2024-03-23
Morto a 82 anni Maurizio Pollini, gigante riservato del pianoforte
Maurizio Pollini (Ansa)
«Gigante insostituibile», «riferimento fondamentale», «protagonista assoluto». Un sabato mattina d’inizio primavera il mondo della musica si è risvegliato orfano e quasi sprovvisto delle parole adeguate per piangere senza retorica la scomparsa, a 82 anni, del leggendario pianista Maurizio Pollini. Gli ultimi anni non erano stati facili per il maestro, affaticato da seri problemi cardiovascolari, che lo avevano costretto ad annullare diverse date, ma la situazione sembrava migliorata. E così ieri è toccato al Teatro alla Scala, che da martedì aprirà la camera ardente, dare la triste e inaspettata notizia della morte di Pollini, avvenuta nella sua casa milanese. «Era uno dei grandi musicisti del nostro tempo, un riferimento fondamentale nella vita del Teatro per oltre 50 anni. Il sovrintendente, Dominique Meyer, il direttore Riccardo Chailly, i professori dell’orchestra e i lavoratori sono accanto alla moglie Marilisa, al figlio Daniele e a tutta la famiglia», si legge nella nota del Piermarini, tempio in cui l’interprete, famoso per la sua tecnica prodigiosa, non solo si esibì e trionfò ben 168 volte - dal debutto dell’11 ottobre 1958, all’ultimo recital del 13 febbraio 2023 - ma nel quale a dieci anni si infilò di nascosto, trovando posto in un palco, per ascoltare un concerto wagneriano di Arturo Toscanini. «Allievo di Carlo Lonati e Giorgio Vidusso», ha ricordato la Scala, che ha visto Pollini collaborare con Muti, Barenboim, Chailly, Giulini, Boulez e Mehta, «protagonista assoluto della scena concertistica internazionale fin dalla vittoria, a 18 anni, al concorso Chopin, è stato un interprete capace di rivoluzionare la percezione di autori come Chopin, Debussy e Beethoven e promuovere l’ascolto delle avanguardie storiche, sopra a tutti Schönberg, e della musica d’oggi».
L’origine del mito è proprio la conquista, nel 1960 a Varsavia, del premio intitolato a Fryderyk Chopin. «Chiunque», scrisse il musicologo Piero Rattalino, scomparso quasi un anno fa, «vedendo nel programma quali Studi aveva scelto, poteva capire che il ragazzo era un serio candidato o al manicomio o alla vittoria». Come un criminologo, il critico spiegava perché il musicista, sospettato di follia o di masochismo, avesse scientificamente selezionato le pagine che contenevano ogni possibile insidia tecnica e che avrebbero fatto tremare le gambe anche al più navigato concertista (su Youtube si può rivivere lo stupore del pubblico e della giuria). «Op.25 n.10, tutto sulle ottave. [...] Op.25 n.11, tutto sull’agilità di forza. [...] Poi l’Op.10 n.1: come giocare alla roulette. [...] Pollini tocca male una mezza dozzina delle 1.203 note che esegue con la mano destra in un minuto e 45 secondi. La velocità è quella indicata: ardua sui pianoforti del tempo, spaventevole su quelli odierni». Il verdetto? «Un cervello lucidamente raziocinante che calcola tutte le mosse per una vittoria senza discussione».
I complimenti di Arthur Rubinstein (che premendo il dito medio sulla sua spalla fino a fargli male, gli rivelò un segreto: «Suona sempre con il peso del corpo e non ti stancherai mai») passarono alla storia, anche se ancora oggi vengono riportati in maniera scorretta, come il pianista, nato a Milano il 5 gennaio 1942, teneva puntigliosamente a precisare. «Non disse mai “Pollini suona meglio di tutti noi”», spiegò al regista francese Bruno Monsaingeon, «ma “suona meglio tecnicamente”. E probabilmente voleva solo prendere in giro i colleghi».
Dopo il trionfo, al posto di vivere di rendita come specialista chopiniano, il maestro interruppe la tournée per tornare a studiare e ad allargare i suoi orizzonti, diventando uno dei più grandi interpreti della musica del nostro tempo (da Boulez a Stockhausen, fino a Manzoni e Nono, che lo fece avvicinare al Pci). Austero, intransigente e severo, innanzitutto nei confronti di sé stesso, fino all’ultimo Pollini è entrato in scena ricercando la bellezza nella perfezione. Forte di una tecnica insuperabile e di un volume sonoro che lottavano a viso aperto con il tempo che passava, e di una vita totalmente sacrificata alla musica. Nell’ultima fase, a dispetto del suo proverbiale rigore sul palcoscenico, c’è chi dice di averlo sentito anche cantare.
