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2018-10-03
Modello Riace sgominato. Mimmo Lucano finisce ai domiciliari
ANSA
Che sarebbe finita così qualcuno lo aveva previsto. Certo, non si erano immaginati i dettagli, e cioè che il sindaco di Riace, Domenico Lucano detto Mimmo (o Mimì Capatosta) venisse arrestato dalla Guardia di finanza e finisse ai domiciliari. Ma il quadro d'insieme era abbastanza chiaro da tempo. In un libro del 2016 (Riace, il paese dell'accoglienza, Imprimatur editore),Antonio Rinaldis intervistò un uomo di nome Renzo. Si trattava con tutta probabilità di Renzo Valilà, ex assessore di Riace uscito dalla giunta nel 2016. «Non vorrei essere scambiato per un cattivo profeta», diceva l'intervistato, «ma ho motivo di credere che a breve ci sarà uno scandalo enorme e l'epilogo sarà drammatico». Poi aggiungeva: «Domenico soffre la burocrazia. Secondo lui è un ostacolo che blocca i processi, ma io penso che le leggi e i regolamenti siano fatti per essere rispettati e non si debbano mai eludere».
Già, Lucano la pensava diversamente. Nel suo piccolo Comune - 2.300 abitanti, oltre 400 immigrati - si comportava come l'uomo della provvidenza. Difficile, del resto, non farsi rapire dall'ambizione quando i giornali di mezzo mondo ti portano in palmo di mano. A un certo punto, pensi di essere una specie di sovrano. Lucano, stando a quanto emerge dalle carte, combinava matrimoni, gestiva i rapporti con le cooperative un po' come gli pareva, si muoveva al limite della legge e ne era orgoglioso: «Sono un fuorilegge», ripeteva al telefono. A quanto pare, gli inquirenti lo hanno preso sul serio.
L'arresto del sindaco è praticamente un ricorso storico. Arriva a vent'anni (quasi) esatti dallo sbarco dei migranti curdi in Calabria, avvenuto nel luglio del 1998. Secondo la leggenda, fu in quei giorni che Lucano scoprì la sua vocazione all'accoglienza. Allora Mimmo - un passato a sinistra - aveva da poco compiuto 40 anni (è nato il 31 maggio del 1958) e faceva l'insegnante di chimica. Quando giunsero i curdi, fu folgorato: «Sono diventato amico di molti di loro e mi sono converti alla causa del Pkk». Sì, perché alcuni dei profughi fuggiaschi erano militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan guidato da Abdullah Öcalan, e considerato da molti un gruppo terroristico.
In quel periodo, Lucano partecipa alla creazione dell'associazione Città futura, da cui poi nascerà la coop che si occupa di accoglienza nel Comune calabro. Entra in politica, e passa alcuni anni all'opposizione. Poi, nel 2004, la svolta. Viene eletto sindaco per la prima volta, con il 35,4% dei voti. Un patrimonio di consensi che crescerà ulteriormente per le due successive rielezioni (nel 2009, con il 51,7% e nel 2014, con il 54,48%).
La fama internazionale, tuttavia, arriva soltanto nel 2010, quando arriva terzo nella classifica del World Mayor Prize, riconoscimento attribuito ai migliori sindaci del mondo. Da quel momento, è tutto in discesa. Nella cittadina calabrese cominciano a piovere giornalisti da tutto il pianeta.
«Un sindaco italiano salva il suo paese accogliendo i rifugiati», titola la Bbc nel 2011. «Il piccolo paesino italiano che ha aperto le porte ai migranti», scrive il Guardian nel 2013. Nel 2016, la consacrazione definitiva: la rivista Fortune piazza Lucano al quarantesimo posto fra i 50 più influenti leader mondiali. È il tripudio: in piena emergenza migratoria, Riace diventa - per la sinistra - il simbolo dell'accoglienza, l'esempio che tutta l'Italia dovrebbe seguire. I flash abbronzano Mimmo più del sole della sua terra, lo premiano a Dresda, gli dedicano reportage ed elogi un po' ovunque, persino varie agiografie. E lui si comporta di conseguenza, sembra un re greco. Arriva persino a battere moneta.
«La moneta locale è un'utopia concreta», spiega. «È la nostra utopia che si è realizzata. Dal 2011 Riace è diventata una “repubblica indipendente"». Invece di distribuire ai migranti che ospita (6.000 in tutto nel corso degli anni, con una presenza stabile di 300-500 stranieri) quel che resta dei 35 euro statali per l'accoglienza, Lucano offre banconote con i volti di Che Guevara, Berlinguer, Gramsci, Gandhi. «Volevamo che i rifugiati avessero libertà di spendere, almeno per i bisogni essenziali, e abbiamo creato una moneta solidale». Oltre allo pseudo denaro, il primo cittadino appronta un meccanismo basato su bonus e «borse» di cui beneficiano gli stranieri.
Qualcuno, però, i soldi veri ce li deve mettere. Ed è qui la falla del modello Riace. Senza i fondi pubblici per l'accoglienza, il celebratissimo «modello» non sta in piedi. Servono oltre milioni di euro dello Stato per mandare avanti la baracca. Gli insegnanti, i 70 mediatori culturali e operatori dell'accoglienza che lavorano nella cittadina hanno bisogno di quei soldi, che passano attraverso associazioni e coop, così come il sindaco dispone.
Non tutti gradiscono, come prevedibile. Mimmo dice che a lamentarsi sono coloro che non hanno goduto dei vantaggi portati dall'accoglienza («Sono rimaste escluse dall'accoglienza poche famiglie di orientamento razzista, mentre per il resto tutti sono coinvolti e costretti a riconoscere la mia onestà», dichiara). Ma persino il figlio di Lucano, Roberto, scrive un manifesto contro di lui contestando il sistema dell'accoglienza.
I guai grossi, però, cominciano alle fine del 2016. Arrivano le commissioni della Prefettura di Reggio Calabria, e trovano una situazione poco chiara. La gestione del sindaco è, per lo meno, poco trasparente. Nel novembre 2017, parte l'inchiesta della Procura di Locri. Lucano è indagato per «concorso in truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ai danni dello Stato e dell'Ue, concussione e abuso d'ufficio». È il disastro I fondi pubblici smettono di arrivare, il fallimento è prossimo. Il sindaco sbraita, passa il 2018 a rilasciare interviste, a maledire il governo e l'italica ingratitudine. Nell'agosto di quest'anno annuncia lo sciopero della fame. Ieri il triste epilogo di tutta la vicenda: Comune ridotto sull'orlo del baratro, primo cittadino ai domiciliari, 30 indagati per accuse molto pesante.
Nel frattempo, come se tutto ciò non bastasse, sono accadute cose grottesche. La Rai, prima delle inchieste, ha realizzato una fiction intitolata Tutto il mondo è paese, protagonista Beppe Fiorello, per celebrare la figura di questo sindaco che, pur di accogliere, ha perso la famiglia. È vero: la moglie di Lucano , ha lasciato Riace anni fa. Lui, però, ha trovato un nuovo amore: l'etiope Tesfahun Lemlem, sbarcata qui nel 2004.
La fiction, anche grazie all'intervento di Maurizio Gasparri, non è mai stata trasmessa. Fiorello tuttavia non l'ha presa bene, e ha espresso il suo sdegno sui social. Chissà, magari potrebbero mandarla in onda nei prossimi giorni. Così Lucano, dai domiciliari, potrebbe godersi la visione, e tirarsi su di morale.
Se lo merita, in fondo: grazie a lui, Riace non è più il Paese dei bronzi, ma quello delle inchieste sulla cattiva accoglienza.
