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2018-04-14
Mattarella ha perso la pazienza. E la Casellati si prepara a esplorare
ANSA
Sergio Mattarella ha fretta, Matteo Salvini e Luigi Di Maio pure, e così il secondo turno di consultazioni apre un'autostrada a un governo formato da M5s e Lega, con un «terzo uomo» a Palazzo Chigi. Mattarella non ha intenzione di aspettare oltre che maturi il distacco tra la Lega e Forza Italia. Ieri il capo dello Stato ha incontrato i vertici istituzionali a partire dal presidente emerito, Giorgio Napolitano, che al termine del colloquio ha rilasciato una dichiarazione: «Come rappresentante istituzionale», ha detto Napolitano, «parlo per me ma sono convinto di esprimere un sentimento comune ai presidenti di Camera e Senato, siamo tutti accanto al presidente Mattarella nella ricerca di soluzioni. È un compito estremamente difficile e complesso», ha aggiunto Napolitano, «e presenta una sua innegabile urgenza e quindi lo sforzo del presidente è molto delicato e noi siamo pienamente solidali con lui».
Dopo Napolitano, è toccato al presidente della Camera, Roberto Fico, e al presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, incontrare Mattarella: nessuno dei due ha rilasciato dichiarazioni. Mattarella si è poi rivolto ai giornalisti: «Emerge con evidenza», ha scandito il capo dello Stato, «che il confronto fra i partiti politici per dare vita a una maggioranza che sostenga il governo non ha fatto progressi. Ho fatto presente alle varie forze politiche la necessità per il nostro Paese di avere un governo nella pienezza delle sue funzioni. Le attese dei nostri concittadini, i contrasti nel commercio internazionale, le scadenze importanti e imminenti nell'Ue, l'acuirsi delle tensioni internazionali in aree non lontane dall'Italia», ha aggiunto Mattarella, «richiedono con urgenza che si sviluppi e si concluda positivamente un confronto fra i partiti per raggiungere quell'obiettivo, di avere un governo nella pienezza delle sue funzioni. Attenderò perciò alcuni giorni, trascorsi i quali valuterò come procedere per uscire dallo stallo che si registra».
La strada, agli occhi di Mattarella, sarebbe tracciata: Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno vinto le elezioni, ripetono di essere pronti a formare un governo, hanno i numeri per farlo e quindi devono darsi una mossa. Di Maio, secondo fonti attendibili, avrebbe già accettato di rinunciare a Palazzo Chigi; sacrificio che verrebbe ricambiato da Salvini, sganciandosi da Forza Italia se la frattura aperta da Berlusconi dopo lo show al Quirinale non verrà in qualche modo sanata. Per portare al governo l'intero centrodestra, infatti, Salvini dovrebbe convincere il Cav a nominare un reggente «potabile» per il M5s, come accaduto nel Pd. «Parlo con Martina, non con Renzi», dice Di Maio ai suoi elettori per non farsi triturare dagli «ortodossi» del M5s. Il problema è che Berlusconi è assai più difficile da scalzare di Matteo Renzi: Forza Italia è sua. Non solo: Di Maio, al governo, non vorrebbe nessuno dei pretoriani berlusconiani (Paolo Romani, Renato Brunetta, Renato Schifani, Mara Carfagna, Mariastella Gelmini tanto per fare qualche nome). Insomma la miscela esplosiva innescata nelle ultime ore, se la posizione di Berlusconi dovesse restare di muro contro muro, potrebbe portare a una frattura dolorosa.
