True
2023-10-22
La Meloni s’intesta i negoziati. «La vendetta è un tranello e caderci sarebbe stupido»
Giorgia Meloni e Abdel Fattah Al Sisi (Ansa)
L’Italia c’è e batte un colpo. Giorgia Meloni, alla Conferenza di pace organizzata al Cairo dal presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, conferma che Roma giocherà un ruolo importante nel tentativo di risolvere la crisi in Medio Oriente.
Con un intervento di circa sette minuti, risoluto ancorché equilibrato, il premier s’intesta la complicata missione di impedire l’escalation e favorire il processo di pace. Non una fragile tregua, no; proprio una «soluzione strutturale». Partendo da una certezza: la condanna «senza ambiguità» del terrorismo, che colpisce anzitutto «il mondo musulmano» e ne indebolisce «le legittime istanze». Prima di ogni sacrosanto ragionamento sulle radici del conflitto israelo-palestinese, quindi, viene l’indignazione per l’attacco del 7 ottobre, «che lascia inorriditi»: «Nessuna causa», tuona il presidente del Consiglio, magari con un pensiero alle piazze che confondono palestinesi e jihadisti, o agli intellettuali à la page che blaterano del dovere di «comprendere le ragioni» degli estremisti, «giustifica donne massacrate e neonati decapitati volutamente ripresi con una telecamera». Israele «è pienamente legittimato a rivendicare il suo diritto all’esistenza, alla difesa, alla sicurezza dei propri cittadini e dei propri confini».
Tuttavia, la Meloni si fa portavoce della preoccupazione che anima le cancellerie di Europa e America, nonché di molti Paesi arabi: che la guerra si allarghi. «La reazione di uno Stato», ammonisce, «non può e non deve mai essere motivata da sentimenti di vendetta». Essa va progettata «commisurando la forza, tutelando la popolazione civile». Altrimenti, si fa il gioco dei tagliagole, i quali non hanno intenzione di difendere i palestinesi, bensì di innescare una miccia che crei «un solco incolmabile» con i vicini di Tel Aviv e l’Occidente. Essi brigano per sabotare gli sforzi di normalizzazione che, ad esempio, stavano portando a un riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita. «Significa», avverte l’inquilina di Palazzo Chigi, «che il bersaglio siamo tutti noi. E io non credo che noi possiamo cadere in questa trappola: sarebbe una cosa molto, molto stupida». Sono giudizi netti, che non si limitano alla reprimenda contro Hamas, anzi, sollecitano direttamente la classe dirigente ebraica. Perché urge, sì, rispondere ai vili attentati di Hamas, purché si continui «a dialogare e ragionare».
Avessimo adottato lo stesso approccio quando la Russia ha aggredito l’Ucraina, ci saremmo guadagnati un margine di manovra, avremmo prevenuto le conseguenze economiche della guerra per procura e, chissà, avremmo contribuito a salvare decine di migliaia di vite. Nemmeno la Meloni ci ha provato. Pazienza. Non c’era lo spazio politico e, con ogni probabilità, non ci sarebbe stato il beneplacito degli Stati Uniti. Che invece, adesso, hanno tutta l’intenzione di frenare la rappresaglia di Israele. È un assist da raccogliere.
È evidente la convergenza tra l’invito della Meloni a non cercare vendette e le parole di Joe Biden a Benjamin Netanyahu: «Dopo l’11 settembre abbiamo commesso degli errori, molti americani erano consumati dalla rabbia».
