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2018-10-03
Modello Riace sgominato. Mimmo Lucano finisce ai domiciliari
ANSA
Che sarebbe finita così qualcuno lo aveva previsto. Certo, non si erano immaginati i dettagli, e cioè che il sindaco di Riace, Domenico Lucano detto Mimmo (o Mimì Capatosta) venisse arrestato dalla Guardia di finanza e finisse ai domiciliari. Ma il quadro d'insieme era abbastanza chiaro da tempo. In un libro del 2016 (Riace, il paese dell'accoglienza, Imprimatur editore),Antonio Rinaldis intervistò un uomo di nome Renzo. Si trattava con tutta probabilità di Renzo Valilà, ex assessore di Riace uscito dalla giunta nel 2016. «Non vorrei essere scambiato per un cattivo profeta», diceva l'intervistato, «ma ho motivo di credere che a breve ci sarà uno scandalo enorme e l'epilogo sarà drammatico». Poi aggiungeva: «Domenico soffre la burocrazia. Secondo lui è un ostacolo che blocca i processi, ma io penso che le leggi e i regolamenti siano fatti per essere rispettati e non si debbano mai eludere».
Già, Lucano la pensava diversamente. Nel suo piccolo Comune - 2.300 abitanti, oltre 400 immigrati - si comportava come l'uomo della provvidenza. Difficile, del resto, non farsi rapire dall'ambizione quando i giornali di mezzo mondo ti portano in palmo di mano. A un certo punto, pensi di essere una specie di sovrano. Lucano, stando a quanto emerge dalle carte, combinava matrimoni, gestiva i rapporti con le cooperative un po' come gli pareva, si muoveva al limite della legge e ne era orgoglioso: «Sono un fuorilegge», ripeteva al telefono. A quanto pare, gli inquirenti lo hanno preso sul serio.
L'arresto del sindaco è praticamente un ricorso storico. Arriva a vent'anni (quasi) esatti dallo sbarco dei migranti curdi in Calabria, avvenuto nel luglio del 1998. Secondo la leggenda, fu in quei giorni che Lucano scoprì la sua vocazione all'accoglienza. Allora Mimmo - un passato a sinistra - aveva da poco compiuto 40 anni (è nato il 31 maggio del 1958) e faceva l'insegnante di chimica. Quando giunsero i curdi, fu folgorato: «Sono diventato amico di molti di loro e mi sono converti alla causa del Pkk». Sì, perché alcuni dei profughi fuggiaschi erano militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan guidato da Abdullah Öcalan, e considerato da molti un gruppo terroristico.
In quel periodo, Lucano partecipa alla creazione dell'associazione Città futura, da cui poi nascerà la coop che si occupa di accoglienza nel Comune calabro. Entra in politica, e passa alcuni anni all'opposizione. Poi, nel 2004, la svolta. Viene eletto sindaco per la prima volta, con il 35,4% dei voti. Un patrimonio di consensi che crescerà ulteriormente per le due successive rielezioni (nel 2009, con il 51,7% e nel 2014, con il 54,48%).
La fama internazionale, tuttavia, arriva soltanto nel 2010, quando arriva terzo nella classifica del World Mayor Prize, riconoscimento attribuito ai migliori sindaci del mondo. Da quel momento, è tutto in discesa. Nella cittadina calabrese cominciano a piovere giornalisti da tutto il pianeta.
«Un sindaco italiano salva il suo paese accogliendo i rifugiati», titola la Bbc nel 2011. «Il piccolo paesino italiano che ha aperto le porte ai migranti», scrive il Guardian nel 2013. Nel 2016, la consacrazione definitiva: la rivista Fortune piazza Lucano al quarantesimo posto fra i 50 più influenti leader mondiali. È il tripudio: in piena emergenza migratoria, Riace diventa - per la sinistra - il simbolo dell'accoglienza, l'esempio che tutta l'Italia dovrebbe seguire. I flash abbronzano Mimmo più del sole della sua terra, lo premiano a Dresda, gli dedicano reportage ed elogi un po' ovunque, persino varie agiografie. E lui si comporta di conseguenza, sembra un re greco. Arriva persino a battere moneta.
«La moneta locale è un'utopia concreta», spiega. «È la nostra utopia che si è realizzata. Dal 2011 Riace è diventata una “repubblica indipendente"». Invece di distribuire ai migranti che ospita (6.000 in tutto nel corso degli anni, con una presenza stabile di 300-500 stranieri) quel che resta dei 35 euro statali per l'accoglienza, Lucano offre banconote con i volti di Che Guevara, Berlinguer, Gramsci, Gandhi. «Volevamo che i rifugiati avessero libertà di spendere, almeno per i bisogni essenziali, e abbiamo creato una moneta solidale». Oltre allo pseudo denaro, il primo cittadino appronta un meccanismo basato su bonus e «borse» di cui beneficiano gli stranieri.
Qualcuno, però, i soldi veri ce li deve mettere. Ed è qui la falla del modello Riace. Senza i fondi pubblici per l'accoglienza, il celebratissimo «modello» non sta in piedi. Servono oltre milioni di euro dello Stato per mandare avanti la baracca. Gli insegnanti, i 70 mediatori culturali e operatori dell'accoglienza che lavorano nella cittadina hanno bisogno di quei soldi, che passano attraverso associazioni e coop, così come il sindaco dispone.
Non tutti gradiscono, come prevedibile. Mimmo dice che a lamentarsi sono coloro che non hanno goduto dei vantaggi portati dall'accoglienza («Sono rimaste escluse dall'accoglienza poche famiglie di orientamento razzista, mentre per il resto tutti sono coinvolti e costretti a riconoscere la mia onestà», dichiara). Ma persino il figlio di Lucano, Roberto, scrive un manifesto contro di lui contestando il sistema dell'accoglienza.
I guai grossi, però, cominciano alle fine del 2016. Arrivano le commissioni della Prefettura di Reggio Calabria, e trovano una situazione poco chiara. La gestione del sindaco è, per lo meno, poco trasparente. Nel novembre 2017, parte l'inchiesta della Procura di Locri. Lucano è indagato per «concorso in truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ai danni dello Stato e dell'Ue, concussione e abuso d'ufficio». È il disastro I fondi pubblici smettono di arrivare, il fallimento è prossimo. Il sindaco sbraita, passa il 2018 a rilasciare interviste, a maledire il governo e l'italica ingratitudine. Nell'agosto di quest'anno annuncia lo sciopero della fame. Ieri il triste epilogo di tutta la vicenda: Comune ridotto sull'orlo del baratro, primo cittadino ai domiciliari, 30 indagati per accuse molto pesante.
Nel frattempo, come se tutto ciò non bastasse, sono accadute cose grottesche. La Rai, prima delle inchieste, ha realizzato una fiction intitolata Tutto il mondo è paese, protagonista Beppe Fiorello, per celebrare la figura di questo sindaco che, pur di accogliere, ha perso la famiglia. È vero: la moglie di Lucano , ha lasciato Riace anni fa. Lui, però, ha trovato un nuovo amore: l'etiope Tesfahun Lemlem, sbarcata qui nel 2004.
La fiction, anche grazie all'intervento di Maurizio Gasparri, non è mai stata trasmessa. Fiorello tuttavia non l'ha presa bene, e ha espresso il suo sdegno sui social. Chissà, magari potrebbero mandarla in onda nei prossimi giorni. Così Lucano, dai domiciliari, potrebbe godersi la visione, e tirarsi su di morale.
Se lo merita, in fondo: grazie a lui, Riace non è più il Paese dei bronzi, ma quello delle inchieste sulla cattiva accoglienza.