Ripercussioni sulle regioni governate dal centrodestra? Salvini immagina che, col tempo, un buon numero di azzurri possa passare dalla sua parte, con in cambio qualche poltrona di governo. Come potrebbe impattare tutto questo sulla prossima, decisiva, settimana? Mattarella potrebbe dare un incarico esplorativo a Elisabetta Casellati. La quale, se la situazione in casa centrodestra dovesse rimanere tesa, in pochi giorni potrebbe riferire al Colle l'impraticabilità di un'alleanza M5s-Lega-Forza Italia-Fdi; a quel punto, Salvini e Di Maio rompendo gli indugi (e il centrodestra) andrebbero da Mattarella per comunicargli di aver raggiunto «l'intesa sul programma». Il premier «terzo», per avere il via libera quirinalizio, dovrà avere determinate caratteristiche: esperienza, competenze, autorevolezza. In pole position, ad oggi, c'è Giacinto Della Cananea, che Di Maio ha incaricato di mettere a confronto i programmi di M5s, Lega e Pd, per trovare convergenze. Docente di diritto amministrativo europeo presso I'Università di Roma Tor Vergata, allievo di Sabino Cassese, europeista doc, a suo agio nei circoli che contano in Europa e negli Usa, Della Cananea potrebbe essere la scusa per il doppio passo indietro Di Maio-Salvini. Un governo che durerebbe uno o due anni, il tempo di varare qualche provvedimento come l'abolizione della legge Fornero, la chiusura di un paio di centri di accoglienza, il taglio degli stipendi dei parlamentari. Varata la nuova legge elettorale, con un premio di maggioranza alla lista, Di Maio e Salvini si ripresenterebbero agli elettori dicendo: «Abbiamo dimostrato di essere affidabili, ora scegliete uno di noi due». Certo, se lo scenario non dovesse concretizzarsi, resta sul tavolo l'alternativa ben nota del voto a ottobre.
Carlo Tarallo
Per Salvini quello del Cavaliere non era solo uno show
Nei video del giorno ha sostituito Gianluigi Buffon. Impatto diverso ma conseguenze uguali: nessun trofeo, una rottura prolungata con il Movimento 5 stelle e tutto torna a complicarsi. Silvio Berlusconi gioca in contropiede e non intende entrare negli spogliatoi a prendere un tè caldo; il centrodestra unito in visita al capo dello Stato era semplicemente una foto ricordo, in realtà non è mai stato così diviso. La constatazione ha irritato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ieri ha dichiarato: «Non c'è stato nessun progresso dai partiti, fra qualche giorno deciderò come uscire dallo stallo». Il Cavaliere elettrico ribadisce la sua posizione da Termoli, dove si è recato in elicottero per la campagna elettorale il vista delle elezioni regionali del Molise (21 aprile): «Luigi Di Maio non può dirmi cosa devo fare, quello è un compito che spetta agli elettori». Nessun passo di lato rispetto al governo, che prevederebbe un appoggio esterno di Forza Italia già concordato fra Lega, 5 stelle e Sergio Mattarella, senza un endorsement pubblico, quel riconoscimento che i grillini continuano a non volergli concedere per non far indignare il 60% dei loro elettori, di provenienza centrosinistra.
Berlusconi sarebbe stato anche disponibile, ma l'uscita di Alessandro Di Battista («Lui è il male assoluto») lo ha fatto infuriare. Così si è arroccato e lo conferma dal Molise dove neppure un piatto di «u'bredette» - il brodetto alla termolese di pesce, pomodori e peperoni ma senza aglio in suo onore - riesce a placarlo. «Forza Italia va avanti unita e compatta intorno al suo leader», spiega da un predellino, quasi a evocare quello del 2007 che fece nascere il Popolo delle libertà, «come è unito il centrodestra, su un progetto politico e un programma con il quale ci siamo impegnati davanti agli elettori. Se Di Maio si illude di rompere un rapporto di lealtà reciproca e di condivisione di valori che va avanti da 20 anni, pecca di arroganza e di inesperienza. E dimostra di non conoscere nemmeno l'Abc della democrazia».Nessuno nella Lega s'immaginava di dover gestire un alleato così orgoglioso e capriccioso. Non Giorgia Meloni, che lo ha duramente rimproverato nei corridoi del Quirinale.
Non Giancarlo Giorgetti, un uomo con la pazienza di Giobbe, che a Porta a Porta non è riuscito a trattenersi. «La battutaccia di Berlusconi («Sappiate distinguere chi è democratico da chi non conosce l'Abc della democrazia», ndr) è stata poco felice e inopportuna. Ha alzato la palla allo schiacciatore, ha dato l'occasione e il pretesto a Di Maio per respingere l'offerta che il centrodestra aveva fatto un'ora prima. Se lui risponde all'orgoglio personale e non fa dei ragionamenti politici non aiuta soluzioni politiche ». Nella Lega si fa largo un'idea meno lineare sul comportamento del Cavaliere, ritenuto troppo navigato per commettere falli da rigore involontariamente. Berlusconi ha sempre sponsorizzato il governissimo, l'esecutivo istituzionale con il coinvolgimento del Pd a trazione renziana. Quindi l'operazione di disturbo rispetto all'accordo Salvini-Di Maio sarebbe tutt'altro che ingenua. Il sospetto non lascia indifferente Matteo Salvini, che ammonisce tutti: «Noi siamo pronti. Ci sono due veti contrapposti di 5 stelle e Forza Italia, chiedo a tutti di essere responsabili. Se continuano a bisticciare si stuferanno gli italiani, mi stuferò io e tra un mese si tornerà alle urne. O la smettono o si vota».
