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2024-09-12
Milano fuori controllo, via il capo dei ghisa
Marco Ciacci, comandante della polizia locale di Milano dal 2017 (Imagoeconomica)
Beppe Sala certifica il fallimento della sua amministrazione nel garantire la sicurezza dei cittadini di Milano. Marco Ciacci, comandante della polizia locale dal 2017 e confermato due anni fa, lascerà l’incarico prima della fine dell’anno. A dargli il benservito è stato proprio il sindaco. L’esito era quasi scontato, dopo l’arrivo lo scorso anno dell’ex capo della polizia Franco Gabrielli, nominato come delegato di Sala per la sicurezza e la coesione sociale. Di fatto l’arrivo di Gabrielli (sarà lui a indicare il sostituto) era già stato una sorta di commissariamento, tanto che a gennaio fu l’ex capo della polizia a snocciolare i dati sui reati. Spiegò che nell’arco di più di dieci anni gli omicidi erano calati ma erano aumentati i borseggi (+25%) e soprattutto le rapine in strada (+50%). Numeri che dovevano smentire il rischio sicurezza in città, ma che suonarono come campanello d’allarme soprattutto per i vigili urbani.
Ciacci quindi se ne va. Lasciandosi dietro non poche polemiche e soprattutto macerie nella gestione di un corpo di polizia che prima del suo arrivo aveva funzionato perfettamente. I sindacati (Sulpl, Uilfpl e Usb) da almeno un anno sono sul piede di guerra. Lo stato di agitazione è perenne. Vengono indetti scioperi ormai ogni due mesi con relativo blocco degli straordinari. E la partecipazione è talvolta superiore al 50%. Tutto ruota intorno ai coefficienti di uscita dai turni serali e notturni. Oggi i ghisa che sommano un’età anagrafica e un’anzianità di servizio pari a quota 60 smettono di fare le notti; e lo stesso discorso vale per le sere, con l’asticella che si alza a 70. Un meccanismo che per il Comune ha eccessivamente ridotto il numero di agenti che possono svolgere quel tipo di turni, con conseguente diminuzione delle pattuglie in servizio. Da qui la decisione di scardinare in parte quel meccanismo e di introdurre un criterio solo anagrafico per gli iscritti post 2017. Sarebbe bastato un piccolo accordo, ma non c’è stato verso. Così la sera le pattuglie che circolano sono sempre di meno. Si tratta di un passo indietro evidente, dal momento che nel 2015 la vecchia gestione di Antonio Barbato era arrivata a disporre di oltre 300 unità di polizia locale dedicate, senza soluzione di continuità. Certo, ci furono frizioni e discussioni sindacali anche all’epoca, in particolare sugli straordinari, ma poi una soluzione fu trovata. Da un anno invece né il sindaco né il comandante Ciacci sono riusciti a tamponare la situazione. In questo modo però la città resta scoperta, soprattutto di notte.
Che l’insediamento di Ciacci non sarebbe stato così gradito in piazza Beccaria, sede della locale, lo si era capito subito. La giunta si trovò costretta ad aspettare il via libera del ministero degli Interni utilizzando una norma per motivate esigenze organizzative,
D’altra parte, la nomina stessa nel 2017 non passò inosservata. Per far spazio all’ex responsabile (dal 2003 al 2017) della sezione di Polizia Giudiziaria della Procura, infatti, fu allontanato l’ex comandante Antonio Barbato che era finito in un’inchiesta della Dda dove non fu mai indagato. In pratica, Barbato finì in un procedimento della Procura per far posto a chi aveva lavorato per 14 anni con la stessa Procura. Caso vuole che, proprio in quegli anni, sotto indagine della stessa magistratura milanese ci fosse lo stesso Sala, accusato di turbativa d’asta sul maxiappalto per la Piastra dei Servizi di Expo. Alla fine, anche l’indagine sul primo cittadino fu archiviata e Ciacci si ritrovò subito a dover affrontare una vicenda spinosa legata all’ex pm Ilda Boccassini. Il 3 ottobre del 2018 Alice, figlia della storica toga milanese, travolse e uccise un pedone. La donna patteggiò nove mesi, e si vide la patente ritirata per due anni. Dopo un esposto a Brescia e relativa indagine per presunti favoreggiamenti, Ciacci fu assolto dalle accuse di abuso d’ufficio. Eppure, quella vicenda si trascinò per anni lasciando un lungo strascico di polemiche. Dopo la denuncia della sua presenza sull’incidente della Boccassini, infatti, la polizia locale di Milano, capitanata dallo stesso Ciacci, indagò Barbato per frode nelle forniture dopo aver ricevuto una lettera anonima. A questo si aggiunge che lo stesso Barbato (che fu demansionato dopo aver retto il corpo durante la stagione del terrorismo islamico) è stato denunciato penalmente e civilmente da Sala e Ciacci per le sue dichiarazioni contro l’assunzione dell’ex numero uno della polizia giudiziaria di Milano.
