2019-02-10
Al via a Milano Micam e Mipel. Una vetrina da 76.000 posti di lavoro
Micam
La più importante manifestazione calzaturiera, il Micam, invade la Fiera di Milano fino al 13 febbraio con 1.304 espositori, di cui 716 italiani e 588 stranieri. A inaugurala il vice premier Luigi Di Maio, a dimostrazione che anche la politica presta la giusta attenzione al tema della moda. Un evento espositivo che porta in scena il meglio di un comparto che, nonostante le molte aziende chiuse, ha saputo tenere stretto un mercato dove il nostro Paese, in fatto di artigianalità, la fa da padrone. Un'eccellenza riconosciuta grazie al bello e al ben fatto di prodotti irripetibili e riconoscibili in tutto il mondo. E che in termini di numeri in Italia vale oltre 14 miliardi di euro, occupa 76.600 addetti ed esporta l'85% della produzione.
Un comparto – quello calzaturiero – che, pur in uno scenario economico sempre più complesso, ha chiuso il 2018 con una tenuta della produzione in valore e con il raggiungimento dell'ennesimo record assoluto dell'export, nonostante la ormai cronica stagnazione della domanda interna e le difficoltà su diversi importanti mercati esteri, che hanno portato ad un rallentamento dei livelli produttivi nella seconda parte dell'anno. «I risultati dell'indagine a campione condotta dal Centro Studi di Confindustria Moda per Assocalzaturifici evidenziano a preconsuntivo annuo un calo in quantità della produzione italiana del -2,6%, e un +0,7% in valore», spiega Annarita Pilotti, presidente di Assocalzaturifici. «Secondo le cifre ufficiali Istat nei primi dieci mesi 2018 le esportazioni nazionali sono cresciute invece del 3,9% in valore rispetto all'analogo periodo del 2017. Tra gennaio e ottobre sono stati venduti all'estero oltre 176 milioni di paia di calzature, ma con un valore che supera gli 8 miliardi di euro: un contributo notevole al saldo commerciale settoriale che, pur in lieve flessione nei primi dieci mesi vale 3,65 miliardi di euro». Analizzando i mercati e le aree di destinazione, l'anno appena concluso registra la nuova frenata della Russia (-14,3% in quantità nei dati ufficiali Istat dei primi dieci mesi): le vendite attuali sono pari alla metà dei livelli 2013, con pesanti ripercussioni nei distretti particolarmente votati a quest'area. Andamenti disomogenei nella Ue (dove sono dirette sette calzature su dieci vendute all'estero): tengono Germania (+2% in volume, nostro primo mercato per numero di paia) e Regno Unito, ma si registrano flessioni nelle quantità per gli altri principali Paesi (Francia, che è il primo cliente in valore, Spagna, Belgio, Olanda). Incrementi dell'export si evidenziano invece in America settentrionale (+7,6%, pur con prezzi calanti) e nel Far East (dove svettano Cina e Sud Corea). Su una superficie di oltre 60.000 metri quadri presenteranno le collezioni autunno-inverno 2019/2020 tanti marchi fedele alla fiera milanese ma anche nuovi nomi. Tra le novità di punta la presentazione di un nuovo progetto, che partirà il prossimo settembre: si tratta di Plug-Mi. The sneakers culture experience, un nuovo format completamente B2c - organizzato da Fandango Club in collaborazione con Micam e Fiera Milano - dedicato al mondo delle sneaker e rivolto ai Millennials, promotori delle nuove abitudini di consumo.
«Tra sport e produttori di calzature c'è uno scambio continuo di suggestioni: dallo sport emergono esigenze, sfide e opportunità che i calzaturieri trasformano in modelli performanti e con grande contenuto moda» continua la presidente Pilotti. «Per questo, all'interno del padiglione 7 non poteva mancare uno spazio per riflettere insieme sul ruolo che le calzature sportive per eccellenza, le sneaker, rappresentano oggi per il settore e per i clienti finali: un vero e proprio laboratorio di idee per scoprire come nascono mode e tendenze e quali caratteristiche possono fare di una calzatura sportiva un cult». Del resto, quella delle sneaker, non è una passione di nicchia: nel 2017 in Italia ne sono state acquistate 26,9 milioni di paia, per 1.245,4 milioni di euro al dettaglio (dati Centro Studi Confindustria Moda per Assocalzaturifici) e si stima che il mercato globale delle di questa categoria di calzature possa raggiungere un valore di 115,6 miliardi di dollari nel 2023.