Francesco Borgonovo
Finti matrimoni per far restare i clandestini
L'accusa della Procura di Locri, che il gip però non ha sposato completamente, è più pesante di quanto che si potesse immaginare: associazione a delinquere finalizzata a fare business sull'accoglienza dei migranti. Il promotore, secondo la Procura, era il supereroe del modello Riace: il sindaco cocco di Laura Boldrini, Domenico «Mimmo» Lucano. Ieri il sindaco è finito agli arresti domiciliari, colpito da un'ordinanza di custodia cautelare che contiene anche l'esilio dal paese dell'accoglienza della sua compagna etiope Tesfahun Lemlem. Per il gip l'arresto si regge solo (si fa per dire) su queste due accuse: «Favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti». Il procuratore di Locri Luigi D'Alessio, tuttavia, ha specificato ieri: «La nostra richiesta era composta da circa mille pagine, il gip ne ha estratte, per la sua ordinanza, meno di 150. Stiamo, pertanto, preparando il riesame perché la Procura non è d'accordo con le decisioni adottate dal gip. Come Procura», ha aggiunto, «chiederemo inoltre la valutazione del tribunale. L'indagine, comunque, non si basa solo sulle intercettazioni ma pure su acquisizioni testimoniali e anche su documenti e attestazioni di fatture e altro».
Il paese dell'accoglienza, come aveva anticipato La Verità e come denunciano da tempo le opposizioni, è alla bancarotta. E il modello Riace propagandato dalla stampa amica si è trasformato nel sistema Riace denunciato dalla Prefettura di Reggio Calabria e ricostruito poi dalla Procura di Locri. E anche se le accuse su cui si basa la detenzione cautelare non coincidono con le ipotesi dell'accusa, gli investigatori fanno sapere che le iscrizioni sono quelle e che l'indagine non è ancora chiusa. A novembre dello scorso anno il municipio era stato perquisito e su Riace erano già piombate, pesanti, le accuse di truffa, concussione e abuso d'ufficio. I magistrati, guidati dal procuratore D'Alessio, contestavano di «non aver rendicontato a sufficienza le fatture delle spese sostenute nel 2014». E non solo.
Nel corso delle indagini, sostiene ora il giudice per le indagini preliminari che ha privato il sindaco della libertà, è emersa la «particolare spregiudicatezza del sindaco, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, nell'organizzare veri e propri matrimoni di convenienza tra cittadini riacesi e donne straniere, al fine di favorire illecitamente la permanenza di queste ultime nel territorio italiano».
L'inchiesta, denominata dagli investigatori Xenia (parola che nell'antica grecia riassumeva il concetto di ospitalità), ha evidenziato come Lucano, assieme alla compagna Tesfahun Lemlem, avessero architettato degli espedienti criminosi, tanto semplici quanto efficaci, per aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l'ingresso degli aspiranti profughi in Italia. Lucano non aveva un ruolo marginale. Lo ha svelato una telefonata intercettata dagli investigatori della Guardia di finanza: «Io la carta d'identità gliela faccio immediatamente, perché sono responsabile dell'Ufficio anagrafe e stato civile, come sindaco. Ho assunto io questa delega dopo che l'impiegato che c'era è andato in pensione». Proprio come aveva fatto quando per bandire le gare dello Sprar ha ricoperto, come denunciato dalla Verità, altri tre ruoli: era sua la firma sotto il bando di gara in qualità di primo cittadino, sua quella come responsabile unico del procedimento (come previsto dalla legge nei comuni con meno di 5.000 abitanti), e sua anche quella da responsabile dell'unità operativa del servizio finanziario. Uno e trino, il sindaco Lucano.
Ora si scopre che era anche responsabile dell'Ufficio anagrafe. E lui nella parte finale di quella telefonata ha praticamente confessato: «Proprio per disattendere a queste leggi balorde vado contro legge».
E se per i migranti da sistemare con gli abitanti di Riace la gestione di Lucano e company era alquanto allegra, il gip ha ravvisato lo stesso atteggiamento nell'affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti urbani a due cooperative. Il sindaco, trasformandosi in legislatore e superando tutte le leggi, ha istituito un albo comunale ad hoc «per favorire», sostiene l'accusa (e anche il gip) la Ecoriace e l'Aquilone, coop che si erano aggiudicate la raccolta dal 2012 al 2016». Le ispezioni della Prefettura e le carte della Guardia di finanza, infine, anche se non sufficienti per la misura cautelare, per il gip vanno trasmesse anche alla Procura regionale della Corte dei conti «ai fini dell'accertamento del connesso danno erariale».
Assieme al primo cittadino di Riace è venuto giù tutto il sistema, come un gigante dai piedi d'argilla. E sotto i cocci di Mimmo Lucano sono finiti anche gli altri 30 indagati, tra i quali Fernando Antonio Capone, presidente dell'associazione Città Futura don Pino Puglisi, il primo sodalizio nato a Riace per gestire i profughi. E anche se, al momento, le ipotesi di reato sulla lunga permanenza dei rifugiati e sui costi gonfiati con le fatture taroccate a parere del gip non sono dimostrate, il re del sistema Riace è ormai nudo. E il «diffuso malcostume» di cui parla il gip nell'ordinanza è finalmente stato svelato.
Fabio Amendolara
Saviano e soci all’attacco dei giudici
Se l'indagato è Matteo Salvini, i magistrati sono eroi da celebrare. Ma se per caso a finire nei guai è un amichetto dei progressisti nostrani, beh, allora sono guai: le toghe diventano cattive, si trasformano nel braccio violento dell'eversione nera. Questa, in soldoni, è la lezione che si può trarre dalla giornata di ieri, e dai commenti che hanno accompagnato l'arresto del sindaco di Riace Domenico Lucano.
Il più agguerrito di tutti, ovviamente, è stato Roberto Saviano. Comprensibile. Circa un mese fa, lo scrittore campano aveva utilizzato Lucano come arma nella sua battaglia personale con Matteo Salvini. Il ministro dell'Interno aveva definito «uno zero» il sindaco di Riace, Saviano colse immediatamente la palla al balzo. «Riace è un miracolo. Riace va difesa», dichiarò. «Venite a Riace, venite a vedere con i vostri occhi l'esempio da cui tutta l'Italia deve ripartire. Vi prego, difendiamo insieme Riace, difendiamo il sogno che Mimmo Lucano ha reso concreta possibilità di vita». L'appello di Roberto era, al solito, pomposo: «Venite a Riace, organizziamo una nuova resistenza».
La resistenza, ora, toccherebbe farla ai pubblici ufficiali. E in effetti Saviano non si tira indietro. Ieri ha spiegato che nelle azioni di Lucano «non c'è mai finalità di lucro, ma disobbedienza civile». Per questo Salvini considererebbe il sindaco «un nemico da abbattere». «Mimmo Lucano lotta contro una legge iniqua, e lotta da solo», ribadisce Saviano. E conclude: «Questo governo, attraverso questa inchiesta giudiziaria, da cui Mimmo saprà difendersi in ogni sua parte, compie il primo atto verso la trasformazione definitiva dell'Italia da democrazia a stato autoritario. Con il placet di tutte le forze politiche». Capito? Siamo di fronte a un'inchiesta politica, roba da regime. E - chiaro - dietro c'è Salvini. Anche se ad arrestare Lucano sono state le Fiamme gialle, che fanno capo al ministero dell'Economia, ma fa lo stesso. Sono in tanti, sempre i soliti, a pensarla così. Gad Lerner spiega che «il mandato di arresto per il sindaco di Riace è uno schiaffo in faccia a chi pratica il dovere dell'accoglienza e conferma la pulsione fascistoide di cui sta cadendo preda il nostro Paese». Laura Boldrini grida che il vero problema dell'Italia è «Salvini, quello indagato per sequestro di persona aggravato e quello il cui partito deve 49 milioni ai cittadini italiani».