Ma a lato degli incroci tra palazzo Marino e la procura, bisogna segnalare anche le criticità che molti agenti hanno dovuto affrontare in questi anni. Lo scorso novembre, dopo l’ennesima inondazione per le forti piogge, il nostro giornale pubblicò la foto di due vigili costretti a usare sacchi della spazzatura come stivali per farsi largo nell’acqua alta. Al comando di piazza Beccaria sono rimasti per mesi senza bagni con i lavori bloccati. Del resto si dice che negli ultimi mesi Ciacci si sia fatto vedere poco, più impegnato in palestra che sulle strade. Quando Milano nel luglio del 2023 fu spazzata via da una tempesta (caddero più di 5.000 alberi) il comandante era al concerto di Bruce Springsteen.
La Regione Puglia rinnova il mobilio. E l’appalto va ai fratelli di Emiliano
Arriva un momento nella vita di ciascun padrone di casa in cui decide che è giunto il momento di rinnovare il mobilio. E così ha fatto anche Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia dal 2015, che, come ha riportato ieri il Corriere del Mezzogiorno, ha arredato l’area ristoro e la biblioteca del Consiglio regionale con un appalto da oltre 41.000 euro, affidato alla Emiliano srl. Curioso, visto che si tratta proprio dell’azienda fondata nel 1969 dal babbo di Emiliano, Giovanni, e ora gestita dai fratelli Alessandro e Simonetta. «La Emiliano affianca da oltre cinquant’anni i propri clienti nella progettazione, realizzazione ed assistenza tecnica di attività commerciali e locali legati alla ristorazione, al food retail e alla grande distribuzione», si legge sul sito della società.
Gli arredi, già collocati nel luglio scorso, comprenderebbero la fornitura di: quattro tavolini rotondi, due divani da due posti (colore blu, di materiale similpelle ignifugo), 13 sedie, due tavolini d’attesa di diverse misure (59x25 centimetri l’uno e 42x45 centimetri l’altro), un forno a microonde, un frigorifero ad incasso a due porte e un mobile di servizio creato su misura. Il tutto per l’area ristoro. Per la biblioteca invece sono inclusi quattro divanetti e altrettante poltrone con struttura in legno e rivestimento in ecopelle di vario colore e due tavolini.
Scrive il Corriere del Mezzogiorno: «Nell’elencare le ragioni che hanno portato alla trattativa diretta il documento spiega che “il soggetto, Emiliano srl, ha elaborato la propria migliore offerta, pari ad un ribasso in percentuale dell’1%, da applicare all’importo totale della prestazione da espletare, non considerando soggetti a ribasso il costo della manodopera ed i costi della sicurezza. Nell’offerta economica l’operatore ha indicato, a pena di esclusione, i costi della manodopera, pari a 660 euro e gli oneri aziendali per l’adempimento delle disposizioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro pari a 150 euro”». E, oltre alla determinazione dirigenziale della Regione, sul sito Internet del Consiglio regionale figura anche il provvedimento del pagamento emesso lo scorso 28 agosto: «Determina di liquidare e pagare la complessiva somma di 41.016,88 euro (di cui 7.396,48 euro da versare all’erario) come fattura elettronica del 30 luglio 2024 avente importo complessivo pari a 41.016,89 euro che trova copertura sull’impegno di spesa sopra citati, in favore di Emiliano srl, con imputazione della predetta spesa sul bilancio di previsione del corrente esercizio finanziario».