Francesco Borgonovo
Finti matrimoni per far restare i clandestini
L'accusa della Procura di Locri, che il gip però non ha sposato completamente, è più pesante di quanto che si potesse immaginare: associazione a delinquere finalizzata a fare business sull'accoglienza dei migranti. Il promotore, secondo la Procura, era il supereroe del modello Riace: il sindaco cocco di Laura Boldrini, Domenico «Mimmo» Lucano. Ieri il sindaco è finito agli arresti domiciliari, colpito da un'ordinanza di custodia cautelare che contiene anche l'esilio dal paese dell'accoglienza della sua compagna etiope Tesfahun Lemlem. Per il gip l'arresto si regge solo (si fa per dire) su queste due accuse: «Favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti». Il procuratore di Locri Luigi D'Alessio, tuttavia, ha specificato ieri: «La nostra richiesta era composta da circa mille pagine, il gip ne ha estratte, per la sua ordinanza, meno di 150. Stiamo, pertanto, preparando il riesame perché la Procura non è d'accordo con le decisioni adottate dal gip. Come Procura», ha aggiunto, «chiederemo inoltre la valutazione del tribunale. L'indagine, comunque, non si basa solo sulle intercettazioni ma pure su acquisizioni testimoniali e anche su documenti e attestazioni di fatture e altro».
Il paese dell'accoglienza, come aveva anticipato La Verità e come denunciano da tempo le opposizioni, è alla bancarotta. E il modello Riace propagandato dalla stampa amica si è trasformato nel sistema Riace denunciato dalla Prefettura di Reggio Calabria e ricostruito poi dalla Procura di Locri. E anche se le accuse su cui si basa la detenzione cautelare non coincidono con le ipotesi dell'accusa, gli investigatori fanno sapere che le iscrizioni sono quelle e che l'indagine non è ancora chiusa. A novembre dello scorso anno il municipio era stato perquisito e su Riace erano già piombate, pesanti, le accuse di truffa, concussione e abuso d'ufficio. I magistrati, guidati dal procuratore D'Alessio, contestavano di «non aver rendicontato a sufficienza le fatture delle spese sostenute nel 2014». E non solo.
Nel corso delle indagini, sostiene ora il giudice per le indagini preliminari che ha privato il sindaco della libertà, è emersa la «particolare spregiudicatezza del sindaco, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, nell'organizzare veri e propri matrimoni di convenienza tra cittadini riacesi e donne straniere, al fine di favorire illecitamente la permanenza di queste ultime nel territorio italiano».
L'inchiesta, denominata dagli investigatori Xenia (parola che nell'antica grecia riassumeva il concetto di ospitalità), ha evidenziato come Lucano, assieme alla compagna Tesfahun Lemlem, avessero architettato degli espedienti criminosi, tanto semplici quanto efficaci, per aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l'ingresso degli aspiranti profughi in Italia. Lucano non aveva un ruolo marginale. Lo ha svelato una telefonata intercettata dagli investigatori della Guardia di finanza: «Io la carta d'identità gliela faccio immediatamente, perché sono responsabile dell'Ufficio anagrafe e stato civile, come sindaco. Ho assunto io questa delega dopo che l'impiegato che c'era è andato in pensione». Proprio come aveva fatto quando per bandire le gare dello Sprar ha ricoperto, come denunciato dalla Verità, altri tre ruoli: era sua la firma sotto il bando di gara in qualità di primo cittadino, sua quella come responsabile unico del procedimento (come previsto dalla legge nei comuni con meno di 5.000 abitanti), e sua anche quella da responsabile dell'unità operativa del servizio finanziario. Uno e trino, il sindaco Lucano.
Ora si scopre che era anche responsabile dell'Ufficio anagrafe. E lui nella parte finale di quella telefonata ha praticamente confessato: «Proprio per disattendere a queste leggi balorde vado contro legge».
E se per i migranti da sistemare con gli abitanti di Riace la gestione di Lucano e company era alquanto allegra, il gip ha ravvisato lo stesso atteggiamento nell'affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti urbani a due cooperative. Il sindaco, trasformandosi in legislatore e superando tutte le leggi, ha istituito un albo comunale ad hoc «per favorire», sostiene l'accusa (e anche il gip) la Ecoriace e l'Aquilone, coop che si erano aggiudicate la raccolta dal 2012 al 2016». Le ispezioni della Prefettura e le carte della Guardia di finanza, infine, anche se non sufficienti per la misura cautelare, per il gip vanno trasmesse anche alla Procura regionale della Corte dei conti «ai fini dell'accertamento del connesso danno erariale».
Assieme al primo cittadino di Riace è venuto giù tutto il sistema, come un gigante dai piedi d'argilla. E sotto i cocci di Mimmo Lucano sono finiti anche gli altri 30 indagati, tra i quali Fernando Antonio Capone, presidente dell'associazione Città Futura don Pino Puglisi, il primo sodalizio nato a Riace per gestire i profughi. E anche se, al momento, le ipotesi di reato sulla lunga permanenza dei rifugiati e sui costi gonfiati con le fatture taroccate a parere del gip non sono dimostrate, il re del sistema Riace è ormai nudo. E il «diffuso malcostume» di cui parla il gip nell'ordinanza è finalmente stato svelato.
Fabio Amendolara
Saviano e soci all’attacco dei giudici
Se l'indagato è Matteo Salvini, i magistrati sono eroi da celebrare. Ma se per caso a finire nei guai è un amichetto dei progressisti nostrani, beh, allora sono guai: le toghe diventano cattive, si trasformano nel braccio violento dell'eversione nera. Questa, in soldoni, è la lezione che si può trarre dalla giornata di ieri, e dai commenti che hanno accompagnato l'arresto del sindaco di Riace Domenico Lucano.
Il più agguerrito di tutti, ovviamente, è stato Roberto Saviano. Comprensibile. Circa un mese fa, lo scrittore campano aveva utilizzato Lucano come arma nella sua battaglia personale con Matteo Salvini. Il ministro dell'Interno aveva definito «uno zero» il sindaco di Riace, Saviano colse immediatamente la palla al balzo. «Riace è un miracolo. Riace va difesa», dichiarò. «Venite a Riace, venite a vedere con i vostri occhi l'esempio da cui tutta l'Italia deve ripartire. Vi prego, difendiamo insieme Riace, difendiamo il sogno che Mimmo Lucano ha reso concreta possibilità di vita». L'appello di Roberto era, al solito, pomposo: «Venite a Riace, organizziamo una nuova resistenza».
La resistenza, ora, toccherebbe farla ai pubblici ufficiali. E in effetti Saviano non si tira indietro. Ieri ha spiegato che nelle azioni di Lucano «non c'è mai finalità di lucro, ma disobbedienza civile». Per questo Salvini considererebbe il sindaco «un nemico da abbattere». «Mimmo Lucano lotta contro una legge iniqua, e lotta da solo», ribadisce Saviano. E conclude: «Questo governo, attraverso questa inchiesta giudiziaria, da cui Mimmo saprà difendersi in ogni sua parte, compie il primo atto verso la trasformazione definitiva dell'Italia da democrazia a stato autoritario. Con il placet di tutte le forze politiche». Capito? Siamo di fronte a un'inchiesta politica, roba da regime. E - chiaro - dietro c'è Salvini. Anche se ad arrestare Lucano sono state le Fiamme gialle, che fanno capo al ministero dell'Economia, ma fa lo stesso. Sono in tanti, sempre i soliti, a pensarla così. Gad Lerner spiega che «il mandato di arresto per il sindaco di Riace è uno schiaffo in faccia a chi pratica il dovere dell'accoglienza e conferma la pulsione fascistoide di cui sta cadendo preda il nostro Paese». Laura Boldrini grida che il vero problema dell'Italia è «Salvini, quello indagato per sequestro di persona aggravato e quello il cui partito deve 49 milioni ai cittadini italiani».
