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2018-10-03
Modello Riace sgominato. Mimmo Lucano finisce ai domiciliari
ANSA
Che sarebbe finita così qualcuno lo aveva previsto. Certo, non si erano immaginati i dettagli, e cioè che il sindaco di Riace, Domenico Lucano detto Mimmo (o Mimì Capatosta) venisse arrestato dalla Guardia di finanza e finisse ai domiciliari. Ma il quadro d'insieme era abbastanza chiaro da tempo. In un libro del 2016 (Riace, il paese dell'accoglienza, Imprimatur editore),Antonio Rinaldis intervistò un uomo di nome Renzo. Si trattava con tutta probabilità di Renzo Valilà, ex assessore di Riace uscito dalla giunta nel 2016. «Non vorrei essere scambiato per un cattivo profeta», diceva l'intervistato, «ma ho motivo di credere che a breve ci sarà uno scandalo enorme e l'epilogo sarà drammatico». Poi aggiungeva: «Domenico soffre la burocrazia. Secondo lui è un ostacolo che blocca i processi, ma io penso che le leggi e i regolamenti siano fatti per essere rispettati e non si debbano mai eludere».
Già, Lucano la pensava diversamente. Nel suo piccolo Comune - 2.300 abitanti, oltre 400 immigrati - si comportava come l'uomo della provvidenza. Difficile, del resto, non farsi rapire dall'ambizione quando i giornali di mezzo mondo ti portano in palmo di mano. A un certo punto, pensi di essere una specie di sovrano. Lucano, stando a quanto emerge dalle carte, combinava matrimoni, gestiva i rapporti con le cooperative un po' come gli pareva, si muoveva al limite della legge e ne era orgoglioso: «Sono un fuorilegge», ripeteva al telefono. A quanto pare, gli inquirenti lo hanno preso sul serio.
L'arresto del sindaco è praticamente un ricorso storico. Arriva a vent'anni (quasi) esatti dallo sbarco dei migranti curdi in Calabria, avvenuto nel luglio del 1998. Secondo la leggenda, fu in quei giorni che Lucano scoprì la sua vocazione all'accoglienza. Allora Mimmo - un passato a sinistra - aveva da poco compiuto 40 anni (è nato il 31 maggio del 1958) e faceva l'insegnante di chimica. Quando giunsero i curdi, fu folgorato: «Sono diventato amico di molti di loro e mi sono converti alla causa del Pkk». Sì, perché alcuni dei profughi fuggiaschi erano militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan guidato da Abdullah Öcalan, e considerato da molti un gruppo terroristico.
In quel periodo, Lucano partecipa alla creazione dell'associazione Città futura, da cui poi nascerà la coop che si occupa di accoglienza nel Comune calabro. Entra in politica, e passa alcuni anni all'opposizione. Poi, nel 2004, la svolta. Viene eletto sindaco per la prima volta, con il 35,4% dei voti. Un patrimonio di consensi che crescerà ulteriormente per le due successive rielezioni (nel 2009, con il 51,7% e nel 2014, con il 54,48%).
La fama internazionale, tuttavia, arriva soltanto nel 2010, quando arriva terzo nella classifica del World Mayor Prize, riconoscimento attribuito ai migliori sindaci del mondo. Da quel momento, è tutto in discesa. Nella cittadina calabrese cominciano a piovere giornalisti da tutto il pianeta.
«Un sindaco italiano salva il suo paese accogliendo i rifugiati», titola la Bbc nel 2011. «Il piccolo paesino italiano che ha aperto le porte ai migranti», scrive il Guardian nel 2013. Nel 2016, la consacrazione definitiva: la rivista Fortune piazza Lucano al quarantesimo posto fra i 50 più influenti leader mondiali. È il tripudio: in piena emergenza migratoria, Riace diventa - per la sinistra - il simbolo dell'accoglienza, l'esempio che tutta l'Italia dovrebbe seguire. I flash abbronzano Mimmo più del sole della sua terra, lo premiano a Dresda, gli dedicano reportage ed elogi un po' ovunque, persino varie agiografie. E lui si comporta di conseguenza, sembra un re greco. Arriva persino a battere moneta.
«La moneta locale è un'utopia concreta», spiega. «È la nostra utopia che si è realizzata. Dal 2011 Riace è diventata una “repubblica indipendente"». Invece di distribuire ai migranti che ospita (6.000 in tutto nel corso degli anni, con una presenza stabile di 300-500 stranieri) quel che resta dei 35 euro statali per l'accoglienza, Lucano offre banconote con i volti di Che Guevara, Berlinguer, Gramsci, Gandhi. «Volevamo che i rifugiati avessero libertà di spendere, almeno per i bisogni essenziali, e abbiamo creato una moneta solidale». Oltre allo pseudo denaro, il primo cittadino appronta un meccanismo basato su bonus e «borse» di cui beneficiano gli stranieri.
Qualcuno, però, i soldi veri ce li deve mettere. Ed è qui la falla del modello Riace. Senza i fondi pubblici per l'accoglienza, il celebratissimo «modello» non sta in piedi. Servono oltre milioni di euro dello Stato per mandare avanti la baracca. Gli insegnanti, i 70 mediatori culturali e operatori dell'accoglienza che lavorano nella cittadina hanno bisogno di quei soldi, che passano attraverso associazioni e coop, così come il sindaco dispone.
Non tutti gradiscono, come prevedibile. Mimmo dice che a lamentarsi sono coloro che non hanno goduto dei vantaggi portati dall'accoglienza («Sono rimaste escluse dall'accoglienza poche famiglie di orientamento razzista, mentre per il resto tutti sono coinvolti e costretti a riconoscere la mia onestà», dichiara). Ma persino il figlio di Lucano, Roberto, scrive un manifesto contro di lui contestando il sistema dell'accoglienza.
I guai grossi, però, cominciano alle fine del 2016. Arrivano le commissioni della Prefettura di Reggio Calabria, e trovano una situazione poco chiara. La gestione del sindaco è, per lo meno, poco trasparente. Nel novembre 2017, parte l'inchiesta della Procura di Locri. Lucano è indagato per «concorso in truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ai danni dello Stato e dell'Ue, concussione e abuso d'ufficio». È il disastro I fondi pubblici smettono di arrivare, il fallimento è prossimo. Il sindaco sbraita, passa il 2018 a rilasciare interviste, a maledire il governo e l'italica ingratitudine. Nell'agosto di quest'anno annuncia lo sciopero della fame. Ieri il triste epilogo di tutta la vicenda: Comune ridotto sull'orlo del baratro, primo cittadino ai domiciliari, 30 indagati per accuse molto pesante.
