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2023-10-22
La Meloni s’intesta i negoziati. «La vendetta è un tranello e caderci sarebbe stupido»
Giorgia Meloni e Abdel Fattah Al Sisi (Ansa)
L’Italia c’è e batte un colpo. Giorgia Meloni, alla Conferenza di pace organizzata al Cairo dal presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, conferma che Roma giocherà un ruolo importante nel tentativo di risolvere la crisi in Medio Oriente.
Con un intervento di circa sette minuti, risoluto ancorché equilibrato, il premier s’intesta la complicata missione di impedire l’escalation e favorire il processo di pace. Non una fragile tregua, no; proprio una «soluzione strutturale». Partendo da una certezza: la condanna «senza ambiguità» del terrorismo, che colpisce anzitutto «il mondo musulmano» e ne indebolisce «le legittime istanze». Prima di ogni sacrosanto ragionamento sulle radici del conflitto israelo-palestinese, quindi, viene l’indignazione per l’attacco del 7 ottobre, «che lascia inorriditi»: «Nessuna causa», tuona il presidente del Consiglio, magari con un pensiero alle piazze che confondono palestinesi e jihadisti, o agli intellettuali à la page che blaterano del dovere di «comprendere le ragioni» degli estremisti, «giustifica donne massacrate e neonati decapitati volutamente ripresi con una telecamera». Israele «è pienamente legittimato a rivendicare il suo diritto all’esistenza, alla difesa, alla sicurezza dei propri cittadini e dei propri confini».
Tuttavia, la Meloni si fa portavoce della preoccupazione che anima le cancellerie di Europa e America, nonché di molti Paesi arabi: che la guerra si allarghi. «La reazione di uno Stato», ammonisce, «non può e non deve mai essere motivata da sentimenti di vendetta». Essa va progettata «commisurando la forza, tutelando la popolazione civile». Altrimenti, si fa il gioco dei tagliagole, i quali non hanno intenzione di difendere i palestinesi, bensì di innescare una miccia che crei «un solco incolmabile» con i vicini di Tel Aviv e l’Occidente. Essi brigano per sabotare gli sforzi di normalizzazione che, ad esempio, stavano portando a un riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita. «Significa», avverte l’inquilina di Palazzo Chigi, «che il bersaglio siamo tutti noi. E io non credo che noi possiamo cadere in questa trappola: sarebbe una cosa molto, molto stupida». Sono giudizi netti, che non si limitano alla reprimenda contro Hamas, anzi, sollecitano direttamente la classe dirigente ebraica. Perché urge, sì, rispondere ai vili attentati di Hamas, purché si continui «a dialogare e ragionare».
Avessimo adottato lo stesso approccio quando la Russia ha aggredito l’Ucraina, ci saremmo guadagnati un margine di manovra, avremmo prevenuto le conseguenze economiche della guerra per procura e, chissà, avremmo contribuito a salvare decine di migliaia di vite. Nemmeno la Meloni ci ha provato. Pazienza. Non c’era lo spazio politico e, con ogni probabilità, non ci sarebbe stato il beneplacito degli Stati Uniti. Che invece, adesso, hanno tutta l’intenzione di frenare la rappresaglia di Israele. È un assist da raccogliere.
È evidente la convergenza tra l’invito della Meloni a non cercare vendette e le parole di Joe Biden a Benjamin Netanyahu: «Dopo l’11 settembre abbiamo commesso degli errori, molti americani erano consumati dalla rabbia».
La strada che indica il premier, oltre all’impegno umanitario e alla mediazione per «l’immediato rilascio degli ostaggi», è «la ripresa di un’iniziativa politica» ispirata alla «prospettiva dei due popoli e due Stati». Di nuovo, una piena sintonia con Washington. Giovedì sera, rivolgendosi ai cittadini, il presidente americano aveva riproposto esattamente questo principio: «Non possiamo rinunciare a una soluzione a due Stati». Più facile da scrivere su un parere dell’Onu che da realizzare; ma comunque, si tratta dell’unico obiettivo di medio-lungo periodo che possa sottrarre l’operazione a Gaza dal pericolo di trasformarsi in una sanguinosa campagna per sgomberare i palestinesi e occupare la Striscia. «Perdere il controllo di quello che può accadere», avverte la Meloni, avrebbe «conseguenze inimmaginabili».
