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2023-06-07
La Meloni prova a sfilare la Tunisia a Macron
Giorgia Meloni e Kais Saied (Twitter)
Il contrasto ai flussi migratori illegali, il sostegno agli aiuti del Fmi e dell’Ue, la tutela delle infrastrutture e della cooperazione energetica. C’è stata tanta carne al fuoco nella missione tunisina di ieri del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, proprio in virtù del fatto che la precaria situazione economica del Paese nordafricano potrebbe generare, se non adeguatamente gestita, una vera e propria catastrofe umanitaria a pochi chilometri dal nostro Paese e un’impennata degli sbarchi, che già negli ultimi mesi hanno visto un aumento determinato dai vari scenari di instabilità che si sono prodotti nell’Africa subsahariana. Una visita, quella del nostro premier, che si è svolta nel solco di quel «piano Mattei» additato come obiettivo del suo governo dal momento dell’insediamento e che è culminata nel faccia a faccia - durato un’ora e 45 minuti - col presidente tunisino Kais Saied nel Palazzo presidenziale. Prima e dopo di quello con Saied il nostro presidente del Consiglio ha avuto due colloqui (uno all’aeroporto di Tunisi appena atterrata e l’altro nella sede dell’esecutivo tunisino) con l’omologa nordafricana Najla Bouden.
Tutte le questioni affrontate sono state pacificamente riconosciute come strettamente legate, a partire da quella dei flussi migratori: la Tunisia è sull’orlo del default, ma il sostegno internazionale tarda a giungere. Sul tavolo ci sono due miliardi promessi dal Fmi in cambio di una serie di riforme e 500 milioni da parte dell’Ue. Meloni ha ribadito l’impegno del nostro Paese a spingere per l’arrivo nel minor tempo possibile di queste risorse a Tunisi: «Nel pieno rispetto della sovranità tunisina», ha dichiarato il nostro premier, «ho raccontato al presidente Saied degli sforzi che un Paese amico come l’Italia sta facendo per cercare di arrivare a una positiva conclusione dell’accordo tra Tunisia e Fmi, che resta fondamentale per un rafforzamento e una piena ripresa del Paese. Abbiamo confermato a Saied», ha proseguito, «il sostegno al bilancio tunisino e anche a livello di Ue l’Italia si è fatta portavoce di un approccio concreto per aumentare il sostegno alla Tunisia sia nel contrasto alla tratta di esseri umani e all’immigrazione illegale, ma anche per un pacchetto di sostegno integrato, di finanziamenti e di opportunità importanti a cui sta lavorando Bruxelles. Per accelerare l’attuazione di questo pacchetto dell’Ue - ha concluso - ho dato al presidente Saied la mia disponibilità a tornare presto qui in Tunisia anche insieme alla presidente Ursula von der Leyen».