Nel frattempo, come se tutto ciò non bastasse, sono accadute cose grottesche. La Rai, prima delle inchieste, ha realizzato una fiction intitolata Tutto il mondo è paese, protagonista Beppe Fiorello, per celebrare la figura di questo sindaco che, pur di accogliere, ha perso la famiglia. È vero: la moglie di Lucano , ha lasciato Riace anni fa. Lui, però, ha trovato un nuovo amore: l'etiope Tesfahun Lemlem, sbarcata qui nel 2004.
La fiction, anche grazie all'intervento di Maurizio Gasparri, non è mai stata trasmessa. Fiorello tuttavia non l'ha presa bene, e ha espresso il suo sdegno sui social. Chissà, magari potrebbero mandarla in onda nei prossimi giorni. Così Lucano, dai domiciliari, potrebbe godersi la visione, e tirarsi su di morale.
Se lo merita, in fondo: grazie a lui, Riace non è più il Paese dei bronzi, ma quello delle inchieste sulla cattiva accoglienza.
Francesco Borgonovo
Finti matrimoni per far restare i clandestini
L'accusa della Procura di Locri, che il gip però non ha sposato completamente, è più pesante di quanto che si potesse immaginare: associazione a delinquere finalizzata a fare business sull'accoglienza dei migranti. Il promotore, secondo la Procura, era il supereroe del modello Riace: il sindaco cocco di Laura Boldrini, Domenico «Mimmo» Lucano. Ieri il sindaco è finito agli arresti domiciliari, colpito da un'ordinanza di custodia cautelare che contiene anche l'esilio dal paese dell'accoglienza della sua compagna etiope Tesfahun Lemlem. Per il gip l'arresto si regge solo (si fa per dire) su queste due accuse: «Favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti». Il procuratore di Locri Luigi D'Alessio, tuttavia, ha specificato ieri: «La nostra richiesta era composta da circa mille pagine, il gip ne ha estratte, per la sua ordinanza, meno di 150. Stiamo, pertanto, preparando il riesame perché la Procura non è d'accordo con le decisioni adottate dal gip. Come Procura», ha aggiunto, «chiederemo inoltre la valutazione del tribunale. L'indagine, comunque, non si basa solo sulle intercettazioni ma pure su acquisizioni testimoniali e anche su documenti e attestazioni di fatture e altro».
Il paese dell'accoglienza, come aveva anticipato La Verità e come denunciano da tempo le opposizioni, è alla bancarotta. E il modello Riace propagandato dalla stampa amica si è trasformato nel sistema Riace denunciato dalla Prefettura di Reggio Calabria e ricostruito poi dalla Procura di Locri. E anche se le accuse su cui si basa la detenzione cautelare non coincidono con le ipotesi dell'accusa, gli investigatori fanno sapere che le iscrizioni sono quelle e che l'indagine non è ancora chiusa. A novembre dello scorso anno il municipio era stato perquisito e su Riace erano già piombate, pesanti, le accuse di truffa, concussione e abuso d'ufficio. I magistrati, guidati dal procuratore D'Alessio, contestavano di «non aver rendicontato a sufficienza le fatture delle spese sostenute nel 2014». E non solo.
Nel corso delle indagini, sostiene ora il giudice per le indagini preliminari che ha privato il sindaco della libertà, è emersa la «particolare spregiudicatezza del sindaco, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, nell'organizzare veri e propri matrimoni di convenienza tra cittadini riacesi e donne straniere, al fine di favorire illecitamente la permanenza di queste ultime nel territorio italiano».
L'inchiesta, denominata dagli investigatori Xenia (parola che nell'antica grecia riassumeva il concetto di ospitalità), ha evidenziato come Lucano, assieme alla compagna Tesfahun Lemlem, avessero architettato degli espedienti criminosi, tanto semplici quanto efficaci, per aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l'ingresso degli aspiranti profughi in Italia. Lucano non aveva un ruolo marginale. Lo ha svelato una telefonata intercettata dagli investigatori della Guardia di finanza: «Io la carta d'identità gliela faccio immediatamente, perché sono responsabile dell'Ufficio anagrafe e stato civile, come sindaco. Ho assunto io questa delega dopo che l'impiegato che c'era è andato in pensione». Proprio come aveva fatto quando per bandire le gare dello Sprar ha ricoperto, come denunciato dalla Verità, altri tre ruoli: era sua la firma sotto il bando di gara in qualità di primo cittadino, sua quella come responsabile unico del procedimento (come previsto dalla legge nei comuni con meno di 5.000 abitanti), e sua anche quella da responsabile dell'unità operativa del servizio finanziario. Uno e trino, il sindaco Lucano.
Ora si scopre che era anche responsabile dell'Ufficio anagrafe. E lui nella parte finale di quella telefonata ha praticamente confessato: «Proprio per disattendere a queste leggi balorde vado contro legge».
E se per i migranti da sistemare con gli abitanti di Riace la gestione di Lucano e company era alquanto allegra, il gip ha ravvisato lo stesso atteggiamento nell'affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti urbani a due cooperative. Il sindaco, trasformandosi in legislatore e superando tutte le leggi, ha istituito un albo comunale ad hoc «per favorire», sostiene l'accusa (e anche il gip) la Ecoriace e l'Aquilone, coop che si erano aggiudicate la raccolta dal 2012 al 2016». Le ispezioni della Prefettura e le carte della Guardia di finanza, infine, anche se non sufficienti per la misura cautelare, per il gip vanno trasmesse anche alla Procura regionale della Corte dei conti «ai fini dell'accertamento del connesso danno erariale».
Assieme al primo cittadino di Riace è venuto giù tutto il sistema, come un gigante dai piedi d'argilla. E sotto i cocci di Mimmo Lucano sono finiti anche gli altri 30 indagati, tra i quali Fernando Antonio Capone, presidente dell'associazione Città Futura don Pino Puglisi, il primo sodalizio nato a Riace per gestire i profughi. E anche se, al momento, le ipotesi di reato sulla lunga permanenza dei rifugiati e sui costi gonfiati con le fatture taroccate a parere del gip non sono dimostrate, il re del sistema Riace è ormai nudo. E il «diffuso malcostume» di cui parla il gip nell'ordinanza è finalmente stato svelato.
Fabio Amendolara
Saviano e soci all’attacco dei giudici
Se l'indagato è Matteo Salvini, i magistrati sono eroi da celebrare. Ma se per caso a finire nei guai è un amichetto dei progressisti nostrani, beh, allora sono guai: le toghe diventano cattive, si trasformano nel braccio violento dell'eversione nera. Questa, in soldoni, è la lezione che si può trarre dalla giornata di ieri, e dai commenti che hanno accompagnato l'arresto del sindaco di Riace Domenico Lucano.