Cécile Kyenge si dispera: «Qual è la colpa di Mimmo Lucano? L'essere una persona che pratica nel concreto la solidarietà e l'umanità?». Il florilegio potrebbe continuare a lungo: Mimmo non si tocca, sbraitano tutti in coro. Nicola Fratoianni, Cecilia Strada, Pippo Civati, Vauro... C'è chi ha già messo in piedi una manifestazione per questo sabato. C'è chi lancia fantasiosi hashtag su Twitter. Sui social c'è perfino chi si diletta a insultare Corrado Formigli, che ha osato esprimere qualche dubbio sulla difesa d'ufficio di Lucano. Tra i più disperati (per ovvi motivi d'interesse personale) c'è Beppe Fiorello, che scrive su Facebook: «Se viene arrestato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina allora saranno in molti ad essere arrestati [...], insomma mezzo mondo andrebbe arrestato. Questo è un attacco personale, Mimmo Lucano dà fastidio perché va controcorrente e si sa che in questo Paese si rischia grosso se non si obbedisce al potere».
Peccato che i difensori di Lucano non abbiano letto le carte dell'inchiesta. Specie i passaggi in cui ragiona di far sposare una migrante di 30 anni con un italiano di 70, per farle avere il permesso di soggiorno, e spiega che lei è disposta anche ad andarci a letto: «È brutto per una donna», dice, «però lei vuole il documento...». Già, è proprio così che si pratica la solidarietà. È da qui che l'Italia deve ripartire...
Francesco Borgonovo
«Se mi trovi la fidanzata ti voto» E lui organizzava le nozze di comodo
«Io ti voglio votare però tu mi devi trovare una fidanzata». Era disposto anche a fare da agenzia matrimoniale il sindaco di Riace Domenico Mimmo Lucano. D'altra parte, hanno svelato le indagini, il sistema Riace si poggiava anche sull'organizzazione illegale delle nozze tra immigrate e cittadini italiani. Anche nozze gay, se necessario. Già: il primo cittadino e i suoi collaboratori valutarono (per poi bocciarla) anche l'ipotesi di un matrimonio fra donne pur di far ottenere a una straniera il permesso di soggiorno.
Ma andiamo con ordine, e vediamo che cosa diceva il sindaco al telefono. È il 2017, Lucano parla con una ragazza, Joy, che ha bisogno del permesso di soggiorno. «Adesso con il governo nuovo c'è uno che si chiama Minniti, una brutta persona, vi mandano via, vi cacciano, allora Stella si è sposata, hai capito?». È una delle conversazioni che raccontano tutta l'inchiesta giudiziaria. Marco Minniti in quel momento è ministro dell'Interno. E le relazioni della Prefettura di Reggio Calabria sono arrivate sulla sua scrivania. I fondi non si sbloccano e i problemi giudiziari per Lucano sono appena cominciati. Ma la soluzione trovata dal sindaco aggirava ogni ostacolo: per i permessi di soggiorno non c'è nulla di più facile che agevolare i matrimoni. Ed ecco che spiega a Joy come funziona: «Stella si è sposata perché è stata diniegata due volte, si è sposata con Nazareno, così, però lei adesso ha il permesso di soggiorno per motivi di famiglia, hai capito?». E per far sì che Joy, clandestina, senza requisiti per restare in Italia, ottenga un permesso anche lei le propone uno sposino fresco fresco: «Nei prossimi giorni trovo una persona e ti sposi».
E si mette subito a caccia. Negli uffici dell'associazione Città futura viene intercettato mentre dice: «Ne è venuta un'altra, Joy, una disperata, una nigeriana che a Napoli si prostituisce (...) le ho detto, Joy aspetta, vai a dormire dove cazzo vuoi in qualche casa... siamo abusivi, non c'è problema, glieli ho fatti io i documenti, è illegale... sposati con qualcuno... io ho azzerato tutta la burocrazia». Ed ecco che al sindaco capita tra le mani un anziano: Giosi, 70 anni. Il primo cittadino non ha considerazione di lui, lo definisce «uno stupido». «È uno», dice Lucano, «con cui mi sono barattato l'unica cosa... mi ha detto così... io ti voglio votare però tu mi devi trovare una fidanzata». Proprio come aveva fatto con Nazareno, di Riace, e Stella, nigeriana. Giosi potrebbe essere un buon marito «di comodo» per Joy, ma poi il sindaco ne parla come possibile sposo anche per un'altra ragazza, di nome Sara.
L'anziano è pronto al matrimonio combinato, ma vuole qualcosa in cambio. Vuole un pagamento... «in natura». «Questo è convinto che la prima notte se la porta a casa, invece quella non vuole andare, vuole solo per i documenti...».
Lucano non gradisce l'idea che il matrimonio sia consumato. «Qua rischiamo tutti il pane sopra questa cosa», dice al telefono. Ma, a quanto pare, Sara sarebbe disposta a qualunque cosa pur di avere l'ambito documento. Chissà cosa penserà Laura Boldrini quando leggerà questa intercettazione in cui Lucano riassume così la vicenda: «Lui su questo è lucido, anzi tutti e due sono lucidi, Sara ha capito che questo la vuole per fare i comodi suoi e lei lo vuole per i comodi suoi, ovvero per il documento, perché non c'è nessun amore e né niente, però la situazione la obbliga a fare questo, ovvero chiudere gli occhi e fare... è brutto per una donna... però lei vuole il documento del Municipio, il certificato di matrimonio... ma come faccio...».
L'immigrata sa bene quello che otterrà dal matrimonio combinato. E, saltata ormai l'ipotesi delle nozze gay («perché», spiega il sindaco, «dalla Questura hanno detto che che il matrimonio tra donne e donne e tra uomo e uomo non vale ai fini del permesso di soggiorno»), per il documento è disposta a tutto.
Lucano cerca di dissuaderla in ogni modo: «Questo qua è un animale», le dice parlando del famoso Giosi. Ma poi la rassicura: «Ti inseriamo nel progetto, così sei con Città futura e non hai tanti problemi [...] prendi pure i pocket money, i bonus, poi vediamo». Eccolo, il modello Riace.
