True
2020-07-17
Milano choc, stupro in pieno giorno al parco
Ansa
L'ultimo episodio di stupro dimostra quanto sia insicura Milano, anche in pieno giorno. La vittima, una donna italiana di 45 anni, era uscita con il suo cane per fare una passeggiata al parco Monte Stella. Come ha raccontato agli investigatori, a un certo momento ha avuto la sensazione «di essere seguita». Infatti è stata aggredita alle spalle da un uomo «alto, con la carnagione scura e dall'età piuttosto giovane». Particolari che hanno portato gli inquirenti ad individuare l'autore come centroafricano. Neanche un'area verde, come la Montagnetta di San Siro, molto frequentata da sportivi e famiglie specialmente nel periodo estivo ha intimorito l'autore della violenza. Sullo stupro, avvenuto poco dopo le 18 dello scorso mercoledì, stanno indagando gli uomini della squadra mobile. Dalle prime ricostruzioni è emerso che la vittima è stata strattonata, trascinata per i capelli e buttata a terra in un viottolo sterrato, poco distante da una delle tante strade pedonali del parco. Dopo la violenza, lo straniero, che avrebbe avuto con sé anche un coltello, è immediatamente scappato. La donna, invece, è stata trovata all'altezza di via Cimabue all'angolo con via Isernia, accanto al campo di atletica, in condizioni di forte choc da un passante che stava facendo jogging. È stato lui a dare l'allarme. Poco dopo la vittima è stata trasportata, in codice giallo, alla clinica Mangiagalli dell'ospedale Policlinico, dove i medici hanno accertato lo stupro. Come detto, sulla vicenda stanno cercando fare piena luce gli agenti della squadra mobile, coordinati da Marco Calì, che sperano nel contributo di testimoni e filmati delle telecamere della zona che a quell'ora è molto affollata. Inoltre sul luogo dello stupro sono già predisposti i rilievi della Scientifica. Soltanto nei prossimi giorni, invece, un pieno contributo all'attività investigativa potrà essere dato dalla stessa vittima.
Quella di 48 ore fa è l'ennesima triste vicenda di una città che è pericolosa tanto di notte quanto di giorno. Eppure dalle parti di Palazzo Marino sembra che non si siano accorti di nulla, dato che il sindaco Beppe Sala - mentre continua a rilasciare dichiarazioni in merito alle sue perplessità sullo smart working - non ha proferito parola su un fatto a dir poco grave. Preoccupato, invece, il leader della Lega ed ex ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Solidarietà alla donna aggredita, la Milano del Pd è sempre meno sicura». A seguire sono intervenuti anche i consiglieri regionali del Carroccio, Silvia Scurati e Max Bastoni, «è inaccettabile che il capoluogo lombardo possa essere teatro di un gravissimo stupro avvenuto in pieno giorno e in una zona molto frequentata da milanesi e sportivi». E ancora «episodi gravissimi come quello avvenuto alla Montagnetta di San Siro devono unire tutti quei milanesi che vogliono reagire». Anche l'assessore regionale alla Sicurezza, Riccardo De Corato (FdI) si è espresso sull'episodio che «conferma come ormai la situazione in città, in particolar modo nei parchi, sia fuori controllo: rapine, furti, aggressioni, violenze sono la quotidianità». Altra voce critica quella del commissario milanese della Lega, Stefano Bolognini: «Più vigili nei parchi e castrazione chimica per i violentatori. Basta con il buonismo a tutti i costi».