Dopodiché, se lo scopo è scongiurare la deflagrazione, occorrerà «un lavoro di dialogo fra i Paesi occidentali e i Paesi arabi». Volenti o nolenti. Così, il presidente del Consiglio incontra faccia a faccia sia Al Sisi, cui comunica il desiderio di avviare un’azione diplomatica coordinata, sia Abu Mazen, al quale assicura il sostegno «alla legittima Autorità rappresentativa del popolo palestinese», il quale «non si identifica con Hamas». E al termine del summit, con i giornalisti, pare reclamare quella posizione speciale che l’Italia, nei decenni della prima Repubblica, era riuscita a mantenere in Medio Oriente, al netto delle frizioni con gli Usa: nazione caposaldo del blocco guidato dall’America, ma altresì interlocutore privilegiato nel contesto musulmano. «Dall’inizio ho parlato soprattutto con i Paesi del Nord Africa, con quelli arabi e del Golfo», riferisce il premier. «È fondamentale portare avanti questa strategia. È la cosa più preziosa che abbiamo». «Difendiamo il diritto di Israele a esistere e a difendersi», insiste la numero uno di Fdi, poiché nelle immagini del blitz dei terroristi «c’era un antisemitismo che viene molto prima della questione israelo-palestinese». Però, «bisogna dare una tempistica chiara» e mirare a «una soluzione strutturale».
Meloni si spinge fino a rivendicare in maniera esplicita responsabilità e meriti di Roma. Discutendo della pur breve apertura del valico di Rafah per consentire il transito di aiuti diretti ai civili, commenta: «È un risultato concreto. Piccoli passi a piccoli passi». Poi aggiunge: «Io ho fatto volutamente la scelta di venire a questo vertice. Secondo me i leader devono esserci in questi momenti». Ecco: la sfida, ora, è questa. Stare tra i leader agendo da protagonista.
Subito dopo vola da Bibi a Tel Aviv
Anche il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ieri, è intervenuto alla Conferenza internazionale di pace che si è svolta al Cairo (Egitto), organizzata dal presidente Al Sisi. All’evento erano presenti una ventina di Paesi, tra cui Qatar, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giappone. Per il Vecchio continente, oltre all’Italia, si sono visti i leader di Spagna (Pedro Sánchez), Grecia (Kyriakos Mitsotakis) e Cipro (Nikos Christodoulides), oltre ai ministri degli Esteri di Germania, Francia e Regno Unito.
Terminato il vertice, Meloni è volata a Tel Aviv, dove è atterrata in serata e ha incontrato, per un’oretta, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il presidente, Isaac Herzog. Emmanuel Macron, invece, andrà in visita in Israele martedì.
A inquadrare la preoccupazione dei rappresentanti dei Paesi è stato proprio il nostro premier, ricordando la necessità che «quello che sta accadendo a Gaza non si trasformi in conflitto più ampio, in una guerra di religione, di civiltà, rendendo vani gli sforzi di questi anni per normalizzare i rapporti. Siamo molto preoccupati per la sorte degli ostaggi, ci sono anche degli italiani, chiediamo l’immediato rilascio degli ostaggi».