Eppure la Regione Puglia non è nuova a forme di spese controverse come questa. Nel 2020, durante la pandemia, Emiliano avviò la costruzione di un ospedale d’emergenza alla Fiera del Levante di Bari utilizzando 30 milioni di euro di fondi pubblici. Il progetto si era rivelato un disastro finanziario e giudiziario, con costi che erano lievitati a 31 milioni; altri 5 milioni sono stati poi necessari per lo smantellamento, dato che la struttura è ora in stato di abbandono.
L’inchiesta della Procura di Bari ha rivelato che l’appalto, inizialmente previsto per 9 milioni, era stato assegnato tramite un sorteggio irregolare a sei ditte, con successivi ordini di servizio che avevano fatto salire i costi. Nonostante la Cobar di Altamura, vincitrice dell’appalto, non avesse esperienza in edilizia sanitaria, aveva ricevuto il massimo punteggio nella valutazione dell’esperienza e le attrezzature erano state acquistate a prezzi molto superiori rispetto al valore di mercato, come un tomografo per la Tac pagato 650.000 euro anziché 250.000.
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A Milano il sindaco Beppe Sala certifica il suo fallimento sul fronte sicurezza e dà il benservito al comandante della polizia locale Marco Ciacci, già «commissariato» con l’arrivo in città di Franco Gabrielli. Da tempo gli agenti contestano turni e condizioni di lavoro precarie.In Puglia l’azienda fondata dal papà del governatore Michele Emiliano arrederà l’area ristoro e la biblioteca della sede regionale.Lo speciale contiene due articoli Beppe Sala certifica il fallimento della sua amministrazione nel garantire la sicurezza dei cittadini di Milano. Marco Ciacci, comandante della polizia locale dal 2017 e confermato due anni fa, lascerà l’incarico prima della fine dell’anno. A dargli il benservito è stato proprio il sindaco. L’esito era quasi scontato, dopo l’arrivo lo scorso anno dell’ex capo della polizia Franco Gabrielli, nominato come delegato di Sala per la sicurezza e la coesione sociale. Di fatto l’arrivo di Gabrielli (sarà lui a indicare il sostituto) era già stato una sorta di commissariamento, tanto che a gennaio fu l’ex capo della polizia a snocciolare i dati sui reati. Spiegò che nell’arco di più di dieci anni gli omicidi erano calati ma erano aumentati i borseggi (+25%) e soprattutto le rapine in strada (+50%). Numeri che dovevano smentire il rischio sicurezza in città, ma che suonarono come campanello d’allarme soprattutto per i vigili urbani. Ciacci quindi se ne va. Lasciandosi dietro non poche polemiche e soprattutto macerie nella gestione di un corpo di polizia che prima del suo arrivo aveva funzionato perfettamente. I sindacati (Sulpl, Uilfpl e Usb) da almeno un anno sono sul piede di guerra. Lo stato di agitazione è perenne. Vengono indetti scioperi ormai ogni due mesi con relativo blocco degli straordinari. E la partecipazione è talvolta superiore al 50%. Tutto ruota intorno ai coefficienti di uscita dai turni serali e notturni. Oggi i ghisa che sommano un’età anagrafica e un’anzianità di servizio pari a quota 60 smettono di fare le notti; e lo stesso discorso vale per le sere, con l’asticella che si alza a 70. Un meccanismo che per il Comune ha eccessivamente ridotto il numero di agenti che possono svolgere quel tipo di turni, con conseguente diminuzione delle pattuglie in servizio. Da qui la decisione di scardinare in parte quel meccanismo e di introdurre un criterio solo anagrafico per gli iscritti post 2017. Sarebbe bastato un piccolo accordo, ma non c’è stato verso. Così la sera le pattuglie che circolano sono sempre di meno. Si tratta di un passo indietro evidente, dal momento che nel 2015 la vecchia gestione di Antonio Barbato era arrivata a disporre di oltre 300 unità di polizia locale dedicate, senza soluzione di continuità. Certo, ci furono frizioni e discussioni sindacali anche all’epoca, in particolare sugli straordinari, ma poi una soluzione fu trovata. Da un anno invece né il