«Scompare probabilmente il più grande pianista italiano del Novecento», confida Nicola Cattò, direttore della rivista Musica alla Verità, «certamente il più capace di rinnovare la scuola pianistica italiana e di interpretare con lucidità e sensibilità lo spirito del tempo. Intellettuale engagé, Pollini ha sempre mostrato, anche quando le forze non l’hanno più sorretto compiutamente, una ineguagliabile lucidità di pensiero, alla tastiera e non: ne avvertiremo acutamente la mancanza». Commossi anche i pianisti della nuova generazione. «Ci ha insegnato che la musica può usare le emozioni non solo a scopo di intrattenimento, ma soprattutto per costruire davanti al pubblico un esempio concreto e severo di onestà interiore», spiega, sempre alla Verità, il solista pugliese di fama internazionale Francesco Libetta, classe 1968. «Ha impostato un dialogo spirituale e lucido tra chi ascolta e le estetiche diverse dei compositori che formano oggi il repertorio concertistico». Perentorio il pisano Maurizio Baglini, classe 1975, interprete che vanta oltre 1.200 concerti nel mondo: «Il pianoforte come strumento non è stato mai suonato meglio di come l’abbia fatto lui. Si possono fare mille discussioni, ma Pollini non sarà mai sostituibile». Mentre su Instagram, l'ex sovrintendente del Piermarini, Carlo Fontana, ha definito Maurizio Pollini «il pianista per eccellenza nei gloriosi anni scaligeri. Un grande artista e un grande amico che non dimenticheremo mai».
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Da martedì camera ardente al Teatro alla Scala, dove si è esibito per ben 168 volte.«Gigante insostituibile», «riferimento fondamentale», «protagonista assoluto». Un sabato mattina d’inizio primavera il mondo della musica si è risvegliato orfano e quasi sprovvisto delle parole adeguate per piangere senza retorica la scomparsa, a 82 anni, del leggendario pianista Maurizio Pollini. Gli ultimi anni non erano stati facili per il maestro, affaticato da seri problemi cardiovascolari, che lo avevano costretto ad annullare diverse date, ma la situazione sembrava migliorata. E così ieri è toccato al Teatro alla Scala, che da martedì aprirà la camera ardente, dare la triste e inaspettata notizia della morte di Pollini, avvenuta nella sua casa milanese. «Era uno dei grandi musicisti del nostro tempo, un riferimento fondamentale nella vita del Teatro per oltre 50 anni. Il sovrintendente, Dominique Meyer, il direttore Riccardo Chailly, i professori dell’orchestra e i lavoratori sono accanto alla moglie Marilisa, al figlio Daniele e a tutta la famiglia», si legge nella nota del Piermarini, tempio in cui l’interprete, famoso per la sua tecnica prodigiosa, non solo si esibì e trionfò ben 168 volte - dal debutto dell’11 ottobre 1958, all’ultimo recital del 13 febbraio 2023 - ma nel quale a dieci anni si infilò di nascosto, trovando posto in un palco, per ascoltare un concerto wagneriano di Arturo Toscanini. «Allievo di Carlo Lonati e Giorgio Vidusso», ha ricordato la Scala, che ha visto Pollini collaborare con Muti, Barenboim, Chailly, Giulini, Boulez e Mehta, «protagonista assoluto della scena concertistica internazionale fin dalla vittoria, a 18 anni, al concorso Chopin, è stato un interprete capace di rivoluzionare la percezione di autori come Chopin, Debussy e Beethoven e promuovere l’ascolto delle avanguardie storiche, sopra a tutti Schönberg, e della musica d’oggi». L’origine del mito è proprio la conquista, nel 1960 a Varsavia, del premio intitolato a Fryderyk Chopin. «Chiunque», scrisse il musicologo Piero Rattalino, scomparso quasi un anno fa, «vedendo nel programma quali Studi aveva scelto, poteva capire che il ragazzo era un serio candidato o al manicomio o alla vittoria». Come un criminologo, il critico spiegava perché il musicista, sospettato di follia o di masochismo, avesse scientificamente selezionato le pagine che contenevano ogni possibile insidia tecnica e che avrebbero fatto tremare le gambe anche al più navigato concertista (su Youtube si può rivivere lo stupore del pubblico e della giuria). «Op.25 n.10, tutto