La strada che indica il premier, oltre all’impegno umanitario e alla mediazione per «l’immediato rilascio degli ostaggi», è «la ripresa di un’iniziativa politica» ispirata alla «prospettiva dei due popoli e due Stati». Di nuovo, una piena sintonia con Washington. Giovedì sera, rivolgendosi ai cittadini, il presidente americano aveva riproposto esattamente questo principio: «Non possiamo rinunciare a una soluzione a due Stati». Più facile da scrivere su un parere dell’Onu che da realizzare; ma comunque, si tratta dell’unico obiettivo di medio-lungo periodo che possa sottrarre l’operazione a Gaza dal pericolo di trasformarsi in una sanguinosa campagna per sgomberare i palestinesi e occupare la Striscia. «Perdere il controllo di quello che può accadere», avverte la Meloni, avrebbe «conseguenze inimmaginabili».
Dopodiché, se lo scopo è scongiurare la deflagrazione, occorrerà «un lavoro di dialogo fra i Paesi occidentali e i Paesi arabi». Volenti o nolenti. Così, il presidente del Consiglio incontra faccia a faccia sia Al Sisi, cui comunica il desiderio di avviare un’azione diplomatica coordinata, sia Abu Mazen, al quale assicura il sostegno «alla legittima Autorità rappresentativa del popolo palestinese», il quale «non si identifica con Hamas». E al termine del summit, con i giornalisti, pare reclamare quella posizione speciale che l’Italia, nei decenni della prima Repubblica, era riuscita a mantenere in Medio Oriente, al netto delle frizioni con gli Usa: nazione caposaldo del blocco guidato dall’America, ma altresì interlocutore privilegiato nel contesto musulmano. «Dall’inizio ho parlato soprattutto con i Paesi del Nord Africa, con quelli arabi e del Golfo», riferisce il premier. «È fondamentale portare avanti questa strategia. È la cosa più preziosa che abbiamo». «Difendiamo il diritto di Israele a esistere e a difendersi», insiste la numero uno di Fdi, poiché nelle immagini del blitz dei terroristi «c’era un antisemitismo che viene molto prima della questione israelo-palestinese». Però, «bisogna dare una tempistica chiara» e mirare a «una soluzione strutturale».
Meloni si spinge fino a rivendicare in maniera esplicita responsabilità e meriti di Roma. Discutendo della pur breve apertura del valico di Rafah per consentire il transito di aiuti diretti ai civili, commenta: «È un risultato concreto. Piccoli passi a piccoli passi». Poi aggiunge: «Io ho fatto volutamente la scelta di venire a questo vertice. Secondo me i leader devono esserci in questi momenti». Ecco: la sfida, ora, è questa. Stare tra i leader agendo da protagonista.
Subito dopo vola da Bibi a Tel Aviv
Anche il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ieri, è intervenuto alla Conferenza internazionale di pace che si è svolta al Cairo (Egitto), organizzata dal presidente Al Sisi. All’evento erano presenti una ventina di Paesi, tra cui Qatar, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giappone. Per il Vecchio continente, oltre all’Italia, si sono visti i leader di Spagna (Pedro Sánchez), Grecia (Kyriakos Mitsotakis) e Cipro (Nikos Christodoulides), oltre ai ministri degli Esteri di Germania, Francia e Regno Unito.
Terminato il vertice, Meloni è volata a Tel Aviv, dove è atterrata in serata e ha incontrato, per un’oretta, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il presidente, Isaac Herzog. Emmanuel Macron, invece, andrà in visita in Israele martedì.
A inquadrare la preoccupazione dei rappresentanti dei Paesi è stato proprio il nostro premier, ricordando la necessità che «quello che sta accadendo a Gaza non si trasformi in conflitto più ampio, in una guerra di religione, di civiltà, rendendo vani gli sforzi di questi anni per normalizzare i rapporti. Siamo molto preoccupati per la sorte degli ostaggi, ci sono anche degli italiani, chiediamo l’immediato rilascio degli ostaggi».