Cécile Kyenge si dispera: «Qual è la colpa di Mimmo Lucano? L'essere una persona che pratica nel concreto la solidarietà e l'umanità?». Il florilegio potrebbe continuare a lungo: Mimmo non si tocca, sbraitano tutti in coro. Nicola Fratoianni, Cecilia Strada, Pippo Civati, Vauro... C'è chi ha già messo in piedi una manifestazione per questo sabato. C'è chi lancia fantasiosi hashtag su Twitter. Sui social c'è perfino chi si diletta a insultare Corrado Formigli, che ha osato esprimere qualche dubbio sulla difesa d'ufficio di Lucano. Tra i più disperati (per ovvi motivi d'interesse personale) c'è Beppe Fiorello, che scrive su Facebook: «Se viene arrestato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina allora saranno in molti ad essere arrestati [...], insomma mezzo mondo andrebbe arrestato. Questo è un attacco personale, Mimmo Lucano dà fastidio perché va controcorrente e si sa che in questo Paese si rischia grosso se non si obbedisce al potere».
Peccato che i difensori di Lucano non abbiano letto le carte dell'inchiesta. Specie i passaggi in cui ragiona di far sposare una migrante di 30 anni con un italiano di 70, per farle avere il permesso di soggiorno, e spiega che lei è disposta anche ad andarci a letto: «È brutto per una donna», dice, «però lei vuole il documento...». Già, è proprio così che si pratica la solidarietà. È da qui che l'Italia deve ripartire...
Francesco Borgonovo
«Se mi trovi la fidanzata ti voto» E lui organizzava le nozze di comodo
«Io ti voglio votare però tu mi devi trovare una fidanzata». Era disposto anche a fare da agenzia matrimoniale il sindaco di Riace Domenico Mimmo Lucano. D'altra parte, hanno svelato le indagini, il sistema Riace si poggiava anche sull'organizzazione illegale delle nozze tra immigrate e cittadini italiani. Anche nozze gay, se necessario. Già: il primo cittadino e i suoi collaboratori valutarono (per poi bocciarla) anche l'ipotesi di un matrimonio fra donne pur di far ottenere a una straniera il permesso di soggiorno.
Ma andiamo con ordine, e vediamo che cosa diceva il sindaco al telefono. È il 2017, Lucano parla con una ragazza, Joy, che ha bisogno del permesso di soggiorno. «Adesso con il governo nuovo c'è uno che si chiama Minniti, una brutta persona, vi mandano via, vi cacciano, allora Stella si è sposata, hai capito?». È una delle conversazioni che raccontano tutta l'inchiesta giudiziaria. Marco Minniti in quel momento è ministro dell'Interno. E le relazioni della Prefettura di Reggio Calabria sono arrivate sulla sua scrivania. I fondi non si sbloccano e i problemi giudiziari per Lucano sono appena cominciati. Ma la soluzione trovata dal sindaco aggirava ogni ostacolo: per i permessi di soggiorno non c'è nulla di più facile che agevolare i matrimoni. Ed ecco che spiega a Joy come funziona: «Stella si è sposata perché è stata diniegata due volte, si è sposata con Nazareno, così, però lei adesso ha il permesso di soggiorno per motivi di famiglia, hai capito?». E per far sì che Joy, clandestina, senza requisiti per restare in Italia, ottenga un permesso anche lei le propone uno sposino fresco fresco: «Nei prossimi giorni trovo una persona e ti sposi».
E si mette subito a caccia. Negli uffici dell'associazione Città futura viene intercettato mentre dice: «Ne è venuta un'altra, Joy, una disperata, una nigeriana che a Napoli si prostituisce (...) le ho detto, Joy aspetta, vai a dormire dove cazzo vuoi in qualche casa... siamo abusivi, non c'è problema, glieli ho fatti io i documenti, è illegale... sposati con qualcuno... io ho azzerato tutta la burocrazia». Ed ecco che al sindaco capita tra le mani un anziano: Giosi, 70 anni. Il primo cittadino non ha considerazione di lui, lo definisce «uno stupido». «È uno», dice Lucano, «con cui mi sono barattato l'unica cosa... mi ha detto così... io ti voglio votare però tu mi devi trovare una fidanzata». Proprio come aveva fatto con Nazareno, di Riace, e Stella, nigeriana. Giosi potrebbe essere un buon marito «di comodo» per Joy, ma poi il sindaco ne parla come possibile sposo anche per un'altra ragazza, di nome Sara.
L'anziano è pronto al matrimonio combinato, ma vuole qualcosa in cambio. Vuole un pagamento... «in natura». «Questo è convinto che la prima notte se la porta a casa, invece quella non vuole andare, vuole solo per i documenti...».
Lucano non gradisce l'idea che il matrimonio sia consumato. «Qua rischiamo tutti il pane sopra questa cosa», dice al telefono. Ma, a quanto pare, Sara sarebbe disposta a qualunque cosa pur di avere l'ambito documento. Chissà cosa penserà Laura Boldrini quando leggerà questa intercettazione in cui Lucano riassume così la vicenda: «Lui su questo è lucido, anzi tutti e due sono lucidi, Sara ha capito che questo la vuole per fare i comodi suoi e lei lo vuole per i comodi suoi, ovvero per il documento, perché non c'è nessun amore e né niente, però la situazione la obbliga a fare questo, ovvero chiudere gli occhi e fare... è brutto per una donna... però lei vuole il documento del Municipio, il certificato di matrimonio... ma come faccio...».
L'immigrata sa bene quello che otterrà dal matrimonio combinato. E, saltata ormai l'ipotesi delle nozze gay («perché», spiega il sindaco, «dalla Questura hanno detto che che il matrimonio tra donne e donne e tra uomo e uomo non vale ai fini del permesso di soggiorno»), per il documento è disposta a tutto.
Lucano cerca di dissuaderla in ogni modo: «Questo qua è un animale», le dice parlando del famoso Giosi. Ma poi la rassicura: «Ti inseriamo nel progetto, così sei con Città futura e non hai tanti problemi [...] prendi pure i pocket money, i bonus, poi vediamo». Eccolo, il modello Riace.