È la minaccia suprema ad uso degli alleati, perché nessuno in Forza Italia (in calo di consensi) vuol sentir parlare di nuove elezioni. Il leader della Lega ha colto l'occasione di un'intervista a Radio anch'io per ribadire le linee guida sul tema più scottante del momento: la crisi in Siria. «Condivido le scelte di Paolo Gentiloni, mi permetto di dire che le sanzioni contro la Russia sono un'idiozia. E Donald Trump che twitta sorridendo sul fatto che arrivano missili belli, nuovi e intelligenti è un problema e ha un problema. Gli Stati Uniti sono un alleato storico con cui si può ridiscutere. Il nemico non è Vladimir Putin ma il terrorismo islamico. Non voglio che l'Italia usi un solo missile per portare democrazia in giro così a caso».La settimana finisce com'era cominciata, con il cubo di Rubik in mano a Mattarella. Il presidente vorrebbe dare un incarico operativo a Giorgetti, l'esponente della Lega più istituzionale, ben visto anche dal Pd. Ma sa che i numeri sono un azzardo. Come piano B ha in canna un mandato esplorativo alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, anche se è quasi sicuro che questa volta i 5 stelle non la voteranno. A sbloccare la situazione potrebbe essere il Vinitaly di Verona, dove domani Salvini conta di incontrare Di Maio per riannodare i fili della vaporosa intesa. Dopo il patto della crostatina e quello delle vongole potrebbe nascere l'accordo del Valpolicella. Basta che non sappia di tappo.
Giorgio Gandola
Ipotesi su ipotesi; non si placa la ridda di voci sulle opzioni per dare un governo all'Italia. I leader dei partiti vincitori, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, continuano la loro corsa in solitaria e la loro campagna elettorale al punto che, fa notare chi i meandri del Quirinale li conosce bene, il capo dello Stato dovrebbe usare un po' più di «polso» con i giovani leoni della politica. «Ad ogni modo la situazione potrebbe sbloccarsi presto», osservano fonti del Colle, tanto che «sarebbe pronto anche un appello del presidente alle forze politiche per superare l'impasse». Un appello per richiamare la politica al senso di responsabilità nei confronti del Paese evitando ripicche e personalismi.
E la commissione sul programma voluta dai vertici 5 Stelle (e si dice ben vista dal Quirinale) va esattamente in questa direzione. Sentite cosa dice Di Maio: «Ho conferito ufficialmente al professor Giacinto Della Cananea l'incarico di esaminare i programmi ufficiali elettorali che sono stati presentati dalle forze politiche Lega e Partito democratico al fine di vagliare sia gli aspetti comuni, sia gli aspetti distintivi, segnalando le differenze di contenuto ritenute superabili e quelle - invece - insuperabili, al fine di valutare la compatibilità dei relativi programmi politici e, così, di avviare il percorso necessario a offrire un governo stabile e utile al Paese». Il professore «si impegna a consegnare una relazione finale, non oltre il 30 aprile, evidenziando anche obiettivi di intervento che, se pure non indicati esplicitamente nei rispettivi programmi elettorali, sono presupposti o che comunque tornano utili per migliorare le condizioni di vita dei cittadini e la competitività delle imprese. Il Comitato potrà avvalersi di esperti al fine di raccogliere e confrontare dati, predisporre relazioni preliminari, approfondire specifici temi».
Quello che però il capo politico dei 5 Stelle non dice è che i 5 Stelle accetterebbero di buon grado un governo del presidente (dopo un appello esplicito del capo dello Stato) purché ciò avvenga solo con l'appoggio esterno da parte dei partiti ovvero senza metterci la faccia (un po' come avvenne col governo Dini, governo interamente composto da personalità scelte al di fuori della politica attiva, quindi di area). Questa è l'unica condizione, la parolina magica: appoggio esterno. Un modo per dare comunque ai cittadini un assaggio delle loro capacità sperando poi di ottenere i voti per governare da soli alle prossime politiche. Questo il vero obiettivo dei 5 Stelle.