Il più agguerrito di tutti, ovviamente, è stato Roberto Saviano. Comprensibile. Circa un mese fa, lo scrittore campano aveva utilizzato Lucano come arma nella sua battaglia personale con Matteo Salvini. Il ministro dell'Interno aveva definito «uno zero» il sindaco di Riace, Saviano colse immediatamente la palla al balzo. «Riace è un miracolo. Riace va difesa», dichiarò. «Venite a Riace, venite a vedere con i vostri occhi l'esempio da cui tutta l'Italia deve ripartire. Vi prego, difendiamo insieme Riace, difendiamo il sogno che Mimmo Lucano ha reso concreta possibilità di vita». L'appello di Roberto era, al solito, pomposo: «Venite a Riace, organizziamo una nuova resistenza».
La resistenza, ora, toccherebbe farla ai pubblici ufficiali. E in effetti Saviano non si tira indietro. Ieri ha spiegato che nelle azioni di Lucano «non c'è mai finalità di lucro, ma disobbedienza civile». Per questo Salvini considererebbe il sindaco «un nemico da abbattere». «Mimmo Lucano lotta contro una legge iniqua, e lotta da solo», ribadisce Saviano. E conclude: «Questo governo, attraverso questa inchiesta giudiziaria, da cui Mimmo saprà difendersi in ogni sua parte, compie il primo atto verso la trasformazione definitiva dell'Italia da democrazia a stato autoritario. Con il placet di tutte le forze politiche». Capito? Siamo di fronte a un'inchiesta politica, roba da regime. E - chiaro - dietro c'è Salvini. Anche se ad arrestare Lucano sono state le Fiamme gialle, che fanno capo al ministero dell'Economia, ma fa lo stesso. Sono in tanti, sempre i soliti, a pensarla così. Gad Lerner spiega che «il mandato di arresto per il sindaco di Riace è uno schiaffo in faccia a chi pratica il dovere dell'accoglienza e conferma la pulsione fascistoide di cui sta cadendo preda il nostro Paese». Laura Boldrini grida che il vero problema dell'Italia è «Salvini, quello indagato per sequestro di persona aggravato e quello il cui partito deve 49 milioni ai cittadini italiani».
Cécile Kyenge si dispera: «Qual è la colpa di Mimmo Lucano? L'essere una persona che pratica nel concreto la solidarietà e l'umanità?». Il florilegio potrebbe continuare a lungo: Mimmo non si tocca, sbraitano tutti in coro. Nicola Fratoianni, Cecilia Strada, Pippo Civati, Vauro... C'è chi ha già messo in piedi una manifestazione per questo sabato. C'è chi lancia fantasiosi hashtag su Twitter. Sui social c'è perfino chi si diletta a insultare Corrado Formigli, che ha osato esprimere qualche dubbio sulla difesa d'ufficio di Lucano. Tra i più disperati (per ovvi motivi d'interesse personale) c'è Beppe Fiorello, che scrive su Facebook: «Se viene arrestato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina allora saranno in molti ad essere arrestati [...], insomma mezzo mondo andrebbe arrestato. Questo è un attacco personale, Mimmo Lucano dà fastidio perché va controcorrente e si sa che in questo Paese si rischia grosso se non si obbedisce al potere».
Peccato che i difensori di Lucano non abbiano letto le carte dell'inchiesta. Specie i passaggi in cui ragiona di far sposare una migrante di 30 anni con un italiano di 70, per farle avere il permesso di soggiorno, e spiega che lei è disposta anche ad andarci a letto: «È brutto per una donna», dice, «però lei vuole il documento...». Già, è proprio così che si pratica la solidarietà. È da qui che l'Italia deve ripartire...
Francesco Borgonovo
«Se mi trovi la fidanzata ti voto» E lui organizzava le nozze di comodo
«Io ti voglio votare però tu mi devi trovare una fidanzata». Era disposto anche a fare da agenzia matrimoniale il sindaco di Riace Domenico Mimmo Lucano. D'altra parte, hanno svelato le indagini, il sistema Riace si poggiava anche sull'organizzazione illegale delle nozze tra immigrate e cittadini italiani. Anche nozze gay, se necessario. Già: il primo cittadino e i suoi collaboratori valutarono (per poi bocciarla) anche l'ipotesi di un matrimonio fra donne pur di far ottenere a una straniera il permesso di soggiorno.
Ma andiamo con ordine, e vediamo che cosa diceva il sindaco al telefono. È il 2017, Lucano parla con una ragazza, Joy, che ha bisogno del permesso di soggiorno. «Adesso con il governo nuovo c'è uno che si chiama Minniti, una brutta persona, vi mandano via, vi cacciano, allora Stella si è sposata, hai capito?». È una delle conversazioni che raccontano tutta l'inchiesta giudiziaria. Marco Minniti in quel momento è ministro dell'Interno. E le relazioni della Prefettura di Reggio Calabria sono arrivate sulla sua scrivania. I fondi non si sbloccano e i problemi giudiziari per Lucano sono appena cominciati. Ma la soluzione trovata dal sindaco aggirava ogni ostacolo: per i permessi di soggiorno non c'è nulla di più facile che agevolare i matrimoni. Ed ecco che spiega a Joy come funziona: «Stella si è sposata perché è stata diniegata due volte, si è sposata con Nazareno, così, però lei adesso ha il permesso di soggiorno per motivi di famiglia, hai capito?». E per far sì che Joy, clandestina, senza requisiti per restare in Italia, ottenga un permesso anche lei le propone uno sposino fresco fresco: «Nei prossimi giorni trovo una persona e ti sposi».
E si mette subito a caccia. Negli uffici dell'associazione Città futura viene intercettato mentre dice: «Ne è venuta un'altra, Joy, una disperata, una nigeriana che a Napoli si prostituisce (...) le ho detto, Joy aspetta, vai a dormire dove cazzo vuoi in qualche casa... siamo abusivi, non c'è problema, glieli ho fatti io i documenti, è illegale... sposati con qualcuno... io ho azzerato tutta la burocrazia». Ed ecco che al sindaco capita tra le mani un anziano: Giosi, 70 anni. Il primo cittadino non ha considerazione di lui, lo definisce «uno stupido». «È uno», dice Lucano, «con cui mi sono barattato l'unica cosa... mi ha detto così... io ti voglio votare però tu mi devi trovare una fidanzata». Proprio come aveva fatto con Nazareno, di Riace, e Stella, nigeriana. Giosi potrebbe essere un buon marito «di comodo» per Joy, ma poi il sindaco ne parla come possibile sposo anche per un'altra ragazza, di nome Sara.
L'anziano è pronto al matrimonio combinato, ma vuole qualcosa in cambio. Vuole un pagamento... «in natura». «Questo è convinto che la prima notte se la porta a casa, invece quella non vuole andare, vuole solo per i documenti...».