Non c'è dubbio sul fatto che le aree verdi, come quella di Monte Stella, possano essere pericolose. Però, come ha ricordato lo stesso De Corato, esistono le misure di prevenzione che, per esempio, sono state adottate nel parco delle Cave (il più grande d'Europa) che è stato recintato e munito di telecamere a raggi infrarossi. Il parco Monte Stella o la Montagna di San Siro, come detto, è uno dei luoghi più amati e frequentati dai milanesi. Che giustamente potrebbero adesso farsi più di qualche domanda su quanto sia sicuro allontanarsi da casa. Perché anche un altro luogo molto affollato, come i Navigli, è stato lo scenario di una violenza sessuale. Nella notte tra il 14 e il 15 luglio una ragazza di 20 anni ha denunciato si essere stata stuprata dal titolare di un locale. Secondo quanto ricostruito, la giovane avrebbe trascorso la serata in compagnia di alcuni amici all'interno di un pub dove, lasciata momentaneamente da sola, la ventenne ha conosciuto l'uomo di 60 anni proprietario del posto. Così, verso l'orario di chiusura, il presunto autore della violenza l'avrebbe attirata in disparte con una scusa, portandola nel bagno, isolato dalle restanti stanze del locale. Ed è qui che avrebbe abusato di lei. Per evitare che la giovane chiedesse aiuto, le avrebbe anche sfilato di mano il cellulare oltre a tapparle la bocca per impedirle di gridare. Sono state 48 ore difficili per la città della moda, dove sono state presentate almeno sei denunce di violenza sessuale. Una circostanza che ha fatto intervenire il procuratore aggiunto Maria Letizia Mannella, coordinatrice del pool che si occupa delle fasce deboli.
Il magistrato già lo scorso novembre aveva messo in luce l'elevato numero di casi, poi due giorni fa il nuovo monito: «Un fenomeno terribile, in queste ore il record nero, quattro soltanto ieri, di cui due in strada e due casi stamattina che si sono consumati nella notte precedente».
Gli antirazzisti hanno trasformato la morte di Floyd in un business
Dopo danni al bene comune per milioni di dollari, devastazioni difficilmente calcolabili di negozi privati e uffici pubblici, e soprattutto dopo tante aggressioni, violenze su passanti che hanno causato molti feriti e alcuni morti, finalmente si inizia a sentire qualche voce critica sul movimento - tutt'altro che innocente - dei Blm (Black lives matter).
Tra queste voci spicca quella autorevole del cardinal Wilfrid Fox Napier, arcivescovo di Durban, di evidenti origini africane, che ha conosciuto sulla sua pelle l'apartheid in Sudafrica. Il quale, intervistato dalla Nuova Bussola di Riccardo Cascioli, ha dichiarato che tra gli obiettivi del Blm c'è «la distruzione della famiglia nucleare in quanto imposizione occidentale», «l'ideologia gender», «la cultura dell'aborto». E più in generale il secolarismo e il materialismo.
E in effetti il manifesto ufficiale Blm, che nasce dopo l'uccisione di George Floyd per combattere il razzismo, vero o presunto, parla con un vocabolario da centro sociale occupato e autogestito, di «identità di genere», «fratelli e sorelle transgender», «sessismo, misoginia». E tutto ciò che piace ai media del potere.
Ma se vogliamo, in questa rivoluzione ben pilotata dall'alto e di cui pochi vogliono vedere le assurdità, c'è di peggio.
Sul sito ufficiale dei Blm (blacklivesmatter.com) si vende di tutto e a prezzi non proprio economici o da disoccupato del Bronx. La mascherina anti Covid, rigorosamente nera, con scritto sopra Justice o Freedom costa appena 15 dollari (senza contare le spese di spedizione). La tazza da colazione, utilissima tra un corteo e una rissa con i piedipiatti, si ottiene per la modica cifra di 20 dollari. Il cappellino nero, stile rapper anni Ottanta, con scritto Justice, costa solo 30 dollari. La t-shirt Blm appena 40 dollari.
Inoltre, per non mettere limiti ai desideri dei potenziali acquirenti, anzi per stimolare quel consumismo che da sempre è l'anima dell'odiato capitalismo, c'è la felpa, il giubbotto, la bandiera, la borsetta (speriamo almeno unisex o gender free). E anche il braccialetto Blm (4 dollari), gli adesivi (a 2 dollari), le spillette (a 15 dollari), eccetera.