Dunque, se il capo dello Stato facesse un appello al senso di responsabilità dei partiti, e rumors quirinalizi lasciano supporre che potrebbe arrivare a breve, anche i grillini non avrebbero nulla da obiettare e Di Maio sarebbe pronto a farsi da parte.
Proprio a questo disegno è funzionale la Commissione sul programma messa in piedi dal Movimento. Sarà un modo per fare la sintesi tra i programmi dei vari partiti (da notare anche la tempistica, scade il 30 aprile cioè ottimo anche per sapere come finiranno le regionali) e poi, se proprio non si riuscirà ad avere Di Maio premier, allora sarà via libera ad un governo composto da esperti e personalità di area ma con priorità comunque scelte dalla politica, un governo che non abbia cioè carta bianca assoluta ma che attui le priorità scelte dai partiti. «Perché bisogna pur dare un governo al Paese» spiegano grillini di alto rango, «inutile baloccarsi coi numeri che ci vedono vincitori ma che non ci consentono di formare il governo. Se il capo dello Stato facesse un appello al senso di responsabilità delle forze politiche noi non potremmo certo tirarci indietro e risponderemmo "obbedisco". Così come sarebbe complicato anche per Lega, Forza Italia e Pd dire di no. E per quanto ci riguarda, il programma di governo dovrebbe essere quello che uscirà dai lavori della Commissione Della Cananea più ovviamente la riforma della legge elettorale». Insomma, i 5 Stelle puntano ancora al Piano A (governo Di Maio) ma si stanno già preparando al Piano B.
Marco Antonellis
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Il Quirinale è stato netto: «Serve un esecutivo con pieni poteri, tra pochi giorni decido». La presidente del Senato potrebbe avere l'incarico. In caso di ulteriore stallo, verso il premier «terzo» gradito al Colle.Non sono ancora terminati gli strascichi tra Salvini e Berlusconi dopo lo show del Cavaliere dopo le consultazioni al Quirinale.Nel frattempo i grillini continuano a portare avanti il loro Piano B, un governo sotto la supervisione del professore Della Cananea.Questo speciale contiene tre articoliSergio Mattarella ha fretta, Matteo Salvini e Luigi Di Maio pure, e così il secondo turno di consultazioni apre un'autostrada a un governo formato da M5s e Lega, con un «terzo uomo» a Palazzo Chigi. Mattarella non ha intenzione di aspettare oltre che maturi il distacco tra la Lega e Forza Italia. Ieri il capo dello Stato ha incontrato i vertici istituzionali a partire dal presidente emerito, Giorgio Napolitano, che al termine del colloquio ha rilasciato una dichiarazione: «Come rappresentante istituzionale», ha detto Napolitano, «parlo per me ma sono convinto di esprimere un sentimento comune ai presidenti di Camera e Senato, siamo tutti accanto al presidente Mattarella nella ricerca di soluzioni. È un compito estremamente difficile e complesso», ha aggiunto Napolitano, «e presenta una sua innegabile urgenza e quindi lo sforzo del presidente è molto delicato e noi siamo pienamente solidali con lui».Dopo Napolitano, è toccato al presidente della Camera, Roberto Fico, e al presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, incontrare Mattarella: nessuno dei due ha rilasciato dichiarazioni. Mattarella si è poi rivolto ai giornalisti: «Emerge con evidenza», ha scandito il capo dello Stato, «che il confronto fra i partiti politici per dare vita a una maggioranza che sostenga il governo non ha fatto progressi. Ho fatto presente alle varie forze politiche la necessità per il nostro Paese di avere un governo nella pienezza delle sue funzioni. Le attese dei nostri concittadini, i contrasti nel commercio internazionale, le scadenze importanti e imminenti nell'Ue, l'acuirsi delle tensioni internazionali in aree non lontane dall'Italia», ha aggiunto Mattarella, «richiedono con urgenza che si sviluppi e si concluda positivamente un confronto fra i partiti per raggiungere quell'obiettivo, di avere un governo nella pienezza delle sue funzioni. Attenderò perciò alcuni giorni, trascorsi i quali valuterò come procedere per uscire dallo stallo che si registra».La strada, agli occhi di Mattarella, sarebbe tracciata: Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno vinto le elezioni, ripetono di essere pronti a formare un governo, hanno i numeri per farlo e quindi devono darsi una mossa. Di Maio, secondo fonti attendibili, avrebbe già accettato di rinunciare a Palazzo Chigi; sacrificio che verrebbe ricambiato