Tornando alla fiera, al padiglione 4 ci sarà il corner dedicato agli Emerging Designer. In quest'area 12 talenti nazionali e internazionali, selezionati da una giuria di esperti nel settore moda e comunicazione, presenteranno le loro collezioni all'interno di altrettante architetture espositive sostenibili. Si tratta di Anna Baiguera, Maison Ernest, Adult, Annie Gestroemi, Marie Weber, Seven all around, Balluta, Panafrica, Paolo Ronga, Me.Land, Andrea Mondin e King Ping. Nelle stesse date di Micam, in Fiera è in scena anche Mipel (10/13 febbraio) la più importante manifestazione internazionale dedicata ai bag addicted, che ogni edizione riunisce oltre 350 brand e più di 12.000 visitatori da tutto il mondo. Sostenibilità ambientale e responsabilità sociale sono i nuovi imperativi di Assopellettieri e Mipel che questa a questa edizione, targata 115, annovera 50 nuovi espositori.
Milano si prepara alla Settimana della Moda. «Grande attenzione verso i nuovi talenti e l'internazionalità»

Ansa
Si vocifera che potrebbe esserci il premier Giuseppe Conte a tagliare il nastro di partenza della Milano Fashion Week che inizierà il 20 febbraio per chiudere il 25. In calendario 60 sfilate dedicate alle collezioni autunno inverno 2019/2020, 80 presentazioni e gli immancabili eventi mondani. Accanto al glamour della fashion week milanese non possono mancare i dati economici. «Il comparto nel 2018 è andato bene» spiega Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana. «Nei primi mesi del 2019 i numeri sono in calo rispetto all'anno scorso ma molto dipenderà da quello che succede fuori dall'Italia, dalla Brexit, dai dazi e da cose che potrebbero influenzare positivamente o negativamente la moda. Speriamo si possa tornare a lavorare con scarse tensioni sui mercati internazionali. Noi siamo esportatori e un clima di tensione non ci aiuta. Il settore cresce del 3% all'anno dal 2008 a oggi. Quindi il settore non è in crisi ma c'è attenzione per le congiunture internazionali». Tante le novità. Per la prima volta in calendario le sfilate di Marco Rambaldi, giovane designer italiano, di Marios, brand nato dal genio creativo di Mayo Loizou e Leszek Chmielewsk, supportati da Cnmi; e di Alexandra Moura, stilista portoghese originaria di Lisbona. Tornano nel calendario di Milano Moda Donna Angel Chen, Bottega Veneta con il debutto di Daniel Lee e Gucci. Sfileranno co-ed (donne e uomini) Antonio Marras, Atsushi Nakashima, Bottega Veneta, Byblos, Gcds, Giorgio Armani, Gucci, Missoni, Moncler, Roberto Cavalli, Salvatore Ferragamo.
«Milano tende a organizzare eventi aperti come Moncler, il Fashion hub e altri. Si vuole far partecipare la città all'evento moda. Qui abbiamo anche tante scuole tra le più importanti al mondo. E questo muove la città e crea un'unione con i giovani, i brand, i designer, le presentazioni. Milano è una delle città più energetiche del mondo». Anche il governo crede nella moda. «Ha stanziato più fondi rispetto alle passate edizioni, quindi c'è una volontà di accompagnare il settore. Tanti tavoli aperti, sulla formazione, sull'arte dell'implementazione dei musei, c'è la volontà di fare». Il grande evento del Green Carpet sarà a settembre, per la terza edizione. «Questa edizione di Milano Moda Donna rappresenta uno specchio della creatività con un calendario che permette a ogni brand di esprimere la propria innovativa forma di comunicare e di raccontarsi. Grande attenzione verso i nuovi talenti e l'internazionalità, sono molti i brand presenti a Milano per la prima volta, grazie al nostro supporto. Sostenere i nuovi talenti è uno dei pillar di Cnmi, accanto alla sostenibilità, per questo siamo molto contenti di supportare, tra le altre, le presentazioni di Gilberto Calzolari e Tiziano Guardini, vincitori rispettivamente nel 2017 e nel 2018 del premio "Franca Sozzani Gcc Award", a riprova della nostra leadership su questo impegno».
