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2023-10-22
La Meloni s’intesta i negoziati. «La vendetta è un tranello e caderci sarebbe stupido»
Giorgia Meloni e Abdel Fattah Al Sisi (Ansa)
L’Italia c’è e batte un colpo. Giorgia Meloni, alla Conferenza di pace organizzata al Cairo dal presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, conferma che Roma giocherà un ruolo importante nel tentativo di risolvere la crisi in Medio Oriente.
Con un intervento di circa sette minuti, risoluto ancorché equilibrato, il premier s’intesta la complicata missione di impedire l’escalation e favorire il processo di pace. Non una fragile tregua, no; proprio una «soluzione strutturale». Partendo da una certezza: la condanna «senza ambiguità» del terrorismo, che colpisce anzitutto «il mondo musulmano» e ne indebolisce «le legittime istanze». Prima di ogni sacrosanto ragionamento sulle radici del conflitto israelo-palestinese, quindi, viene l’indignazione per l’attacco del 7 ottobre, «che lascia inorriditi»: «Nessuna causa», tuona il presidente del Consiglio, magari con un pensiero alle piazze che confondono palestinesi e jihadisti, o agli intellettuali à la page che blaterano del dovere di «comprendere le ragioni» degli estremisti, «giustifica donne massacrate e neonati decapitati volutamente ripresi con una telecamera». Israele «è pienamente legittimato a rivendicare il suo diritto all’esistenza, alla difesa, alla sicurezza dei propri cittadini e dei propri confini».
Tuttavia, la Meloni si fa portavoce della preoccupazione che anima le cancellerie di Europa e America, nonché di molti Paesi arabi: che la guerra si allarghi. «La reazione di uno Stato», ammonisce, «non può e non deve mai essere motivata da sentimenti di vendetta». Essa va progettata «commisurando la forza, tutelando la popolazione civile». Altrimenti, si fa il gioco dei tagliagole, i quali non hanno intenzione di difendere i palestinesi, bensì di innescare una miccia che crei «un solco incolmabile» con i vicini di Tel Aviv e l’Occidente. Essi brigano per sabotare gli sforzi di normalizzazione che, ad esempio, stavano portando a un riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita. «Significa», avverte l’inquilina di Palazzo Chigi, «che il bersaglio siamo tutti noi. E io non credo che noi possiamo cadere in questa trappola: sarebbe una cosa molto, molto stupida». Sono giudizi netti, che non si limitano alla reprimenda contro Hamas, anzi, sollecitano direttamente la classe dirigente ebraica. Perché urge, sì, rispondere ai vili attentati di Hamas, purché si continui «a dialogare e ragionare».
Avessimo adottato lo stesso approccio quando la Russia ha aggredito l’Ucraina, ci saremmo guadagnati un margine di manovra, avremmo prevenuto le conseguenze economiche della guerra per procura e, chissà, avremmo contribuito a salvare decine di migliaia di vite. Nemmeno la Meloni ci ha provato. Pazienza. Non c’era lo spazio politico e, con ogni probabilità, non ci sarebbe stato il beneplacito degli Stati Uniti. Che invece, adesso, hanno tutta l’intenzione di frenare la rappresaglia di Israele. È un assist da raccogliere.
È evidente la convergenza tra l’invito della Meloni a non cercare vendette e le parole di Joe Biden a Benjamin Netanyahu: «Dopo l’11 settembre abbiamo commesso degli errori, molti americani erano consumati dalla rabbia».
La strada che indica il premier, oltre all’impegno umanitario e alla mediazione per «l’immediato rilascio degli ostaggi», è «la ripresa di un’iniziativa politica» ispirata alla «prospettiva dei due popoli e due Stati». Di nuovo, una piena sintonia con Washington. Giovedì sera, rivolgendosi ai cittadini, il presidente americano aveva riproposto esattamente questo principio: «Non possiamo rinunciare a una soluzione a due Stati». Più facile da scrivere su un parere dell’Onu che da realizzare; ma comunque, si tratta dell’unico obiettivo di medio-lungo periodo che possa sottrarre l’operazione a Gaza dal pericolo di trasformarsi in una sanguinosa campagna per sgomberare i palestinesi e occupare la Striscia. «Perdere il controllo di quello che può accadere», avverte la Meloni, avrebbe «conseguenze inimmaginabili».