Fabio Amendolara
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Il sindaco del Comune calabrese, dal 2004 a oggi è divenuto un simbolo dell'accoglienza. Ma il suo sistema si è da tempo rivelato fallimentare.La Procura di Locri accusa il primo cittadino di aver lucrato sui profughi e si scontra con il gip, che convalida la detenzione per favoreggiamento dell'immigrazione illegale e per frodi sulla gestione dei rifiuti. Tra i 30 indagati anche la sua compagna.Il primo cittadino intercettato: «Al governo adesso c'è Marco Minniti, una brutta persona».Roberto Saviano e soci all'attacco dei giudici. Da Beppe Fiorello a Laura Boldrini, dalla Cecile Kyenge a Gad Lerner, la sinistra italiana ha già assolto il suo eroe. L'autore di «Gomorra» spara: «Inchiesta da Stato autoritario».Lo speciale contiene quattro articoli Che sarebbe finita così qualcuno lo aveva previsto. Certo, non si erano immaginati i dettagli, e cioè che il sindaco di Riace, Domenico Lucano detto Mimmo (o Mimì Capatosta) venisse arrestato dalla Guardia di finanza e finisse ai domiciliari. Ma il quadro d'insieme era abbastanza chiaro da tempo. In un libro del 2016 (Riace, il paese dell'accoglienza, Imprimatur editore),Antonio Rinaldis intervistò un uomo di nome Renzo. Si trattava con tutta probabilità di Renzo Valilà, ex assessore di Riace uscito dalla giunta nel 2016. «Non vorrei essere scambiato per un cattivo profeta», diceva l'intervistato, «ma ho motivo di credere che a breve ci sarà uno scandalo enorme e l'epilogo sarà drammatico». Poi aggiungeva: «Domenico soffre la burocrazia. Secondo lui è un ostacolo che blocca i processi, ma io penso che le leggi e i regolamenti siano fatti per essere rispettati e non si debbano mai eludere». Già, Lucano la pensava diversamente. Nel suo piccolo Comune - 2.300 abitanti, oltre 400 immigrati - si comportava come l'uomo della provvidenza. Difficile, del resto, non farsi rapire dall'ambizione quando i giornali di mezzo mondo ti portano in palmo di mano. A un certo punto, pensi di essere una specie di sovrano. Lucano, stando a quanto emerge dalle carte, combinava matrimoni, gestiva i rapporti con le cooperative un po' come gli pareva, si muoveva al limite della legge e ne era orgoglioso: «Sono un fuorilegge», ripeteva al telefono. A quanto pare, gli inquirenti lo hanno preso sul serio.L'arresto del sindaco è praticamente un ricorso storico. Arriva a vent'anni (quasi) esatti dallo sbarco dei migranti curdi in Calabria, avvenuto nel luglio del 1998. Secondo la leggenda, fu in quei giorni che Lucano scoprì la sua vocazione all'accoglienza. Allora Mimmo - un passato a sinistra - aveva da poco compiuto 40 anni (è nato il 31 maggio del 1958) e faceva l'insegnante di chimica. Quando giunsero i curdi, fu folgorato: «Sono diventato amico di molti di loro e mi sono converti alla causa del Pkk». Sì, perché alcuni dei profughi fuggiaschi erano militanti del Partito dei lavoratori del Kurdistan guidato da Abdullah Öcalan, e considerato da molti un gruppo terroristico. In quel periodo, Lucano partecipa alla creazione dell'associazione Città futura, da cui poi nascerà la coop che si occupa di accoglienza nel Comune calabro. Entra in politica, e passa alcuni anni all'opposizione. Poi, nel 2004, la svolta. Viene eletto sindaco per la prima volta, con il 35,4% dei voti. Un patrimonio di consensi che crescerà ulteriormente per le due successive rielezioni (nel 2009, con il 51,7% e nel 2014, con il 54,48%). La fama internazionale, tuttavia, arriva soltanto nel 2010, quando arriva terzo nella classifica del World Mayor Prize, riconoscimento attribuito ai migliori sindaci del mondo. Da quel momento, è tutto in discesa. Nella cittadina calabrese cominciano a piovere giornalisti da tutto il pianeta. «Un sindaco italiano salva il suo paese accogliendo i rifugiati», titola la Bbc nel 2011. «Il piccolo paesino italiano che ha aperto le porte ai migranti», scrive il Guardian nel 2013. Nel 2016, la consacrazione definitiva: la rivista Fortune piazza Lucano al quarantesimo posto fra i 50 più influenti leader mondiali. È il tripudio: in piena emergenza migratoria, Riace diventa - per la sinistra - il simbolo dell'accoglienza, l'esempio che tutta l'Italia dovrebbe seguire. I flash abbronzano Mimmo più del sole della sua terra, lo premiano a Dresda, gli dedicano reportage ed elogi un po' ovunque, persino varie agiografie. E lui si comporta di conseguenza, sembra un re greco. Arriva persino a battere moneta.«La moneta locale è un'utopia concreta», spiega. «È la nostra utopia che si è realizzata. Dal 2011 Riace è diventata una “repubblica indipendente"». Invece di distribuire ai migranti che ospita (6.000 in tutto nel corso degli anni, con una presenza stabile di 300-500 stranieri) quel che resta dei 35 euro statali per l'accoglienza, Lucano offre banconote con i volti di Che Guevara, Berlinguer, Gramsci, Gandhi. «Volevamo che i rifugiati avessero libertà di spendere, almeno per i bisogni essenziali, e abbiamo creato una moneta solidale». Oltre allo pseudo denaro, il primo cittadino appronta un meccanismo basato su bonus e «borse» di cui beneficiano gli stranieri. Qualcuno, però, i soldi veri ce li deve mettere. Ed è qui la falla del modello Riace. Senza i fondi pubblici per l'accoglienza, il celebratissimo «modello» non sta in piedi. Servono oltre milioni di euro dello Stato per mandare avanti la baracca. Gli insegnanti, i 70 mediatori culturali e operatori dell'accoglienza che lavorano nella cittadina hanno bisogno di quei soldi, che passano attraverso associazioni e coop, così come il sindaco dispone.Non tutti gradiscono, come prevedibile. Mimmo dice che a lamentarsi sono coloro che non hanno goduto dei vantaggi portati dall'accoglienza («Sono rimaste escluse dall'accoglienza poche famiglie di orientamento razzista, mentre per il resto tutti sono coinvolti e costretti a riconoscere la mia onestà», dichiara). Ma persino il figlio di Lucano, Roberto, scrive un manifesto contro di lui contestando il sistema dell'accoglienza. I guai grossi, però, cominciano alle fine del 2016. Arrivano le commissioni della Prefettura di Reggio Calabria, e trovano una situazione poco chiara. La gestione del sindaco è, per lo meno, poco trasparente. Nel novembre 2017, parte l'inchiesta della Procura di Locri. Lucano è indagato per «concorso in truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche ai danni dello Stato e dell'Ue, concussione e abuso d'ufficio». È il disastro I fondi pubblici smettono di arrivare, il fallimento è prossimo. Il sindaco sbraita, passa il 2018 a rilasciare interviste, a maledire il governo e l'italica ingratitudine. Nell'agosto di quest'anno annuncia lo sciopero della fame. Ieri il triste epilogo di tutta la vicenda: Comune ridotto sull'orlo del baratro, primo cittadino ai domiciliari, 30 indagati per accuse molto pesante. Nel frattempo, come se tutto ciò non bastasse, sono accadute cose grottesche. La Rai, prima delle inchieste, ha realizzato una fiction intitolata Tutto il mondo è paese, protagonista Beppe Fiorello, per celebrare la figura di questo sindaco che, pur di accogliere, ha perso la famiglia. È vero: la moglie di Lucano , ha lasciato Riace anni fa. Lui, però, ha trovato un nuovo amore: l'etiope Tesfahun Lemlem, sbarcata qui nel 2004. La fiction, anche grazie all'intervento di Maurizio Gasparri, non è mai stata trasmessa. Fiorello tuttavia non l'ha presa bene, e ha espresso il suo sdegno sui social. Chissà, magari potrebbero mandarla in onda nei prossimi giorni. Così Lucano, dai domiciliari, potrebbe godersi la visione, e tirarsi su di morale. Se lo merita, in fondo: grazie a lui, Riace non è più il Paese dei bronzi, ma quello delle inchieste sulla cattiva accoglienza. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/modello-riace-sgominato-mimmo-lucano-finisce-ai-domiciliari-2609593102.