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La fiera dedicata al mondo delle calzature apre i battenti. Un comparto che continua a collezionare record nonostante la crisi. All' inaugurazione sarà presente il vice premier Luigi Di Maio. Si preannuncia una settimana della moda ricca di nuovi arrivi e grandi ritorni, primi tra tutti Bottega Veneta e Gucci. Lo speciale contiene due articoli. La più importante manifestazione calzaturiera, il Micam, invade la Fiera di Milano fino al 13 febbraio con 1.304 espositori, di cui 716 italiani e 588 stranieri. A inaugurala il vice premier Luigi Di Maio, a dimostrazione che anche la politica presta la giusta attenzione al tema della moda. Un evento espositivo che porta in scena il meglio di un comparto che, nonostante le molte aziende chiuse, ha saputo tenere stretto un mercato dove il nostro Paese, in fatto di artigianalità, la fa da padrone. Un'eccellenza riconosciuta grazie al bello e al ben fatto di prodotti irripetibili e riconoscibili in tutto il mondo. E che in termini di numeri in Italia vale oltre 14 miliardi di euro, occupa 76.600 addetti ed esporta l'85% della produzione. Un comparto – quello calzaturiero – che, pur in uno scenario economico sempre più complesso, ha chiuso il 2018 con una tenuta della produzione in valore e con il raggiungimento dell'ennesimo record assoluto dell'export, nonostante la ormai cronica stagnazione della domanda interna e le difficoltà su diversi importanti mercati esteri, che hanno portato ad un rallentamento dei livelli produttivi nella seconda parte dell'anno. «I risultati dell'indagine a campione condotta dal Centro Studi di Confindustria Moda per Assocalzaturifici evidenziano a preconsuntivo annuo un calo in quantità della produzione italiana del -2,6%, e un +0,7% in valore», spiega Annarita Pilotti, presidente di Assocalzaturifici. «Secondo le cifre ufficiali Istat nei primi dieci mesi 2018 le esportazioni nazionali sono cresciute invece del 3,9% in valore rispetto all'analogo periodo del 2017. Tra gennaio e ottobre sono stati venduti all'estero oltre 176 milioni di paia di calzature, ma con un valore che supera gli 8 miliardi di euro: un contributo notevole al saldo commerciale settoriale che, pur in lieve flessione nei primi dieci mesi vale 3,65 miliardi di euro». Analizzando i mercati e le aree di destinazione, l'anno appena concluso registra la nuova frenata della Russia (-14,3% in quantità nei dati ufficiali Istat dei primi dieci mesi): le vendite attuali sono pari alla metà dei livelli 2013, con pesanti ripercussioni nei distretti particolarmente votati a quest'area. Andamenti disomogenei nella Ue (dove sono dirette sette calzature su dieci vendute all'estero): tengono Germania (+2% in volume, nostro primo mercato per numero di paia) e Regno Unito, ma si registrano flessioni nelle quantità per gli altri principali Paesi (Francia, che è il primo cliente in valore, Spagna, Belgio, Olanda). Incrementi dell'export si evidenziano invece in America settentrionale (+7,6%, pur con prezzi calanti) e nel Far East (dove svettano Cina e Sud Corea). Su una superficie di oltre 60.000 metri quadri presenteranno le collezioni autunno-inverno 2019/2020 tanti marchi fedele alla fiera milanese ma anche nuovi nomi. Tra le novità di punta la presentazione di un nuovo progetto, che partirà il prossimo settembre: si tratta di Plug-Mi. The sneakers culture experience, un nuovo format completamente B2c - organizzato da Fandango Club in collaborazione con Micam e Fiera Milano - dedicato al mondo delle sneaker e rivolto ai Millennials, promotori delle nuove abitudini di consumo.