Il summit, però, era stato aperto dal padrone di casa, il presidente Abdel Fattah Al Sisi, che ha affermato: «L’Egitto rifiuta categoricamente la liquidazione della causa palestinese e Israele non può continuare la colonizzazione della Palestina. La soluzione è la giustizia, il diritto inalienabile all’autodeterminazione». Anche per Al Sisi, insomma, «occorre prevenire l’allargamento del conflitto, che può mettere a rischio la stabilità della regione e far ripartire il processo di pace ed è necessario un ritorno al tavolo di negoziazione per il cessate il fuoco». Il premier spagnolo ha sottolineato che «quello che serve oggi è proteggere tutti i civili, quelli presi in ostaggio e quelli a Gaza». Per Sánchez, la conferenza doveva essere «il primo passo verso una soluzione storica, con due Stati, Israele e Palestina, che si rispettano e vivano in pace». Il leader socialista si è detto d’accordo con il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per il quale è urgente affrontare la crisi dei profughi. Dopo essersi recato al valico di Rafah, il numero uno dell’Onu ha detto di «aver constatato una catastrofe umanitaria. Al di là del confine ci sono due milioni di persone tra cui bambini che necessitano di aiuti. Sono grato all’Egitto per il ruolo che ha avuto e lancio un appello ad una tregua umanitaria». Ha poi sottolineato: «I diritti dei palestinesi sono legittimi e serve una soluzione a due Stati. È ora di porre fine a questo incubo che minaccia i bambini». Non una parola, però, sui civili e i bambini israeliani.
Il presidente palestinese Abu Mazen, che ha avuto anche un incontro bilaterale con Giorgia Meloni, ha ribadito: «Non lasceremo mai la nostra terra. Vogliamo affermare che siamo contro, e denunciamo, l’uccisione di civili da entrambe le parti e invochiamo il rilascio degli ostaggi da entrambe le parti». Il re di Giordania, Abdallah II Ibn Al Hussein, dopo aver accusato Israele di commettere crimini di guerra a Gaza, si è detto favorevole ai due Stati: «L’unica soluzione è riconoscere alla Palestina un proprio territorio secondo le leggi internazionali».
Charles Michel, presidente del Consiglio Ue, ha invece rinnovato a Israele l’appello a rispettare, nella sua reazione, le norme del diritto internazionale. Dopo il vertice, tuttavia, in assenza del pieno accordo di tutti i partecipanti, la dichiarazione finale congiunta è stata sostituita da un comunicato della presidenza egiziana.
Continua a leggereRiduci
Al summit del Cairo, il premier adotta la linea Usa: no all’escalation, soluzione a due Stati. Ma reclama il ruolo italiano nel dialogo con gli arabi. E vede Al Sisi e Abu Mazen.Un’ora di colloquio con Netanyahu ed Herzog. Macron andrà solo giovedì. Il capo dei palestinesi: «Non lasceremo la nostra terra». In Egitto salta la dichiarazione finale.Lo speciale contiene due articoli.L’Italia c’è e batte un colpo. Giorgia Meloni, alla Conferenza di pace organizzata al Cairo dal presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, conferma che Roma giocherà un ruolo importante nel tentativo di risolvere la crisi in Medio Oriente.Con un intervento di circa sette minuti, risoluto ancorché equilibrato, il premier s’intesta la complicata missione di impedire l’escalation e favorire il processo di pace. Non una fragile tregua, no; proprio una «soluzione strutturale». Partendo da una certezza: la condanna «senza ambiguità» del terrorismo, che colpisce anzitutto «il mondo musulmano» e ne indebolisce «le legittime istanze». Prima di ogni sacrosanto ragionamento sulle radici del conflitto israelo-palestinese, quindi, viene l’indignazione per l’attacco del 7 ottobre, «che lascia inorriditi»: «Nessuna causa», tuona il presidente del Consiglio, magari con un pensiero alle piazze che confondono palestinesi e jihadisti, o agli intellettuali à la page che blaterano del dovere di «comprendere le ragioni» degli estremisti, «giustifica donne massacrate e neonati decapitati volutamente ripresi con una telecamera». Israele «è pienamente legittimato a rivendicare il suo diritto all’esistenza, alla difesa, alla sicurezza dei propri cittadini e dei propri confini».Tuttavia, la Meloni si fa portavoce della