Dopodiché, se lo scopo è scongiurare la deflagrazione, occorrerà «un lavoro di dialogo fra i Paesi occidentali e i Paesi arabi». Volenti o nolenti. Così, il presidente del Consiglio incontra faccia a faccia sia Al Sisi, cui comunica il desiderio di avviare un’azione diplomatica coordinata, sia Abu Mazen, al quale assicura il sostegno «alla legittima Autorità rappresentativa del popolo palestinese», il quale «non si identifica con Hamas». E al termine del summit, con i giornalisti, pare reclamare quella posizione speciale che l’Italia, nei decenni della prima Repubblica, era riuscita a mantenere in Medio Oriente, al netto delle frizioni con gli Usa: nazione caposaldo del blocco guidato dall’America, ma altresì interlocutore privilegiato nel contesto musulmano. «Dall’inizio ho parlato soprattutto con i Paesi del Nord Africa, con quelli arabi e del Golfo», riferisce il premier. «È fondamentale portare avanti questa strategia. È la cosa più preziosa che abbiamo». «Difendiamo il diritto di Israele a esistere e a difendersi», insiste la numero uno di Fdi, poiché nelle immagini del blitz dei terroristi «c’era un antisemitismo che viene molto prima della questione israelo-palestinese». Però, «bisogna dare una tempistica chiara» e mirare a «una soluzione strutturale».
Meloni si spinge fino a rivendicare in maniera esplicita responsabilità e meriti di Roma. Discutendo della pur breve apertura del valico di Rafah per consentire il transito di aiuti diretti ai civili, commenta: «È un risultato concreto. Piccoli passi a piccoli passi». Poi aggiunge: «Io ho fatto volutamente la scelta di venire a questo vertice. Secondo me i leader devono esserci in questi momenti». Ecco: la sfida, ora, è questa. Stare tra i leader agendo da protagonista.
Subito dopo vola da Bibi a Tel Aviv
Anche il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ieri, è intervenuto alla Conferenza internazionale di pace che si è svolta al Cairo (Egitto), organizzata dal presidente Al Sisi. All’evento erano presenti una ventina di Paesi, tra cui Qatar, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giappone. Per il Vecchio continente, oltre all’Italia, si sono visti i leader di Spagna (Pedro Sánchez), Grecia (Kyriakos Mitsotakis) e Cipro (Nikos Christodoulides), oltre ai ministri degli Esteri di Germania, Francia e Regno Unito.
Terminato il vertice, Meloni è volata a Tel Aviv, dove è atterrata in serata e ha incontrato, per un’oretta, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il presidente, Isaac Herzog. Emmanuel Macron, invece, andrà in visita in Israele martedì.
A inquadrare la preoccupazione dei rappresentanti dei Paesi è stato proprio il nostro premier, ricordando la necessità che «quello che sta accadendo a Gaza non si trasformi in conflitto più ampio, in una guerra di religione, di civiltà, rendendo vani gli sforzi di questi anni per normalizzare i rapporti. Siamo molto preoccupati per la sorte degli ostaggi, ci sono anche degli italiani, chiediamo l’immediato rilascio degli ostaggi».