«Tra sport e produttori di calzature c'è uno scambio continuo di suggestioni: dallo sport emergono esigenze, sfide e opportunità che i calzaturieri trasformano in modelli performanti e con grande contenuto moda» continua la presidente Pilotti. «Per questo, all'interno del padiglione 7 non poteva mancare uno spazio per riflettere insieme sul ruolo che le calzature sportive per eccellenza, le sneaker, rappresentano oggi per il settore e per i clienti finali: un vero e proprio laboratorio di idee per scoprire come nascono mode e tendenze e quali caratteristiche possono fare di una calzatura sportiva un cult». Del resto, quella delle sneaker, non è una passione di nicchia: nel 2017 in Italia ne sono state acquistate 26,9 milioni di paia, per 1.245,4 milioni di euro al dettaglio (dati Centro Studi Confindustria Moda per Assocalzaturifici) e si stima che il mercato globale delle di questa categoria di calzature possa raggiungere un valore di 115,6 miliardi di dollari nel 2023. Tornando alla fiera, al padiglione 4 ci sarà il corner dedicato agli Emerging Designer. In quest'area 12 talenti nazionali e internazionali, selezionati da una giuria di esperti nel settore moda e comunicazione, presenteranno le loro collezioni all'interno di altrettante architetture espositive sostenibili. Si tratta di Anna Baiguera, Maison Ernest, Adult, Annie Gestroemi, Marie Weber, Seven all around, Balluta, Panafrica, Paolo Ronga, Me.Land, Andrea Mondin e King Ping. Nelle stesse date di Micam, in Fiera è in scena anche Mipel (10/13 febbraio) la più importante manifestazione internazionale dedicata ai bag addicted, che ogni edizione riunisce oltre 350 brand e più di 12.000 visitatori da tutto il mondo. 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Accanto al glamour della fashion week milanese non possono mancare i dati economici. «Il comparto nel 2018 è andato bene» spiega Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana. «Nei primi mesi del 2019 i numeri sono in calo rispetto all'anno scorso ma molto dipenderà da quello che succede fuori dall'Italia, dalla Brexit, dai dazi e da cose che potrebbero influenzare positivamente o negativamente la moda. Speriamo si possa tornare a lavorare con scarse tensioni sui mercati internazionali. Noi siamo esportatori e un clima di tensione non ci aiuta. Il settore cresce del 3% all'anno dal 2008 a oggi. Quindi il settore non è in crisi ma c'è attenzione per le congiunture internazionali». Tante le novità. Per la prima volta in calendario le sfilate di Marco Rambaldi, giovane designer italiano, di Marios, brand nato dal genio creativo di Mayo Loizou e Leszek Chmielewsk, supportati da Cnmi; e di Alexandra Moura, stilista portoghese originaria di Lisbona. Tornano nel calendario di Milano Moda Donna Angel Chen, Bottega Veneta con il debutto di Daniel Lee e Gucci. Sfileranno co-ed (donne e uomini) Antonio Marras, Atsushi Nakashima, Bottega Veneta, Byblos, Gcds, Giorgio Armani, Gucci, Missoni, Moncler, Roberto Cavalli, Salvatore Ferragamo.«Milano tende a organizzare eventi aperti come Moncler, il Fashion hub e altri. Si vuole far partecipare la città all'evento moda. Qui abbiamo anche tante scuole tra le più importanti al mondo. E questo muove la città e crea un'unione con i giovani, i brand, i designer, le presentazioni. Milano è una delle città più energetiche del mondo». Anche il governo crede nella moda. «Ha stanziato più fondi rispetto alle passate edizioni, quindi c'è una volontà di accompagnare il settore. Tanti tavoli aperti, sulla formazione, sull'arte dell'implementazione dei musei, c'è la volontà di fare». Il grande evento del Green Carpet sarà a settembre, per la terza edizione. «Questa edizione di Milano Moda Donna rappresenta uno specchio della creatività con un calendario che permette a ogni brand di esprimere la propria innovativa forma di comunicare e di raccontarsi. Grande attenzione verso i nuovi talenti e l'internazionalità, sono molti i brand presenti a Milano per la prima volta, grazie al nostro supporto. Sostenere i nuovi talenti è uno dei pillar di Cnmi, accanto alla sostenibilità, per questo siamo molto contenti di supportare, tra le altre, le presentazioni di Gilberto Calzolari e Tiziano Guardini, vincitori rispettivamente nel 2017 e nel 2018 del premio "Franca Sozzani Gcc Award", a riprova della nostra leadership su questo impegno».