sindaco né il comandante Ciacci sono riusciti a tamponare la situazione. In questo modo però la città resta scoperta, soprattutto di notte. Che l’insediamento di Ciacci non sarebbe stato così gradito in piazza Beccaria, sede della locale, lo si era capito subito. La giunta si trovò costretta ad aspettare il via libera del ministero degli Interni utilizzando una norma per motivate esigenze organizzative, D’altra parte, la nomina stessa nel 2017 non passò inosservata. Per far spazio all’ex responsabile (dal 2003 al 2017) della sezione di Polizia Giudiziaria della Procura, infatti, fu allontanato l’ex comandante Antonio Barbato che era finito in un’inchiesta della Dda dove non fu mai indagato. In pratica, Barbato finì in un procedimento della Procura per far posto a chi aveva lavorato per 14 anni con la stessa Procura. Caso vuole che, proprio in quegli anni, sotto indagine della stessa magistratura milanese ci fosse lo stesso Sala, accusato di turbativa d’asta sul maxiappalto per la Piastra dei Servizi di Expo. Alla fine, anche l’indagine sul primo cittadino fu archiviata e Ciacci si ritrovò subito a dover affrontare una vicenda spinosa legata all’ex pm Ilda Boccassini. Il 3 ottobre del 2018 Alice, figlia della storica toga milanese, travolse e uccise un pedone. La donna patteggiò nove mesi, e si vide la patente ritirata per due anni. Dopo un esposto a Brescia e relativa indagine per presunti favoreggiamenti, Ciacci fu assolto dalle accuse di abuso d’ufficio. Eppure, quella vicenda si trascinò per anni lasciando un lungo strascico di polemiche. Dopo la denuncia della sua presenza sull’incidente della Boccassini, infatti, la polizia locale di Milano, capitanata dallo stesso Ciacci, indagò Barbato per frode nelle forniture dopo aver ricevuto una lettera anonima. A questo si aggiunge che lo stesso Barbato (che fu demansionato dopo aver retto il corpo durante la stagione del terrorismo islamico) è stato denunciato penalmente e civilmente da Sala e Ciacci per le sue dichiarazioni contro l’assunzione dell’ex numero uno della polizia giudiziaria di Milano. Ma a lato degli incroci tra palazzo Marino e la procura, bisogna segnalare anche le criticità che molti agenti hanno dovuto affrontare in questi anni. Lo scorso novembre, dopo l’ennesima inondazione per le forti piogge, il nostro giornale pubblicò la foto di due vigili costretti a usare sacchi della spazzatura come stivali per farsi largo nell’acqua alta. Al comando di piazza Beccaria sono rimasti per mesi senza bagni con i lavori bloccati. Del resto si dice che negli ultimi mesi Ciacci si sia fatto vedere poco, più impegnato in palestra che sulle strade. Quando Milano nel luglio del 2023 fu spazzata via da una tempesta (caddero più di 5.000 alberi) il comandante era al concerto di Bruce Springsteen. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milano-sicurezza-puglia-spreco-soldi-2669172676.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-regione-puglia-rinnova-il-mobilio-e-lappalto-va-ai-fratelli-di-emiliano" data-post-id="2669172676" data-published-at="1726134433" data-use-pagination="False"> La Regione Puglia rinnova il mobilio. E l’appalto va ai fratelli di Emiliano Arriva un momento nella vita di ciascun padrone di casa in cui decide che è giunto il momento di rinnovare il mobilio. E così ha fatto anche Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia dal 2015, che, come ha riportato ieri il Corriere del Mezzogiorno, ha arredato l’area ristoro e la biblioteca del Consiglio regionale con un appalto da oltre 41.000 euro, affidato alla Emiliano srl. Curioso, visto che si tratta proprio dell’azienda fondata nel 1969 dal babbo di Emiliano, Giovanni, e ora gestita dai fratelli Alessandro e Simonetta. «La Emiliano affianca da oltre cinquant’anni i propri clienti nella progettazione, realizzazione ed assistenza tecnica di attività commerciali e locali legati alla ristorazione, al food retail e alla grande distribuzione», si