Il summit, però, era stato aperto dal padrone di casa, il presidente Abdel Fattah Al Sisi, che ha affermato: «L’Egitto rifiuta categoricamente la liquidazione della causa palestinese e Israele non può continuare la colonizzazione della Palestina. La soluzione è la giustizia, il diritto inalienabile all’autodeterminazione». Anche per Al Sisi, insomma, «occorre prevenire l’allargamento del conflitto, che può mettere a rischio la stabilità della regione e far ripartire il processo di pace ed è necessario un ritorno al tavolo di negoziazione per il cessate il fuoco». Il premier spagnolo ha sottolineato che «quello che serve oggi è proteggere tutti i civili, quelli presi in ostaggio e quelli a Gaza». Per Sánchez, la conferenza doveva essere «il primo passo verso una soluzione storica, con due Stati, Israele e Palestina, che si rispettano e vivano in pace». Il leader socialista si è detto d’accordo con il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per il quale è urgente affrontare la crisi dei profughi. Dopo essersi recato al valico di Rafah, il numero uno dell’Onu ha detto di «aver constatato una catastrofe umanitaria. Al di là del confine ci sono due milioni di persone tra cui bambini che necessitano di aiuti. Sono grato all’Egitto per il ruolo che ha avuto e lancio un appello ad una tregua umanitaria». Ha poi sottolineato: «I diritti dei palestinesi sono legittimi e serve una soluzione a due Stati. È ora di porre fine a questo incubo che minaccia i bambini». Non una parola, però, sui civili e i bambini israeliani.
Il presidente palestinese Abu Mazen, che ha avuto anche un incontro bilaterale con Giorgia Meloni, ha ribadito: «Non lasceremo mai la nostra terra. Vogliamo affermare che siamo contro, e denunciamo, l’uccisione di civili da entrambe le parti e invochiamo il rilascio degli ostaggi da entrambe le parti». Il re di Giordania, Abdallah II Ibn Al Hussein, dopo aver accusato Israele di commettere crimini di guerra a Gaza, si è detto favorevole ai due Stati: «L’unica soluzione è riconoscere alla Palestina un proprio territorio secondo le leggi internazionali».
Charles Michel, presidente del Consiglio Ue, ha invece rinnovato a Israele l’appello a rispettare, nella sua reazione, le norme del diritto internazionale. Dopo il vertice, tuttavia, in assenza del pieno accordo di tutti i partecipanti, la dichiarazione finale congiunta è stata sostituita da un comunicato della presidenza egiziana.
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Al summit del Cairo, il premier adotta la linea Usa: no all’escalation, soluzione a due Stati. Ma reclama il ruolo italiano nel dialogo con gli arabi. E vede Al Sisi e Abu Mazen.Un’ora di colloquio con Netanyahu ed Herzog. Macron andrà solo giovedì. Il capo dei palestinesi: «Non lasceremo la nostra terra». In Egitto salta la dichiarazione finale.Lo speciale contiene due articoli.L’Italia c’è e batte un colpo. Giorgia Meloni, alla Conferenza di pace organizzata al Cairo dal presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, conferma che Roma giocherà un ruolo importante nel tentativo di risolvere la crisi in Medio Oriente.Con un intervento di circa sette minuti, risoluto ancorché equilibrato, il premier s’intesta la complicata missione di impedire l’escalation e favorire il processo di pace. Non una fragile tregua, no; proprio una «soluzione strutturale». Partendo da una certezza: la condanna «senza ambiguità» del terrorismo, che colpisce anzitutto «il mondo musulmano» e ne indebolisce «le legittime istanze». Prima di ogni sacrosanto ragionamento sulle radici del conflitto israelo-palestinese, quindi, viene l’indignazione per l’attacco del 7 ottobre, «che lascia inorriditi»: «Nessuna causa», tuona il presidente del Consiglio, magari con un pensiero alle piazze che confondono palestinesi e jihadisti, o agli intellettuali à la page che blaterano del dovere di «comprendere le ragioni» degli estremisti, «giustifica donne massacrate e neonati decapitati volutamente ripresi con una telecamera». Israele «è pienamente legittimato a rivendicare il suo diritto all’esistenza, alla difesa, alla sicurezza dei propri cittadini e dei propri confini».Tuttavia, la Meloni si fa portavoce della preoccupazione