Il timore è che i buoni rapporti bilaterali, di fronte al precipitare degli eventi, non servano a contenere la pressione migratoria interna ed esterna alla Tunisia: «Abbiamo fatto fin qui un ottimo lavoro insieme alla Tunisia», ha spiegato il premier, «gli sbarchi in Italia sono sensibilmente diminuiti a maggio rispetto a marzo e aprile. Chiaramente siamo di fronte alla stagione più difficile da questo punto di vista, non possiamo che essere preoccupati per i prossimi mesi e riteniamo che si debba intensificare il nostro lavoro comune rafforzando la collaborazione con le autorità tunisine nell’attività di prevenzione soprattutto nella regione di Sfax, dal cui parte la gran parte dei migranti irregolari. Noi», ha proseguito, «abbiamo già contribuito e contribuiamo alla capacità di gestione delle frontiere in Tunisia, siamo pronti a fare di più anche con il coinvolgimento dell’Unione europea ma l’approccio securitario non è sufficiente se poi non si fa un lavoro importante che riguardi anche investimenti, sviluppo, formazione, flussi regolari e la possibilità di offrire alle persone condizioni di vita migliori». A questo proposito, nel corso della sua visita a Tunisi, Meloni ha rilanciato l’ipotesi di tenere a Roma una conferenza internazionale su migrazioni e sviluppo «per cercare di mettere assieme tutte le necessità legate a un fenomeno che è sicuramente molto imponente e va affrontato a 360 gradi». «Faremo del nostro meglio» , ha concluso Meloni, «per immaginare un evento di questo tipo nel minore tempo possibile». L’importanza della missione di Palazzo Chigi è stata evidenziata anche a Bruxelles, dal commissario agli Affari interni Ylva Johansson, per il quale «la visita di Giorgia Meloni oggi (ieri,ndr) è cruciale perché l’Italia gioca un ruolo costruttivo nelle nostre relazioni con Tunisi, su questo la Commissione e Roma sono alleate nell’aumentare la cooperazione con questo Paese». Il «buon feeling» che si è instaurato tra Meloni e Saied, come hanno tenuto a far filtrare fonti della presidenza del Consiglio, è stato testimoniato dalle frasi con cui lo stesso presidente tunisino si è rivolto al nostro premier, di fronte ai cronisti: «Lei è una donna», ha detto, «che dice a voce alta quello che gli altri pensano in silenzio».
Come si diceva, il deterioramento economico e politico della situazione tunisina contiene anche un rischio enorme per il mantenimento degli accordi di cooperazione energetica e per la sicurezza delle infrastrutture. Come è noto, l’Italia ha di recente siglato una serie di importantissimi accordi, che hanno fatto della Tunisia, dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina, il primo fornitore di gas al nostro Paese. Tutto questo in una fase in cui invece la Francia, storicamente dominante nell’area, sta invece incontrando difficoltà in Nordafrica.
A questo si aggiunge una nuova infrastruttura per la fornitura di energia elettrica: il cavo Elmed che - come ha sottolineato il nostro presidente del Consiglio - «rappresenta una infrastruttura strategica che lega ulteriormente il destino delle nostre due nazioni, che diventano degli hub di approvvigionamento energetico per l’Europa e per i Paesi africani».
L’Italia lancia la sua candidatura per ospitare l’Einstein Telescope
«C’è un’Italia che è sempre stata capace di pensare in grande. Un’Italia che vuole dire che siamo capaci di fare grandi cose, perché già le abbiamo fatte». Questo il messaggio che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto consegnare partecipando ieri alla candidatura ufficiale dell’Italia per ospitare l’Einstein Telescope, il più potente cacciatore di onde gravitazionali mai costruito. Meloni arriva in ritardo, ma di corsa da Tunisi dove era andata in mattinata per una missione istituzionale. «Per me è difficile incastrare tutto in queste giornate e voglio dire al professore Parisi che se un giorno ci fosse anche un teletrasporto mi candiderei a ospitare anche quello, possibilmente a casa mia così risolviamo un po’ di problemi perché sta diventando tutto un po’ complesso». Scherza Meloni, prima di ricordare l’importanza che Einstein Telescope avrebbe per il nostro Paese. «Einstein Telescope è soprattutto un enorme balzo in avanti nella nostra capacità di comprendere il cosmo. Questo per la scienza. Politicamente è un modo per far tornare la ricerca italiana ed europea maggiormente centrali. Economicamente è una grande opportunità per l’indotto».
Alla conferenza stampa che si è tenuta terrà all’Osservatorio astronomico di Roma dell’Istituto nazionale di astrofisica, oltre al presidente del Consiglio sono intervenuti il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, che ha condotto l’incontro, il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Marina Elvira Calderone e il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Presente anche il presidente della Sardegna, Christian Solinas, in quanto governatore della Regione che dovrebbe ospitare il telescopio.
Oltre alle istituzioni anche il premio Nobel Giorgio Parisi, l’ambasciatore e capo delegazione italiana nel board of Governmental representatives di Einstein Telescope, Ettore Sequi e Antonio Zoccoli, presidente dell’Istituto nazionale di Fisica nucleare.