Lucano non gradisce l'idea che il matrimonio sia consumato. «Qua rischiamo tutti il pane sopra questa cosa», dice al telefono. Ma, a quanto pare, Sara sarebbe disposta a qualunque cosa pur di avere l'ambito documento. Chissà cosa penserà Laura Boldrini quando leggerà questa intercettazione in cui Lucano riassume così la vicenda: «Lui su questo è lucido, anzi tutti e due sono lucidi, Sara ha capito che questo la vuole per fare i comodi suoi e lei lo vuole per i comodi suoi, ovvero per il documento, perché non c'è nessun amore e né niente, però la situazione la obbliga a fare questo, ovvero chiudere gli occhi e fare... è brutto per una donna... però lei vuole il documento del Municipio, il certificato di matrimonio... ma come faccio...».
L'immigrata sa bene quello che otterrà dal matrimonio combinato. E, saltata ormai l'ipotesi delle nozze gay («perché», spiega il sindaco, «dalla Questura hanno detto che che il matrimonio tra donne e donne e tra uomo e uomo non vale ai fini del permesso di soggiorno»), per il documento è disposta a tutto.
Lucano cerca di dissuaderla in ogni modo: «Questo qua è un animale», le dice parlando del famoso Giosi. Ma poi la rassicura: «Ti inseriamo nel progetto, così sei con Città futura e non hai tanti problemi [...] prendi pure i pocket money, i bonus, poi vediamo». Eccolo, il modello Riace.
Fabio Amendolara
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Il sindaco del Comune calabrese, dal 2004 a oggi è divenuto un simbolo dell'accoglienza. Ma il suo sistema si è da tempo rivelato fallimentare.La Procura di Locri accusa il primo cittadino di aver lucrato sui profughi e si scontra con il gip, che convalida la detenzione per favoreggiamento dell'immigrazione illegale e per frodi sulla gestione dei rifiuti. Tra i 30 indagati anche la sua compagna.Il primo cittadino intercettato: «Al governo adesso c'è Marco Minniti, una brutta persona».Roberto Saviano e soci all'attacco dei giudici. Da Beppe Fiorello a Laura Boldrini, dalla Cecile Kyenge a Gad Lerner, la sinistra italiana ha già assolto il suo eroe. L'autore di «Gomorra» spara: «Inchiesta da Stato autoritario».Lo speciale contiene quattro articoli Che sarebbe finita così qualcuno lo aveva previsto. Certo, non si erano immaginati i dettagli, e cioè che il sindaco di Riace, Domenico Lucano detto Mimmo (o Mimì Capatosta) venisse arrestato dalla Guardia di finanza e finisse ai domiciliari. Ma il quadro d'insieme era abbastanza chiaro da tempo. In un libro del 2016 (Riace, il paese dell'accoglienza, Imprimatur editore),Antonio Rinaldis intervistò un uomo di nome Renzo. Si trattava con tutta probabilità di Renzo Valilà, ex assessore di Riace uscito dalla giunta nel 2016. «Non vorrei essere scambiato per un cattivo profeta», diceva l'intervistato, «ma ho motivo di credere che a breve ci sarà uno scandalo enorme e l'epilogo sarà drammatico». Poi aggiungeva: «Domenico soffre la burocrazia. Secondo lui è un ostacolo che blocca i processi, ma io penso che le leggi e i regolamenti siano fatti per essere rispettati e non si debbano mai eludere». Già, Lucano la pensava diversamente. Nel suo piccolo Comune - 2.300 abitanti, oltre 400 immigrati - si comportava come l'uomo della provvidenza. Difficile, del resto, non farsi rapire dall'ambizione quando i giornali di mezzo mondo ti portano in palmo di mano. A un certo punto, pensi di essere una specie di sovrano. Lucano, stando a quanto emerge dalle carte, combinava matrimoni, gestiva i rapporti con le cooperative un po' come gli pareva, si muoveva al limite della legge e ne era orgoglioso: «Sono un fuorilegge», ripeteva al telefono. A quanto pare, gli inquirenti lo hanno preso sul serio.L'arresto del sindaco è praticamente un ricorso storico. Arriva a vent'anni (quasi) esatti dallo sbarco dei migranti curdi in Calabria, avvenuto nel luglio del 1998. Secondo la leggenda, fu in quei giorni che Lucano scoprì la sua vocazione all'accoglienza. Allora Mimmo - un passato a sinistra - aveva da poco compiuto 40 anni (è nato il 31 maggio del 1958) e faceva l'insegnante di chimica. Quando giunsero i curdi, fu folgorato: «Sono diventato amico di molti di loro e mi sono converti alla causa del Pkk». Sì, perché alcuni dei profughi fuggiaschi erano militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan guidato da Abdullah Öcalan, e considerato da molti un gruppo terroristico. In quel periodo, Lucano partecipa alla creazione dell'associazione Città futura, da cui poi nascerà la coop che si occupa di accoglienza nel Comune calabro. Entra in politica, e passa alcuni anni all'opposizione. Poi, nel 2004, la svolta. Viene eletto sindaco per la prima volta, con il 35,4% dei voti. Un patrimonio di consensi che crescerà ulteriormente per le due successive rielezioni (nel 2009, con il 51,7% e nel 2014, con il 54,48%). La fama internazionale, tuttavia, arriva soltanto nel 2010, quando arriva terzo nella classifica del World Mayor Prize, riconoscimento attribuito ai migliori sindaci del mondo. Da quel momento, è tutto in discesa. Nella cittadina calabrese cominciano a piovere giornalisti da tutto il pianeta. «Un sindaco italiano salva il suo paese accogliendo i rifugiati», titola la Bbc nel 2011. «Il piccolo paesino italiano che ha aperto le porte ai migranti», scrive il Guardian nel 2013. Nel 2016, la consacrazione definitiva: la rivista Fortune piazza Lucano al quarantesimo posto fra i 50 più influenti leader mondiali. È il tripudio: in piena emergenza migratoria, Riace diventa - per la sinistra - il simbolo dell'accoglienza, l'esempio che tutta l'Italia dovrebbe seguire. I flash abbronzano Mimmo più del sole della sua terra, lo premiano a Dresda, gli dedicano reportage ed elogi un po' ovunque, persino varie agiografie. E lui si comporta di conseguenza, sembra un re greco. Arriva persino a battere moneta.