Fabio Amendolara
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Il sindaco del Comune calabrese, dal 2004 a oggi è divenuto un simbolo dell'accoglienza. Ma il suo sistema si è da tempo rivelato fallimentare.La Procura di Locri accusa il primo cittadino di aver lucrato sui profughi e si scontra con il gip, che convalida la detenzione per favoreggiamento dell'immigrazione illegale e per frodi sulla gestione dei rifiuti. Tra i 30 indagati anche la sua compagna.Il primo cittadino intercettato: «Al governo adesso c'è Marco Minniti, una brutta persona».Roberto Saviano e soci all'attacco dei giudici. Da Beppe Fiorello a Laura Boldrini, dalla Cecile Kyenge a Gad Lerner, la sinistra italiana ha già assolto il suo eroe. L'autore di «Gomorra» spara: «Inchiesta da Stato autoritario».Lo speciale contiene quattro articoli Che sarebbe finita così qualcuno lo aveva previsto. Certo, non si erano immaginati i dettagli, e cioè che il sindaco di Riace, Domenico Lucano detto Mimmo (o Mimì Capatosta) venisse arrestato dalla Guardia di finanza e finisse ai domiciliari. Ma il quadro d'insieme era abbastanza chiaro da tempo. In un libro del 2016 (Riace, il paese dell'accoglienza, Imprimatur editore),Antonio Rinaldis intervistò un uomo di nome Renzo. Si trattava con tutta probabilità di Renzo Valilà, ex assessore di Riace uscito dalla giunta nel 2016. «Non vorrei essere scambiato per un cattivo profeta», diceva l'intervistato, «ma ho motivo di credere che a breve ci sarà uno scandalo enorme e l'epilogo sarà drammatico». Poi aggiungeva: «Domenico soffre la burocrazia. Secondo lui è un ostacolo che blocca i processi, ma io penso che le leggi e i regolamenti siano fatti per essere rispettati e non si debbano mai eludere». Già, Lucano la pensava diversamente. Nel suo piccolo Comune - 2.300 abitanti, oltre 400 immigrati - si comportava come l'uomo della provvidenza. Difficile, del resto, non farsi rapire dall'ambizione quando i giornali di mezzo mondo ti portano in palmo di mano. A un certo punto, pensi di essere una specie di sovrano. Lucano, stando a quanto emerge dalle carte, combinava matrimoni, gestiva i rapporti con le cooperative un po' come gli pareva, si muoveva al limite della legge e ne era orgoglioso: «Sono un fuorilegge», ripeteva al telefono. A quanto pare, gli inquirenti lo hanno preso sul serio.L'arresto del sindaco è praticamente un ricorso storico. Arriva a vent'anni (quasi) esatti dallo sbarco dei migranti curdi in Calabria, avvenuto nel luglio del 1998. Secondo la leggenda, fu in quei giorni che Lucano scoprì la sua vocazione all'accoglienza. Allora Mimmo - un passato a sinistra - aveva da poco compiuto 40 anni (è nato il 31 maggio del 1958) e faceva l'insegnante di chimica. Quando giunsero i curdi, fu folgorato: «Sono diventato amico di molti di loro e mi sono converti alla causa del Pkk». Sì, perché alcuni dei profughi fuggiaschi erano militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan guidato da Abdullah Öcalan, e considerato da molti un gruppo terroristico. In quel periodo, Lucano partecipa alla creazione dell'associazione Città futura, da cui poi nascerà la coop che si occupa di accoglienza nel Comune calabro. Entra in politica, e passa alcuni anni all'opposizione. Poi, nel 2004, la svolta. Viene eletto sindaco per la prima volta, con il 35,4% dei voti. Un patrimonio di consensi che crescerà ulteriormente per le due successive rielezioni (nel 2009, con il 51,7% e nel 2014, con il 54,48%). La fama internazionale, tuttavia, arriva soltanto nel 2010, quando arriva terzo nella classifica del World Mayor Prize, riconoscimento attribuito ai migliori sindaci del mondo. Da quel momento, è tutto in discesa. Nella cittadina calabrese cominciano a piovere giornalisti da tutto il pianeta. «Un sindaco italiano salva il suo paese accogliendo i rifugiati», titola la Bbc nel 2011. «Il piccolo paesino italiano che ha aperto le porte ai migranti», scrive il Guardian nel 2013. Nel 2016, la consacrazione definitiva: la rivista Fortune piazza Lucano al quarantesimo posto fra i 50 più influenti leader mondiali. È il tripudio: in piena emergenza migratoria, Riace diventa - per la sinistra - il simbolo dell'accoglienza, l'esempio che tutta l'Italia dovrebbe seguire. I flash abbronzano Mimmo più del sole della sua terra, lo premiano a Dresda, gli dedicano reportage ed elogi un po' ovunque, persino varie agiografie. E lui si comporta di conseguenza, sembra un re greco. Arriva persino a battere moneta.«La moneta locale è un'utopia concreta», spiega. «È la nostra utopia che si è realizzata. Dal 2011 Riace è diventata una “repubblica indipendente"». Invece di distribuire ai migranti che ospita (6.000 in tutto nel corso degli anni, con una presenza stabile di 300-500 stranieri) quel che resta dei 35 euro statali per l'accoglienza, Lucano offre banconote con i volti di Che Guevara, Berlinguer, Gramsci, Gandhi. «Volevamo che i rifugiati avessero libertà di spendere, almeno per i bisogni essenziali, e abbiamo creato una moneta solidale». Oltre allo pseudo denaro, il primo cittadino appronta un meccanismo basato su bonus e «borse» di cui beneficiano gli stranieri. Qualcuno, però, i soldi veri ce li deve mettere. Ed è qui la falla del modello Riace. Senza i fondi pubblici per l'accoglienza, il celebratissimo «modello» non sta in piedi. Servono oltre milioni di euro dello Stato per mandare avanti la baracca. Gli insegnanti, i 70 mediatori culturali e operatori dell'accoglienza che lavorano nella cittadina hanno bisogno di quei soldi, che passano attraverso associazioni e coop, così come il sindaco dispone.Non tutti gradiscono, come prevedibile. Mimmo dice che a lamentarsi sono coloro che non hanno goduto dei vantaggi portati dall'accoglienza («Sono rimaste escluse dall'accoglienza poche famiglie di orientamento razzista, mentre per il resto tutti sono coinvolti e costretti a riconoscere la mia onestà», dichiara). Ma persino il figlio di Lucano, Roberto, scrive un manifesto contro di lui contestando il sistema dell'accoglienza. I guai grossi, però, cominciano alle fine del 2016. Arrivano le commissioni della Prefettura di Reggio Calabria, e trovano una situazione poco chiara. La gestione del sindaco è, per lo meno, poco trasparente. Nel novembre 2017, parte l'inchiesta della Procura di Locri. Lucano è indagato per «concorso in truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ai danni dello Stato e dell'Ue, concussione e abuso d'ufficio». È il disastro I fondi pubblici smettono di arrivare, il fallimento è prossimo. Il sindaco sbraita, passa il 2018 a rilasciare interviste, a maledire il governo e l'italica ingratitudine. Nell'agosto di quest'anno annuncia lo sciopero della fame. Ieri il triste epilogo di tutta la vicenda: Comune ridotto sull'orlo del baratro, primo cittadino ai domiciliari, 30 indagati per accuse molto pesante. Nel frattempo, come se tutto ciò non bastasse, sono accadute cose grottesche. La Rai, prima delle inchieste, ha realizzato una fiction intitolata Tutto il mondo è paese, protagonista Beppe Fiorello, per celebrare la figura di questo sindaco che, pur di accogliere, ha perso la famiglia. È vero: la moglie di Lucano , ha lasciato Riace anni fa. Lui, però, ha trovato un nuovo amore: l'etiope Tesfahun Lemlem, sbarcata qui nel 2004. La fiction, anche grazie all'intervento di Maurizio Gasparri, non è mai stata trasmessa. Fiorello tuttavia non l'ha presa bene, e ha espresso il suo sdegno sui social. Chissà, magari potrebbero mandarla in onda nei prossimi giorni. Così Lucano, dai domiciliari, potrebbe godersi la visione, e tirarsi su di morale. Se lo merita, in fondo: grazie a lui, Riace non è più il Paese dei bronzi, ma quello delle inchieste sulla cattiva accoglienza. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/modello-riace-sgominato-mimmo-lucano-finisce-ai-domiciliari-2609593102.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="finti-matrimoni-per-far-restare-i-clandestini" data-post-id="2609593102" data-published-at="1782015017" data-use-pagination="False"> Finti matrimoni per far restare i clandestini L'accusa della Procura di Locri, che il gip però non ha sposato completamente, è più pesante di quanto che si potesse immaginare: associazione a delinquere finalizzata a fare business sull'accoglienza dei migranti. Il promotore, secondo la Procura, era il supereroe del modello Riace: il sindaco cocco di Laura Boldrini, Domenico «Mimmo» Lucano. Ieri il sindaco è finito agli arresti domiciliari, colpito da un'ordinanza di custodia cautelare che contiene anche l'esilio dal paese dell'accoglienza della sua compagna etiope Tesfahun Lemlem. Per il gip l'arresto si regge solo (si fa per dire) su queste due accuse: «Favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti». Il procuratore di Locri Luigi D'Alessio, tuttavia, ha specificato ieri: «La nostra richiesta era composta da circa mille pagine, il gip ne ha estratte, per la sua ordinanza, meno di 150. Stiamo, pertanto, preparando il riesame perché la Procura non è d'accordo con le decisioni adottate dal gip. Come Procura», ha aggiunto, «chiederemo inoltre la valutazione del tribunale. L'indagine, comunque, non si basa solo sulle intercettazioni ma pure su acquisizioni testimoniali e anche su documenti e attestazioni di fatture e altro». Il paese dell'accoglienza, come aveva anticipato La Verità e come denunciano da tempo le opposizioni, è alla bancarotta. E il modello Riace propagandato dalla stampa amica si è trasformato nel sistema Riace denunciato dalla Prefettura di Reggio Calabria e ricostruito poi dalla Procura di Locri. E anche se le accuse su cui si basa la detenzione cautelare non coincidono con le ipotesi dell'accusa, gli investigatori fanno sapere che le iscrizioni sono quelle e che l'indagine non è ancora chiusa. A novembre dello scorso anno il municipio era stato perquisito e su Riace erano già piombate, pesanti, le accuse di truffa, concussione e abuso d'ufficio. I magistrati, guidati dal procuratore D'Alessio, contestavano di «non aver rendicontato a sufficienza le fatture delle spese sostenute nel 2014». E non solo. Nel corso delle indagini, sostiene ora il giudice per le indagini preliminari che ha privato il sindaco della libertà, è emersa la «particolare spregiudicatezza del sindaco, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, nell'organizzare veri e propri matrimoni di convenienza tra cittadini riacesi e donne straniere, al fine di favorire illecitamente la permanenza di queste ultime nel territorio italiano». L'inchiesta, denominata dagli investigatori Xenia (parola che nell'antica grecia riassumeva il concetto di ospitalità), ha evidenziato come Lucano, assieme alla compagna Tesfahun Lemlem, avessero architettato degli espedienti criminosi, tanto semplici quanto efficaci, per aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l'ingresso degli aspiranti profughi in Italia. Lucano non aveva un ruolo marginale. Lo ha svelato una telefonata intercettata dagli investigatori della Guardia di finanza: «Io la carta d'identità gliela faccio immediatamente, perché sono responsabile dell'Ufficio anagrafe e stato civile, come sindaco. Ho assunto io questa delega dopo che l'impiegato che c'era è andato in pensione». Proprio come aveva fatto quando per bandire le gare dello Sprar ha ricoperto, come denunciato dalla Verità, altri tre ruoli: era sua la firma sotto il bando di gara in qualità di primo cittadino, sua quella come responsabile unico del procedimento (come previsto dalla legge nei comuni con meno di 5.000 abitanti), e sua anche quella da responsabile dell'unità operativa del servizio finanziario. Uno e trino, il sindaco Lucano. Ora si scopre che era anche responsabile dell'Ufficio anagrafe. E lui nella parte finale di quella telefonata ha praticamente confessato: «Proprio per disattendere a queste leggi balorde vado contro legge». E se per i migranti da sistemare con gli abitanti di Riace la gestione di Lucano e company era alquanto allegra, il gip ha ravvisato lo stesso atteggiamento nell'affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti urbani a due cooperative. Il sindaco, trasformandosi in legislatore e superando tutte le leggi, ha istituito un albo comunale ad hoc «per favorire», sostiene l'accusa (e anche il gip) la Ecoriace e l'Aquilone, coop che si erano aggiudicate la raccolta dal 2012 al 2016». Le ispezioni della Prefettura e le carte della Guardia di finanza, infine, anche se non sufficienti per la misura cautelare, per il gip vanno trasmesse anche alla Procura regionale della Corte dei conti «ai fini dell'accertamento del connesso danno erariale». Assieme al primo cittadino di Riace è venuto giù tutto il sistema, come un gigante dai piedi d'argilla. E sotto i cocci di Mimmo Lucano sono finiti anche gli altri 30 indagati, tra i quali Fernando Antonio Capone, presidente dell'associazione Città Futura don Pino Puglisi, il primo sodalizio nato a Riace per gestire i profughi. E anche se, al momento, le ipotesi di reato sulla lunga permanenza dei rifugiati e sui costi gonfiati con le fatture taroccate a parere del gip non sono dimostrate, il re del sistema Riace è ormai nudo. E il «diffuso malcostume» di cui parla il gip nell'ordinanza è finalmente stato svelato. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/modello-riace-sgominato-mimmo-lucano-finisce-ai-domiciliari-2609593102.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="saviano-e-soci-allattacco-dei-giudici" data-post-id="2609593102" data-published-at="1782015017" data-use-pagination="False"> Saviano e soci all’attacco dei giudici Se l'indagato è Matteo Salvini, i magistrati sono eroi da celebrare. Ma se per caso a finire nei guai è un amichetto dei progressisti nostrani, beh, allora sono guai: le toghe diventano cattive, si trasformano nel braccio violento dell'eversione nera. Questa, in soldoni, è la lezione che si può trarre dalla giornata di ieri, e dai commenti che hanno accompagnato l'arresto del sindaco di Riace Domenico Lucano. Il più agguerrito di tutti, ovviamente, è stato Roberto Saviano. Comprensibile. Circa un mese fa, lo scrittore campano aveva utilizzato Lucano come arma nella sua battaglia personale con Matteo Salvini. Il ministro dell'Interno aveva definito «uno zero» il sindaco di Riace, Saviano colse immediatamente la palla al balzo. «Riace è un miracolo. Riace va difesa», dichiarò. «Venite a Riace, venite a vedere con i vostri occhi l'esempio da cui tutta l'Italia deve ripartire. Vi prego, difendiamo insieme Riace, difendiamo il sogno che Mimmo Lucano ha reso concreta possibilità di vita». L'appello di Roberto era, al solito, pomposo: «Venite a Riace, organizziamo una nuova resistenza». La resistenza, ora, toccherebbe farla ai pubblici ufficiali. E in effetti Saviano non si tira indietro. Ieri ha spiegato che nelle azioni di Lucano «non c'è mai finalità di lucro, ma disobbedienza civile». Per questo Salvini considererebbe il sindaco «un nemico da abbattere». «Mimmo Lucano lotta contro una legge iniqua, e lotta da solo», ribadisce Saviano. E conclude: «Questo governo, attraverso questa inchiesta giudiziaria, da cui Mimmo saprà difendersi in ogni sua parte, compie il primo atto verso la trasformazione definitiva dell'Italia da democrazia a stato autoritario. Con il placet di tutte le forze politiche». Capito? Siamo di fronte a un'inchiesta politica, roba da regime. E - chiaro - dietro c'è Salvini. Anche se ad arrestare Lucano sono state le Fiamme gialle, che fanno capo al ministero