da Salvini, sganciandosi da Forza Italia se la frattura aperta da Berlusconi dopo lo show al Quirinale non verrà in qualche modo sanata. Per portare al governo l'intero centrodestra, infatti, Salvini dovrebbe convincere il Cav a nominare un reggente «potabile» per il M5s, come accaduto nel Pd. «Parlo con Martina, non con Renzi», dice Di Maio ai suoi elettori per non farsi triturare dagli «ortodossi» del M5s. Il problema è che Berlusconi è assai più difficile da scalzare di Matteo Renzi: Forza Italia è sua. Non solo: Di Maio, al governo, non vorrebbe nessuno dei pretoriani berlusconiani (Paolo Romani, Renato Brunetta, Renato Schifani, Mara Carfagna, Mariastella Gelmini tanto per fare qualche nome). Insomma la miscela esplosiva innescata nelle ultime ore, se la posizione di Berlusconi dovesse restare di muro contro muro, potrebbe portare a una frattura dolorosa. Ripercussioni sulle regioni governate dal centrodestra? Salvini immagina che, col tempo, un buon numero di azzurri possa passare dalla sua parte, con in cambio qualche poltrona di governo. Come potrebbe impattare tutto questo sulla prossima, decisiva, settimana? Mattarella potrebbe dare un incarico esplorativo a Elisabetta Casellati. La quale, se la situazione in casa centrodestra dovesse rimanere tesa, in pochi giorni potrebbe riferire al Colle l'impraticabilità di un'alleanza M5s-Lega-Forza Italia-Fdi; a quel punto, Salvini e Di Maio rompendo gli indugi (e il centrodestra) andrebbero da Mattarella per comunicargli di aver raggiunto «l'intesa sul programma». Il premier «terzo», per avere il via libera quirinalizio, dovrà avere determinate caratteristiche: esperienza, competenze, autorevolezza. In pole position, ad oggi, c'è Giacinto Della Cananea, che Di Maio ha incaricato di mettere a confronto i programmi di M5s, Lega e Pd, per trovare convergenze. Docente di diritto amministrativo europeo presso I'Università di Roma Tor Vergata, allievo di Sabino Cassese, europeista doc, a suo agio nei circoli che contano in Europa e negli Usa, Della Cananea potrebbe essere la scusa per il doppio passo indietro Di Maio-Salvini. Un governo che durerebbe uno o due anni, il tempo di varare qualche provvedimento come l'abolizione della legge Fornero, la chiusura di un paio di centri di accoglienza, il taglio degli stipendi dei parlamentari. Varata la nuova legge elettorale, con un premio di maggioranza alla lista, Di Maio e Salvini si ripresenterebbero agli elettori dicendo: «Abbiamo dimostrato di essere affidabili, ora scegliete uno di noi due». Certo, se lo scenario non dovesse concretizzarsi, resta sul tavolo l'alternativa ben nota del voto a ottobre.Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-ha-perso-la-pazienza-e-la-casellati-si-prepara-a-esplorare-2559728226.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-salvini-quello-del-cavaliere-non-era-solo-uno-show" data-post-id="2559728226" data-published-at="1779435889" data-use-pagination="False"> Per Salvini quello del Cavaliere non era solo uno show Nei video del giorno ha sostituito Gianluigi Buffon. Impatto diverso ma conseguenze uguali: nessun trofeo, una rottura prolungata con il Movimento 5 stelle e tutto torna a complicarsi. Silvio Berlusconi gioca in contropiede e non intende entrare negli spogliatoi a prendere un tè caldo; il centrodestra unito in visita al capo dello Stato era semplicemente una foto ricordo, in realtà non è mai stato così diviso. La constatazione ha irritato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ieri ha dichiarato: «Non c'è stato nessun progresso dai partiti, fra qualche giorno deciderò come uscire dallo stallo». Il Cavaliere elettrico ribadisce la sua posizione da Termoli, dove si è recato in elicottero per la campagna elettorale il vista delle elezioni regionali del Molise (21 aprile): «Luigi Di Maio non può dirmi cosa devo fare, quello è un compito che spetta agli elettori». Nessun passo di lato rispetto al governo, che prevederebbe un appoggio esterno di Forza Italia già concordato fra Lega, 5 stelle e Sergio Mattarella, senza un endorsement pubblico, quel riconoscimento che i grillini continuano a non volergli concedere per non far indignare il 60% dei loro elettori, di provenienza centrosinistra. Berlusconi sarebbe stato anche disponibile, ma l'uscita di Alessandro Di Battista («Lui è il male assoluto») lo ha fatto infuriare. Così si è arroccato e lo conferma dal Molise dove neppure un piatto