Pestaggi e manette, la vera storia della Salis
Ilaria Salis in tribunale a Budapest (Ansa/Rai)
  • L’anarchica «cacciatrice di nazi» è accusata di appartenere a un gruppo criminale. In aula ha detto sì alle riprese a mani legate, ma ha negato di aver partecipato alle aggressioni. Tajani: «Non abbiamo il potere di riportarla in Italia». Meloni chiama Budapest.
  • Aiuti a Kiev: Viktor Orbàn detta le condizioni a Bruxelles, che minaccia di bloccargli i fondi.

Lo speciale contiene due articoli.

Stando al Blikk, uno dei quotidiani ungheresi più seguiti, sarebbe accusata di aver messo in «pericolo» la «vita» della vittima tramite una «tentata lesione personale». Il reato sarebbe stato «commesso» nell’ambito di un’azione di «un’organizzazione criminale». Un reato che a Budapest è considerato particolarmente grave, tanto che l’anarchica italiana Ilaria Salis, 39 anni, di Monza, insegnante, è stata tradotta in udienza davanti al tribunale con le manette ai polsi e alle caviglie (che in Ungheria sembra essere una prassi, visto che i siti Web dei giornali sono pieni di foto che mostrano detenuti ammanettati prima o durante i processi). Il cronista del quotidiano ungherese che ha seguito l’udienza riporta anche che «l’italiana ha acconsentito a farsi riprendere in modo riconoscibile». I sorrisi dispensati al pubblico non sono sfuggiti. E infatti il giornalista sottolinea: «Nessuno direbbe che la sorridente italiana possa far parte di un gruppo estremista».

Stando alla ricostruzione dell’accusa, avrebbe partecipato all’aggressione di due militanti di estrema destra durante la commemorazione del Giorno dell’onore (una cerimonia che ricorda l’impresa di un battaglione nazista che, nel 1945, tentò di impedire l’assedio di Budapest da parte dell’Armata rossa) procurando nelle vittime ferite valutate come guaribili in sette giorni. I movimenti antifascisti che Salis frequenta da tempo (in passato è stata intercettata mentre conversava di manifestazioni e di siti Web dell’area antagonista con Roberto Cropo, l’anarchico estradato dalla Francia nel 2020 e finito nell’operazione Bialystok) avrebbero, stando alle accuse, organizzato una contromanifestazione di protesta. E la Salis, stando al Blikk «è considerata una cacciatrice di nazisti». In passato, Salis si era beccata anche una condanna per «resistenza aggravata» e «per aver intonato cori ostili, posizionato per strada sacchi di spazzatura e lanciato immondizia contro i poliziotti mentre gli urlava “mangiate”»: otto mesi di reclusione nel 2022. L’11 febbraio di un anno fa viene identificata e fermata dalla polizia ungherese che, per accusarla, consegna all’autorità giudiziaria delle riprese video che mostrano due persone accerchiate e aggredite da un gruppo di persone che brandiscono anche delle spranghe. All’inizio viene accusata di aver partecipato a quattro aggressioni, per due di queste, però, la Procura ha ritirato l’accusa, avendo accertato che l’italiana non era ancora arrivata in Ungheria. Al momento del fermo, avvenuto su un taxi, sarebbe stata trovata in possesso di un manganello retrattile («Lo aveva portato con sé per un’eventuale difesa personale», ha poi spiegato suo padre Roberto).

«Mi hanno colpito da dietro e spaccato la testa, che è stata ricucita in ospedale. Il mio volto, al lato sinistro è completamente gonfio, lo zigomo è rotto. La mia ragazza è stata pugnalata due volte alla coscia con qualcosa», ha raccontato una delle vittime dell’aggressione. «Non ho commesso questi crimini, non accetto quello di cui mi accusano», ha detto Salis, stando a quanto riporta il quotidiano ungherese, durante l’udienza. L’imputata, inoltre, non si sarebbe riconosciuta nel video e i suoi avvocati lamentano che i capi d’imputazione non sarebbero stati tradotti in italiano (un aspetto previsto dalle convenzioni internazionali). Il giornale però evidenzia subito dopo che «sorprendentemente» il coimputato, un tedesco che, invece, non avrebbe acconsentito alle riprese video in aula, «ha detto il contrario». Ecco le sue parole: «Chiedo scusa al tribunale e alla Procura. Mi dichiaro colpevole e rinuncio al mio diritto a un processo. Tutto è avvenuto come indicato nell’atto di accusa». Con un processo di tipo immediato e dopo aver scelto di patteggiare, il tedesco è stato condannato a tre anni di reclusione.

Già tempo fa Salis, tramite i suoi avvocati, aveva reso pubbliche le condizioni di detenzione in Ungheria, sostenendo di essere stata costretta a «guardare il muro nelle soste nei corridoi» e denunciando la presenza di «scarafaggi, topi e cimici nelle celle». Ma ha anche sostenuto di non essere riuscita a comunicare con la sua famiglia per mesi e di essere stata «costretta a indossare», in occasione dell’interrogatorio, «senza avvocato», vestiti «sporchi e puzzolenti». In tribunale, invece, hanno sottolineato i cronisti ungheresi, indossava un bel maglione di lana intrecciato ai ferri.

E mentre un impreparato Francesco Lollobrigida ha risposto ai media di non aver visto le immagini e quindi di non voler commentare, le opposizioni (che non hanno fatto lo stesso quando Filippo Turetta, accusato di aver ucciso la fidanzata, è uscito dal carcere tedesco con le manette in mostra) hanno avviato una crociata nei confronti di Giorgia Meloni chiedendo di intervenire su Viktor Orbán (i due ieri si sono sentiti telefonicamente, facendo seguito alle iniziative diplomatiche partite il 22 gennaio) che, a sua volta, dovrebbe fare pressioni sui giudici in un Paese nel quale, come in Italia, la magistratura è indipendente. Ci ha pensato il ministro degli Esteri e vicepremier, Antonio Tajani, a fare un po’ di chiarezza: «Non abbiamo alcun potere per riportare un detenuto da un Paese estero in Italia, abbiamo soltanto la possibilità di protestare in forme istituzionali quando riteniamo che non vengano rispettate alcune norme».

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