sulle ottave. [...] Op.25 n.11, tutto sull’agilità di forza. [...] Poi l’Op.10 n.1: come giocare alla roulette. [...] Pollini tocca male una mezza dozzina delle 1.203 note che esegue con la mano destra in un minuto e 45 secondi. La velocità è quella indicata: ardua sui pianoforti del tempo, spaventevole su quelli odierni». Il verdetto? «Un cervello lucidamente raziocinante che calcola tutte le mosse per una vittoria senza discussione».I complimenti di Arthur Rubinstein (che premendo il dito medio sulla sua spalla fino a fargli male, gli rivelò un segreto: «Suona sempre con il peso del corpo e non ti stancherai mai») passarono alla storia, anche se ancora oggi vengono riportati in maniera scorretta, come il pianista, nato a Milano il 5 gennaio 1942, teneva puntigliosamente a precisare. «Non disse mai “Pollini suona meglio di tutti noi”», spiegò al regista francese Bruno Monsaingeon, «ma “suona meglio tecnicamente”. E probabilmente voleva solo prendere in giro i colleghi».Dopo il trionfo, al posto di vivere di rendita come specialista chopiniano, il maestro interruppe la tournée per tornare a studiare e ad allargare i suoi orizzonti, diventando uno dei più grandi interpreti della musica del nostro tempo (da Boulez a Stockhausen, fino a Manzoni e Nono, che lo fece avvicinare al Pci). Austero, intransigente e severo, innanzitutto nei confronti di sé stesso, fino all’ultimo Pollini è entrato in scena ricercando la bellezza nella perfezione. Forte di una tecnica insuperabile e di un volume sonoro che lottavano a viso aperto con il tempo che passava, e di una vita totalmente sacrificata alla musica. Nell’ultima fase, a dispetto del suo proverbiale rigore sul palcoscenico, c’è chi dice di averlo sentito anche cantare.«Scompare probabilmente il più grande pianista italiano del Novecento», confida Nicola Cattò, direttore della rivista Musica alla Verità, «certamente il più capace di rinnovare la scuola pianistica italiana e di interpretare con lucidità e sensibilità lo spirito del tempo. Intellettuale engagé, Pollini ha sempre mostrato, anche quando le forze non l’hanno più sorretto compiutamente, una ineguagliabile lucidità di pensiero, alla tastiera e non: ne avvertiremo acutamente la mancanza». Commossi anche i pianisti della nuova generazione. «Ci ha insegnato che la musica può usare le emozioni non solo a scopo di intrattenimento, ma soprattutto per costruire davanti al pubblico un esempio concreto e severo di onestà interiore», spiega, sempre alla Verità, il solista pugliese di fama internazionale Francesco Libetta, classe 1968. «Ha impostato un dialogo spirituale e lucido tra chi ascolta e le estetiche diverse dei compositori che formano oggi il repertorio concertistico». Perentorio il pisano Maurizio Baglini, classe 1975, interprete che vanta oltre 1.200 concerti nel mondo: «Il pianoforte come strumento non è stato mai suonato meglio di come l’abbia fatto lui. Si possono fare mille discussioni, ma Pollini non sarà mai sostituibile». Mentre su Instagram, l'ex sovrintendente del Piermarini, Carlo Fontana, ha definito Maurizio Pollini «il pianista per eccellenza nei gloriosi anni scaligeri. Un grande artista e un grande amico che non dimenticheremo mai».
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.
Papa Leone XIV (Getty Images)
Se poi compiamo il drammatico e rattristante atto di paragonare questo discorso ad altri cui siamo abituati in Italia, e non solo, tenuti o scritti da vescovi italiani, soprattutto ad alto livello, per non parlare del livello della predicazione, l’omiletica, che spesso raggiunge livelli indegni per l’importanza che essa ha nella Chiesa, ebbene, fatto questo paragone impietoso, la figura di Leone XIV ci appare veramente come un dono del Cielo.
Non solo per noi italiani, e non solo riguardo ai ministri della Chiesa, ma anche rispetto a molti dei sedicenti intellettuali del nostro tempo. Il Pontefice, in questo panorama intellettuale e culturale inconsistente e desolante, risulta essere, ai miei occhi, l’autorità morale e il riferimento intellettuale e spirituale più alto del mondo.