di «u'bredette» - il brodetto alla termolese di pesce, pomodori e peperoni ma senza aglio in suo onore - riesce a placarlo. «Forza Italia va avanti unita e compatta intorno al suo leader», spiega da un predellino, quasi a evocare quello del 2007 che fece nascere il Popolo delle libertà, «come è unito il centrodestra, su un progetto politico e un programma con il quale ci siamo impegnati davanti agli elettori. Se Di Maio si illude di rompere un rapporto di lealtà reciproca e di condivisione di valori che va avanti da 20 anni, pecca di arroganza e di inesperienza. E dimostra di non conoscere nemmeno l'Abc della democrazia».Nessuno nella Lega s'immaginava di dover gestire un alleato così orgoglioso e capriccioso. Non Giorgia Meloni, che lo ha duramente rimproverato nei corridoi del Quirinale. Non Giancarlo Giorgetti, un uomo con la pazienza di Giobbe, che a Porta a Porta non è riuscito a trattenersi. «La battutaccia di Berlusconi («Sappiate distinguere chi è democratico da chi non conosce l'Abc della democrazia», ndr) è stata poco felice e inopportuna. Ha alzato la palla allo schiacciatore, ha dato l'occasione e il pretesto a Di Maio per respingere l'offerta che il centrodestra aveva fatto un'ora prima. Se lui risponde all'orgoglio personale e non fa dei ragionamenti politici non aiuta soluzioni politiche ». Nella Lega si fa largo un'idea meno lineare sul comportamento del Cavaliere, ritenuto troppo navigato per commettere falli da rigore involontariamente. Berlusconi ha sempre sponsorizzato il governissimo, l'esecutivo istituzionale con il coinvolgimento del Pd a trazione renziana. Quindi l'operazione di disturbo rispetto all'accordo Salvini-Di Maio sarebbe tutt'altro che ingenua. Il sospetto non lascia indifferente Matteo Salvini, che ammonisce tutti: «Noi siamo pronti. Ci sono due veti contrapposti di 5 stelle e Forza Italia, chiedo a tutti di essere responsabili. Se continuano a bisticciare si stuferanno gli italiani, mi stuferò io e tra un mese si tornerà alle urne. O la smettono o si vota». È la minaccia suprema ad uso degli alleati, perché nessuno in Forza Italia (in calo di consensi) vuol sentir parlare di nuove elezioni. Il leader della Lega ha colto l'occasione di un'intervista a Radio anch'io per ribadire le linee guida sul tema più scottante del momento: la crisi in Siria. «Condivido le scelte di Paolo Gentiloni, mi permetto di dire che le sanzioni contro la Russia sono un'idiozia. E Donald Trump che twitta sorridendo sul fatto che arrivano missili belli, nuovi e intelligenti è un problema e ha un problema. Gli Stati Uniti sono un alleato storico con cui si può ridiscutere. Il nemico non è Vladimir Putin ma il terrorismo islamico. Non voglio che l'Italia usi un solo missile per portare democrazia in giro così a caso».La settimana finisce com'era cominciata, con il cubo di Rubik in mano a Mattarella. Il presidente vorrebbe dare un incarico operativo a Giorgetti, l'esponente della Lega più istituzionale, ben visto anche dal Pd. Ma sa che i numeri sono un azzardo. Come piano B ha in canna un mandato esplorativo alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, anche se è quasi sicuro che questa volta i 5 stelle non la voteranno. A sbloccare la situazione potrebbe essere il Vinitaly di Verona, dove domani Salvini conta di incontrare Di Maio per riannodare i fili della vaporosa intesa. Dopo il patto della crostatina e quello delle vongole potrebbe nascere l'accordo del Valpolicella. Basta che non sappia di tappo. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-ha-perso-la-pazienza-e-la-casellati-si-prepara-a-esplorare-2559728226.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="particle-2" data-post-id="2559728226" data-published-at="1779435889" data-use-pagination="False"> Ipotesi su ipotesi; non si placa la ridda di voci sulle opzioni per dare un governo all'Italia. I leader dei partiti vincitori, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, continuano la loro corsa in solitaria e la loro campagna elettorale al punto che, fa notare chi i meandri del Quirinale li conosce bene, il capo dello Stato dovrebbe usare un po' più di «polso» con i giovani leoni della politica. «Ad ogni modo la situazione potrebbe sbloccarsi presto», osservano fonti del Colle, tanto che «sarebbe pronto anche un appello del presidente alle forze politiche per superare l'impasse». Un appello per richiamare la politica al senso di responsabilità