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="finti-matrimoni-per-far-restare-i-clandestini" data-post-id="2609593102" data-published-at="1776923196" data-use-pagination="False"> Finti matrimoni per far restare i clandestini L'accusa della Procura di Locri, che il gip però non ha sposato completamente, è più pesante di quanto che si potesse immaginare: associazione a delinquere finalizzata a fare business sull'accoglienza dei migranti. Il promotore, secondo la Procura, era il supereroe del modello Riace: il sindaco cocco di Laura Boldrini, Domenico «Mimmo» Lucano. Ieri il sindaco è finito agli arresti domiciliari, colpito da un'ordinanza di custodia cautelare che contiene anche l'esilio dal paese dell'accoglienza della sua compagna etiope Tesfahun Lemlem. Per il gip l'arresto si regge solo (si fa per dire) su queste due accuse: «Favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti». Il procuratore di Locri Luigi D'Alessio, tuttavia, ha specificato ieri: «La nostra richiesta era composta da circa mille pagine, il gip ne ha estratte, per la sua ordinanza, meno di 150. Stiamo, pertanto, preparando il riesame perché la Procura non è d'accordo con le decisioni adottate dal gip. Come Procura», ha aggiunto, «chiederemo inoltre la valutazione del tribunale. L'indagine, comunque, non si basa solo sulle intercettazioni ma pure su acquisizioni testimoniali e anche su documenti e attestazioni di fatture e altro». Il paese dell'accoglienza, come aveva anticipato La Verità e come denunciano da tempo le opposizioni, è alla bancarotta. E il modello Riace propagandato dalla stampa amica si è trasformato nel sistema Riace denunciato dalla Prefettura di Reggio Calabria e ricostruito poi dalla Procura di Locri. E anche se le accuse su cui si basa la detenzione cautelare non coincidono con le ipotesi dell'accusa, gli investigatori fanno sapere che le iscrizioni sono quelle e che l'indagine non è ancora chiusa. A novembre dello scorso anno il municipio era stato perquisito e su Riace erano già piombate, pesanti, le accuse di truffa, concussione e abuso d'ufficio. I magistrati, guidati dal procuratore D'Alessio, contestavano di «non aver rendicontato a sufficienza le fatture delle spese sostenute nel 2014». E non solo. Nel corso delle indagini, sostiene ora il giudice per le indagini preliminari che ha privato il sindaco della libertà, è emersa la «particolare spregiudicatezza del sindaco, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, nell'organizzare veri e propri matrimoni di convenienza tra cittadini riacesi e donne straniere, al fine di favorire illecitamente la permanenza di queste ultime nel territorio italiano». L'inchiesta, denominata dagli investigatori Xenia (parola che nell'antica grecia riassumeva il concetto di ospitalità), ha evidenziato come Lucano, assieme alla compagna Tesfahun Lemlem, avessero architettato degli espedienti criminosi, tanto semplici quanto efficaci, per aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l'ingresso degli aspiranti profughi in Italia. Lucano non aveva un ruolo marginale. Lo ha svelato una telefonata intercettata dagli investigatori della Guardia di finanza: «Io la carta d'identità gliela faccio immediatamente, perché sono responsabile dell'Ufficio anagrafe e stato civile, come sindaco. Ho assunto io questa delega dopo che l'impiegato che c'era è andato in pensione». Proprio come aveva fatto quando per bandire le gare dello Sprar ha ricoperto, come denunciato dalla Verità, altri tre ruoli: era sua la firma sotto il bando di gara in qualità di primo cittadino, sua quella come responsabile unico del procedimento (come previsto dalla legge nei comuni con meno di 5.000 abitanti), e sua anche quella da responsabile dell'unità operativa del servizio finanziario. Uno e trino, il sindaco Lucano. Ora si scopre che era anche responsabile dell'Ufficio anagrafe. E lui nella parte finale di quella telefonata ha praticamente confessato: «Proprio per disattendere a queste leggi balorde vado contro legge». E se per i migranti da sistemare con gli abitanti di Riace la gestione di Lucano e company era alquanto allegra, il gip ha ravvisato lo stesso atteggiamento nell'affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti urbani a due cooperative. Il sindaco, trasformandosi in legislatore e superando tutte le leggi, ha istituito un albo comunale ad hoc «per favorire», sostiene l'accusa (e anche il gip) la Ecoriace e l'Aquilone, coop che si erano aggiudicate la raccolta dal 2012 al 2016». Le ispezioni della Prefettura e le carte della Guardia di finanza, infine, anche se non sufficienti per la misura cautelare, per il gip vanno trasmesse anche alla Procura regionale della Corte dei conti «ai fini dell'accertamento del connesso danno erariale». Assieme al primo cittadino di Riace è venuto giù tutto il sistema, come un gigante dai piedi d'argilla. E sotto i cocci di Mimmo Lucano sono finiti anche gli altri 30 indagati, tra i quali Fernando Antonio Capone, presidente dell'associazione Città Futura don Pino Puglisi, il primo sodalizio nato a Riace per gestire i profughi. E anche se, al momento, le ipotesi di reato sulla lunga permanenza dei rifugiati e sui costi gonfiati con le fatture taroccate a parere del gip non sono dimostrate, il re del sistema Riace è ormai nudo. E il «diffuso malcostume» di cui parla il gip nell'ordinanza è finalmente stato svelato. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/modello-riace-sgominato-mimmo-lucano-finisce-ai-domiciliari-2609593102.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="saviano-e-soci-allattacco-dei-giudici" data-post-id="2609593102" data-published-at="1776923196" data-use-pagination="False"> Saviano e soci all’attacco dei giudici Se l'indagato è Matteo Salvini, i magistrati sono eroi da celebrare. Ma se per caso a finire nei guai è un amichetto dei progressisti nostrani, beh, allora sono guai: le toghe diventano cattive, si trasformano nel braccio violento dell'eversione nera. Questa, in soldoni, è la lezione che si può trarre dalla giornata di ieri, e dai commenti che hanno accompagnato l'arresto del sindaco di Riace Domenico Lucano. Il più agguerrito di tutti, ovviamente, è stato Roberto Saviano. Comprensibile. Circa un mese fa, lo scrittore campano aveva utilizzato Lucano come arma nella sua battaglia personale con Matteo Salvini. Il ministro dell'Interno aveva definito «uno zero» il sindaco di Riace, Saviano colse immediatamente la palla al balzo. «Riace è un miracolo. Riace va difesa», dichiarò. «Venite a Riace, venite a vedere con i vostri occhi l'esempio da cui tutta l'Italia deve ripartire. Vi prego, difendiamo insieme Riace, difendiamo il sogno che Mimmo Lucano ha reso concreta possibilità di vita». L'appello di Roberto era, al solito, pomposo: «Venite a Riace, organizziamo una nuova resistenza». La resistenza, ora, toccherebbe farla ai pubblici ufficiali. E in effetti Saviano non si tira indietro. Ieri ha spiegato che nelle azioni di Lucano «non c'è mai finalità di lucro, ma disobbedienza civile». Per questo Salvini considererebbe il sindaco «un nemico da abbattere». «Mimmo Lucano lotta contro una legge iniqua, e lotta da solo», ribadisce Saviano. E conclude: «Questo governo, attraverso questa inchiesta giudiziaria, da cui Mimmo saprà difendersi in ogni sua parte, compie il primo atto verso la trasformazione definitiva dell'Italia da democrazia a stato autoritario. Con il placet di tutte le forze politiche». Capito? Siamo di fronte a un'inchiesta politica, roba da regime. E - chiaro - dietro c'è Salvini. Anche se ad arrestare Lucano sono state le Fiamme gialle, che fanno capo al ministero dell'Economia, ma fa lo stesso. Sono in tanti, sempre i soliti, a pensarla così. Gad Lerner spiega che «il mandato di arresto per il sindaco di Riace è uno schiaffo in faccia a chi pratica il dovere dell'accoglienza e conferma la pulsione fascistoide di cui sta cadendo preda il nostro Paese». Laura Boldrini grida che il vero problema dell'Italia è «Salvini, quello indagato per sequestro di persona aggravato e quello il cui partito deve 49 milioni ai cittadini italiani». Cécile Kyenge si dispera: «Qual è la colpa di Mimmo Lucano? L'essere una persona che pratica nel concreto la solidarietà e l'umanità?». Il florilegio potrebbe continuare a lungo: Mimmo non si tocca, sbraitano tutti in coro. Nicola Fratoianni, Cecilia Strada, Pippo Civati, Vauro... C'è chi ha già messo in piedi una manifestazione per questo sabato. C'è chi lancia fantasiosi hashtag su Twitter. Sui social c'è perfino chi si diletta a insultare Corrado Formigli, che ha osato esprimere qualche dubbio sulla difesa d'ufficio di Lucano. Tra i più disperati (per ovvi motivi d'interesse personale) c'è Beppe Fiorello, che scrive su Facebook: «Se viene arrestato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina allora saranno in molti ad essere arrestati [...], insomma mezzo mondo andrebbe arrestato. Questo è un attacco personale, Mimmo Lucano dà fastidio perché va controcorrente e si sa che in questo Paese si rischia grosso se non si obbedisce al potere». Peccato che i difensori di Lucano non abbiano letto le carte dell'inchiesta. Specie i passaggi in cui ragiona di far sposare una migrante di 30 anni con un italiano di 70, per farle avere il permesso di soggiorno, e spiega che lei è disposta anche ad andarci a letto: «È brutto per una donna», dice, «però lei vuole il documento...». Già, è proprio così che si pratica la solidarietà. È da qui che l'Italia deve ripartire... Francesco Borgonovo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/modello-riace-sgominato-mimmo-lucano-finisce-ai-domiciliari-2609593102.