dell'Economia, ma fa lo stesso. Sono in tanti, sempre i soliti, a pensarla così. Gad Lerner spiega che «il mandato di arresto per il sindaco di Riace è uno schiaffo in faccia a chi pratica il dovere dell'accoglienza e conferma la pulsione fascistoide di cui sta cadendo preda il nostro Paese». Laura Boldrini grida che il vero problema dell'Italia è «Salvini, quello indagato per sequestro di persona aggravato e quello il cui partito deve 49 milioni ai cittadini italiani». Cécile Kyenge si dispera: «Qual è la colpa di Mimmo Lucano? L'essere una persona che pratica nel concreto la solidarietà e l'umanità?». Il florilegio potrebbe continuare a lungo: Mimmo non si tocca, sbraitano tutti in coro. Nicola Fratoianni, Cecilia Strada, Pippo Civati, Vauro... C'è chi ha già messo in piedi una manifestazione per questo sabato. C'è chi lancia fantasiosi hashtag su Twitter. Sui social c'è perfino chi si diletta a insultare Corrado Formigli, che ha osato esprimere qualche dubbio sulla difesa d'ufficio di Lucano. Tra i più disperati (per ovvi motivi d'interesse personale) c'è Beppe Fiorello, che scrive su Facebook: «Se viene arrestato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina allora saranno in molti ad essere arrestati [...], insomma mezzo mondo andrebbe arrestato. Questo è un attacco personale, Mimmo Lucano dà fastidio perché va controcorrente e si sa che in questo Paese si rischia grosso se non si obbedisce al potere». Peccato che i difensori di Lucano non abbiano letto le carte dell'inchiesta. Specie i passaggi in cui ragiona di far sposare una migrante di 30 anni con un italiano di 70, per farle avere il permesso di soggiorno, e spiega che lei è disposta anche ad andarci a letto: «È brutto per una donna», dice, «però lei vuole il documento...». Già, è proprio così che si pratica la solidarietà. È da qui che l'Italia deve ripartire... Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/modello-riace-sgominato-mimmo-lucano-finisce-ai-domiciliari-2609593102.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="se-mi-trovi-la-fidanzata-ti-voto-e-lui-organizzava-le-nozze-di-comodo" data-post-id="2609593102" data-published-at="1782015017" data-use-pagination="False"> «Se mi trovi la fidanzata ti voto» E lui organizzava le nozze di comodo «Io ti voglio votare però tu mi devi trovare una fidanzata». Era disposto anche a fare da agenzia matrimoniale il sindaco di Riace Domenico Mimmo Lucano. D'altra parte, hanno svelato le indagini, il sistema Riace si poggiava anche sull'organizzazione illegale delle nozze tra immigrate e cittadini italiani. Anche nozze gay, se necessario. Già: il primo cittadino e i suoi collaboratori valutarono (per poi bocciarla) anche l'ipotesi di un matrimonio fra donne pur di far ottenere a una straniera il permesso di soggiorno. Ma andiamo con ordine, e vediamo che cosa diceva il sindaco al telefono. È il 2017, Lucano parla con una ragazza, Joy, che ha bisogno del permesso di soggiorno. «Adesso con il governo nuovo c'è uno che si chiama Minniti, una brutta persona, vi mandano via, vi cacciano, allora Stella si è sposata, hai capito?». È una delle conversazioni che raccontano tutta l'inchiesta giudiziaria. Marco Minniti in quel momento è ministro dell'Interno. E le relazioni della Prefettura di Reggio Calabria sono arrivate sulla sua scrivania. I fondi non si sbloccano e i problemi giudiziari per Lucano sono appena cominciati. Ma la soluzione trovata dal sindaco aggirava ogni ostacolo: per i permessi di soggiorno non c'è nulla di più facile che agevolare i matrimoni. Ed ecco che spiega a Joy come funziona: «Stella si è sposata perché è stata diniegata due volte, si è sposata con Nazareno, così, però lei adesso ha il permesso di soggiorno per motivi di famiglia, hai capito?». E per far sì che Joy, clandestina, senza requisiti per restare in Italia, ottenga un permesso anche lei le propone uno sposino fresco fresco: «Nei prossimi giorni trovo una persona e ti sposi». E si mette subito a caccia. Negli uffici dell'associazione Città futura viene intercettato mentre dice: «Ne è venuta un'altra, Joy, una disperata, una nigeriana che a Napoli si prostituisce (...) le ho detto, Joy aspetta, vai a dormire dove cazzo vuoi in qualche casa... siamo abusivi, non c'è problema, glieli ho fatti io i documenti, è illegale... sposati con qualcuno... io ho azzerato tutta la burocrazia». Ed ecco che al sindaco capita tra le mani un anziano: Giosi, 70 anni. Il primo cittadino non ha considerazione di lui, lo definisce «uno stupido». «È uno», dice Lucano, «con cui mi sono barattato l'unica cosa... mi ha detto così... io ti voglio votare però tu mi devi trovare una fidanzata». Proprio come aveva fatto con Nazareno, di Riace, e Stella, nigeriana. Giosi potrebbe essere un buon marito «di comodo» per Joy, ma poi il sindaco ne parla come possibile sposo anche per un'altra ragazza, di nome Sara. L'anziano è pronto al matrimonio combinato, ma vuole qualcosa in cambio. Vuole un pagamento... «in natura». «Questo è convinto che la prima notte se la porta a casa, invece quella non vuole andare, vuole solo per i documenti...». Lucano non gradisce l'idea che il matrimonio sia consumato. «Qua rischiamo tutti il pane sopra questa cosa», dice al telefono. Ma, a quanto pare, Sara sarebbe disposta a qualunque cosa pur di avere l'ambito documento. Chissà cosa penserà Laura Boldrini quando leggerà questa intercettazione in cui Lucano riassume così la vicenda: «Lui su questo è lucido, anzi tutti e due sono lucidi, Sara ha capito che questo la vuole per fare i comodi suoi e lei lo vuole per i comodi suoi, ovvero per il documento, perché non c'è nessun amore e né niente, però la situazione la obbliga a fare questo, ovvero chiudere gli occhi e fare... è brutto per una donna... però lei vuole il documento del Municipio, il certificato di matrimonio... ma come faccio...». L'immigrata sa bene quello che otterrà dal matrimonio combinato. E, saltata ormai l'ipotesi delle nozze gay («perché», spiega il sindaco, «dalla Questura hanno detto che che il matrimonio tra donne e donne e tra uomo e uomo non vale ai fini del permesso di soggiorno»), per il documento è disposta a tutto. Lucano cerca di dissuaderla in ogni modo: «Questo qua è un animale», le dice parlando del famoso Giosi. Ma poi la rassicura: «Ti inseriamo nel progetto, così sei con Città futura e non hai tanti problemi [...] prendi pure i pocket money, i bonus, poi vediamo». Eccolo, il modello Riace. Fabio Amendolara
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«Felicità/ è un bicchiere di vino con un panino,/ la felicità…». Cuore e vino, la storia continua.
Due settimane fa abbiamo lasciato Noè - primo viticoltore e primo flebotomista della vigna ad estrarre il «sangue dell’uva» - con una domanda da un milione di euro: il vino fa bene o male al cuore? Riprendiamo l’argomento intonando l’inno alla gioia versione Romina Power e Al Bano. Il cantante pugliese produce due milioni di bottiglie nella Tenuta Al Bano Carrisi di Cellino San Marco, in terra salentina. Tra le etichette, guarda caso, spicca Felicità, un Salento bianco Igp ottenuto per il 70% da uve di Sauvignon Blanc e il 30% di Chardonnay in vendita in Internet sui 16 euro. Ovvio che Al Bano sia un supporter del vino, ma lo fa con giudizio, non da ultras. In una recente intervista al periodico dei sommelier Ais del Veneto, ha sottolineato: «Il vino è come una medicina: con la giusta dose tu vivi bene, ma con la dose sbagliata ti freghi il fegato. Il vino è un regalo di Dio: non puoi mai abusarne altrimenti si vendica». Parole sante, già dette dallo scienziato greco Ippocrate, padre della medicina, 2.500 anni prima di Al Bano. Comunque l’invito alla moderazione torna ad onore del cantavignaiolo brindisino.