nei confronti del Paese evitando ripicche e personalismi.E la commissione sul programma voluta dai vertici 5 Stelle (e si dice ben vista dal Quirinale) va esattamente in questa direzione. Sentite cosa dice Di Maio: «Ho conferito ufficialmente al professor Giacinto Della Cananea l'incarico di esaminare i programmi ufficiali elettorali che sono stati presentati dalle forze politiche Lega e Partito democratico al fine di vagliare sia gli aspetti comuni, sia gli aspetti distintivi, segnalando le differenze di contenuto ritenute superabili e quelle - invece - insuperabili, al fine di valutare la compatibilità dei relativi programmi politici e, così, di avviare il percorso necessario a offrire un governo stabile e utile al Paese». Il professore «si impegna a consegnare una relazione finale, non oltre il 30 aprile, evidenziando anche obiettivi di intervento che, se pure non indicati esplicitamente nei rispettivi programmi elettorali, sono presupposti o che comunque tornano utili per migliorare le condizioni di vita dei cittadini e la competitività delle imprese. Il Comitato potrà avvalersi di esperti al fine di raccogliere e confrontare dati, predisporre relazioni preliminari, approfondire specifici temi».Quello che però il capo politico dei 5 Stelle non dice è che i 5 Stelle accetterebbero di buon grado un governo del presidente (dopo un appello esplicito del capo dello Stato) purché ciò avvenga solo con l'appoggio esterno da parte dei partiti ovvero senza metterci la faccia (un po' come avvenne col governo Dini, governo interamente composto da personalità scelte al di fuori della politica attiva, quindi di area). Questa è l'unica condizione, la parolina magica: appoggio esterno. Un modo per dare comunque ai cittadini un assaggio delle loro capacità sperando poi di ottenere i voti per governare da soli alle prossime politiche. Questo il vero obiettivo dei 5 Stelle.Dunque, se il capo dello Stato facesse un appello al senso di responsabilità dei partiti, e rumors quirinalizi lasciano supporre che potrebbe arrivare a breve, anche i grillini non avrebbero nulla da obiettare e Di Maio sarebbe pronto a farsi da parte.Proprio a questo disegno è funzionale la Commissione sul programma messa in piedi dal Movimento. Sarà un modo per fare la sintesi tra i programmi dei vari partiti (da notare anche la tempistica, scade il 30 aprile cioè ottimo anche per sapere come finiranno le regionali) e poi, se proprio non si riuscirà ad avere Di Maio premier, allora sarà via libera ad un governo composto da esperti e personalità di area ma con priorità comunque scelte dalla politica, un governo che non abbia cioè carta bianca assoluta ma che attui le priorità scelte dai partiti. «Perché bisogna pur dare un governo al Paese» spiegano grillini di alto rango, «inutile baloccarsi coi numeri che ci vedono vincitori ma che non ci consentono di formare il governo. Se il capo dello Stato facesse un appello al senso di responsabilità delle forze politiche noi non potremmo certo tirarci indietro e risponderemmo "obbedisco". Così come sarebbe complicato anche per Lega, Forza Italia e Pd dire di no. E per quanto ci riguarda, il programma di governo dovrebbe essere quello che uscirà dai lavori della Commissione Della Cananea più ovviamente la riforma della legge elettorale». Insomma, i 5 Stelle puntano ancora al Piano A (governo Di Maio) ma si stanno già preparando al Piano B.Marco Antonellis
Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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La portaerei USS Nimitz (Ansa)
L’«Isola grande» si trova di fronte a una svolta davvero storica, alla ricerca del proprio futuro, fermo dal 1959, quando trionfò la Rivoluzione castrista, che pure aveva suscitato all’epoca immense speranze di un «mondo migliore». Ma questi 70 anni «rivoluzionari» sono stati, purtroppo, costellati di promesse non mantenute, ambizioni inappagate, traguardi mancati e illusioni perdute, che hanno causato il progressivo impoverimento del paese e un accentuato degrado della condizione sociale della popolazione. Ricordo che Cuba, prima della Rivoluzione, pur con tutte le sue contraddizioni politiche e i suoi squilibri sociali, era uno dei Paesi più sviluppati dell’America Latina (con un reddito medio pro-capite pari a quello della Spagna), aveva una Costituzione all’avanguardia e l’Avana risplendeva come una delle capitali più belle e affascinanti del sub-continente.