preoccupazione che anima le cancellerie di Europa e America, nonché di molti Paesi arabi: che la guerra si allarghi. «La reazione di uno Stato», ammonisce, «non può e non deve mai essere motivata da sentimenti di vendetta». Essa va progettata «commisurando la forza, tutelando la popolazione civile». Altrimenti, si fa il gioco dei tagliagole, i quali non hanno intenzione di difendere i palestinesi, bensì di innescare una miccia che crei «un solco incolmabile» con i vicini di Tel Aviv e l’Occidente. Essi brigano per sabotare gli sforzi di normalizzazione che, ad esempio, stavano portando a un riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita. «Significa», avverte l’inquilina di Palazzo Chigi, «che il bersaglio siamo tutti noi. E io non credo che noi possiamo cadere in questa trappola: sarebbe una cosa molto, molto stupida». Sono giudizi netti, che non si limitano alla reprimenda contro Hamas, anzi, sollecitano direttamente la classe dirigente ebraica. Perché urge, sì, rispondere ai vili attentati di Hamas, purché si continui «a dialogare e ragionare». Avessimo adottato lo stesso approccio quando la Russia ha aggredito l’Ucraina, ci saremmo guadagnati un margine di manovra, avremmo prevenuto le conseguenze economiche della guerra per procura e, chissà, avremmo contribuito a salvare decine di migliaia di vite. Nemmeno la Meloni ci ha provato. Pazienza. Non c’era lo spazio politico e, con ogni probabilità, non ci sarebbe stato il beneplacito degli Stati Uniti. Che invece, adesso, hanno tutta l’intenzione di frenare la rappresaglia di Israele. È un assist da raccogliere. È evidente la convergenza tra l’invito della Meloni a non cercare vendette e le parole di Joe Biden a Benjamin Netanyahu: «Dopo l’11 settembre abbiamo commesso degli errori, molti americani erano consumati dalla rabbia».La strada che indica il premier, oltre all’impegno umanitario e alla mediazione per «l’immediato rilascio degli ostaggi», è «la ripresa di un’iniziativa politica» ispirata alla «prospettiva dei due popoli e due Stati». Di nuovo, una piena sintonia con Washington. Giovedì sera, rivolgendosi ai cittadini, il presidente americano aveva riproposto esattamente questo principio: «Non possiamo rinunciare a una soluzione a due Stati». Più facile da scrivere su un parere dell’Onu che da realizzare; ma comunque, si tratta dell’unico obiettivo di medio-lungo periodo che possa sottrarre l’operazione a Gaza dal pericolo di trasformarsi in una sanguinosa campagna per sgomberare i palestinesi e occupare la Striscia. «Perdere il controllo di quello che può accadere», avverte la Meloni, avrebbe «conseguenze inimmaginabili».Dopodiché, se lo scopo è scongiurare la deflagrazione, occorrerà «un lavoro di dialogo fra i Paesi occidentali e i Paesi arabi». Volenti o nolenti. Così, il presidente del Consiglio incontra faccia a faccia sia Al Sisi, cui comunica il desiderio di avviare un’azione diplomatica coordinata, sia Abu Mazen, al quale assicura il sostegno «alla legittima Autorità rappresentativa del popolo palestinese», il quale «non si identifica con Hamas». E al termine del summit, con i giornalisti, pare reclamare quella posizione speciale che l’Italia, nei decenni della prima Repubblica, era riuscita a mantenere in Medio Oriente, al netto delle frizioni con gli Usa: nazione caposaldo del blocco guidato dall’America, ma altresì interlocutore privilegiato nel contesto musulmano. «Dall’inizio ho parlato soprattutto con i Paesi del Nord Africa, con quelli arabi e del Golfo», riferisce il premier. «È fondamentale portare avanti questa strategia. È la cosa più preziosa che abbiamo». «Difendiamo il diritto di Israele a esistere e a difendersi», insiste la numero uno di Fdi, poiché nelle immagini del blitz dei terroristi «c’era un antisemitismo che viene molto prima della questione israelo-palestinese». Però, «bisogna dare una tempistica chiara» e mirare a «una soluzione strutturale». Meloni si spinge fino a rivendicare in maniera esplicita responsabilità e meriti di Roma. Discutendo della pur breve apertura del valico di Rafah per consentire il transito di aiuti diretti ai civili, commenta: «È un risultato concreto. Piccoli passi a piccoli passi». Poi aggiunge: «Io ho fatto volutamente la scelta di venire a questo vertice. Secondo me i leader devono esserci in questi momenti». Ecco: la sfida, ora, è questa. Stare tra i leader agendo da protagonista.