Il summit, però, era stato aperto dal padrone di casa, il presidente Abdel Fattah Al Sisi, che ha affermato: «L’Egitto rifiuta categoricamente la liquidazione della causa palestinese e Israele non può continuare la colonizzazione della Palestina. La soluzione è la giustizia, il diritto inalienabile all’autodeterminazione». Anche per Al Sisi, insomma, «occorre prevenire l’allargamento del conflitto, che può mettere a rischio la stabilità della regione e far ripartire il processo di pace ed è necessario un ritorno al tavolo di negoziazione per il cessate il fuoco». Il premier spagnolo ha sottolineato che «quello che serve oggi è proteggere tutti i civili, quelli presi in ostaggio e quelli a Gaza». Per Sánchez, la conferenza doveva essere «il primo passo verso una soluzione storica, con due Stati, Israele e Palestina, che si rispettano e vivano in pace». Il leader socialista si è detto d’accordo con il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per il quale è urgente affrontare la crisi dei profughi. Dopo essersi recato al valico di Rafah, il numero uno dell’Onu ha detto di «aver constatato una catastrofe umanitaria. Al di là del confine ci sono due milioni di persone tra cui bambini che necessitano di aiuti. Sono grato all’Egitto per il ruolo che ha avuto e lancio un appello ad una tregua umanitaria». Ha poi sottolineato: «I diritti dei palestinesi sono legittimi e serve una soluzione a due Stati. È ora di porre fine a questo incubo che minaccia i bambini». Non una parola, però, sui civili e i bambini israeliani.
Il presidente palestinese Abu Mazen, che ha avuto anche un incontro bilaterale con Giorgia Meloni, ha ribadito: «Non lasceremo mai la nostra terra. Vogliamo affermare che siamo contro, e denunciamo, l’uccisione di civili da entrambe le parti e invochiamo il rilascio degli ostaggi da entrambe le parti». Il re di Giordania, Abdallah II Ibn Al Hussein, dopo aver accusato Israele di commettere crimini di guerra a Gaza, si è detto favorevole ai due Stati: «L’unica soluzione è riconoscere alla Palestina un proprio territorio secondo le leggi internazionali».
Charles Michel, presidente del Consiglio Ue, ha invece rinnovato a Israele l’appello a rispettare, nella sua reazione, le norme del diritto internazionale. Dopo il vertice, tuttavia, in assenza del pieno accordo di tutti i partecipanti, la dichiarazione finale congiunta è stata sostituita da un comunicato della presidenza egiziana.
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Al summit del Cairo, il premier adotta la linea Usa: no all’escalation, soluzione a due Stati. Ma reclama il ruolo italiano nel dialogo con gli arabi. E vede Al Sisi e Abu Mazen.Un’ora di colloquio con Netanyahu ed Herzog. Macron andrà solo giovedì. Il capo dei palestinesi: «Non lasceremo la nostra terra». In Egitto salta la dichiarazione finale.Lo speciale contiene due articoli.L’Italia c’è e batte un colpo. Giorgia Meloni, alla Conferenza di pace organizzata al Cairo dal presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, conferma che Roma giocherà un ruolo importante nel tentativo di risolvere la crisi in Medio Oriente.Con un intervento di circa sette minuti, risoluto ancorché equilibrato, il premier s’intesta la complicata missione di impedire l’escalation e favorire il processo di pace. Non una fragile tregua, no; proprio una «soluzione strutturale». Partendo da una certezza: la condanna «senza ambiguità» del terrorismo, che colpisce anzitutto «il mondo musulmano» e ne indebolisce «le legittime istanze». Prima di ogni sacrosanto ragionamento sulle radici del conflitto israelo-palestinese, quindi, viene l’indignazione per l’attacco del 7 ottobre, «che lascia inorriditi»: «Nessuna causa», tuona il presidente del Consiglio, magari con un pensiero alle piazze che confondono palestinesi e jihadisti, o agli intellettuali à la page che blaterano del dovere di «comprendere le ragioni» degli estremisti, «giustifica donne massacrate e neonati decapitati volutamente ripresi con una telecamera». Israele «è pienamente legittimato a rivendicare il suo diritto all’esistenza, alla difesa, alla sicurezza dei propri cittadini e dei propri confini».Tuttavia, la Meloni si fa portavoce della