Libri sul sito non compaiono. Ma si sa, il mercato del libro rende poco e i giovani Blm debbono scendere in piazza per combattere sbirri e nemici, mica hanno tempo per studiare le ragioni storiche del razzismo e, tanto per dirne una, il suo legame col pensiero di Charles Darwin, come dimostrò tanti anni fa lo studioso americano Richard Weikart (From Darwin to Hitler).
Basta gridare uno slogan e tutto è a posto: Black lives matter! Peccato che, come riportato da Fox news, Jessica Doty Whitaker, «una ragazza bianca di 24 anni che stava passeggiando con il suo fidanzato, Jose Ramirez a Indianapolis» sia stata uccisa dagli antirazzisti per aver scandito qualcosa di appena diverso: All lives matter (tutte le vite contano).
Dettagli, forse. Quando si vuole il progresso dell'umanità - come insegnano la rivoluzione francese del 1789 e quella sovietica del 1917 - sono cose che possono succedere.
In ogni caso il ben strutturato merchandising Blm comporta articoli da daltonici patentati. Tutto o quasi tutto ciò che abbiamo visto è nero corvino. E spazio minimo è dato ai tanti colori della natura e dell'arcobaleno. Il che è tipico di chi ha una visione monocromatica del mondo.
Ma quando l'antirazzismo diventa business tutto può andare bene. Specie con i dollari (né razzisti né antirazzisti) della buona borghesia Wasp (bianco anglo-sassone protestante).
Continua a leggereRiduci
Donna aggredita mentre passeggiava con il cane e minacciata con un coltello. Alla polizia ha raccontato che l'aggressore era «di pelle scura». Quei giardini sono frequentati da runner e famiglie, ma ormai nella città di Beppe Sala la sicurezza è un miraggio.Gli antirazzisti hanno trasformato la morte di George Floyd in un business. In vendita mascherine, cappelli, t-shirt e perfino la tazza col logo «Black lives matter».Lo speciale contiene due articoli.L'ultimo episodio di stupro dimostra quanto sia insicura Milano, anche in pieno giorno. La vittima, una donna italiana di 45 anni, era uscita con il suo cane per fare una passeggiata al parco Monte Stella. Come ha raccontato agli investigatori, a un certo momento ha avuto la sensazione «di essere seguita». Infatti è stata aggredita alle spalle da un uomo «alto, con la carnagione scura e dall'età piuttosto giovane». Particolari che hanno portato gli inquirenti ad individuare l'autore come centroafricano. Neanche un'area verde, come la Montagnetta di San Siro, molto frequentata da sportivi e famiglie specialmente nel periodo estivo ha intimorito l'autore della violenza. Sullo stupro, avvenuto poco dopo le 18 dello scorso mercoledì, stanno indagando gli uomini della squadra mobile. Dalle prime ricostruzioni è emerso che la vittima è stata strattonata, trascinata per i capelli e buttata a terra in un viottolo sterrato, poco distante da una delle tante strade pedonali del parco. Dopo la violenza, lo straniero, che avrebbe avuto con sé anche un coltello, è immediatamente scappato. La donna, invece, è stata trovata all'altezza di via Cimabue all'angolo con via Isernia, accanto al campo di atletica, in condizioni di forte choc da un passante che stava facendo jogging. È stato lui a dare l'allarme. Poco dopo la vittima è stata trasportata, in codice giallo, alla clinica Mangiagalli dell'ospedale Policlinico, dove i medici hanno accertato lo stupro. Come detto, sulla vicenda stanno cercando fare piena luce gli agenti della squadra mobile, coordinati da Marco Calì, che sperano nel contributo di testimoni e filmati delle telecamere della zona che a quell'ora è molto affollata. Inoltre sul luogo dello stupro sono già predisposti i rilievi della Scientifica. Soltanto nei prossimi giorni, invece, un pieno contributo