legge sul sito della società. Gli arredi, già collocati nel luglio scorso, comprenderebbero la fornitura di: quattro tavolini rotondi, due divani da due posti (colore blu, di materiale similpelle ignifugo), 13 sedie, due tavolini d’attesa di diverse misure (59x25 centimetri l’uno e 42x45 centimetri l’altro), un forno a microonde, un frigorifero ad incasso a due porte e un mobile di servizio creato su misura. Il tutto per l’area ristoro. Per la biblioteca invece sono inclusi quattro divanetti e altrettante poltrone con struttura in legno e rivestimento in ecopelle di vario colore e due tavolini. Scrive il Corriere del Mezzogiorno: «Nell’elencare le ragioni che hanno portato alla trattativa diretta il documento spiega che “il soggetto, Emiliano srl, ha elaborato la propria migliore offerta, pari ad un ribasso in percentuale dell’1%, da applicare all’importo totale della prestazione da espletare, non considerando soggetti a ribasso il costo della manodopera ed i costi della sicurezza. Nell’offerta economica l’operatore ha indicato, a pena di esclusione, i costi della manodopera, pari a 660 euro e gli oneri aziendali per l’adempimento delle disposizioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro pari a 150 euro”». E, oltre alla determinazione dirigenziale della Regione, sul sito Internet del Consiglio regionale figura anche il provvedimento del pagamento emesso lo scorso 28 agosto: «Determina di liquidare e pagare la complessiva somma di 41.016,88 euro (di cui 7.396,48 euro da versare all’erario) come fattura elettronica del 30 luglio 2024 avente importo complessivo pari a 41.016,89 euro che trova copertura sull’impegno di spesa sopra citati, in favore di Emiliano srl, con imputazione della predetta spesa sul bilancio di previsione del corrente esercizio finanziario». Eppure la Regione Puglia non è nuova a forme di spese controverse come questa. Nel 2020, durante la pandemia, Emiliano avviò la costruzione di un ospedale d’emergenza alla Fiera del Levante di Bari utilizzando 30 milioni di euro di fondi pubblici. Il progetto si era rivelato un disastro finanziario e giudiziario, con costi che erano lievitati a 31 milioni; altri 5 milioni sono stati poi necessari per lo smantellamento, dato che la struttura è ora in stato di abbandono. L’inchiesta della Procura di Bari ha rivelato che l’appalto, inizialmente previsto per 9 milioni, era stato assegnato tramite un sorteggio irregolare a sei ditte, con successivi ordini di servizio che avevano fatto salire i costi. Nonostante la Cobar di Altamura, vincitrice dell’appalto, non avesse esperienza in edilizia sanitaria, aveva ricevuto il massimo punteggio nella valutazione dell’esperienza e le attrezzature erano state acquistate a prezzi molto superiori rispetto al valore di mercato, come un tomografo per la Tac pagato 650.000 euro anziché 250.000.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Vittorio Messori (Ansa)
Messori, l’uomo che ha riportato il dibattito su Cristo nelle case di milioni di persone in tutto il mondo, ha varcato la soglia definitiva proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Passione, quasi a voler apporre il sigillo della sua stessa esistenza su quella «speranza che non si consuma» che aveva difeso con la penna per oltre mezzo secolo.
La parabola di Vittorio Messori è, in primo luogo, il racconto di una trasformazione intellettuale straordinaria. Nato a Sassuolo il 16 aprile 1941 in una famiglia di orientamento anticlericale, la sua formazione avvenne nella Torino del dopoguerra, un ambiente dominato da correnti laiche e razionaliste. Allievo del liceo classico D’Azeglio e poi della facoltà di Scienze Politiche, Messori crebbe alla scuola di giganti del pensiero laico come Norberto Bobbio e Luigi Firpo. Laureatosi con Galante Garrone, egli era il «perfetto prodotto» della cultura agnostica e razionalista di quegli anni, destinato apparentemente a una carriera nelle file dell’intellettualità laica.