che anima le cancellerie di Europa e America, nonché di molti Paesi arabi: che la guerra si allarghi. «La reazione di uno Stato», ammonisce, «non può e non deve mai essere motivata da sentimenti di vendetta». Essa va progettata «commisurando la forza, tutelando la popolazione civile». Altrimenti, si fa il gioco dei tagliagole, i quali non hanno intenzione di difendere i palestinesi, bensì di innescare una miccia che crei «un solco incolmabile» con i vicini di Tel Aviv e l’Occidente. Essi brigano per sabotare gli sforzi di normalizzazione che, ad esempio, stavano portando a un riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita. «Significa», avverte l’inquilina di Palazzo Chigi, «che il bersaglio siamo tutti noi. E io non credo che noi possiamo cadere in questa trappola: sarebbe una cosa molto, molto stupida». Sono giudizi netti, che non si limitano alla reprimenda contro Hamas, anzi, sollecitano direttamente la classe dirigente ebraica. Perché urge, sì, rispondere ai vili attentati di Hamas, purché si continui «a dialogare e ragionare». Avessimo adottato lo stesso approccio quando la Russia ha aggredito l’Ucraina, ci saremmo guadagnati un margine di manovra, avremmo prevenuto le conseguenze economiche della guerra per procura e, chissà, avremmo contribuito a salvare decine di migliaia di vite. Nemmeno la Meloni ci ha provato. Pazienza. Non c’era lo spazio politico e, con ogni probabilità, non ci sarebbe stato il beneplacito degli Stati Uniti. Che invece, adesso, hanno tutta l’intenzione di frenare la rappresaglia di Israele. È un assist da raccogliere. È evidente la convergenza tra l’invito della Meloni a non cercare vendette e le parole di Joe Biden a Benjamin Netanyahu: «Dopo l’11 settembre abbiamo commesso degli errori, molti americani erano consumati dalla rabbia».La strada che indica il premier, oltre all’impegno umanitario e alla mediazione per «l’immediato rilascio degli ostaggi», è «la ripresa di un’iniziativa politica» ispirata alla «prospettiva dei due popoli e due Stati». Di nuovo, una piena sintonia con Washington. Giovedì sera, rivolgendosi ai cittadini, il presidente americano aveva riproposto esattamente questo principio: «Non possiamo rinunciare a una soluzione a due Stati». Più facile da scrivere su un parere dell’Onu che da realizzare; ma comunque, si tratta dell’unico obiettivo di medio-lungo periodo che possa sottrarre l’operazione a Gaza dal pericolo di trasformarsi in una sanguinosa campagna per sgomberare i palestinesi e occupare la Striscia. «Perdere il controllo di quello che può accadere», avverte la Meloni, avrebbe «conseguenze inimmaginabili».Dopodiché, se lo scopo è scongiurare la deflagrazione, occorrerà «un lavoro di dialogo fra i Paesi occidentali e i Paesi arabi». Volenti o nolenti. Così, il presidente del Consiglio incontra faccia a faccia sia Al Sisi, cui comunica il desiderio di avviare un’azione diplomatica coordinata, sia Abu Mazen, al quale assicura il sostegno «alla legittima Autorità rappresentativa del popolo palestinese», il quale «non si identifica con Hamas». E al termine del summit, con i giornalisti, pare reclamare quella posizione speciale che l’Italia, nei decenni della prima Repubblica, era riuscita a mantenere in Medio Oriente, al netto delle frizioni con gli Usa: nazione caposaldo del blocco guidato dall’America, ma altresì interlocutore privilegiato nel contesto musulmano. «Dall’inizio ho parlato soprattutto con i Paesi del Nord Africa, con quelli arabi e del Golfo», riferisce il premier. «È fondamentale portare avanti questa strategia. È la cosa più preziosa che abbiamo». «Difendiamo il diritto di Israele a esistere e a difendersi», insiste la numero uno di Fdi, poiché nelle immagini del blitz dei terroristi «c’era un antisemitismo che viene molto prima della questione israelo-palestinese». Però, «bisogna dare una tempistica chiara» e mirare a «una soluzione strutturale». Meloni si spinge fino a rivendicare in maniera esplicita responsabilità e meriti di Roma. Discutendo della pur breve apertura del valico di Rafah per consentire il transito di aiuti diretti ai civili, commenta: «È un risultato concreto. Piccoli passi a piccoli passi». Poi aggiunge: «Io ho fatto volutamente la scelta di venire a questo vertice. Secondo me i leader devono esserci in questi momenti». Ecco: la sfida, ora, è questa. Stare tra i leader agendo da protagonista.