretta, come il pianista, nato a Milano il 5 gennaio 1942, teneva puntigliosamente a precisare. «Non disse mai “Pollini suona meglio di tutti noi”», spiegò al regista francese Bruno Monsaingeon, «ma “suona meglio tecnicamente”. E probabilmente voleva solo prendere in giro i colleghi».Dopo il trionfo, al posto di vivere di rendita come specialista chopiniano, il maestro interruppe la tournée per tornare a studiare e ad allargare i suoi orizzonti, diventando uno dei più grandi interpreti della musica del nostro tempo (da Boulez a Stockhausen, fino a Manzoni e Nono, che lo fece avvicinare al Pci). Austero, intransigente e severo, innanzitutto nei confronti di sé stesso, fino all’ultimo Pollini è entrato in scena ricercando la bellezza nella perfezione. Forte di una tecnica insuperabile e di un volume sonoro che lottavano a viso aperto con il tempo che passava, e di una vita totalmente sacrificata alla musica. Nell’ultima fase, a dispetto del suo proverbiale rigore sul palcoscenico, c’è chi dice di averlo sentito anche cantare.«Scompare probabilmente il più grande pianista italiano del Novecento», confida Nicola Cattò, direttore della rivista Musica alla Verità, «certamente il più capace di rinnovare la scuola pianistica italiana e di interpretare con lucidità e sensibilità lo spirito del tempo. Intellettuale engagé, Pollini ha sempre mostrato, anche quando le forze non l’hanno più sorretto compiutamente, una ineguagliabile lucidità di pensiero, alla tastiera e non: ne avvertiremo acutamente la mancanza». Commossi anche i pianisti della nuova generazione. «Ci ha insegnato che la musica può usare le emozioni non solo a scopo di intrattenimento, ma soprattutto per costruire davanti al pubblico un esempio concreto e severo di onestà interiore», spiega, sempre alla Verità, il solista pugliese di fama internazionale Francesco Libetta, classe 1968. «Ha impostato un dialogo spirituale e lucido tra chi ascolta e le estetiche diverse dei compositori che formano oggi il repertorio concertistico». Perentorio il pisano Maurizio Baglini, classe 1975, interprete che vanta oltre 1.200 concerti nel mondo: «Il pianoforte come strumento non è stato mai suonato meglio di come l’abbia fatto lui. Si possono fare mille discussioni, ma Pollini non sarà mai sostituibile». Mentre su Instagram, l'ex sovrintendente del Piermarini, Carlo Fontana, ha definito Maurizio Pollini «il pianista per eccellenza nei gloriosi anni scaligeri. Un grande artista e un grande amico che non dimenticheremo mai».
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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