L’Einstein telescope è un telescopio completamente diverso rispetto a quelli a cui siamo abituati. Intitolato ad Albert Eistein che per primo ipotizzò l’esistenza delle onde gravitazionali, «ascolterà» l’universo, indietro di 13 miliardi di anni. L’obiettivo è conoscere e studiare la storia dell’universo ripercorrendola con l’ambizione di arrivare a capire il big bang e quindi l’energia oscura di cui sappiamo solo che costituisce il 70% dell’universo.
L’investimento previsto è di 1,91 miliardi, di cui 50 milioni di euro per il progetto (2008-2017); 171 milioni di euro per la preparazione (2018-2027); 1,7 miliardi per l’implementazione (2025-2035); 37 milioni di euro l’anno per le attività (2034-2038).
Investimento che porterà un imponente effetto occupazione che tra effetti diretti e indotti è stimato in più di 36.000 risorse. Questa forza lavoro sarà distribuita in tutta Europa, con una previsione indicativa di un 70% circa nella nazione ospitante. La Sardegna, una delle Regioni meno sismiche d’Europe, si candida come potenziale sito perfetto. La zona indicata è quella della miniera dismessa di Sos Enattos a Lula, in provincia di Nuoro, nel cuore della Sardegna. Il sito è considerato ideale per il tipo di terreno che, essendo roccioso, può essere scavare in profondità senza rischi e per la bassissima densità di popolazione.
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Visita del premier nel Paese nordafricano, sul tavolo l’emergenza migranti, i prestiti del Fmi e l’energia. Parole al miele di Kais Saied: «Lei dice a voce alta quello che altri pensano in silenzio». Un feeling che non farà piacere alla Francia, presenza storica nell’area.L’Italia lancia la sua candidatura per ospitare l’Einstein Telescope. Ieri la presentazione con il presidente del Consiglio, Antonio Tajani, Anna Maria Bernini e Alfredo Mantovano.Lo speciale contiene due articoli.Il contrasto ai flussi migratori illegali, il sostegno agli aiuti del Fmi e dell’Ue, la tutela delle infrastrutture e della cooperazione energetica. C’è stata tanta carne al fuoco nella missione tunisina di ieri del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, proprio in virtù del fatto che la precaria situazione economica del Paese nordafricano potrebbe generare, se non adeguatamente gestita, una vera e propria catastrofe umanitaria a pochi chilometri dal nostro Paese e un’impennata degli sbarchi, che già negli ultimi mesi hanno visto un aumento determinato dai vari scenari di instabilità che si sono prodotti nell’Africa subsahariana. Una visita, quella del nostro premier, che si è svolta nel solco di quel «piano Mattei» additato come obiettivo del suo governo dal momento dell’insediamento e che è culminata nel faccia a faccia - durato un’ora e 45 minuti - col presidente tunisino Kais Saied nel Palazzo presidenziale. Prima e dopo di quello con Saied il nostro presidente del Consiglio ha avuto due colloqui (uno all’aeroporto di Tunisi appena atterrata e l’altro nella sede dell’esecutivo tunisino) con l’omologa nordafricana Najla Bouden.Tutte le questioni affrontate sono state pacificamente riconosciute come strettamente legate, a partire da quella dei flussi migratori: la Tunisia è sull’orlo del default, ma il sostegno internazionale tarda a giungere. Sul tavolo ci sono due miliardi promessi dal Fmi in cambio di una serie di riforme e 500 milioni da parte dell’Ue. Meloni ha ribadito l’impegno del nostro Paese a spingere per l’arrivo nel minor tempo possibile di queste risorse a Tunisi: «Nel pieno rispetto della sovranità tunisina», ha dichiarato il nostro premier, «ho raccontato al presidente Saied degli sforzi che un Paese amico come l’Italia sta facendo per cercare di arrivare a una positiva conclusione dell’accordo tra Tunisia e Fmi, che resta