all'attività investigativa potrà essere dato dalla stessa vittima.Quella di 48 ore fa è l'ennesima triste vicenda di una città che è pericolosa tanto di notte quanto di giorno. Eppure dalle parti di Palazzo Marino sembra che non si siano accorti di nulla, dato che il sindaco Beppe Sala - mentre continua a rilasciare dichiarazioni in merito alle sue perplessità sullo smart working - non ha proferito parola su un fatto a dir poco grave. Preoccupato, invece, il leader della Lega ed ex ministro dell'Interno Matteo Salvini: «Solidarietà alla donna aggredita, la Milano del Pd è sempre meno sicura». A seguire sono intervenuti anche i consiglieri regionali del Carroccio, Silvia Scurati e Max Bastoni, «è inaccettabile che il capoluogo lombardo possa essere teatro di un gravissimo stupro avvenuto in pieno giorno e in una zona molto frequentata da milanesi e sportivi». E ancora «episodi gravissimi come quello avvenuto alla Montagnetta di San Siro devono unire tutti quei milanesi che vogliono reagire». Anche l'assessore regionale alla Sicurezza, Riccardo De Corato (FdI) si è espresso sull'episodio che «conferma come ormai la situazione in città, in particolar modo nei parchi, sia fuori controllo: rapine, furti, aggressioni, violenze sono la quotidianità». Altra voce critica quella del commissario milanese della Lega, Stefano Bolognini: «Più vigili nei parchi e castrazione chimica per i violentatori. Basta con il buonismo a tutti i costi». Non c'è dubbio sul fatto che le aree verdi, come quella di Monte Stella, possano essere pericolose. Però, come ha ricordato lo stesso De Corato, esistono le misure di prevenzione che, per esempio, sono state adottate nel parco delle Cave (il più grande d'Europa) che è stato recintato e munito di telecamere a raggi infrarossi. Il parco Monte Stella o la Montagna di San Siro, come detto, è uno dei luoghi più amati e frequentati dai milanesi. Che giustamente potrebbero adesso farsi più di qualche domanda su quanto sia sicuro allontanarsi da casa. Perché anche un altro luogo molto affollato, come i Navigli, è stato lo scenario di una violenza sessuale. Nella notte tra il 14 e il 15 luglio una ragazza di 20 anni ha denunciato si essere stata stuprata dal titolare di un locale. Secondo quanto ricostruito, la giovane avrebbe trascorso la serata in compagnia di alcuni amici all'interno di un pub dove, lasciata momentaneamente da sola, la ventenne ha conosciuto l'uomo di 60 anni proprietario del posto. Così, verso l'orario di chiusura, il presunto autore della violenza l'avrebbe attirata in disparte con una scusa, portandola nel bagno, isolato dalle restanti stanze del locale. Ed è qui che avrebbe abusato di lei. Per evitare che la giovane chiedesse aiuto, le avrebbe anche sfilato di mano il cellulare oltre a tapparle la bocca per impedirle di gridare. Sono state 48 ore difficili per la città della moda, dove sono state presentate almeno sei denunce di violenza sessuale. Una circostanza che ha fatto intervenire il procuratore aggiunto Maria Letizia Mannella, coordinatrice del pool che si occupa delle fasce deboli. Il magistrato già lo scorso novembre aveva messo in luce l'elevato numero di casi, poi due giorni fa il nuovo monito: «Un fenomeno terribile, in queste ore il record nero, quattro soltanto ieri, di cui due in strada e due casi stamattina che si sono consumati nella notte precedente». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milano-choc-stupro-in-pieno-giorno-al-parco-2646419930.