preoccupazione che anima le cancellerie di Europa e America, nonché di molti Paesi arabi: che la guerra si allarghi. «La reazione di uno Stato», ammonisce, «non può e non deve mai essere motivata da sentimenti di vendetta». Essa va progettata «commisurando la forza, tutelando la popolazione civile». Altrimenti, si fa il gioco dei tagliagole, i quali non hanno intenzione di difendere i palestinesi, bensì di innescare una miccia che crei «un solco incolmabile» con i vicini di Tel Aviv e l’Occidente. Essi brigano per sabotare gli sforzi di normalizzazione che, ad esempio, stavano portando a un riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita. «Significa», avverte l’inquilina di Palazzo Chigi, «che il bersaglio siamo tutti noi. E io non credo che noi possiamo cadere in questa trappola: sarebbe una cosa molto, molto stupida». Sono giudizi netti, che non si limitano alla reprimenda contro Hamas, anzi, sollecitano direttamente la classe dirigente ebraica. Perché urge, sì, rispondere ai vili attentati di Hamas, purché si continui «a dialogare e ragionare». Avessimo adottato lo stesso approccio quando la Russia ha aggredito l’Ucraina, ci saremmo guadagnati un margine di manovra, avremmo prevenuto le conseguenze economiche della guerra per procura e, chissà, avremmo contribuito a salvare decine di migliaia di vite. Nemmeno la Meloni ci ha provato. Pazienza. Non c’era lo spazio politico e, con ogni probabilità, non ci sarebbe stato il beneplacito degli Stati Uniti. Che invece, adesso, hanno tutta l’intenzione di frenare la rappresaglia di Israele. È un assist da raccogliere. È evidente la convergenza tra l’invito della Meloni a non cercare vendette e le parole di Joe Biden a Benjamin Netanyahu: «Dopo l’11 settembre abbiamo commesso degli errori, molti americani erano consumati dalla rabbia».La strada che indica il premier, oltre all’impegno umanitario e alla mediazione per «l’immediato rilascio degli ostaggi», è «la ripresa di un’iniziativa politica» ispirata alla «prospettiva dei due popoli e due Stati». Di nuovo, una piena sintonia con Washington. Giovedì sera, rivolgendosi ai cittadini, il presidente americano aveva riproposto esattamente questo principio: «Non possiamo rinunciare a una soluzione a due Stati». Più facile da scrivere su un parere dell’Onu che da realizzare; ma comunque, si tratta dell’unico obiettivo di medio-lungo periodo che possa sottrarre l’operazione a Gaza dal pericolo di trasformarsi in una sanguinosa campagna per sgomberare i palestinesi e occupare la Striscia. «Perdere il controllo di quello che può accadere», avverte la Meloni, avrebbe «conseguenze inimmaginabili».Dopodiché, se lo scopo è scongiurare la deflagrazione, occorrerà «un lavoro di dialogo fra i Paesi occidentali e i Paesi arabi». Volenti o nolenti. Così, il presidente del Consiglio incontra faccia a faccia sia Al Sisi, cui comunica il desiderio di avviare un’azione diplomatica coordinata, sia Abu Mazen, al quale assicura il sostegno «alla legittima Autorità rappresentativa del popolo palestinese», il quale «non si identifica con Hamas». E al termine del summit, con i giornalisti, pare reclamare quella posizione speciale che l’Italia, nei decenni della prima Repubblica, era riuscita a mantenere in Medio Oriente, al netto delle frizioni con gli Usa: nazione caposaldo del blocco guidato dall’America, ma altresì interlocutore privilegiato nel contesto musulmano. «Dall’inizio ho parlato soprattutto con i Paesi del Nord Africa, con quelli arabi e del Golfo», riferisce il premier. «È fondamentale portare avanti questa strategia. È la cosa più preziosa che abbiamo». «Difendiamo il diritto di Israele a esistere e a difendersi», insiste la numero uno di Fdi, poiché nelle immagini del blitz dei terroristi «c’era un antisemitismo che viene molto prima della questione israelo-palestinese». Però, «bisogna dare una tempistica chiara» e mirare a «una soluzione strutturale». Meloni si spinge fino a rivendicare in maniera esplicita responsabilità e meriti di Roma. Discutendo della pur breve apertura del valico di Rafah per consentire il transito di aiuti diretti ai civili, commenta: «È un risultato concreto. Piccoli passi a piccoli passi». Poi aggiunge: «Io ho fatto volutamente la scelta di venire a questo vertice. Secondo me i leader devono esserci in questi momenti». Ecco: la sfida, ora, è questa. Stare tra i leader agendo da protagonista.