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-cairo-conferenza-2666038966.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="subito-dopo-vola-da-bibi-a-tel-aviv" data-post-id="2666038966" data-published-at="1697920501" data-use-pagination="False"> Subito dopo vola da Bibi a Tel Aviv Anche il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ieri, è intervenuto alla Conferenza internazionale di pace che si è svolta al Cairo (Egitto), organizzata dal presidente Al Sisi. All’evento erano presenti una ventina di Paesi, tra cui Qatar, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giappone. Per il Vecchio continente, oltre all’Italia, si sono visti i leader di Spagna (Pedro Sánchez), Grecia (Kyriakos Mitsotakis) e Cipro (Nikos Christodoulides), oltre ai ministri degli Esteri di Germania, Francia e Regno Unito. Terminato il vertice, Meloni è volata a Tel Aviv, dove è atterrata in serata e ha incontrato, per un’oretta, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il presidente, Isaac Herzog. Emmanuel Macron, invece, andrà in visita in Israele martedì. A inquadrare la preoccupazione dei rappresentanti dei Paesi è stato proprio il nostro premier, ricordando la necessità che «quello che sta accadendo a Gaza non si trasformi in conflitto più ampio, in una guerra di religione, di civiltà, rendendo vani gli sforzi di questi anni per normalizzare i rapporti. Siamo molto preoccupati per la sorte degli ostaggi, ci sono anche degli italiani, chiediamo l’immediato rilascio degli ostaggi». Il summit, però, era stato aperto dal padrone di casa, il presidente Abdel Fattah Al Sisi, che ha affermato: «L’Egitto rifiuta categoricamente la liquidazione della causa palestinese e Israele non può continuare la colonizzazione della Palestina. La soluzione è la giustizia, il diritto inalienabile all’autodeterminazione». Anche per Al Sisi, insomma, «occorre prevenire l’allargamento del conflitto, che può mettere a rischio la stabilità della regione e far ripartire il processo di pace ed è necessario un ritorno al tavolo di negoziazione per il cessate il fuoco». Il premier spagnolo ha sottolineato che «quello che serve oggi è proteggere tutti i civili, quelli presi in ostaggio e quelli a Gaza». Per Sánchez, la conferenza doveva essere «il primo passo verso una soluzione storica, con due Stati, Israele e Palestina, che si rispettano e vivano in pace». Il leader socialista si è detto d’accordo con il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per il quale è urgente affrontare la crisi dei profughi. Dopo essersi recato al valico di Rafah, il numero uno dell’Onu ha detto di «aver constatato una catastrofe umanitaria. Al di là del confine ci sono due milioni di persone tra cui bambini che necessitano di aiuti. Sono grato all’Egitto per il ruolo che ha avuto e lancio un appello ad una tregua umanitaria». Ha poi sottolineato: «I diritti dei palestinesi sono legittimi e serve una soluzione a due Stati. È ora di porre fine a questo incubo che minaccia i bambini». Non una parola, però, sui civili e i bambini israeliani. Il presidente palestinese Abu Mazen, che ha avuto anche un incontro bilaterale con Giorgia Meloni, ha ribadito: «Non lasceremo mai la nostra terra. Vogliamo affermare che siamo contro, e denunciamo, l’uccisione di civili da entrambe le parti e invochiamo il rilascio degli ostaggi da entrambe le parti». Il re di Giordania, Abdallah II Ibn Al Hussein, dopo aver accusato Israele di commettere crimini di guerra a Gaza, si è detto favorevole ai due Stati: «L’unica soluzione è riconoscere alla Palestina un proprio territorio secondo le leggi internazionali». Charles Michel, presidente del Consiglio Ue, ha invece rinnovato a Israele l’appello a rispettare, nella sua reazione, le norme del diritto internazionale. Dopo il vertice, tuttavia, in assenza del pieno accordo di tutti i partecipanti, la dichiarazione finale congiunta è stata sostituita da un comunicato della presidenza egiziana.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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