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-antirazzisti-hanno-trasformato-la-morte-di-floyd-in-un-business" data-post-id="2646419930" data-published-at="1594926597" data-use-pagination="False"> Gli antirazzisti hanno trasformato la morte di Floyd in un business Dopo danni al bene comune per milioni di dollari, devastazioni difficilmente calcolabili di negozi privati e uffici pubblici, e soprattutto dopo tante aggressioni, violenze su passanti che hanno causato molti feriti e alcuni morti, finalmente si inizia a sentire qualche voce critica sul movimento - tutt'altro che innocente - dei Blm (Black lives matter). Tra queste voci spicca quella autorevole del cardinal Wilfrid Fox Napier, arcivescovo di Durban, di evidenti origini africane, che ha conosciuto sulla sua pelle l'apartheid in Sudafrica. Il quale, intervistato dalla Nuova Bussola di Riccardo Cascioli, ha dichiarato che tra gli obiettivi del Blm c'è «la distruzione della famiglia nucleare in quanto imposizione occidentale», «l'ideologia gender», «la cultura dell'aborto». E più in generale il secolarismo e il materialismo. E in effetti il manifesto ufficiale Blm, che nasce dopo l'uccisione di George Floyd per combattere il razzismo, vero o presunto, parla con un vocabolario da centro sociale occupato e autogestito, di «identità di genere», «fratelli e sorelle transgender», «sessismo, misoginia». E tutto ciò che piace ai media del potere. Ma se vogliamo, in questa rivoluzione ben pilotata dall'alto e di cui pochi vogliono vedere le assurdità, c'è di peggio. Sul sito ufficiale dei Blm (blacklivesmatter.com) si vende di tutto e a prezzi non proprio economici o da disoccupato del Bronx. La mascherina anti Covid, rigorosamente nera, con scritto sopra Justice o Freedom costa appena 15 dollari (senza contare le spese di spedizione). La tazza da colazione, utilissima tra un corteo e una rissa con i piedipiatti, si ottiene per la modica cifra di 20 dollari. Il cappellino nero, stile rapper anni Ottanta, con scritto Justice, costa solo 30 dollari. La t-shirt Blm appena 40 dollari. Inoltre, per non mettere limiti ai desideri dei potenziali acquirenti, anzi per stimolare quel consumismo che da sempre è l'anima dell'odiato capitalismo, c'è la felpa, il giubbotto, la bandiera, la borsetta (speriamo almeno unisex o gender free). E anche il braccialetto Blm (4 dollari), gli adesivi (a 2 dollari), le spillette (a 15 dollari), eccetera. Libri sul sito non compaiono. Ma si sa, il mercato del libro rende poco e i giovani Blm debbono scendere in piazza per combattere sbirri e nemici, mica hanno tempo per studiare le ragioni storiche del razzismo e, tanto per dirne una, il suo legame col pensiero di Charles Darwin, come dimostrò tanti anni fa lo studioso americano Richard Weikart (From Darwin to Hitler). Basta gridare uno slogan e tutto è a posto: Black lives matter! Peccato che, come riportato da Fox news, Jessica Doty Whitaker, «una ragazza bianca di 24 anni che stava passeggiando con il suo fidanzato, Jose Ramirez a Indianapolis» sia stata uccisa dagli antirazzisti per aver scandito qualcosa di appena diverso: All lives matter (tutte le vite contano). Dettagli, forse. Quando si vuole il progresso dell'umanità - come insegnano la rivoluzione francese del 1789 e quella sovietica del 1917 - sono cose che possono succedere. In ogni caso il ben strutturato merchandising Blm comporta articoli da daltonici patentati. Tutto o quasi tutto ciò che abbiamo visto è nero corvino. E spazio minimo è dato ai tanti colori della natura e dell'arcobaleno. Il che è tipico di chi ha una visione monocromatica del mondo. Ma quando l'antirazzismo diventa business tutto può andare bene. Specie con i dollari (né razzisti né antirazzisti) della buona borghesia Wasp (bianco anglo-sassone protestante).
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
Continua a leggereRiduci