Il silenzio che precede il suo intervento è carico di significati politici: la sua ascesa ai vertici del sistema iraniano segnala che l’establishment religioso ha deciso di imboccare apertamente la strada dello scontro con Stati Uniti e Israele. Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di essere disposto ad appoggiare l’uccisione della nuova Guida suprema iraniana, qualora questi si rifiutasse di accogliere le richieste degli Stati Uniti, tra cui la sospensione dello sviluppo del programma nucleare iraniano. Lo riportano al Wall Street Journal funzionari attuali e passati della Casa Bianca. A Washington la nomina di Khamenei è considerata la scelta peggiore possibile, decisa direttamente dai Pasdaran. Secondo le stesse fonti, Israele sarebbe pronto a condurre operazioni mirate contro il nuovo leader, in modalità simili a quelle che hanno portato all’uccisione del predecessore, Ali Khamenei, e sua moglie.
La scelta di puntare su Mojtaba Khamenei, figura da anni molto vicina ai vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e agli apparati di sicurezza, rappresenta un messaggio chiaro: il potere iraniano ha optato per una linea di continuità dura, pronta a sostenere il confronto internazionale anche a costo di devastare il Paese. La sua designazione segna inoltre la definitiva sconfitta delle correnti riformiste che, negli ultimi anni, avevano tentato senza successo di rallentare o bloccare il percorso che lo avrebbe portato alla guida dello Stato. Una parte significativa del clero sciita guarda inoltre con sospetto alla sua nomina, poiché Mojtaba non possiede il percorso accademico religioso tradizionalmente richiesto per ottenere il titolo di ayatollah.
Secondo diversi analisti, il nuovo leader adotterà un atteggiamento particolarmente aggressivo nei confronti dell’Occidente e lo stesso farà con gli strumenti di controllo interno. Una prospettiva che lascia prevedere un giro di vite ancora più duro rispetto alla stagione repressiva del padre. Nonostante abbia sempre mantenuto un profilo pubblico relativamente basso, Mojtaba Khamenei è da tempo considerato un sostenitore della linea della sicurezza totale contro qualsiasi forma di dissenso. Durante le proteste del Movimento Verde del 2009, numerosi osservatori lo indicarono come uno dei principali supervisori della repressione contro i manifestanti. In quelle settimane il suo nome divenne uno dei bersagli più odiati della piazza: «Mojtaba, possa tu morire prima di diventare leader», gridavano i dimostranti. Anche durante le mobilitazioni del 2022, i media vicini al potere lo hanno indicato come uno degli uomini chiave per garantire la stabilità del sistema. I suoi sostenitori - che includono esponenti dei Pasdaran, membri dei paramilitari Basij, religiosi ultraconservatori di Qom e funzionari legati all’ufficio della Guida Suprema - lo descrivono come un uomo riservato, profondamente religioso e con una conoscenza dettagliata degli apparati di sicurezza che parla fluentemente l’inglese. La rete di relazioni costruita da Mojtaba affonda le radici negli anni della sua giovinezza.
Durante la guerra Iran-Iraq prestò servizio nel battaglione Habib delle Guardie rivoluzionarie, un’unità militare dalla quale sarebbero poi emersi numerosi comandanti di alto rango, tra cui Esmail Kowsari. Ma dietro le tensioni politiche che hanno accompagnato la sua ascesa esiste anche un altro elemento, molto più concreto. Non si tratta soltanto di dottrina religiosa o equilibri di potere. In gioco c’è il controllo di uno dei sistemi economici più oscuri dell’intero Medio Oriente. Il centro di questo sistema è il Setad, acronimo persiano di «Sede esecutiva dell’Ordine dell’Imam».
La fondazione fu istituita nel 1989 su ordine di Khomeini con l’obiettivo ufficiale di amministrare i beni confiscati dopo la rivoluzione del 1979. Nel tempo si è trasformata in una gigantesca holding con interessi in quasi ogni comparto dell’economia iraniana: immobili, telecomunicazioni, banche, assicurazioni, agricoltura, energia e industria. Un’inchiesta pubblicata nel 2013 stimò il valore di questo impero economico in circa 95 miliardi di dollari. Oggi quella cifra, secondo diverse valutazioni, avrebbe superato i 200 miliardi. Il potere finanziario legato alla nuova Guida suprema non si limiterebbe però all’Iran.