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="se-mi-trovi-la-fidanzata-ti-voto-e-lui-organizzava-le-nozze-di-comodo" data-post-id="2609593102" data-published-at="1776923196" data-use-pagination="False"> «Se mi trovi la fidanzata ti voto» E lui organizzava le nozze di comodo «Io ti voglio votare però tu mi devi trovare una fidanzata». Era disposto anche a fare da agenzia matrimoniale il sindaco di Riace Domenico Mimmo Lucano. D'altra parte, hanno svelato le indagini, il sistema Riace si poggiava anche sull'organizzazione illegale delle nozze tra immigrate e cittadini italiani. Anche nozze gay, se necessario. Già: il primo cittadino e i suoi collaboratori valutarono (per poi bocciarla) anche l'ipotesi di un matrimonio fra donne pur di far ottenere a una straniera il permesso di soggiorno. Ma andiamo con ordine, e vediamo che cosa diceva il sindaco al telefono. È il 2017, Lucano parla con una ragazza, Joy, che ha bisogno del permesso di soggiorno. «Adesso con il governo nuovo c'è uno che si chiama Minniti, una brutta persona, vi mandano via, vi cacciano, allora Stella si è sposata, hai capito?». È una delle conversazioni che raccontano tutta l'inchiesta giudiziaria. Marco Minniti in quel momento è ministro dell'Interno. E le relazioni della Prefettura di Reggio Calabria sono arrivate sulla sua scrivania. I fondi non si sbloccano e i problemi giudiziari per Lucano sono appena cominciati. Ma la soluzione trovata dal sindaco aggirava ogni ostacolo: per i permessi di soggiorno non c'è nulla di più facile che agevolare i matrimoni. Ed ecco che spiega a Joy come funziona: «Stella si è sposata perché è stata diniegata due volte, si è sposata con Nazareno, così, però lei adesso ha il permesso di soggiorno per motivi di famiglia, hai capito?». E per far sì che Joy, clandestina, senza requisiti per restare in Italia, ottenga un permesso anche lei le propone uno sposino fresco fresco: «Nei prossimi giorni trovo una persona e ti sposi». E si mette subito a caccia. Negli uffici dell'associazione Città futura viene intercettato mentre dice: «Ne è venuta un'altra, Joy, una disperata, una nigeriana che a Napoli si prostituisce (...) le ho detto, Joy aspetta, vai a dormire dove cazzo vuoi in qualche casa... siamo abusivi, non c'è problema, glieli ho fatti io i documenti, è illegale... sposati con qualcuno... io ho azzerato tutta la burocrazia». Ed ecco che al sindaco capita tra le mani un anziano: Giosi, 70 anni. Il primo cittadino non ha considerazione di lui, lo definisce «uno stupido». «È uno», dice Lucano, «con cui mi sono barattato l'unica cosa... mi ha detto così... io ti voglio votare però tu mi devi trovare una fidanzata». Proprio come aveva fatto con Nazareno, di Riace, e Stella, nigeriana. Giosi potrebbe essere un buon marito «di comodo» per Joy, ma poi il sindaco ne parla come possibile sposo anche per un'altra ragazza, di nome Sara. L'anziano è pronto al matrimonio combinato, ma vuole qualcosa in cambio. Vuole un pagamento... «in natura». «Questo è convinto che la prima notte se la porta a casa, invece quella non vuole andare, vuole solo per i documenti...». Lucano non gradisce l'idea che il matrimonio sia consumato. «Qua rischiamo tutti il pane sopra questa cosa», dice al telefono. Ma, a quanto pare, Sara sarebbe disposta a qualunque cosa pur di avere l'ambito documento. Chissà cosa penserà Laura Boldrini quando leggerà questa intercettazione in cui Lucano riassume così la vicenda: «Lui su questo è lucido, anzi tutti e due sono lucidi, Sara ha capito che questo la vuole per fare i comodi suoi e lei lo vuole per i comodi suoi, ovvero per il documento, perché non c'è nessun amore e né niente, però la situazione la obbliga a fare questo, ovvero chiudere gli occhi e fare... è brutto per una donna... però lei vuole il documento del Municipio, il certificato di matrimonio... ma come faccio...». L'immigrata sa bene quello che otterrà dal matrimonio combinato. E, saltata ormai l'ipotesi delle nozze gay («perché», spiega il sindaco, «dalla Questura hanno detto che che il matrimonio tra donne e donne e tra uomo e uomo non vale ai fini del permesso di soggiorno»), per il documento è disposta a tutto. Lucano cerca di dissuaderla in ogni modo: «Questo qua è un animale», le dice parlando del famoso Giosi. Ma poi la rassicura: «Ti inseriamo nel progetto, così sei con Città futura e non hai tanti problemi [...] prendi pure i pocket money, i bonus, poi vediamo». Eccolo, il modello Riace. Fabio Amendolara
Bruno Cefalà, chef del Rosa Grand Hotel Milano, con mano raffinata e sguardo rivolto al futuro senza dimenticare la tradizione, si misura con l'eccellenza italiana. Con ottimi risultati.
Giorgia Meloni (Ansa)
Gli è stato chiesto: l’Italia si muoverà da sola? Cioè senza attendere le liturgie di Bruxelles. La risposta è stata chiara: «Io non lo escluderei». E in aggiunta il ministro dell’Economia ha parlato con una metafora. «Tanti colleghi (intesi come ministri, ndr) si ritrovano con me a fare il medico nell’ospedale da campo e in tanti condividiamo lo stesso modo di vedere la situazione. Abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti e che dobbiamo curare: non possiamo dargli l’aspirina». Insomma, non è tempo di pannicelli caldi: servono misure concrete di sostegno all’economia e se necessario l’Italia deve fare da sola, senza attendere il via libera di un’Europa che di fronte alla situazione venutasi a creare con il blocco dello stretto di Hormuz non sembra sapere che pesci pigliare. Concetto poi ribadito dallo stesso presidente del Consiglio in un post su X.
Tanto per far capire ancor meglio come la pensino al governo, Giorgetti ha poi fatto un riferimento al Patto di stabilità, ovvero a quell’insieme di regole europee che tra le altre cose impongono il vincolo di un rapporto deficit/Pil al di sotto del 3%, pena l’apertura di una procedura d’infrazione comunitaria. «Io non ho chiesto la deroga al Patto di stabilità, ma ho detto che bisogna essere pronti e flessibili per rispondere alle situazioni. Non rilassati, ma flessibili. Quello che secondo me non è accettabile è la rigidità nel confrontarsi con un mondo che è completamente cambiato». Il ministro non lo dice espressamente, ma il senso è chiaro: le regole di Bruxelles non possono essere un dogma a cui attenersi anche se lo scenario richiede l’adozione di altre misure, perché così facendo ci si schianta. Difficile non essere d’accordo. Sulla Verità ne abbiamo parlato spesso, invocando un cambio di direzione e un’azione per convincere l’Europa ad adottare politiche economiche che invece dei parametri di Maastricht favoriscano la crescita. Ma gli occhiuti funzionari della Ue da questo orecchio paiono non sentirci. Per loro vale soltanto la religione del pareggio di bilancio. E purtroppo alla miopia dei vertici dell’Unione corrisponde anche quella di chi amministra la politica monetaria nel Vecchio continente, ovvero Christine Lagarde.
Negli ultimi quattro anni è successo di tutto: l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, con conseguenti sanzioni europee e rinuncia al conveniente gas russo; la guerra dei dazi che ha rallentato le esportazioni verso gli Stati Uniti; e ora il conflitto in Iran, con il blocco dello stretto di Hormuz e dunque delle esportazioni di gas e petrolio. Tutto ciò con un’impennata dei prezzi dei combustibili fossili, che a cascata si rovesciano su imprese e famiglie. Di fronte a tutto ciò si può rimanere ancorati al 3% che definisce il rapporto fra deficit e Pil? La risposta è no, perché se cambiano le condizioni devono cambiare le regole. «Noi abbiamo ancora un’industria» si è sfogato Giorgetti, «l’Italia è ancora un Paese industriale, mentre ci sono alcuni Paesi che l’industria non sanno nemmeno cos’è». Il ministro non fa nomi, ma è evidente il riferimento a quanti sono sempre pronti a puntare l’indice sui decimali.