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-cairo-conferenza-2666038966.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="subito-dopo-vola-da-bibi-a-tel-aviv" data-post-id="2666038966" data-published-at="1697920501" data-use-pagination="False"> Subito dopo vola da Bibi a Tel Aviv Anche il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ieri, è intervenuto alla Conferenza internazionale di pace che si è svolta al Cairo (Egitto), organizzata dal presidente Al Sisi. All’evento erano presenti una ventina di Paesi, tra cui Qatar, Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giappone. Per il Vecchio continente, oltre all’Italia, si sono visti i leader di Spagna (Pedro Sánchez), Grecia (Kyriakos Mitsotakis) e Cipro (Nikos Christodoulides), oltre ai ministri degli Esteri di Germania, Francia e Regno Unito. Terminato il vertice, Meloni è volata a Tel Aviv, dove è atterrata in serata e ha incontrato, per un’oretta, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il presidente, Isaac Herzog. Emmanuel Macron, invece, andrà in visita in Israele martedì. A inquadrare la preoccupazione dei rappresentanti dei Paesi è stato proprio il nostro premier, ricordando la necessità che «quello che sta accadendo a Gaza non si trasformi in conflitto più ampio, in una guerra di religione, di civiltà, rendendo vani gli sforzi di questi anni per normalizzare i rapporti. Siamo molto preoccupati per la sorte degli ostaggi, ci sono anche degli italiani, chiediamo l’immediato rilascio degli ostaggi». Il summit, però, era stato aperto dal padrone di casa, il presidente Abdel Fattah Al Sisi, che ha affermato: «L’Egitto rifiuta categoricamente la liquidazione della causa palestinese e Israele non può continuare la colonizzazione della Palestina. La soluzione è la giustizia, il diritto inalienabile all’autodeterminazione». Anche per Al Sisi, insomma, «occorre prevenire l’allargamento del conflitto, che può mettere a rischio la stabilità della regione e far ripartire il processo di pace ed è necessario un ritorno al tavolo di negoziazione per il cessate il fuoco». Il premier spagnolo ha sottolineato che «quello che serve oggi è proteggere tutti i civili, quelli presi in ostaggio e quelli a Gaza». Per Sánchez, la conferenza doveva essere «il primo passo verso una soluzione storica, con due Stati, Israele e Palestina, che si rispettano e vivano in pace». Il leader socialista si è detto d’accordo con il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per il quale è urgente affrontare la crisi dei profughi. Dopo essersi recato al valico di Rafah, il numero uno dell’Onu ha detto di «aver constatato una catastrofe umanitaria. Al di là del confine ci sono due milioni di persone tra cui bambini che necessitano di aiuti. Sono grato all’Egitto per il ruolo che ha avuto e lancio un appello ad una tregua umanitaria». Ha poi sottolineato: «I diritti dei palestinesi sono legittimi e serve una soluzione a due Stati. È ora di porre fine a questo incubo che minaccia i bambini». Non una parola, però, sui civili e i bambini israeliani. Il presidente palestinese Abu Mazen, che ha avuto anche un incontro bilaterale con Giorgia Meloni, ha ribadito: «Non lasceremo mai la nostra terra. Vogliamo affermare che siamo contro, e denunciamo, l’uccisione di civili da entrambe le parti e invochiamo il rilascio degli ostaggi da entrambe le parti». Il re di Giordania, Abdallah II Ibn Al Hussein, dopo aver accusato Israele di commettere crimini di guerra a Gaza, si è detto favorevole ai due Stati: «L’unica soluzione è riconoscere alla Palestina un proprio territorio secondo le leggi internazionali». Charles Michel, presidente del Consiglio Ue, ha invece rinnovato a Israele l’appello a rispettare, nella sua reazione, le norme del diritto internazionale. Dopo il vertice, tuttavia, in assenza del pieno accordo di tutti i partecipanti, la dichiarazione finale congiunta è stata sostituita da un comunicato della presidenza egiziana.