Del discorso ha già scritto egregiamente ieri sulla Verità Martino Cervo. Io mi limiterò ad alcuni concetti espressi in questo mirabile scritto del Vescovo di Roma. Parto dal più importante, già citato da Cervo, e cioè il riferimento alla Scuola di Salamanca, una scuola del Cinquecento spagnolo, El Siglo de oro, dove la Spagna raggiunse un livello di espansione economica e geopolitica ragguardevole. Allora come ora si prospettava, però, l’esigenza di coniugare questi fenomeni economici e geopolitici «trovandosi», come scrive il pontefice, «di fronte a responsabilità storiche di portata universale». Queste responsabilità erano legate sostanzialmente alla colonizzazione del Nuovo Mondo e alla legittimità della colonizzazione stessa e delle condizioni cui erano sottoposte quelle popolazioni. La Scuola di Salamanca fu la più influente scuola, sorta nel XVI secolo, di filosofi, teologi e giuristi appartenenti a vari ordini: francescani, gesuiti, domenicani. In sostanza si deve a loro, e in particolare al frate Francisco de Vitoria, la messa al centro dei diritti umani ponendo le basi - questo fatto è riconosciuto universalmente - per il moderno diritto internazionale, quello che, riprendendo un’espressione di San Tommaso D’Aquino, veniva chiamato lo ius gentium.
Perché il Papa si è riferito esplicitamente a questa scuola, cosa che non avevano fatto altri Papi e che in Italia, a parte alcuni lodevoli studiosi, non è praticamente mai stata studiata soprattutto in ambito cattolico (cosa grave)? Scrive lui stesso: «La ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere [...]. Tuttavia, quell’interrogativo aprì un orizzonte intellettuale e morale che andò ben oltre il proprio contesto storico. L’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, consentiva di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli [...] quell’anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello sia nazionale che internazionale».
Quale profondità e quale attualità in questa Scuola a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento spagnolo. Quale contemporaneità di questo pensiero. E tristemente, ammettiamolo, quale ignoranza ingiustificata, da parte della comunità cattolica, di questa Scuola.
Un altro punto fondamentale sempre legato a questi studiosi è la rivendicazione del primato della persona umana nei confronti dello Stato e di ogni forma di pubblico potere. Dice il Papa: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato […] Essa appartiene a ogni essere umano per il fatto di esistere e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo». Ma attenzione al seguente passaggio che richiama tutti alla primazia del diritto sulla legge, del diritto sul potere, del diritto sullo Stato: «La fede cristiana la proclama a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo. Quando questa convinzione rimane viva, il diritto diventa tutela di tutti e garanzia contro l’imposizione di interessi e programmi particolari». In altre parole, ben prima della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, i maestri di Salamanca avevano individuato nei diritti dell’uomo il limite invalicabile di qualsiasi potere, di qualsiasi azione politica, di qualsiasi legge. L’ordinamento giuridico positivo, cioè il sistema delle leggi nazionali e internazionali, non può andare contro questi diritti inscritti nella natura umana: essi non sono concessi e sottoposti a e da nessun potere politico. Quanta sapienza e quanta necessità di riscoprire oggi questi fondamenti: basti pensare a quanta violazione dei diritti avviene negli Stati (ad esempio la Cina) e quali violazioni del diritto internazionale: vedi le guerre in corso.
Capite la differenza rispetto a una predicazione su questi temi che spesso alza la vela a seconda di dove il vento spira e che quindi risulta misera e non incide nelle coscienze? Queste ultime sentono la superficialità e riconoscono, quando c’è, la profondità di un pensiero come quello espresso presso il Palacio de las Cortes, dove il Papa ha incontrato il Parlamento spagnolo. Purtroppo, nella Chiesa si è fatta avanti un’idea di predicazione che, per evitare di sembrare anacronistica, è diventata più sociologica che teologica, che usa le parole più scontate del nostro tempo e non ha il coraggio di andare, come fa invece questo Papa con gentilezza e tatto rari, oltre il linguaggio scontato. Ci ricorda molto Ratzinger e Wojtyla, ma anche Paolo VI. È vero che la Chiesa deve aggiornare il proprio linguaggio. Del resto, in 21 secoli di storia lo ha sempre fatto. Ma non si può né si deve aggiornare il linguaggio in modo tale che un linguaggio sciatto, sociologico, politicamente ammiccante, tendente a lisciare il pelo all’inconsistenza della cultura contemporanea tradisca, alla fine, i contenuti della tradizione. Altrimenti l’aggiornamento fa rima con tradimento.
In questa fase, lo ripeto, Papa Leone XIV appare modellato appositamente sull’esigenza profonda di consistenza che caratterizza la nostra epoca contemporanea.
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