Ippocrate considerava il vino un pharmakon, un farmaco, raccomandando di usarlo con saggezza: «È una bevanda portentosa, ma va preso nella giusta misura». Per lui era un toccasana multiterapeutico: era l’alcol per disinfettare le ferite, il paracetamolo per ridurre la febbre, il Lasix per eliminare le tossine con la pipì. Il vino ippocratico mescolato con miele ridava vigore al convalescente, era un tonico per il cuore. Rosso, ricco di tannini, alleviava gli afflitti da cacarella gastrointestinale. Il padre della medicina usava il vino come «veicolo» per portare all’interno dell’organismo gli estratti delle erbe medicinali, utili a guarirlo, macerate nello stesso. Non è forse quello che fanno i farmacologi d’oggidì che sfruttano i nanovettori lipidici per veicolare i farmaci nelle parti del corpo dove devono agire?
Ippocrate predicava di usare il vino con buon senso e, a seconda dell’età, in modi diversi. Prima regola, mai puro, ma mescolato con acqua, miele, spezie, erbe. Seconda: niente vino ai giovani che di energia ne hanno da vendere. Allentava le redini per anziani, malinconici, freddolosi e filosofi. Non dimentichiamo che negli ambienti intellettuali dell’antica Ellade era di moda il symposión, parola che significa «bere insieme». Non erano bevute d’osteria, ma intrattenimenti colti, raffinati, praticati da menti superiori: cittadini liberi della polis, politici (pensate agli attuali e immaginate esattamente il contrario), artisti e filosofi. Platone scrisse un dialogo intitolato Symposión nel quale fa discutere sull’amore Socrate che beve vino senza mai perdere la lucidità, acquistando, anzi, in loquacità e acume.
C’è da precisare che il vino nei simposi circolava nelle coppe abbondantemente annacquato: quanta H2O si dovesse aggiungere al nettare di Dioniso nel cratere collettivo lo decideva il simposiarca, ma era sempre un bel po’ di acqua in modo di non permettere al vino di ottundere la mente. Al symposión partecipavano flautisti ed Hetaìrai, le etere, donne colte, dotate di arguzia e cervello fino che offrivano, così lasciò detto Demostene, «il piacere dello spirito». E, diciamolo, il brivido della sensualità.
Nel II secolo prima di Cristo, l’Ellade finisce nelle fauci di Roma. «Graecia capta ferum victorem cepit», scrive Orazio in una delle sue Epistole, «et artes intulit agresti Latio»: la Grecia conquistata conquistò il feroce vincitore e introdusse le arti nel Lazio contadino. Traduzione migliore: nella terra dei bifolchi. Non solo la Grecia capta introdusse nell’Spqr le arti, ma anche la letteratura, la filosofia, il teatro. E il vino. Lo dimostrano ancora oggi alcuni vitigni del sud che affondano le radici nella Magna Grecia o le allungano fino al Pelopponeso: Greco, Primitivo, Negroamaro, Aglianico (deriva da Ellenico?), Fiano… Sia i Greci che i Romani consideravano un barbaro ubriacone chi beveva vino puro. Sia i primi che i secondi allungavano il nettare di Dioniso (Bacco) con acqua calda d’inverno e fredda d’estate secondo i precetti di Ippocrate e di Galeno, medico greco con passaporto romano vissuto nell’Urbe nel II secolo dopo Cristo. Nei banchetti romani a decidere la quantità d’acqua che stemperava il vino era il magister bibendi, erede del simposiarca.
I Romani di allora somigliavano molto, quanto a concretezza e senso degli affari, ai milanesi di adesso: appresa l’arte di fare il vino, non lo mescolarono soltanto con l’acqua nel cratere e nelle coppe dai quali i Greci attingevano cultura, poesia e filosofia, ma secolo dopo secolo, tra la res publica e l’impero, trasformarono quell’arte in agronomia, in viticoltura specializzata grazie agli scritti sull’agricoltura di Catone, Varrone e Columella: tanta conoscenza agraria con l’occhio rivolto agli ettari vitati, al torchio, alla cantina e al fatturato. Se in Grecia il vino filosofava, a Roma generava profitto e democrazia. In Grecia beveva vino la crema della società, a Roma tutti, dall’imperatore all’ultimo schiavo. È vero che non c’era paragone tra il vino dei convivi dei patrizi, dei senatori e dell’augusto signore con quello versato nei pocula delle tabernae e delle thermopolia, le osterie della romanità. Nei primi venivano serviti Falernum, Caecubum o altri vini di pregio, ma plebei, legionari e schiavi s’accontentavano del loro vino quotidiano, d’infimo pregio, ma distributore di illusioni: il posca, praticamente acqua e aceto, il lora ottenuto pressando gli ultimi succhi delle vinacce innaffiate d’acqua. Questo è resistito fino a qualche decennio fa nel mondo della civiltà contadina col nome di «vin piccolo». Per avere un’idea di quanto sangue d’uva circolava nell’impero, basti pensare ai milioni e milioni di anfore vinarie e ai milioni e milioni di ettolitri trasportati dalle navi onerarie in tutti i porti del Mediterraneo. Un Mare nostrum di vino.
Galeno, medico di corte dell’imperatore Marco Aurelio, come Ippocrate, considerava il vino alimento salutare. I suoi scritti influenzarono la medicina e l’enologia fino a medioevo inoltrato. Santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), suora, teologa e mistica innalzata agli altari da papa Benedetto XVI nel 2012, fu colei che inventò il «vino del cuore», una bevanda medicinale preparata con vino rosso, prezzemolo, miele e aceto bolliti insieme. Garantiva la badessa tedesca che la mistura presa tre volte al giorno per una quindicina di giorni fortificava il muscolo cardiaco, faceva correre il sangue nei vasi e preveniva i disturbi al cuore. Se vi scappa da ridere, non fatelo. Non solo il «vino del cuore» di Santa Ildegarda si usa ancora, preparato in casa o venduto nelle erboristerie e nelle farmacie con angolo natura, ma in Germania un’associazione che porta il nome della santa monaca diffonde e difende i suoi insegnamenti: «La medicina di Santa Ildegarda è eccezionale, in quanto trasmessa all’umanità direttamente da Dio. Ildegarda ricevette il compito dal Signore di annotare quello che vedeva nelle sue visioni e di portarlo a conoscenza degli uomini». Insomma, la mistica anticipò di quasi 900 anni il paradosso di Serge Renaud e Michel de Longeril, i ricercatori che sostennero alla vigilia del 2000 che il robusto vino rosso grazie al resveratrolo, polifenolo con qualità antiossidanti e antinfiammatorie, è un protettore cardiovascolare. A differenza dei due scienziati francesi, Sant’Ildegarda ha finora evitato gli strali dell’Organizzazione mondiale della sanità che confuta il paradosso sostenendo che è statisticamente sbagliato e sconsiglia assolutamente il consumo del vino.
Il vino, dunque, ha santi in calendario che sostengono che un cuore ce l’ha se bevuto con moderazione. «E ha anche un’anima», garantisce il patron della Masi, Sandro Boscaini, Mister Amarone. «Il cuore è la porta della dimensione più profonda dell’uomo: l’anima».
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Nel riquadro, lo stilista Brett Johnson
Settantacinque appuntamenti, tra cui 16 sfilate fisiche, 6 eventi digitali, 44 presentazioni, 2 presentazioni su appuntamento e 7 eventi speciali. Un programma ricco che testimonia la vitalità del settore e la capacità di Milano di attrarre brand affermati e nuove realtà creative. Questi i numeri della fashion week (19/23 giugno) dedicata all’abbigliamento da uomo. In calendario anche Brett Johnson, stilista americano specializzato nel lusso maschile di alta gamma. Ha lanciato il suo marchio durante la settimana della moda di New York nel 2013-2014 e successivamente ha trasferito il centro operativo a Milano, dove oggi ha showroom e uffici. Dietro a ogni sua collezione c’è molto di più: una visione della qualità fondata sull’artigianalità italiana, sul valore della permanenza e sulla volontà di costruire una nuova eredità culturale nel panorama internazionale dell’ultra-lusso. In questa conversazione, Brett Johnson racconta la sua idea di stile, il rapporto con il made in Italy e l’ambizione di creare una maison capace di lasciare un segno nella storia della moda contemporanea.