fondamentale per un rafforzamento e una piena ripresa del Paese. Abbiamo confermato a Saied», ha proseguito, «il sostegno al bilancio tunisino e anche a livello di Ue l’Italia si è fatta portavoce di un approccio concreto per aumentare il sostegno alla Tunisia sia nel contrasto alla tratta di esseri umani e all’immigrazione illegale, ma anche per un pacchetto di sostegno integrato, di finanziamenti e di opportunità importanti a cui sta lavorando Bruxelles. Per accelerare l’attuazione di questo pacchetto dell’Ue - ha concluso - ho dato al presidente Saied la mia disponibilità a tornare presto qui in Tunisia anche insieme alla presidente Ursula von der Leyen».Il timore è che i buoni rapporti bilaterali, di fronte al precipitare degli eventi, non servano a contenere la pressione migratoria interna ed esterna alla Tunisia: «Abbiamo fatto fin qui un ottimo lavoro insieme alla Tunisia», ha spiegato il premier, «gli sbarchi in Italia sono sensibilmente diminuiti a maggio rispetto a marzo e aprile. Chiaramente siamo di fronte alla stagione più difficile da questo punto di vista, non possiamo che essere preoccupati per i prossimi mesi e riteniamo che si debba intensificare il nostro lavoro comune rafforzando la collaborazione con le autorità tunisine nell’attività di prevenzione soprattutto nella regione di Sfax, dal cui parte la gran parte dei migranti irregolari. Noi», ha proseguito, «abbiamo già contribuito e contribuiamo alla capacità di gestione delle frontiere in Tunisia, siamo pronti a fare di più anche con il coinvolgimento dell’Unione europea ma l’approccio securitario non è sufficiente se poi non si fa un lavoro importante che riguardi anche investimenti, sviluppo, formazione, flussi regolari e la possibilità di offrire alle persone condizioni di vita migliori». A questo proposito, nel corso della sua visita a Tunisi, Meloni ha rilanciato l’ipotesi di tenere a Roma una conferenza internazionale su migrazioni e sviluppo «per cercare di mettere assieme tutte le necessità legate a un fenomeno che è sicuramente molto imponente e va affrontato a 360 gradi». «Faremo del nostro meglio» , ha concluso Meloni, «per immaginare un evento di questo tipo nel minore tempo possibile». L’importanza della missione di Palazzo Chigi è stata evidenziata anche a Bruxelles, dal commissario agli Affari interni Ylva Johansson, per il quale «la visita di Giorgia Meloni oggi (ieri,ndr) è cruciale perché l’Italia gioca un ruolo costruttivo nelle nostre relazioni con Tunisi, su questo la Commissione e Roma sono alleate nell’aumentare la cooperazione con questo Paese». Il «buon feeling» che si è instaurato tra Meloni e Saied, come hanno tenuto a far filtrare fonti della presidenza del Consiglio, è stato testimoniato dalle frasi con cui lo stesso presidente tunisino si è rivolto al nostro premier, di fronte ai cronisti: «Lei è una donna», ha detto, «che dice a voce alta quello che gli altri pensano in silenzio». Come si diceva, il deterioramento economico e politico della situazione tunisina contiene anche un rischio enorme per il mantenimento degli accordi di cooperazione energetica e per la sicurezza delle infrastrutture. Come è noto, l’Italia ha di recente siglato una serie di importantissimi accordi, che hanno fatto della Tunisia, dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina, il primo fornitore di gas al nostro Paese. Tutto questo in una fase in cui invece la Francia, storicamente dominante nell’area, sta invece incontrando difficoltà in Nordafrica. A questo si aggiunge una nuova infrastruttura per la fornitura di energia elettrica: il cavo Elmed che - come ha sottolineato il nostro presidente del Consiglio - «rappresenta una infrastruttura strategica che lega ulteriormente il destino delle nostre due nazioni, che diventano degli hub di approvvigionamento energetico per l’Europa e per i Paesi africani».