E a proposito di numerini, ieri Eurostat ha «sentenziato» che l’Italia deve ancora sottostare alla procedura d’infrazione, perché il deficit per poche decine di miliardi è al 3,1%. Giorgetti dice che fino al 28 febbraio, cioè fino all’attacco contro l’Iran, avrebbe voluto rientrare nei parametri europei, ma adesso la faccenda non lo interessa più, perché con quel che è accaduto dopo la guerra in Iran lo zero virgola non è la cosa più importante. Ma la decisione di Eurostat ha suscitato allarmati commenti da parte di Giuseppe Conte, ovvero di colui che con il Superbonus ha contribuito a creare un buco che ancora si trascina nei conti dello Stato. Il leader dei 5 stelle strilla perché spera di ottenere visibilità, ma la risposta migliore gliel’ha data la premier, addebitando il mancato obiettivo del 3% di deficit alla gestione dello stesso Conte. Visti i risultati dei suoi anni al governo (reddito di cittadinanza, Superbonus e lockdown) gli italiani sanno che cosa li aspetterebbe nel caso tornasse a Palazzo Chigi. Incrociamo le dita per risparmiarci quest’altra sciagura.
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E, come tutti, lo osannò applaudendo la sua «decisione irrevocabile». Decenni dopo, in democrazia, egli stesso spiegò molto candidamente il motivo dell’entusiasmo: «La piazza era straripante e la dichiarazione di guerra sembrava l’annuncio di un ricco programma di festeggiamenti popolari: tutti erano esaltati, travolti dalla gioia, dal piacere, urlavano la felicità di essere in guerra e di fare la guerra, sventolando le mani al cielo. Mi lasciai trascinare da quell’entusiasmo». Perché mai? E Sordi confessò: «Per ignoranza. Gli italiani erano ignoranti, nessuno li aveva informati. Nessuno gli aveva mai detto altre cose, per quasi due decenni. Perciò tutto quello che sapevamo proveniva dalla propaganda del regime e dalla cattiva informazione. Ci avevano raccontato di aver ricostruito un impero, di avere una forza indistruttibile e di aver ragione. Per di più eravamo alleati con quell’altra potenza della Germania e davvero credevamo, noi italiani, che in quattro e quattr’otto avremmo conquistato il pianeta».
Ecco. Gli italiani non sapevano nulla della realtà. Alberto Sordi, invecchiando, lo aveva capito. Figurarsi se potevano conoscere l’effettivo scenario geopolitico mondiale, lo stato delle cose in Europa e in Italia. Erano stati relegati per anni in una meta-realtà che nulla aveva a che fare con la verità. Per Mussolini era stato facile: una volta sterminata nel sangue l’opposizione, gli era bastato dominare i giornali e la radio ed ecco che la propaganda poté stuprare l’informazione, ipnotizzando il popolo. La radio era una sola e di Stato e fu molto semplice, per i giornali invece la via fu più complessa e quindi più criminale.
E qui comincia Fascistissima, il nuovo libro di Giovanni Mari, edito da People (pp. 200, € 16): un’indagine storica rigorosa e avvincente che illumina i fatti di cent’anni fa esatti, il 1926, quando Mussolini strangolò la stampa libera in Italia. Attraverso documenti, telegrammi, circolari prefettizie e testimonianze d’epoca, il libro ricostruisce passo per passo la «stretta immediata» sull’informazione, con l’obiettivo di trasformarla in un megafono del regime. Non si tratta di una mera cronaca: Mari denuncia come la soppressione della libertà di stampa sia stata il pilastro della dittatura, un crimine contro la democrazia che rese gli italiani ostaggi di una propaganda monolitica.
La stretta sulla stampa cominciò subito. Nel 1923 Mussolini ordinò ai prefetti monitoraggi sull’atteggiamento dei giornali e promosse un decreto-legge (15 dicembre, n. 3288) che dava ai prefetti poteri discrezionali per diffidare e revocare gerenti di testate accusate di «notizie false», «allarme pubblico» o «odio di classe», permettendo sospensioni e sequestri. Cesare Rossi (capo dell’Ufficio stampa) schedò testate, direttori, redattori e finanziatori tramite circolari ai prefetti (ottobre-dicembre 1923), richiedendo dati su «colori politici», tirature reali, qualità morali e influenze. Ma l’operazione non si rivelò sufficiente. Anzi, dopo il delitto Matteotti la stampa criticò aspramente il regime, accusandolo apertamente di essere il mandante: le vendite schizzarono verso l’alto, con punte del +400% a Milano per i fogli antifascisti.
Come racconta Mari in Fascistissima, i giornali si batterono fino all’ultimo, rischiando ogni giorno. La Federazione nazionale della stampa (la Fnsi, il sindacato dei giornalisti), e grandi direttori liberali come Luigi Albertini (Corriere della sera) e Alfredo Frassati (La Stampa) bollarono la politica fascista come «liberticida e criminale». In quell’estate del 1924 Mussolini comprese che la stampa era ancora per lui un gigantesco ostacolo nella permanenza al potere. E sciolse ogni dubbio dopo che Vittorio Emanuele gli consegnò vigliaccamente una lettera di aiuto che 25 direttori di giornali gli avevano inviato nella speranza che interrompesse la spirale totalitaria del fascismo. Il re non solo non rispose, ma regalò la missiva al Duce.
Ecco stralci della lettera dei direttori, quasi tutti moderati e liberali, era il dicembre del dicembre 1924: «Maestà, la stampa italiana è in grave pericolo a causa delle decisioni prese dal governo. Disconosciuta la funzione del giornalismo, soppresso il principio statutario che la stampa è libera e che soltanto la legge può reprimerne gli abusi, sconvolti i cardini del nostro diritto pubblico che sancisce in materia norme di repressione e non di prevenzione, il governo applica disposizioni restrittive che mirano alla sospensione della voce della stampa […]. Questo nuovo stadio ha portato alla soppressione di più giornali; alla paralisi politica e anche cronistica di tutti i giornali non incondizionatamente favorevoli al governo ed al partito che lo sostiene. La stampa, che doveva essere libera e solo soggetta alla legge, è invece completamente soggetta all’arbitrio del potere esecutivo».
Non è un caso che il successivo mese di gennaio Mussolini pronunciò il celebre discorso alla Camera in cui si assunse tutte le responsabilità e di fatto avviò la torsione verso la dittatura. E così la Fnsi fu commissariata; l’agenzia Stefani cominciò a diramare veline tassative, direttori moderati, ma critici con il regime come Albertini e Frassati furono fatti epurare. In una corsa sfrenata caratterizzata dalle leggi fascistissime che distrussero il sistema democratico e fino alla legge di San Silvestro, 31 dicembre 1925, che uccise la stampa. Entrò in vigore dal 20 gennaio 1926.
La chiave di volta istantanea, che sottometteva la stampa allo Stato e dunque al governo e dunque a Mussolini, era contenuta già all’articolo 1: il direttore di un giornale, da quel momento, sarebbe stato designato solo con il timbro del procuratore generale presso la Corte d’appello di riferimento. Il direttore, quindi, doveva piacere alla magistratura, già pienamente (o quasi) vassalla del fascismo. Il colpo di grazia era inferto dall’articolo 7, che decretava la nascita dell’albo dei giornalisti: senza l’iscrizione non si poteva esercitare la professione giornalistica, ma l’iscrizione era subordinata ai meccanismi sanciti da un futuro regolamento (che quindi neppure sarebbe passato dal Parlamento). Venne deciso, infatti, che sarebbe stata concessa solo dopo il rilascio da parte del prefetto, un uomo di Stato completamente suddito del governo, di un certificato di «buona condotta politica». Significa esattamente quel che sembra: un cittadino poteva diventare giornalista solo con l’autorizzazione del prefetto, nominato direttamente dal governo Mussolini. Vittorio Emanuele promulgò il testo senza fiatare, diventando corresponsabile del bavaglio. Ed ecco che nel mazzo delle leggi fascistissime questa sui giornali generò una stampa fascistissima.