Tuttavia, nell’estate del 1964, accadde l’imprevisto: l’irruzione di quella che lui stesso definì una «evidenza del cuore». Non fu il risultato di un’elaborazione ideologica, ma un incontro travolgente nato dalla lettura dei Vangeli. Quei testi «scarni ed essenziali» lo colpirono al punto da trasformarlo in un instancabile indagatore delle ragioni del credere. Tecnicamente non una trasformazione quindi, ma una conversione. Da quel momento, la sua missione divenne quella di coniugare fede e ragione, intuizione e argomentazione, in un corpo a corpo costante con la modernità.
Nel 1976, dopo dodici anni di lavoro, Messori diede alle stampe Ipotesi su Gesù. Fu un terremoto culturale, anche all’interno del mondo cattolico. In un’epoca in cui, come scriveva nell’incipit del libro, di Gesù non si parlava tra persone educate - essendo considerato un argomento che metteva a disagio al pari del sesso, del denaro o della morte - Messori ebbe l’audacia di riproporre il Nazareno come un argomento per tutti. Con lo stile incalzante del giornalista e il rigore dell’intellettuale laico, egli dimostrò che era possibile difendere razionalmente il cristianesimo senza rinunciare al metodo critico.
Il successo fu planetario, trasformando il libro in un best-seller. La sua cifra distintiva emerse prepotentemente: un’apologetica paziente e documentata, capace di rispondere alle obiezioni dei critici senza mai scadere nella polemica sterile. Per Messori, non si trattava di fare moralismo - ambito che non amava particolarmente - ma di concentrarsi sui grandi misteri della fede, convinto che l’etica segua naturalmente l’incontro con Cristo.
La carriera di Messori lo ha visto collaborare con varie testate, da La Stampa (dove lavorò per dieci anni) al Corriere della Sera e Avvenire. Ma è nel rapporto con i vertici della Chiesa che ha segnato tappe storiche per la comunicazione religiosa. Nel 1984, il libro-intervista con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, intitolato Rapporto sulla fede, denunciò coraggiosamente le derive post-conciliari, attirandogli simpatie e forti critiche. Messori ebbe la capacità unica di porsi come mediatore tra il magistero ecclesiale e il grande pubblico, offrendo strumenti di comprensione profondi ma accessibili.
Ancor più eclatante fu nel 1994 la pubblicazione di Varcare la soglia della speranza, in cui per la prima volta un pontefice, Giovanni Paolo II, rispondeva direttamente alle domande di un giornalista. Messori seppe porre a Karol Wojtyla le domande essenziali dell’uomo contemporaneo, creando un ponte tra la domanda di senso del mondo e la risposta della Chiesa.
Oltre ai grandi palcoscenici, lo possiamo testimoniare in prima persona, Messori ha coltivato con amore e fedeltà realtà editoriali più piccole ma che condividevano in pieno il suo spirito di guardare la realtà con fede e ragione. È stato, insieme a Eugenio Corti, uno dei «padri nobili» del Timone, il mensile di fede e ragione. Rispose con entusiasmo all’invito del fondatore Gianpaolo Barra, portando la sua storica rubrica «Vivaio» sulle pagine della rivista dopo essere stata su quelle del periodico dei paolini Jesus e sul quotidiano Avvenire.
Negli ultimi anni, il suo interesse si era rivolto sempre più alla dimensione mariana e ai segni concreti di Dio nella storia, come dimostrano opere quali Il miracolo e Ipotesi su Maria. Viveva accanto al suo buen retiro dell’Abbazia di Maguzzano, sul lago di Garda, affrontando gli acciacchi dell’età con quel gusto «messoriano» per l’indagine che non lo ha mai abbandonato.
La scomparsa di Vittorio Messori lascia un vuoto incolmabile nel panorama intellettuale cattolico. Con la sua morte, avvenuta mentre il mondo cristiano si ferma davanti alla Croce, si chiude un’avventura terrena dedicata interamente alla ricerca della Verità. Gli ha reso omaggio anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano: «Ha saputo descrivere la fede come qualcosa di concreto, di vivo, lontano da astrattismi e da ideologismi».
Lascia in eredità una biblioteca di domande coraggiose e risposte documentate, un invito perenne a non aver paura di indagare il mistero di quel Gesù che, anche grazie a lui, è tornato a essere un argomento per tutti. Perché un cristiano, diceva, non è un cretino.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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Luca Casarini (Ansa)
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
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