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-prova-sfilare-tunisia-macron-2661063439.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="litalia-lancia-la-sua-candidatura-per-ospitare-leinstein-telescope" data-post-id="2661063439" data-published-at="1686119069" data-use-pagination="False"> L’Italia lancia la sua candidatura per ospitare l’Einstein Telescope «C’è un’Italia che è sempre stata capace di pensare in grande. Un’Italia che vuole dire che siamo capaci di fare grandi cose, perché già le abbiamo fatte». Questo il messaggio che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto consegnare partecipando ieri alla candidatura ufficiale dell’Italia per ospitare l’Einstein Telescope, il più potente cacciatore di onde gravitazionali mai costruito. Meloni arriva in ritardo, ma di corsa da Tunisi dove era andata in mattinata per una missione istituzionale. «Per me è difficile incastrare tutto in queste giornate e voglio dire al professore Parisi che se un giorno ci fosse anche un teletrasporto mi candiderei a ospitare anche quello, possibilmente a casa mia così risolviamo un po’ di problemi perché sta diventando tutto un po’ complesso». Scherza Meloni, prima di ricordare l’importanza che Einstein Telescope avrebbe per il nostro Paese. «Einstein Telescope è soprattutto un enorme balzo in avanti nella nostra capacità di comprendere il cosmo. Questo per la scienza. Politicamente è un modo per far tornare la ricerca italiana ed europea maggiormente centrali. Economicamente è una grande opportunità per l’indotto». Alla conferenza stampa che si è tenuta terrà all’Osservatorio astronomico di Roma dell’Istituto nazionale di astrofisica, oltre al presidente del Consiglio sono intervenuti il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, che ha condotto l’incontro, il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Marina Elvira Calderone e il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Presente anche il presidente della Sardegna, Christian Solinas, in quanto governatore della Regione che dovrebbe ospitare il telescopio. Oltre alle istituzioni anche il premio Nobel Giorgio Parisi, l’ambasciatore e capo delegazione italiana nel board of Governmental representatives di Einstein Telescope, Ettore Sequi e Antonio Zoccoli, presidente dell’Istituto nazionale di Fisica nucleare. L’Einstein telescope è un telescopio completamente diverso rispetto a quelli a cui siamo abituati. Intitolato ad Albert Eistein che per primo ipotizzò l’esistenza delle onde gravitazionali, «ascolterà» l’universo, indietro di 13 miliardi di anni. L’obiettivo è conoscere e studiare la storia dell’universo ripercorrendola con l’ambizione di arrivare a capire il big bang e quindi l’energia oscura di cui sappiamo solo che costituisce il 70% dell’universo. L’investimento previsto è di 1,91 miliardi, di cui 50 milioni di euro per il progetto (2008-2017); 171 milioni di euro per la preparazione (2018-2027); 1,7 miliardi per l’implementazione (2025-2035); 37 milioni di euro l’anno per le attività (2034-2038). Investimento che porterà un imponente effetto occupazione che tra effetti diretti e indotti è stimato in più di 36.000 risorse. Questa forza lavoro sarà distribuita in tutta Europa, con una previsione indicativa di un 70% circa nella nazione ospitante. La Sardegna, una delle Regioni meno sismiche d’Europe, si candida come potenziale sito perfetto. La zona indicata è quella della miniera dismessa di Sos Enattos a Lula, in provincia di Nuoro, nel cuore della Sardegna. Il sito è considerato ideale per il tipo di terreno che, essendo roccioso, può essere scavare in profondità senza rischi e per la bassissima densità di popolazione.
Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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Orazio Schillaci (Ansa)
Poi, con noncuranza mette in discussione una scelta del governo Meloni. «L’astensione sull’accordo pandemico dell’Oms non è un no definitivo. Il piano pandemico non è stato approvato, è ancora sotto discussione perché mancano tutti quanti gli allegati, che sono la parte essenziale. È stato rinviato nell’ultima seduta dell’Oms e verrà credo riproposto nel prossimo maggio. Quindi c’è tempo per vedere cosa ci sarà all’interno del piano pandemico», ha fatto sapere durante il suo intervento.
Ma che cosa fa il ministro del centrodestra, apre all’accordo adottato dall’Assemblea mondiale della sanità? Dopo che nel maggio dello scorso anno l’Italia si era astenuta, intendendo così «ribadire la propria posizione in merito alla necessità di riaffermare la sovranità degli Stati nell’affrontare le questioni di salute pubblica». Quale altra posizione contraria all’esecutivo intende prendere, il professor Schillaci?
Il decreto, sul quale a Lungotevere Ripa stava lavorando d’intesa con le Regioni si è arenato: sono le stesse associazioni di categoria dei medici di medicina generale a parlare di fallimento annunciato, eppure il ministro della Salute deve dimostrare di tenere la barra dritta.
«La quadra va trovata nell’interesse dei cittadini, io difendo solo la salute pubblica e i cittadini e in particolare difendo le persone più deboli e più fragili. Questa è una rivoluzione dalla quale noi non possiamo tirarci indietro e credo che nessuno si tirerà indietro capendo quanto sia importante la salute pubblica per tutti e quanto sia importante dotare il Servizio sanitario nazionale di una visione più moderna che è quella della medicina territoriale», ha detto tutto d’un fiato.
Schillaci sa bene che, in base al Pnrr, a fine giugno devono aprire almeno 1.038 Case di comunità, per la cui organizzazione sono arrivati dall’Europa 2 miliardi di euro. Devono entrare a regime, ci saranno i controlli di Bruxelles, ma senza personale medico come possono funzionare? Perché diventino operative, la riforma Schillaci ridisegna la medicina del territorio intervenendo sulle norme che regolano il rapporto dei medici di medicina generale e il Servizio sanitario nazionale (Ssn).
I medici di famiglia però non vogliono saperne che si metta mano sulla loro convenzione con il Ssn di cui alcuni diventerebbero dipendenti con il cosiddetto doppio binario dell’assistenza primaria. I sindacati avevano osteggiato la riforma e minacciato scioperi, quindi la trattativa resta impossibile se non c’è «negoziato», come continua a chiedere Silvestro Scotti, segretario della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg). «No alla retribuzione per obiettivi. Sì al rilancio della medicina dei servizi», sostiene Pina Onotri, segretario generale del sindacato medici italiani (Smi).
Il flop della riforma viene attribuito a Schillaci. «Dopo quasi quattro anni di governo Meloni sembra di ascoltare un ministro appena arrivato, non chi ha avuto il compito di guidare per quasi quattro anni il Servizio sanitario nazionale», ha commentato ironico Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd. «Oggi il ministro parla di una rivoluzione indispensabile. Ma quella rivoluzione avrebbe dovuto essere già in corso».
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Imagoeconomica
Parlava di «furia ideologica e iconoclasta», di un «Sud condannato alla marginalità», di una norma bandiera smantellata per pura ostilità ideologica. «Stanno cancellando tutto», accusava, rivendicando il Piano 2030 come un’architettura coerente per il Mezzogiorno produttivo.
A distanza di quasi due anni, la Banca d’Italia ha pubblicato uno studio che vale più di mille dichiarazioni. Si intitola The effects of a large place-based reduction of social security employers’ contributions: the case of Decontribuzione Sud ed è firmato da cinque ricercatori dell’istituto. La conclusione è sobria e impietosa: la decontribuzione non ha creato occupazione. Non ha aumentato i salari. Non ha stimolato gli investimenti. Ha migliorato la liquidità delle imprese - cioè ha messo soldi in tasca agli imprenditori - ma non ha trasformato il tessuto produttivo del Sud.