La Costiera Amalfitana è stata la principale fonte d’ispirazione per la Primavera-estate 2027. Quali emozioni o immagini desiderava tradurre in questa collezione?
«La Costiera ha qualcosa di magnetico, un luogo sospeso tra mare e roccia, dove la luce scolpisce le superfici, i colori si fondono con il paesaggio e il tempo sembra seguire un ritmo diverso. Ho voluto evocare la naturale eleganza del territorio sia attraverso i colori sia i materiali e le costruzioni. Ho scelto per questo il bianco della calce, le sfumature minerali della sabbia, l’acquamarina del mare, il verde salvia della vegetazione costiera. Ho voluto utilizzare lini superfini, cotoni mercerizzati, blend di seta e cotone, suede impalpabili e pelli ultraleggere, molto confortevoli. Anche il tailoring segue questa filosofia: le forme sono leggere, le strutture morbide e rilassate. Giacche destrutturate, pantaloni fluidi, bermuda sartoriali, overshit. Questa collezione racchiude un equilibrio perfetto tra eleganza disinvolta, artigianalità ed energia vibrante».
Nelle sue collezioni il concetto di «lusso silenzioso» emerge con grande forza. Come definirebbe oggi il vero lusso in un’epoca dominata dalla velocità e dall’ostentazione?
«Credo che oggi il vero lusso sia avere il tempo e la libertà di fare le cose nel modo giusto. Quando acquisti qualcosa, dovresti sapere che è stato prodotto con cura, con materiali straordinari e da artigiani capaci di valorizzare i capi. Questo, per me, è il lusso. In un mondo che corre sempre più veloce e premia l’ostentazione, penso che le persone sentano il bisogno di qualcosa di più autentico. Un abito non dovrebbe gridare per essere notato: dovrebbe parlare attraverso la sua costruzione, il comfort e il modo in cui ti fa sentire quando lo indossi. Il lusso è anche correttezza. È offrire il miglior prodotto possibile, realizzato con rispetto per chi lo crea e a un prezzo che rifletta il suo vero valore. Non mi interessa il lusso come simbolo di status. Mi interessa creare capi destinati a durare».
Lei lavora esclusivamente con manifatture d’eccellenza in Toscana e Umbria. Che cosa ha imparato dagli artigiani italiani e in che modo questa esperienza ha influenzato la sua visione creativa?
«Gli artigiani italiani mi hanno insegnato prima di tutto il rispetto. Rispetto per il materiale, per il tempo necessario a realizzare qualcosa bene e per un sapere che si tramanda da generazioni. Quando ho iniziato, non avevo una formazione tradizionale nella moda: ho imparato osservando, facendo domande e lavorando ogni giorno al loro fianco. È stata un’esperienza che ha cambiato completamente il mio modo di pensare il design. Oggi, quando sviluppo una collezione, non parto solo da un’idea estetica, ma da ciò che una manifattura è realmente in grado di esprimere al massimo livello. Credo che il miglior design nasca proprio da questo dialogo continuo tra creatività e artigianalità. L’Italia mi ha insegnato che l’eccellenza non è mai il risultato di una scorciatoia. È disciplina, pazienza e attenzione ai dettagli. Lavorare con le manifatture in Toscana e in Umbria significa confrontarsi ogni giorno con persone che fanno questo mestiere da tutta la vita e che hanno un livello di competenza incredibile. Il mio ruolo è valorizzare quel patrimonio di conoscenze e trasformarlo in qualcosa di contemporaneo».
La ricerca delle materie prime è un elemento centrale del suo lavoro. Quando seleziona una pelle o un tessuto, quali caratteristiche cerca per capire se quel materiale è davvero straordinario?
«La prima cosa che cerco è il carattere. Un materiale straordinario non deve solo essere bello da vedere, deve trasmettere qualcosa già al primo contatto. Mi interessa la mano del tessuto, il modo in cui cade sul corpo, come reagisce al movimento e, soprattutto, come evolve nel tempo. Mi interessa capire se possiede un’autenticità che il cliente percepirà anche tra dieci anni. I materiali migliori hanno una qualità quasi silenziosa. Dietro una pelle o un tessuto ci sono persone, competenze e decenni di esperienza. Non acquisto semplicemente una materia prima: scelgo di lavorare con aziende che condividono i miei stessi valori. Se un materiale è eccellente ma nasce da una filiera che non rispetta le persone o il territorio, per me perde immediatamente gran parte del suo valore. La qualità non può essere separata dall’integrità».
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Turisti in piazza San Marco a Venezia (iStock)
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal neosindaco di Venezia, Simone Venturini, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro. I dieci euro del provvedimento varato nel 2024, insomma, non basterebbero a calmierare gli accessi dei visitatori per un giorno, per questo il sindaco penda a un aumento. Anche perché meno della metà dei turisti che hanno pagato il ticket per entrare a Venezia si sono prenotati in anticipo per godere della tariffa scontata a 5 euro. Su un totale di 514.710 contributi versati nei primi 42 giorni di applicazione, quelli da 5 euro sono stati 245.503, quelli da 10 euro 268.207. Per un incasso di 3.919.585 euro. I dati resi noti dall’amministrazione comunale confermano come la tariffa differenziata, sperimentata ormai da un paio d’anni, incida poco sulle scelte dei visitatori per un giorno.
Non si è verificato l’effetto disincentivo al cosiddetto overtourism nella sua versione «mordi e fuggi». Per farlo, serve una modifica legislativa. Che, in caso di accoglimento, vedrebbe quasi certamente schizzare alle stelle le sanzioni per i furbetti. Oggi chi non paga il biglietto rischia una multa da 50 a 300 euro. In pratica, oggi con il biglietto tra i 5 e 10 euro, la sanzione minima è 10 volte tanto il prezzo del biglietto prenotato online: è ovvio che se passa la proposta di portare la tariffa a 30 e 50 euro, le sanzioni verranno riviste al rialzo.
Va detto che, anche se il fenomeno dell’overtourism è un argomento che tutte le città storiche si trovano ad affrontare, le caratteristiche uniche di Venezia, proprio quelle che attraggono un numero enorme di visitatori, rendono la gestione dei flussi particolarmente delicata.
A dicembre scorso, l’allora l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, aveva spiegato che «alcune analisi recenti stimano che nel 2024, nel centro storico della città lagunare, la media giornaliera delle persone presenti - residenti, lavoratori, turisti, escursionisti - sia risultata di circa 170.000 persone al giorno, di cui quasi 80.000 “city users” (non residenti, non domiciliati, presenti anche per lavoro o studio, prestazioni sanitarie, eventi artistici, sportivi)». Una situazione delicata, che negli anni scorsi aveva già portato a una serie di provvedimenti per cercare di frenare gli accessi di turisti per poche ore. Un primo tentativo era stato fatto nel 2021 con la limitazione all’ingresso nella Laguna delle grandi navi da crociera, mai diventato definitivo. Nel 2024, invece, era stato approvato un codice deontologico dagli operatori di incoming che lavorano in città e che aderiscono alla Federazione turismo organizzato di Confcommercio. Nel codice, tra le indicazioni rivolte agli operatori, spiccava l’incentivo a proporre itinerari alternativi a Piazza San Marco e Rialto, l’utilizzo di auricolari per ascoltare le spiegazioni delle guide al fine di ridurre il disturbo acustico e la visita ai musei cittadini.
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(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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