Mojtaba Khamenei sarebbe infatti associato a un vasto patrimonio immobiliare nel Regno Unito. Undici residenze nel quartiere londinese di Hampstead, noto come «la strada dei miliardari», e due appartamenti di lusso vicino a Kensington Palace sarebbero stati acquistati tra il 2013 e il 2016 con proventi del petrolio iraniano venduto aggirando le sanzioni. Gli immobili risultano intestati all’imprenditore Ali Ansari, ritenuto vicino alla famiglia Khamenei e sospettato di aver agito da prestanome. Le due proprietà di Kensington, del valore di circa 60 milioni di euro e situate a pochi metri dall’ambasciata israeliana, hanno alimentato anche sospetti di possibili attività di intelligence.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 10 marzo con Carlo Cambi
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’ipotesi più probabile è che si stia lavorando ad un pacchetto ampio per sterilizzare l’emergenza prezzi dovuta all’attacco all’Iran. Quindi non solo accise mobile come già annunciato dal premier Giorgia Meloni. Su questo l’esecutivo è al lavoro da giorni. Ieri al Mimit il ministro Adolfo Urso ha convocato una cabina di regia urgente della Commissione allerta rapida con il ministero dell’Economia e delle finanze, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, la Guardia di Finanza, Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) della presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm). Ore di riunione per un’analisi dell’andamento dei prezzi dei prodotti petroliferi e per fornire immediati riscontri al governo che è al lavoro per verificare la necessità di eventuali interventi e la loro natura, soprattutto nell’ipotesi in cui dovesse continuare il fenomeno della speculazione sui prezzi. La cabina di regia ha osservato che «i prezzi medi applicati alla pompa sono aumentati più dei prezzi consigliati dalle compagnie di riferimento. Una dinamica che sarà ora oggetto di controlli mirati nell’ambito del piano operativo attivato nei giorni scorsi».
Per quanto riguarda l’ipotesi accise, dal marzo 2023 è prevista, «ai fini della tutela del cittadino consumatore», la possibilità, con decreto del ministro dell’Economia e delle finanze, di concerto con il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, di disporre una riduzione delle aliquote di accisa sui prodotti energetici usati come carburanti o combustibili per riscaldamento per usi civili, a fronte delle maggiori entrate Iva derivanti dalle variazioni di prezzo internazionale del petrolio greggio. Questo meccanismo può essere attivato se il prezzo aumenta, sulla media del mese precedente, rispetto al valore di riferimento, espresso in euro, indicato nell’ultimo Documento di economia e finanza o nella relativa Nota di aggiornamento presentati alle Camere. Il presidente della Federazione italiana gestori carburanti e affini (Fegica), Roberto Di Vincenzo, ha spiegato che però c’è un problema perché il meccanismo «non prevede una rapida applicazione con un decreto interministeriale, ma l’analisi del benchmark di un differenziale fra i due mesi precedenti, per capire se lo scostamento possa giustificare un un’applicazione. So che stanno facendo dei calcoli e probabilmente domani (oggi, ndr) in consiglio dei ministri arriveranno con questa proposta, anche perché con un prezzo del gasolio a 2 euro l’Iva è salita quasi di 10 centesimi; quindi, sarebbe immediatamente fruibile a gettito invariato». Oggi in cdm ogni ministero porterà la sua proposta di intervento. Sul tavolo potrebbe esserci anche la presentazione di un pezzo del piano casa.
Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che sta lavorando alla possibilità di eventuali coperture per tamponare l’emergenza prezzi dell’energia coglie un altro aspetto dell’emergenza: «L’Italia è leader in Europa per produzione manifatturiera ma non ha indipendenza energetica: un mix che in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo diventa pericoloso. L’instabilità energetica mette a rischio non solo la competitività delle nostre aziende ma anche la nostra sicurezza economica». E poi avverte: «Per l’Europa non ci sono le condizioni d’emergenza e invece per noi dovrebbe valutare l’adozione di misure straordinarie, sulla scia di quelle adottate nel 2022 all’indomani dell’attacco russo contro l’Ucraina. Agire subito stoppando i prezzi dell’energia prima che si diffondano su tutti i beni di consumo come nel 2022».