Ecco #DimmiLaVerità del 27 aprile 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint ci rivela come l'islam può condizionare la politica italiana.
Tutto quello che non torna dell'attentato: dall'acount social inattivo che si riaccende solo per indicare il nome dell'attentatore alla sicurezza che mette in salvo prima il vicepresidente JD Vance e solamente in un secondo tempo Trump. Ne parliamo con Giacomo Gabellini e Stefano Graziosi.
Ansa
Il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani e il Fronte di Liberazione dell’Azawad ufficializzano la cooperazione e lanciano un’offensiva coordinata su larga scala: città conquistate, attacchi fino a Bamako e ucciso il ministro della Difesa Sadio Camara. La giunta di Goita sotto pressione, il Paese verso una fase decisiva.
Il Fronte di Liberazione dell’Azawad (Fla) e il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim) non avevano mai formalizzato pubblicamente la loro cooperazione. La svolta è arrivata il 25 aprile, quando le due formazioni hanno annunciato di fatto la loro alleanza attraverso un’offensiva coordinata su larga scala contro numerosi centri strategici del Mali. Entro il 27 aprile, Kidal risultava sotto il controllo del Fla, mentre il Jnim aveva colpito uno dei principali pilastri del potere militare di Bamako: il ministro della Difesa Sadio Camara, ucciso in un attentato suicida contro la sua residenza a Kati, alle porte della capitale. L’esplosione che ha devastato la villa del ministro ha provocato anche gravi danni alla moschea adiacente, come documentato da immagini satellitari. Nell’attacco hanno perso la vita anche una delle mogli di Camara e diversi membri della sua famiglia, circostanza confermata con ore di ritardo dalle autorità. Il governo ha reso omaggio al generale proclamando due giorni di lutto nazionale, una misura simbolica che difficilmente basterà a colmare il vuoto lasciato ai vertici della giunta guidata da Assimi Goita.
A partire da sabato, la coalizione jihadista guidata dal Jnim, affiliato ad al-Qaeda, insieme alle milizie del Fla — che riuniscono gruppi tuareg e arabi — ha ampliato l’offensiva conquistando, totalmente o in parte, diverse città sottraendole al controllo dello Stato maliano e dei suoi alleati russi. Si tratta della più vasta operazione militare dal 2012, quando le forze qaediste e i ribelli presero il controllo dell’intero nord del Paese, innescando l’intervento francese. Gli attacchi sono stati lanciati quasi simultaneamente su più fronti: spari ed esplosioni sono stati registrati dalle aree prossime a Bamako fino a Kidal, nel profondo nord. Le milizie hanno combinato assalti convenzionali con tattiche avanzate, impiegando autobombe e droni kamikaze per aumentare l’efficacia dell’azione.