Il cuore della polemica di Provenzano era questo: senza lo sgravio del 30% sui contributi sociali, le aziende meridionali avrebbero ridotto le assunzioni. La decontribuzione era presentata come lo strumento per «massimizzare l’impatto degli investimenti» e costruire un «Sud produttivo». I ricercatori di Bankitalia hanno analizzato l’effetto della misura su circa 140.000 piccole e medie imprese, usando un disegno a discontinuità geografica che confronta le imprese situate ai due lati del confine amministrativo Nord-Sud, per isolare l’effetto della policy dal boom edilizio post-pandemia e dalle assunzioni nel pubblico impiego. Il risultato è netto: effetto sull’occupazione pari a zero. Effetto sui salari medi: zero. Effetto sugli investimenti: anch’esso statisticamente indistinguibile da zero.
Lo sgravio ha ridotto i costi del lavoro di circa il 4,2% - in linea con le attese - e ha migliorato la redditività delle imprese. Ma quei margini in più non sono stati reinvestiti in macchinari, stabilimenti o nuovi dipendenti. Sono stati accumulati come riserva di cassa. Le imprese, di fronte a una misura rinnovata di sei mesi in sei mesi dalla Commissione europea nell’ambito dei cosiddetti Temporary Frameworks, hanno razionalmente scelto di non scommettere su di essa per pianificare il futuro. Hanno incassato, non investito.
L’aspetto più scomodo per chi ha gestito quella politica è che la decontribuzione è nata, come ricordava Provenzano, grazie alla trattativa con l’allora commissario Nicolas Schmit. Ma è nata con un difetto originale: il suo inquadramento come aiuto di Stato temporaneo l’ha condannata a una vita precaria, scandita da rinnovi annuali. Le imprese lo sapevano, e lo studio lo certifica: è stata proprio l’instabilità del quadro regolatorio - non la sua assenza - a vanificare gli effetti potenziali sulla crescita. Un incentivo che può sparire da un momento all’altro non può essere la base di una decisione di investimento pluriennale.
C’è un altro dato illuminante. Nonostante la generosità della misura - 41,7 miliardi stanziati su undici anni - la percentuale di lavoratori che ne ha effettivamente beneficiato si è fermata intorno al 60% degli aventi diritto. Il motivo principale non è la burocrazia generica: è la non conformità contributiva. Circa il 23% delle imprese del Sud, secondo i dati Inps citati nello studio, non è in regola con i contributi e non può quindi accedere alla misura. Il sommerso, il lavoro irregolare, l’economia informale hanno eroso dall’interno l’efficacia di uno strumento costruito per aziende che già funzionano secondo le regole.
Questo non è un fallimento della decontribuzione in sé: è la prova che interventi di fiscalità di vantaggio orizzontali - validi per tutti i datori di lavoro del Sud indipendentemente dal settore o dal progetto imprenditoriale - non riescono a raggiungere proprio quella parte del tessuto economico che ne avrebbe più bisogno, perché quella parte vive ai margini della legalità contributiva.
Insomma, la decontribuzione era, nelle parole di Provenzano, «un tassello della strategia in quattro pilastri». Ma lo studio di Bankitalia dimostra che quel tassello, nella sua applicazione concreta, non ha spostato di un millimetro gli indicatori che davvero contano per lo sviluppo: occupazione, salari, investimenti produttivi. Ha aumentato i profitti delle imprese già sane, ha lasciato fuori le micro-imprese irregolari, ha generato zero posti di lavoro aggiuntivi misurabili. Le Pmi beneficiarie hanno usato i risparmi per rafforzare la propria solidità finanziaria - scelta razionale, ma lontanissima dagli obiettivi prefissati.
Ah, per non dimenticare: da quando è stato mandato in soffitta il piano Provenzano gli occupati al Sud sono da record. Questo perché gli incentivi sono andati agli investimenti, non nelle tasche di qualcuno.
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