«La moneta locale è un'utopia concreta», spiega. «È la nostra utopia che si è realizzata. Dal 2011 Riace è diventata una “repubblica indipendente"». Invece di distribuire ai migranti che ospita (6.000 in tutto nel corso degli anni, con una presenza stabile di 300-500 stranieri) quel che resta dei 35 euro statali per l'accoglienza, Lucano offre banconote con i volti di Che Guevara, Berlinguer, Gramsci, Gandhi. «Volevamo che i rifugiati avessero libertà di spendere, almeno per i bisogni essenziali, e abbiamo creato una moneta solidale». Oltre allo pseudo denaro, il primo cittadino appronta un meccanismo basato su bonus e «borse» di cui beneficiano gli stranieri. Qualcuno, però, i soldi veri ce li deve mettere. Ed è qui la falla del modello Riace. Senza i fondi pubblici per l'accoglienza, il celebratissimo «modello» non sta in piedi. Servono oltre milioni di euro dello Stato per mandare avanti la baracca. Gli insegnanti, i 70 mediatori culturali e operatori dell'accoglienza che lavorano nella cittadina hanno bisogno di quei soldi, che passano attraverso associazioni e coop, così come il sindaco dispone.Non tutti gradiscono, come prevedibile. Mimmo dice che a lamentarsi sono coloro che non hanno goduto dei vantaggi portati dall'accoglienza («Sono rimaste escluse dall'accoglienza poche famiglie di orientamento razzista, mentre per il resto tutti sono coinvolti e costretti a riconoscere la mia onestà», dichiara). Ma persino il figlio di Lucano, Roberto, scrive un manifesto contro di lui contestando il sistema dell'accoglienza. I guai grossi, però, cominciano alle fine del 2016. Arrivano le commissioni della Prefettura di Reggio Calabria, e trovano una situazione poco chiara. La gestione del sindaco è, per lo meno, poco trasparente. Nel novembre 2017, parte l'inchiesta della Procura di Locri. Lucano è indagato per «concorso in truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ai danni dello Stato e dell'Ue, concussione e abuso d'ufficio». È il disastro I fondi pubblici smettono di arrivare, il fallimento è prossimo. Il sindaco sbraita, passa il 2018 a rilasciare interviste, a maledire il governo e l'italica ingratitudine. Nell'agosto di quest'anno annuncia lo sciopero della fame. Ieri il triste epilogo di tutta la vicenda: Comune ridotto sull'orlo del baratro, primo cittadino ai domiciliari, 30 indagati per accuse molto pesante. Nel frattempo, come se tutto ciò non bastasse, sono accadute cose grottesche. La Rai, prima delle inchieste, ha realizzato una fiction intitolata Tutto il mondo è paese, protagonista Beppe Fiorello, per celebrare la figura di questo sindaco che, pur di accogliere, ha perso la famiglia. È vero: la moglie di Lucano , ha lasciato Riace anni fa. Lui, però, ha trovato un nuovo amore: l'etiope Tesfahun Lemlem, sbarcata qui nel 2004. La fiction, anche grazie all'intervento di Maurizio Gasparri, non è mai stata trasmessa. Fiorello tuttavia non l'ha presa bene, e ha espresso il suo sdegno sui social. Chissà, magari potrebbero mandarla in onda nei prossimi giorni. Così Lucano, dai domiciliari, potrebbe godersi la visione, e tirarsi su di morale. Se lo merita, in fondo: grazie a lui, Riace non è più il Paese dei bronzi, ma quello delle inchieste sulla cattiva accoglienza. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/modello-riace-sgominato-mimmo-lucano-finisce-ai-domiciliari-2609593102.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="finti-matrimoni-per-far-restare-i-clandestini" data-post-id="2609593102" data-published-at="1779609463" data-use-pagination="False"> Finti matrimoni per far restare i clandestini L'accusa della Procura di Locri, che il gip però non ha sposato completamente, è più pesante di quanto che si potesse immaginare: associazione a delinquere finalizzata a fare business sull'accoglienza dei migranti. Il promotore, secondo la Procura, era il supereroe del modello Riace: il sindaco cocco di Laura Boldrini, Domenico «Mimmo» Lucano. Ieri il sindaco è finito agli arresti domiciliari, colpito da un'ordinanza di custodia cautelare che contiene anche l'esilio dal paese dell'accoglienza della sua compagna etiope Tesfahun Lemlem. Per il gip l'arresto si regge solo (si fa per dire) su queste due accuse: «Favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti». Il procuratore di Locri Luigi D'Alessio, tuttavia, ha specificato ieri: «La nostra richiesta era composta da circa mille pagine, il gip ne ha estratte, per la sua ordinanza, meno di 150. Stiamo, pertanto, preparando il riesame perché la Procura non è d'accordo con le decisioni adottate dal gip. Come Procura», ha aggiunto, «chiederemo inoltre la valutazione del tribunale. L'indagine, comunque, non si basa solo sulle intercettazioni ma pure su acquisizioni testimoniali e anche su documenti e attestazioni di fatture e altro». Il paese dell'accoglienza, come aveva anticipato La Verità e come denunciano da tempo le opposizioni, è alla bancarotta. E il modello Riace propagandato dalla stampa amica si è trasformato nel sistema Riace denunciato dalla Prefettura di Reggio Calabria e ricostruito poi dalla Procura di Locri. E anche se le accuse su cui si basa la detenzione cautelare non coincidono con le ipotesi dell'accusa, gli investigatori fanno sapere che le iscrizioni sono quelle e che l'indagine non è ancora chiusa. A novembre dello scorso anno il municipio era stato perquisito e su Riace erano già piombate, pesanti, le accuse di truffa, concussione e abuso d'ufficio. I magistrati, guidati dal procuratore D'Alessio, contestavano di «non aver rendicontato a sufficienza le fatture delle spese sostenute nel 2014». E non solo. Nel corso delle indagini, sostiene ora il giudice per le indagini preliminari che ha privato il sindaco della libertà, è emersa la «particolare spregiudicatezza del sindaco, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, nell'organizzare veri e propri matrimoni di convenienza tra cittadini riacesi e donne straniere, al fine di favorire illecitamente la permanenza di queste ultime nel territorio italiano». L'inchiesta, denominata dagli investigatori Xenia (parola che nell'antica grecia riassumeva il concetto di ospitalità), ha evidenziato come Lucano, assieme alla compagna Tesfahun Lemlem, avessero architettato degli espedienti criminosi, tanto semplici quanto efficaci, per aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l'ingresso degli aspiranti profughi in Italia. Lucano non aveva un ruolo marginale. Lo ha svelato una telefonata intercettata dagli investigatori della Guardia di finanza: «Io la carta d'identità gliela faccio immediatamente, perché sono responsabile dell'Ufficio anagrafe e stato civile, come sindaco. Ho assunto io questa delega dopo che l'impiegato che c'era è andato in pensione». Proprio come aveva fatto quando per bandire le gare dello Sprar ha ricoperto, come denunciato dalla Verità, altri tre ruoli: era sua la firma sotto il bando di gara in qualità di primo cittadino, sua quella come responsabile unico del procedimento (come previsto dalla legge nei comuni con meno di 5.000 abitanti), e sua anche quella da responsabile dell'unità operativa del servizio finanziario. Uno e trino, il sindaco Lucano. Ora si scopre che era anche responsabile