Nel nord, le operazioni congiunte si sono concentrate su Kidal e Gao. La prima è stata rapidamente conquistata, mentre nella seconda la situazione resta fluida: le forze governative e i mercenari russi si sono rifugiati in ex strutture ONU, resistendo all’avanzata. Non mancano voci, al momento non verificate, su possibili contatti tra i contractor russi e i ribelli. Nel centro e nel sud del Paese, l’iniziativa è stata invece condotta dal solo Jnim. I jihadisti hanno colpito obiettivi sensibili a Kati e Bamako, inclusi l’aeroporto e diverse installazioni militari. Attacchi sono stati segnalati anche a Senou, nella regione di Koulikoro, mentre la principale arteria tra Bamako e Sikasso sarebbe stata interrotta. Nel Mali centrale, Mopti e Sevare risultano oggi divise tra le forze governative e i gruppi armati. Sebbene formalmente sotto il controllo statale, queste aree sono da tempo soggette all’influenza del Jnim, che ha imposto sistemi paralleli di tassazione, blocchi economici e l’applicazione della Sharia.
Kidal, storica roccaforte tuareg, era rimasta sotto il controllo delle fazioni ribelli dopo gli Accordi di Algeri del 2015. Tuttavia, nel novembre 2023, l’esercito maliano, sostenuto dai mercenari russi del Gruppo Wagner — oggi riorganizzati nel cosiddetto Corpo Africa — aveva riconquistato la città. Proprio da quella fase è emerso il Fla, nato per coordinare le forze ribelli del nord. Gao, invece, era tornata sotto il controllo di Bamako già nel 2013 grazie all’intervento franco-maliano. Nonostante ciò, l’area resta strategica e contesa.Le dichiarazioni diffuse dai due gruppi confermano la collaborazione: il Jnim ha rivendicato attacchi diretti fino alla capitale e il controllo di diverse città, mentre il Fla ha annunciato la conquista totale di Kidal e parziale di Gao, ribadendo l’alleanza operativa. Entrambe le organizzazioni hanno criticato apertamente il legame tra Bamako e Mosca, anche se il Jnim ha invitato i combattenti russi a non intervenire direttamente. L’offensiva apre interrogativi profondi sul futuro del Mali. Il Paese rischia di cadere sotto l’influenza di una coalizione che include la principale emanazione di al-Qaeda nell’Africa occidentale? E quale equilibrio potrebbe emergere tra jihadisti e gruppi ribelli non islamisti? Il Fla accetterà l’imposizione della Sharia? E quale sarà il destino delle diverse comunità civili, della presenza dello Stato Islamico nel nord e dell’influenza russa?
Al momento non esistono risposte definitive. È però evidente che l’operazione mira a mettere sotto pressione la giunta militare, dimostrando la capacità dei gruppi armati di colpire ovunque, anche nelle aree più protette. Oltre all’aspetto militare, l’offensiva ha un forte valore simbolico: la sua ampiezza punta a delegittimare il potere centrale, evidenziandone la fragilità. Da anni il Jnim esercita un controllo di fatto su ampie porzioni del territorio, soprattutto nel centro e nel sud, imponendo blocchi, tasse e una propria amministrazione, fino a ostacolare i rifornimenti di carburante diretti a Bamako. Negli ultimi mesi, la pressione è aumentata, con attacchi sempre più frequenti e penetranti verso il sud del Paese. Resta da capire se questa offensiva lampo sia destinata a provocare il crollo della giunta, favorire un golpe interno o costringere Bamako a negoziare. Ciò che appare certo è che l’autorità dello Stato maliano si trova oggi in una fase di estrema debolezza. La scelta di sostituire i partner occidentali con i mercenari russi non ha garantito stabilità. Anzi, secondo alcune stime, le forze governative sarebbero responsabili di un numero di vittime civili superiore a quello dei jihadisti, un fattore che potrebbe spingere parte della popolazione a considerare i gruppi armati come alternative più efficaci. Il confronto tra lo Stato e la coalizione ribelle entra così in una fase decisiva, destinata a ridisegnare gli equilibri del Mali nel prossimo futuro.
Continua a leggereRiduci