Intanto la Lega ha presentato alcuni emendamenti per migliorare il decreto bollette promossi dal viceministro del Mase, Vannia Gava. Si lavora su accise e sulle centrali a carbone. Si interviene sull’idroelettrico per consentire alle Regioni di riassegnare le concessioni scadute. Sul biogas la Lega propone di evitare il taglio degli incentivi, perché un taglio metterebbe a rischio la sostenibilità economica degli impianti esistenti, con la concreta possibilità di chiusura di oltre mille strutture, mentre il beneficio sulla bolletta sarebbe marginale, poco più di un euro. Infine su riserve e stoccaggi un emendamento propone la soppressione dell’articolo 9, che prevedeva la vendita di parte del gas stoccato nel 2022 per finanziare riduzioni temporanee di alcune componenti tariffarie, anche qui l’impatto sarebbe marginale.
E mentre si lavora sulle ripercussioni economiche della guerra rispunta Francesco Saverio Garofani, il consigliere del Colle beccato dalla Verità a una cena di tifosi della Roma a Terrazza Borromini, mentre parlava di eventuali scenari per far cadere il governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha infatti convocato il Consiglio supremo di Difesa per venerdì alle 10. Ordine del giorno: la guerra in Iran e in Medioriente. Come prevedibile. Alla riunione da prassi parteciperanno sia Garofani che Meloni, nella prima riunione ufficiale dopo i fatti di Terrazza Borromini.
Sui tassi arriva una doppia mazzata
La guerra in Iran e l’impennata dei prezzi dell’energia hanno riaperto, in poche sedute, un capitolo che i mercati sembravano aver già chiuso: la possibilità che il 2026 non sia l’anno dei tagli, ma di nuovi rialzi dei tassi da parte della Bce. La catena di cause che ha scatenato tutto è chiara: shock geopolitico, premio per il rischio sulle materie prime, aspettative d’inflazione in salita e rendimenti obbligazionari sotto pressione.
Il detonatore, sia chiaro, è l’energia. Il Brent è balzato ieri fino a ridosso dei 120 dollari al barile, massimo da metà 2022, mentre la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz – snodo cruciale per una quota stimata intorno a un quinto dei flussi globali di petrolio e Gnl – ha congelato parte dei traffici e alzato il costo dell’assicurazione del rischio. Nel Golfo, poi, tagli di produzione e catene logistiche sotto scacco hanno reso più credibile lo scenario di un’offerta meno elastica. Anche il gas europeo (Ttf) è tornato a muoversi in modo violento, con rialzi giornalieri a doppia cifra.
Il riprezzamento è diventato nitido anche sui derivati: gli swap indicizzati alle scadenze di policy della Bce implicano ora circa il 70% di probabilità di due rialzi da 25 punti base nel 2026 scrive Bloomberg, contro l’unico rialzo che solo fino a venerdì scorso si riteneva plausibile quest’anno. Un primo aumento risulta dunque interamente prezzato entro luglio. In più, un altro rialzo potrebbe arrivare verso la fine dell’anno.
Per la Banca centrale europea il dilemma è chiaro: «guardare oltre» un puro shock dell’offerta di energia, oppure reagire al più presto per evitare che l’energia si trasformi in inflazione persistente attraverso salari e servizi. La Bce ha confermato il 5 febbraio i tassi (con quelli sui depositi al 2%), ribadendo un approccio guidato dai dati («data-dependent»), con una prudente riduzione del costo del denaro a fronte di un’inflazione in calo verso l’obiettivo del 2%.
Ora, molti economisti avvertono che, sei i mercati reagiranno a questa crisi in modo eccessivo, questo potrebbe comportare un rischio per l’economia del Vecchio Continente: una stretta aggressiva su uno shock energetico potrebbe peggiorare la crescita senza spegnere la componente importata dell’inflazione. Ma, se i prezzi restano elevati a lungo, l’impatto sull’inflazione potrebbe valere fino a circa un punto percentuale aggiuntivo, riaprendo anche lo spettro della stagflazione. Il punto è che il 2022 (in cui l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia aveva spaventato non poco i mercati energetici) ha lasciato cicatrici di incertezza: oggi, però, la tolleranza per un nuovo shock energetico sembra più bassa.