dell'Ufficio anagrafe. E lui nella parte finale di quella telefonata ha praticamente confessato: «Proprio per disattendere a queste leggi balorde vado contro legge». E se per i migranti da sistemare con gli abitanti di Riace la gestione di Lucano e company era alquanto allegra, il gip ha ravvisato lo stesso atteggiamento nell'affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti urbani a due cooperative. Il sindaco, trasformandosi in legislatore e superando tutte le leggi, ha istituito un albo comunale ad hoc «per favorire», sostiene l'accusa (e anche il gip) la Ecoriace e l'Aquilone, coop che si erano aggiudicate la raccolta dal 2012 al 2016». Le ispezioni della Prefettura e le carte della Guardia di finanza, infine, anche se non sufficienti per la misura cautelare, per il gip vanno trasmesse anche alla Procura regionale della Corte dei conti «ai fini dell'accertamento del connesso danno erariale». Assieme al primo cittadino di Riace è venuto giù tutto il sistema, come un gigante dai piedi d'argilla. E sotto i cocci di Mimmo Lucano sono finiti anche gli altri 30 indagati, tra i quali Fernando Antonio Capone, presidente dell'associazione Città Futura don Pino Puglisi, il primo sodalizio nato a Riace per gestire i profughi. E anche se, al momento, le ipotesi di reato sulla lunga permanenza dei rifugiati e sui costi gonfiati con le fatture taroccate a parere del gip non sono dimostrate, il re del sistema Riace è ormai nudo. E il «diffuso malcostume» di cui parla il gip nell'ordinanza è finalmente stato svelato. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/modello-riace-sgominato-mimmo-lucano-finisce-ai-domiciliari-2609593102.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="saviano-e-soci-allattacco-dei-giudici" data-post-id="2609593102" data-published-at="1779609463" data-use-pagination="False"> Saviano e soci all’attacco dei giudici Se l'indagato è Matteo Salvini, i magistrati sono eroi da celebrare. Ma se per caso a finire nei guai è un amichetto dei progressisti nostrani, beh, allora sono guai: le toghe diventano cattive, si trasformano nel braccio violento dell'eversione nera. Questa, in soldoni, è la lezione che si può trarre dalla giornata di ieri, e dai commenti che hanno accompagnato l'arresto del sindaco di Riace Domenico Lucano. Il più agguerrito di tutti, ovviamente, è stato Roberto Saviano. Comprensibile. Circa un mese fa, lo scrittore campano aveva utilizzato Lucano come arma nella sua battaglia personale con Matteo Salvini. Il ministro dell'Interno aveva definito «uno zero» il sindaco di Riace, Saviano colse immediatamente la palla al balzo. «Riace è un miracolo. Riace va difesa», dichiarò. «Venite a Riace, venite a vedere con i vostri occhi l'esempio da cui tutta l'Italia deve ripartire. Vi prego, difendiamo insieme Riace, difendiamo il sogno che Mimmo Lucano ha reso concreta possibilità di vita». L'appello di Roberto era, al solito, pomposo: «Venite a Riace, organizziamo una nuova resistenza». La resistenza, ora, toccherebbe farla ai pubblici ufficiali. E in effetti Saviano non si tira indietro. Ieri ha spiegato che nelle azioni di Lucano «non c'è mai finalità di lucro, ma disobbedienza civile». Per questo Salvini considererebbe il sindaco «un nemico da abbattere». «Mimmo Lucano lotta contro una legge iniqua, e lotta da solo», ribadisce Saviano. E conclude: «Questo governo, attraverso questa inchiesta giudiziaria, da cui Mimmo saprà difendersi in ogni sua parte, compie il primo atto verso la trasformazione definitiva dell'Italia da democrazia a stato autoritario. Con il placet di tutte le forze politiche». Capito? Siamo di fronte a un'inchiesta politica, roba da regime. E - chiaro - dietro c'è Salvini. Anche se ad arrestare Lucano sono state le Fiamme gialle, che fanno capo al ministero dell'Economia, ma fa lo stesso. Sono in tanti, sempre i soliti, a pensarla così. Gad Lerner spiega che «il mandato di arresto per il sindaco di Riace è uno schiaffo in faccia a chi pratica il dovere dell'accoglienza e conferma la pulsione fascistoide di cui sta cadendo preda il nostro Paese». Laura Boldrini grida che il vero problema dell'Italia è «Salvini, quello indagato per sequestro di persona aggravato e quello il cui partito deve 49 milioni ai cittadini italiani». Cécile Kyenge si dispera: «Qual è la colpa di Mimmo Lucano? L'essere una persona che pratica nel concreto la solidarietà e l'umanità?». Il florilegio potrebbe continuare a lungo: Mimmo non si tocca, sbraitano tutti in coro. Nicola Fratoianni, Cecilia Strada, Pippo Civati, Vauro... C'è chi ha già messo in piedi una manifestazione per questo sabato. C'è chi lancia fantasiosi hashtag su Twitter. Sui social c'è perfino chi si diletta a insultare Corrado Formigli, che ha osato esprimere qualche dubbio sulla difesa d'ufficio di Lucano. Tra i più disperati (per ovvi motivi d'interesse personale) c'è Beppe Fiorello, che scrive su Facebook: «Se viene arrestato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina allora saranno in molti ad essere arrestati [...], insomma mezzo mondo andrebbe arrestato. Questo è un attacco personale, Mimmo Lucano dà fastidio perché va controcorrente e si sa che in questo Paese si rischia grosso se non si obbedisce al potere». Peccato che i difensori di Lucano non abbiano letto le carte dell'inchiesta. Specie i passaggi in cui ragiona di far sposare una migrante di 30 anni con un italiano di 70, per farle avere il permesso di soggiorno, e spiega che lei è disposta anche ad andarci a letto: «È brutto per una donna», dice, «però lei vuole il documento...». Già, è proprio così che si pratica la solidarietà. È da qui che l'Italia deve ripartire... Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/modello-riace-sgominato-mimmo-lucano-finisce-ai-domiciliari-2609593102.