La «lenzuolata» sui giornalisti si perfezionò nel 1927, con una generalizzata cacciata dalle redazioni dei professionisti non allineati, ovviamente in combutta con le proprietà (e con buona parte dei giornalisti che accettarono il nuovo equilibrio, nascondendosi dietro la sicurezza e lo stipendio). E per effetto della nuova legge, l’iscrizione all’Ordine, entro il 1928, fu impedita a 1.897 aspiranti giornalisti, senza molte spiegazioni, per la semplice mancanza della «patente» dei prefetti. La stampa era morta.
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Da sx in alto: Emanuele Buttini circondato da ragazze, Sasha Dana Fontanarossa, Deborah Ronchi e Alessio Salamone con un'amica
«Vabbè, lui bene perché almeno guadagno qualcosa se viene». E poi: «Amore, avete guadagnato voi? Qualcosa?». Infine, la frase che dà il senso della pressione continua dentro il sistema: «Devo sempre trovare ragazze… sennò si incazzano». Quando Sasha Dana Fontanarossa dice «si incazzano», nelle carte si riferisce a Emanuele Buttini e Deborah Ronchi, i due che, secondo la Procura di Milano, stavano sopra di lei e sopra le ragazze, decidendo chi far arrivare, dove farle dormire, con quali calciatori mandarle e quanto pagarle. È da qui che oggi conviene ripartire per spiegare l’inchiesta milanese per favoreggiamento della prostituzione e riciclaggio: dal tema dello sfruttamento economico e della dipendenza materiale delle giovani ospitate nella casa di Cinisello Balsamo, tenute dentro un meccanismo fatto di stanze, regole, «buste», percentuali e pressione continua a trovare nuove presenze. E dentro quel mondo, raccontano i documenti, giravano anche gas esilarante nei palloncini e hashish.
È su questo sfondo che si apre la seconda fase dell’inchiesta che sta facendo tremare il mondo di Serie A e Serie B. Anche perché dall’elenco delle parole chiave emergono almeno 70 nomi riconducibili al mondo del calcio professionistico. Non significa siano stati clienti accertati (non sono indagati), ma solo profili ritenuti abbastanza rilevanti da entrare nel set di ricerca investigativa. Le squadre toccate sono soprattutto Inter, Milan, Juventus, Verona, Sassuolo, Torino, Monza, Bologna, Atalanta, Udinese, Lazio, Genoa, Cagliari, Fiorentina e Napoli, oltre ad alcuni profili con trascorsi in club esteri. Ma a giudicare dalle indagini ci sarebbero stati anche piloti di Moto Gp, Formula 1, giocatori di Hockey, imprenditori e politici.
Non a caso, nelle prossime settimane, alcuni calciatori potranno essere ascoltati come persone informate sui fatti. Dovranno chiarire come siano entrati in contatto con Buttini, quale rapporto avessero con il gruppo della MA.DE Milano e quale fosse la natura dei loro rapporti con le ragazze che partecipavano alle serate: semplice presenza da tavolo e dopocena oppure il passaggio al cosiddetto «servizio extra» del sesso a pagamento. E non è un passaggio banale: ieri molte ragazze che partecipavano a queste feste sono già state ascoltate dagli investigatori, chiamate a raccontare dal basso come funzionava davvero la macchina e che cosa accadeva nei rapporti con clienti e organizzatori. La prossima settimana, lunedì 27, è invece fissato l’interrogatorio di garanzia di Buttini, Luan Amilton Fraga Luz e Ronchi, difesi dall’avvocato Marco Martini, e anche dell’altro socio finito agli arresti domiciliari, Alessio Salamone.
Il nome che torna al centro di tutto è sempre quello di Buttini. Non solo come uno dei presunti capi dell’organizzazione, ma come snodo di un paradosso che per gli inquirenti è fondamentale. Per la Procura, dal 2015 al 2023 non ha dichiarato redditi e nel 2024 ha indicato appena 16.988 euro da lavoro dipendente, corrisposti dalla compagna Ronchi. Eppure, nello stesso tempo, guardando la sua pagina Instagram, si muove dentro un mondo di concierge, tavoli vip, viaggi, locali, Mykonos, Dubai, St Barth e contatti nel calcio che conta. È stato questa differenza palese, tra la povertà fiscale e la vita dorata sui social, che ha spinto i magistrati a guardare non solo alla prostituzione organizzata ma anche al denaro che quella rete avrebbe generato e poi assorbito negli anni.
Le carte spiegano che non tutte le giovani avevano la stessa funzione. Alcune erano ragazze immagine, hostess, accompagnatrici ai tavoli. Altre, però, erano disponibili anche a prestazioni sessuali. Il gruppo, secondo gli inquirenti, poteva contare su un centinaio di ragazze, molte giovanissime, italiane e straniere. Ed è proprio su di loro che si misura il rapporto di forza economico. I compensi ricostruiti nelle intercettazioni parlano di 70-100 euro a serata, con trattenute se la ragazza usa l’alloggio di Cinisello; in altri casi scatta un 10% sull’incasso del tavolo. Il cliente, secondo l’accusa, pagava l’organizzazione. Poi il vertice decideva quanto far scendere verso il basso. Fontanarossa, considerata dai pm la maitresse del gruppo, spiega che da quando vive nella casa viene pagata un po’ meno «perché comunque prendono un po’ diciamo per la casa», ma se fa spendere un tavolo prende la percentuale. Insomma prima c’è la cassa del gruppo, poi il resto.
In una conversazione del 19 dicembre 2025 la donna chiede a Ronchi «l’elenco» per capire dove sistemare le nuove arrivate, e la compagna di Buttini risponde che due dormiranno nella stanza doppia, mentre altre quattro andranno nella camera con i letti a castello; poi aggiunge che si fermeranno solo una notte e che la domenica ne arriveranno altre quattro. È un passaggio che spiega bene la gestione dell’azienda: non sono semplici ospiti, ma giovani distribuite e ruotate nella casa secondo le esigenze dell’organizzazione. Alle presenti veniva inoltre chiesto di versare anche il canone di affitto delle camere. È qui che l’inchiesta prende con più nettezza la forma dello sfruttamento economico: clienti disposti a spendere migliaia di euro, compensi minimi per chi partecipava alle serate, e un vertice che tratteneva il margine scaricando i costi verso il basso.
La Guardia di Finanza ricostruisce un profitto contestato di 1.214.374,50 euro. Ma soprattutto il decreto di sequestro spiega che quel profitto non proverrebbe solo dai clienti finali: deriverebbe anche dagli esercenti dei locali alla moda di Milano, che grazie alla presenza di personaggi in vista - soprattutto calciatori - e dell’indotto generato dalle serate organizzate dalla MA.DE avrebbero ottenuto maggiori incassi. È il punto in cui l’inchiesta smette di essere soltanto un fascicolo su escort e dopopartita e diventa una storia di economia della notte: tavoli, locali, ragazze e clienti che producono ricavi su più livelli.
Una parte consistente dei flussi, scrive il pm, è transitata anche su conti Revolut aperti in Lituania da Ronchi, Buttini, Barbera e Salamone, non dichiarati nelle rispettive dichiarazioni dei redditi. Il pm aveva chiesto di sequestrare anche una serie di immobili riconducibili a Ronchi e Buttini tra via Monte Nero e via Don Luigi Guanella: appartamenti, box, depositi, locali commerciali. La gip, però, ha detto no su questo punto. Nel decreto spiega che non ci sono ancora elementi sufficienti per affermare che quegli immobili siano il frutto di immediato reimpiego del profitto illecito, e che per i reati contestati non c’è base legale per la confisca per equivalente. Così il sequestro, almeno in questa fase, resta concentrato sul denaro che i pm stanno ancora cercando: sembra che sia stato spostato nei giorni scorsi.
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