Sul fronte politico, il G7 discute l’eventuale ricorso alle riserve strategiche coordinato dall’Agenzia internazionale dell’energia. Una mossa del genere potrebbe attenuare la corsa dei prezzi e comprare tempo, ma non cancella il rischio geopolitico: la variabile decisiva resta la durata del conflitto, la tenuta delle rotte energetiche e la capacità di evitare che il rialzo dell’energia diventi inflazione strutturale.
Ora, insomma, la Bce è a un bivio: tagliare i tassi ne minerebbe probabilmente la credibilità, alzarli rischierebbe di frenare la crescita. Lo stesso vale anche per la Banca centrale inglese e, più in generale, per tutti i mercati europei. Quello che è certo è che, senza una soluzione immediata, per le tasche dei cittadini europei rischia di tornare lo spettro di una inflazione al galoppo.
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Un attacco aereo israeliano colpisce il quartiere di Dahiyeh, nella zona sud di Beirut (Ansa)
Lo scontro contro gli alleati dell’Iran ha causato 486 morti soltanto nell’ultima settimana, tra i quali 83 bambini e 42 donne, secondo quanto dichiarato ieri sera dal ministro della Sanità libanese, Rakan Nassereddine. Tra i morti di ieri figura anche Padre Pierre El Raii, parroco maronita di Qlayaa, località del Sud del Libano. L’ultima zona colpita da Tel Aviv è l’area costiera di Tiro, dove sono dispiegate anche forze dell’esercito nazionale libanese e dove i bombardamenti sono caduti su alcuni centri abitati causando la distruzione di case, infrastrutture e reti di servizi essenziali e almeno undici morti con decine di feriti. Un’altra area costantemente sotto attacco è quella di Dahieh, nella periferia Sud della capitale, roccaforte di Ezbollah che ospita mezzo milione di persone.
Israele ha emanato una serie di ordini di evacuazione soprattutto a Dahieh, a Sud e nella Bekaa, provocando diverse centinaia di migliaia di sfollati. Human Rights Watch ha accusato Tel Aviv di aver usato armi al fosforo bianco in Libano, nelle aree residenziali nella città di Yohmor, ma l’Idf ha dichiarato di non essere a conoscenza di questi fatti e non poter confermare l’utilizzo di munizioni contenenti fosforo bianco nel Paese dei Cedri. Il portavoce dell’esercito ha detto non di aver visionato le immagini utilizzate da Human Rights Watch e di non poter quindi rilasciare dichiarazioni in merito al caso, anche se l’Idf, come molti eserciti occidentali, possiede proiettili contenenti fosforo bianco in quantità legale secondo il diritto internazionale.
Intanto Hezbollah ha giurato fedeltà alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, che succede al padre, l’ayatollah Ali Khamenei. In una nota, il movimento sciita filoiraniano ha promesso la sua lealtà e ribadito la sua incrollabile fedeltà sostenendo che questa decisione invia un messaggio a Stati Uniti e Israele: l’Iran non si lascerà intimidire dal terrorismo degli aggressori e dai tentativi di indebolire la rivoluzione. Un attacco missilistico di Hezbollah nel centro di Israele, inoltre, ha provocato 16 feriti.
Mentre sul terreno si continua a combattere, il presidente libanese Joseph Aoun, in un’intervista pubblicata dal quotidiano L’Orient-Le Jour, il principale quotidiano in lingua francese, ha detto che il governo è pronto a riprendere il negoziato con Israele per arrivare a una pace solida, duratura ed efficace, fondata sulla formula «terra in cambio di pace». Il Libano avrebbe già informato le Nazioni Unite e le maggiori potenze di essere pronto a un confronto con Israele per evitare l’escalation (secondo i media americani, è stato chiesto di mediare all’amministrazione Trump). Il leader cristiano maronita ha definito gli attacchi contro l’esercito libanese inaccettabili, sorprendenti e sospetti, accusando contemporaneamente Hezbollah di volere la distruzione di Beirut. «La decisione sulla guerra e sulla pace deve restare prerogativa esclusiva dello stato libanese e ci impegniamo nel continuare il disarmo di Hezbollah», ha concluso Joseph Aoun.
Anche il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen hanno espresso la loro profonda preoccupazione per l’impatto della crisi regionale sul Libano e per le gravi conseguenze sui civili e sui delicati equilibri mediorientali.
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