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="se-mi-trovi-la-fidanzata-ti-voto-e-lui-organizzava-le-nozze-di-comodo" data-post-id="2609593102" data-published-at="1779609463" data-use-pagination="False"> «Se mi trovi la fidanzata ti voto» E lui organizzava le nozze di comodo «Io ti voglio votare però tu mi devi trovare una fidanzata». Era disposto anche a fare da agenzia matrimoniale il sindaco di Riace Domenico Mimmo Lucano. D'altra parte, hanno svelato le indagini, il sistema Riace si poggiava anche sull'organizzazione illegale delle nozze tra immigrate e cittadini italiani. Anche nozze gay, se necessario. Già: il primo cittadino e i suoi collaboratori valutarono (per poi bocciarla) anche l'ipotesi di un matrimonio fra donne pur di far ottenere a una straniera il permesso di soggiorno. Ma andiamo con ordine, e vediamo che cosa diceva il sindaco al telefono. È il 2017, Lucano parla con una ragazza, Joy, che ha bisogno del permesso di soggiorno. «Adesso con il governo nuovo c'è uno che si chiama Minniti, una brutta persona, vi mandano via, vi cacciano, allora Stella si è sposata, hai capito?». È una delle conversazioni che raccontano tutta l'inchiesta giudiziaria. Marco Minniti in quel momento è ministro dell'Interno. E le relazioni della Prefettura di Reggio Calabria sono arrivate sulla sua scrivania. I fondi non si sbloccano e i problemi giudiziari per Lucano sono appena cominciati. Ma la soluzione trovata dal sindaco aggirava ogni ostacolo: per i permessi di soggiorno non c'è nulla di più facile che agevolare i matrimoni. Ed ecco che spiega a Joy come funziona: «Stella si è sposata perché è stata diniegata due volte, si è sposata con Nazareno, così, però lei adesso ha il permesso di soggiorno per motivi di famiglia, hai capito?». E per far sì che Joy, clandestina, senza requisiti per restare in Italia, ottenga un permesso anche lei le propone uno sposino fresco fresco: «Nei prossimi giorni trovo una persona e ti sposi». E si mette subito a caccia. Negli uffici dell'associazione Città futura viene intercettato mentre dice: «Ne è venuta un'altra, Joy, una disperata, una nigeriana che a Napoli si prostituisce (...) le ho detto, Joy aspetta, vai a dormire dove cazzo vuoi in qualche casa... siamo abusivi, non c'è problema, glieli ho fatti io i documenti, è illegale... sposati con qualcuno... io ho azzerato tutta la burocrazia». Ed ecco che al sindaco capita tra le mani un anziano: Giosi, 70 anni. Il primo cittadino non ha considerazione di lui, lo definisce «uno stupido». «È uno», dice Lucano, «con cui mi sono barattato l'unica cosa... mi ha detto così... io ti voglio votare però tu mi devi trovare una fidanzata». Proprio come aveva fatto con Nazareno, di Riace, e Stella, nigeriana. Giosi potrebbe essere un buon marito «di comodo» per Joy, ma poi il sindaco ne parla come possibile sposo anche per un'altra ragazza, di nome Sara. L'anziano è pronto al matrimonio combinato, ma vuole qualcosa in cambio. Vuole un pagamento... «in natura». «Questo è convinto che la prima notte se la porta a casa, invece quella non vuole andare, vuole solo per i documenti...». Lucano non gradisce l'idea che il matrimonio sia consumato. «Qua rischiamo tutti il pane sopra questa cosa», dice al telefono. Ma, a quanto pare, Sara sarebbe disposta a qualunque cosa pur di avere l'ambito documento. Chissà cosa penserà Laura Boldrini quando leggerà questa intercettazione in cui Lucano riassume così la vicenda: «Lui su questo è lucido, anzi tutti e due sono lucidi, Sara ha capito che questo la vuole per fare i comodi suoi e lei lo vuole per i comodi suoi, ovvero per il documento, perché non c'è nessun amore e né niente, però la situazione la obbliga a fare questo, ovvero chiudere gli occhi e fare... è brutto per una donna... però lei vuole il documento del Municipio, il certificato di matrimonio... ma come faccio...». L'immigrata sa bene quello che otterrà dal matrimonio combinato. E, saltata ormai l'ipotesi delle nozze gay («perché», spiega il sindaco, «dalla Questura hanno detto che che il matrimonio tra donne e donne e tra uomo e uomo non vale ai fini del permesso di soggiorno»), per il documento è disposta a tutto. Lucano cerca di dissuaderla in ogni modo: «Questo qua è un animale», le dice parlando del famoso Giosi. Ma poi la rassicura: «Ti inseriamo nel progetto, così sei con Città futura e non hai tanti problemi [...] prendi pure i pocket money, i bonus, poi vediamo». Eccolo, il modello Riace. Fabio Amendolara
Donald Trump (Ansa)
I negoziati tra Stati Uniti e Iran sono entrati nella fase più delicata dall’inizio della crisi. Dopo settimane di tensione militare e minacce reciproche, nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati «progressi incoraggianti» verso un possibile accordo. A renderlo noto è stato l’esercito pakistano al termine della visita a Teheran del feldmaresciallo Asim Munir, figura centrale della mediazione tra Washington e la Repubblica islamica. Secondo il Financial Times, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a prorogare il cessate il fuoco di 60 giorni discusso nelle ultime settimane. Sul tavolo ci sarebbe un’intesa che comprenderebbe la graduale riapertura dello Stretto di Hormuz, la fine delle operazioni militari e la garanzia della libertà di navigazione nel Golfo persico e nel Golfo di Oman. Tra i punti chiave figurerebbe anche una progressiva riduzione delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Nelle ultime ore è emerso però un elemento destinato a pesare sul negoziato. L’emittente saudita Al Arabiya ha riferito che l’Iran avrebbe proposto di sospendere per dieci anni l’arricchimento dell’uranio oltre il 3,6% e di diluire all’interno del Paese l’uranio arricchito oltre il 20%. Teheran si sarebbe inoltre detta disponibile a riaprire lo Stretto di Hormuz e a sospendere temporaneamente il pagamento dei pedaggi marittimi in cambio di un risarcimento economico da parte di Washington. La Repubblica islamica avrebbe chiesto anche che il tema delle sanzioni e dei fondi iraniani congelati venga affrontato prima della firma dell’intesa. Secondo Al Arabiya, l’Iran avrebbe presentato due diversi percorsi negoziali, entrambi legati all’annuncio della fine della guerra. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato che Teheran «non discuterà il programma nucleare in questa fase», spiegando che la priorità è la fine del conflitto «su tutti i fronti, incluso il Libano». Baghaei ha aggiunto che l’eventuale apertura del dossier nucleare potrà arrivare solo successivamente.
Anche da Washington giungono segnali contrastanti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato della possibilità di avere «qualcosa da dire» già entro il fine settimana, pur sottolineando che le parti sono «allo stesso tempo molto vicine e molto lontane da un accordo». Donald Trump continua invece ad alternare aperture diplomatiche e minacce militari. Intervistato da Axios il presidente americano ha dichiarato che le probabilità di raggiungere un accordo oppure di tornare a bombardare l’Iran sono «al 50-50». «O arriviamo a un buon accordo o li faccio saltare in mille pezzi», ha detto Trump. «O li colpisco più duramente di quanto siano mai stati colpiti, oppure firmeremo un accordo che è buono».