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-cairo-conferenza-2666038966.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="subito-dopo-vola-da-bibi-a-tel-aviv" data-post-id="2666038966" data-published-at="1697920501" data-use-pagination="False"> Subito dopo vola da Bibi a Tel Aviv Anche il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ieri, è intervenuto alla Conferenza internazionale di pace che si è svolta al Cairo (Egitto), organizzata dal presidente Al Sisi. All’evento erano presenti una ventina di Paesi, tra cui Qatar, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giappone. Per il Vecchio continente, oltre all’Italia, si sono visti i leader di Spagna (Pedro Sánchez), Grecia (Kyriakos Mitsotakis) e Cipro (Nikos Christodoulides), oltre ai ministri degli Esteri di Germania, Francia e Regno Unito. Terminato il vertice, Meloni è volata a Tel Aviv, dove è atterrata in serata e ha incontrato, per un’oretta, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il presidente, Isaac Herzog. Emmanuel Macron, invece, andrà in visita in Israele martedì. A inquadrare la preoccupazione dei rappresentanti dei Paesi è stato proprio il nostro premier, ricordando la necessità che «quello che sta accadendo a Gaza non si trasformi in conflitto più ampio, in una guerra di religione, di civiltà, rendendo vani gli sforzi di questi anni per normalizzare i rapporti. Siamo molto preoccupati per la sorte degli ostaggi, ci sono anche degli italiani, chiediamo l’immediato rilascio degli ostaggi». Il summit, però, era stato aperto dal padrone di casa, il presidente Abdel Fattah Al Sisi, che ha affermato: «L’Egitto rifiuta categoricamente la liquidazione della causa palestinese e Israele non può continuare la colonizzazione della Palestina. La soluzione è la giustizia, il diritto inalienabile all’autodeterminazione». Anche per Al Sisi, insomma, «occorre prevenire l’allargamento del conflitto, che può mettere a rischio la stabilità della regione e far ripartire il processo di pace ed è necessario un ritorno al tavolo di negoziazione per il cessate il fuoco». Il premier spagnolo ha sottolineato che «quello che serve oggi è proteggere tutti i civili, quelli presi in ostaggio e quelli a Gaza». Per Sánchez, la conferenza doveva essere «il primo passo verso una soluzione storica, con due Stati, Israele e Palestina, che si rispettano e vivano in pace». Il leader socialista si è detto d’accordo con il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per il quale è urgente affrontare la crisi dei profughi. Dopo essersi recato al valico di Rafah, il numero uno dell’Onu ha detto di «aver constatato una catastrofe umanitaria. Al di là del confine ci sono due milioni di persone tra cui bambini che necessitano di aiuti. Sono grato all’Egitto per il ruolo che ha avuto e lancio un appello ad una tregua umanitaria». Ha poi sottolineato: «I diritti dei palestinesi sono legittimi e serve una soluzione a due Stati. È ora di porre fine a questo incubo che minaccia i bambini». Non una parola, però, sui civili e i bambini israeliani. Il presidente palestinese Abu Mazen, che ha avuto anche un incontro bilaterale con Giorgia Meloni, ha ribadito: «Non lasceremo mai la nostra terra. Vogliamo affermare che siamo contro, e denunciamo, l’uccisione di civili da entrambe le parti e invochiamo il rilascio degli ostaggi da entrambe le parti». Il re di Giordania, Abdallah II Ibn Al Hussein, dopo aver accusato Israele di commettere crimini di guerra a Gaza, si è detto favorevole ai due Stati: «L’unica soluzione è riconoscere alla Palestina un proprio territorio secondo le leggi internazionali». Charles Michel, presidente del Consiglio Ue, ha invece rinnovato a Israele l’appello a rispettare, nella sua reazione, le norme del diritto internazionale. Dopo il vertice, tuttavia, in assenza del pieno accordo di tutti i partecipanti, la dichiarazione finale congiunta è stata sostituita da un comunicato della presidenza egiziana.
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.