- Il decreto Paesi sicuri è stato trasformato in un emendamento al dl flussi. Ora gli azzurri, con M5s e +Europa, chiedono di abrogare le nuove disposizioni in materia di ricorsi. Da Fdi traspare sorpresa, anche se la mossa in commissione potrebbe essere solo tattica.
- Vittima abusata in pieno centro a Perugia da straniero conosciuto su Tinder. Il legale: «Le è stato versato qualcosa nel drink».
Lo speciale contiene due articoli.
A che gioco gioca Forza Italia? Ieri, in commissione Affari costituzionali alla Camera, il partito di Antonio Tajani si è schierato insieme a Movimento 5 stelle e +Europa, presentando due emendamenti che demolirebbero una parte delle nuove misure del governo in tema di immigrazione. Misure con le quali gli azzurri, in Consiglio dei ministri, sembravano concordare in pieno.
A quanto pare, invece, di concerto con i pentastellati, ora vorrebbero sopprimere l’articolo 16 del decreto flussi: esso consente alle sezioni specializzate dei tribunali di giudicare i ricorsi contro i provvedimenti delle autorità di pubblica sicurezza sui migranti in composizione monocratica, anziché collegiale, e introduce la possibilità di impugnare le decisioni dei giudici in Appello. Insieme ai radicali, poi, Fi e M5s propongono di eliminare l’articolo 17, che, tra le altre cose, prevede di ridurre della metà il termine ordinario per proporre ricorso nei casi in cui l’immigrato sia sottoposto a procedura accelerata per il rimpatrio, o quando il ricorrente sia oggetto di un provvedimento di trattenimento.
Cosa c’entra tutto questo con il cdm di lunedì 21 ottobre, in cui era stato partorito il dl Paesi sicuri? Facile: l’esecutivo ha scelto di lasciarlo decadere, senza ritirarlo, trasferendone il contenuto all’interno del decreto flussi, che passerà all’esame di Montecitorio il 21 novembre. Secondo il ministro per i Rapporti con il Parlamento, il meloniano Luca Ciriani, la mossa rispecchia l’affinità dei due argomenti. Ma le opposizioni denunciano l’espediente per dribblare la discussione in Senato.
«Un trucco tanto più grave», hanno lamentato i parlamentari di Iv, «in quanto su questo decreto è già stata devoluta alla Corte di giustizia europea la questione di legittimità rispetto alle norme comunitarie». Il riferimento è al tribunale di Bologna, che ha rivolto alle toghe di Strasburgo un quesito sull’applicabilità delle disposizioni del dl. Ieri, Benedetto Della Vedova, deputato di +Europa, ha parlato di «comportamento irrispettoso nei confronti del Parlamento», mentre i presidenti dei senatori del Pd e del gruppo misto, rispettivamente Francesco Boccia e Peppe de Cristofaro (eletto con Avs), rivendicano la facoltà di indire delle audizioni di soggetti esterni. E forse sono proprio gli attori della società civile, quelli che un tempo si chiamavano corpi intermedi, a spiegare la ratio del mini blitz di Forza Italia.
Ogni formazione politica, infatti, è in contatto con organizzazioni e associazioni d’area, dalle quali raccoglie indicazioni e suggerimenti da tradurre in atti legislativi. È plausibile che, agli uomini di Tajani, sia arrivato da quegli ambienti il suggerimento di far abrogare i suddetti articoli, benché ciò contraddica la volontà del governo. Che intende, da un lato, rendere più complicati i ricorsi agli stranieri e, dall’altro, ridurre l’arbitrio dei singoli magistrati su respingimenti e rimpatri. Se così fosse, l’inattesa convergenza con M5s e +Europa sarebbe puramente circostanziale. Resta impregiudicata, in effetti, la facoltà del governo di esprimere parere negativo sugli emendamenti, neutralizzando l’incursione.
D’altronde, non risulta che nella riunione del premier e dei suoi ministri, undici giorni fa, fossero emersi distinguo da parte dei rappresentanti forzisti. E nemmeno ieri mattina, quando in commissione è stato incardinato il dl, sono venuti fuori i presunti malumori azzurri. Tant’è che, da Fratelli d’Italia, è trapelata «un po’ di sorpresa» alla notizia degli emendamenti depositati.
Rimane un fatto: decreto ad hoc o emendamento al decreto flussi, l’intervento potrebbe comunque lasciare la lista dei Paesi sicuri – e dunque, i trattenimenti nel Cpr in Albania – ancora esposti all’assedio dei magistrati. Ciò deriva dagli effetti della sentenza del Corte Ue, non solo laddove sostiene che uno Stato non è sicuro se non nella sua interezza. Il guaio è che essa legittima un sindacato giudiziario sugli elenchi stilati dai governi, conferendo d’ufficio ai tribunali il compito di verificarne la compatibilità col diritto comunitario, così come interpretato dagli stessi giudici del Lussemburgo. Alla fine, il nocciolo del problema sta nel preteso primato delle leggi di Bruxelles. Faccenda sulla quale la commissione Politiche dell’Unione europea di Palazzo Madama, su impulso del leghista Claudio Borghi, vuole chiarezza. Perciò ha promosso un’indagine conoscitiva sulla gerarchia delle fonti giuridiche.
Non sarebbe assurdo sollevare la questione di costituzionalità, visto che nemmeno i verdetti della sacra Europa dovrebbero trasformare la nostra Carta in carta straccia.
Il Titolo V assegna allo Stato, inteso come Parlamento e governo nell’esercizio delle sue prerogative legislative, la competenza esclusiva in materia di immigrazione, richieste d’asilo, sicurezza e ordine pubblico. La sentenza lussemburghese sembra consegnarla in mano alle toghe. Purtroppo, i magistrati che potrebbero brandire l’inviolabilità della Costituzione sono i medesimi che fortissimamente vogliono tenere vuoto il centro migranti di Gjadër. Il serpente si morde la coda.
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