Secondo Axios, Trump ha incontrato i suoi principali consiglieri per discutere i dettagli della nuova bozza e potrebbe prendere una decisione entro oggi. In un’intervista all’emittente israeliana Channel 12, il presidente americano ha inoltre cercato di rassicurare Israele sul contenuto dei negoziati. «Non farei un accordo se non fosse vantaggioso per Israele», ha dichiarato. Trump ha poi aggiunto: «Alcuni preferirebbero un accordo, altri la ripresa della guerra. Credo che Benjamin Netanyahu sia combattuto tra le due opzioni». Nonostante le indiscrezioni del New York Times su un Netanyahu marginalizzato nei colloqui, Axios riferisce invece che il premier israeliano e i suoi consiglieri sarebbero in costante contatto con la Casa Bianca sull’intesa in fase di definizione con Teheran. L’agenzia iraniana Fars ha riferito che i mediatori avrebbero invitato i funzionari iraniani a «ignorare i post di Trump», sostenendo che la reale posizione del presidente americano sarebbe diversa rispetto a quella mostrata pubblicamente su Truth Social. Secondo Fars, diversi funzionari coinvolti nei colloqui avrebbero spiegato che le dichiarazioni aggressive di Trump sarebbero rivolte soprattutto all’opinione pubblica americana e ai media.
Nel frattempo Teheran continua a mostrare i muscoli. Il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Baqer Ghalibaf ha assicurato che le forze armate iraniane hanno ricostruito le proprie capacità durante il cessate il fuoco. Se gli Stati Uniti «riprendessero scioccamente la guerra», ha avvertito, le conseguenze sarebbero «più devastanti e amare». A complicare ulteriormente il quadro sono anche le divisioni tra i Paesi del Golfo. Il senatore repubblicano Lindsey Graham ha riferito ad Axios che alcuni leader della regione avrebbero esortato Trump a colpire militarmente l’Iran per indebolire il regime e ottenere un accordo più favorevole. Altri governi arabi e alcuni consiglieri della Casa Bianca, invece, starebbero spingendo per accettare l’intesa attualmente sul tavolo, ritenendo impossibile eliminare completamente l’influenza iraniana sullo Stretto di Hormuz. Infine mentre andiamo in stampa si apprende da Cbs che alcuni membri dell’esercito e della comunità di intelligence statunitense hanno annullato i propri programmi per il fine settimana in previsione di possibili attacchi. Funzionari della difesa e dell’intelligence hanno anche iniziato ad aggiornare le liste di richiamo per le installazioni americane in Medio Oriente nell’ambito di un piano volto a ridurre la presenza militare statunitense nella regione.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ci è già costata più di 2 miliardi
L’accordo raggiunto sul filo di lana tra governo e autotrasportatori ha sventato la minaccia dello sciopero dei Tir che avrebbe paralizzato il Paese. L’aut aut della categoria è scattato a seguito dell’aumento dei costi energetici determinato dal blocco dello Stretto di Hormuz.
L’Ufficio studi della Cgia, ha fatto il punto sull’entità dei rincari. Il caro gasolio è costato finora all’autotrasporto 2,1 miliardi, nonostante il taglio di 20 centesimi sulle accise introdotto dal governo il 19 marzo scorso. In tre mesi, dallo scoppio della guerra nel Golfo, il prezzo del diesel alla pompa, è salito da un valore medio di 1,676 a 1,986 euro al litro, ovvero + 18,5%. I rincari più importanti hanno riguardato la Lombardia (257,9 milioni di euro), la Campania (251,6) e la Sicilia (232,2). Considerato che l’autotrasportatore anticipa cifre enormi (gasolio, pedaggi autostradali, manutenzione dei mezzi, assicurazioni e personale) mentre l’incasso delle fatture arriva dopo 90 o addirittura 120 giorni, basta l’aumento improvviso del diesel per erodere il margine operativo. La situazione dell’autotrasporto è solo un capitolo della grave crisi che sta colpendo tutta l’economia europea.
L’Agenzia internazionale dell’energia non ha esitato a definirla «la più grande crisi energetica della storia». La Commissione europea ha calcolato che questa costa oltre 500 milioni di euro al giorno. Siccome sono già passati 84 giorni dall’inizio del conflitto, significa che finora sono stati spesi circa 42 miliardi di euro, solo per l’energia. Basta guardare le quotazioni del Brent, arrivate a superare i 118 dollari a marzo e tuttora sopra i 100 dollari. Petrolio e gas, sono solo due delle voci di uno choc che ha travolto tanti settori, dalla logistica, all’industria petrolchimica alla filiera agroalimentare. Nella lingua di mare di Hormuz, prima del blocco, transitavano in media più di 90 navi al giorno. Oggi circa 2.000 sono ferme con a bordo 20.000 marittimi.
Nessun armatore si azzarda a navigare in quell’area e i costi assicurativi sono saliti alle stelle. Tra i cargo bloccati ci sono quelli carichi di fertilizzanti, vitali per l’agricoltura mondiale soprattutto alla vigilia dell’estate. A fine aprile il prezzo dell’urea era aumentato di quasi il 70% per poi flettere ma mantenendosi comunque superiore al 50%. Nei giorni scorsi la Fao ha avvertito che la scarsità di fertilizzanti comporterà rese inferiori e un’ulteriore contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027. Non è azzardato parlare di rischio di una carestia. Lo Stretto è anche il luogo di transito del 62% del calcare ad alta purezza utilizzato per produrre cemento, calcestruzzo e altri materiali edili, dell’alluminio grezzo (18,4%), dell’ammoniaca (17,2%), dei cavi in alluminio (16,1%), come pure dell’oro grezzo o semilavorato (10,4%).
La crisi comincia a farsi sentire anche sui conti pubblici. Giovedì la Commissione europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’Unione europea, mentre l’inflazione sale rispetto alle stime dello scorso autunno. E potrebbe essere solo l’inizio. Alcuni analisti stimano che la tempesta vera deve ancora arrivare. Martina Daga, macro economist di Acomea Sgr, ha fatto questo ragionamento all’Ansa: «Le ultime navi cariche partite dal Golfo sono arrivate solo poche settimane fa e, considerando che il transito verso l’Eeuropa richiede circa un mese, questo ci dice che la carenza fisica di beni non si è ancora trasmessa all’economia reale. L’Europa inoltre importava dal Golfo il 60% del jet fuel e si registra un rincaro dei noli marittimi: tutte queste pressioni impiegheranno più tempo a scaricarsi sui prezzi al consumo».
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