Il progressivo decadimento del Paese fu causato essenzialmente dal fallimento di un’organizzazione politica (marxista-leninista) e di un sistema economico (collettivista) che distrussero clamorosamente un’agricoltura fiorente e un’industria promettente, senza offrire niente in cambio. I dirigenti cubani hanno sempre avuto tendenza a credere che tutti i loro fallimenti fossero da addebitare all’embargo economico e commerciale americano, senza mai aver avuto il coraggio di guardare in se stessi e riconoscere realisticamente che il problema non era esterno al sistema, era il sistema stesso. Ma tutto ciò ormai appartiene al passato, argomenti per dibattiti tra storici, materiale per libri di Storia.
Cerchiamo invece di capire quale potrà essere il futuro di Cuba, dopo l’ubriacatura rivoluzionaria. Sappiamo che molto dipenderà dal sempre imprevedibile presidente americano, che ha decretato la presa e la liberazione di Cuba. Donald Trump si è espresso al riguardo più volte, facendo però dichiarazioni non sempre coincidenti. All’inizio la strategia è stata quella dell’attesa: Cuba è uno Stato fallito, agli sgoccioli, cadrà da sola come un frutto maturo. E per accelerare i tempi della «maturazione» ha ulteriormente inasprito l’embargo, limitando le già scarse possibilità per l’isola di rifornirsi in carburante. In seguito, di fronte alla resistenza dei dirigenti cubani, è stata adottata la strategia della «massima pressione», con una serie di iniziative tese a dimostrare la determinazione di Washington a raggiungere i propri obiettivi in un modo o nell’altro.
In questa cornice rientra anche l’incriminazione, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, dell’ex presidente Raúl Castro, accusato di omicidio e cospirazione. Il 14 febbraio 1996 Castro, allora ministro delle Difesa e Capo delle forze armate rivoluzionarie (Far), diede personalmente l’ordine (ci sono le registrazioni delle conversazioni tra i piloti dei mig cubani e Castro) di abbattere due piccoli Chessna 337 (appartenenti all’organizzazione umanitaria Hermanos al rescate ) che svolgevano attività propagandistiche e di soccorso per i cubani in navigazione nello Stretto della Florida. Secondo l’Avana gli aerei avevano violato lo spazio aereo del Paese, per l’Icao (Organizzazione internazionale dell’aviazione civile) invece gli aerei volavano su acque internazionali. Colpiti da un nugolo di missili, i due Chessna esplosero in volo e i quattro piloti (di cui tre americani) furono disintegrati. Ora perché venir fuori, trent’anni dopo, con questa vecchia storia? Verosimilmente per portare la tensione al massimo. Perché, se fallisse anche questa mossa, non rimarrebbe che la soluzione militare (verosimilmente non un’invasione vera e propria, ma azioni mirate a disarticolare la catena di comando cubana). Significativa al riguardo è la recente istituzione, nell’ambito del Comando Sud degli Usa (SouthCom) di un «Comando di guerra autonomo», nel territorio del blocco occidentale, per gestire meglio le sfide della sicurezza nella regione, con particolare riferimento a Cuba.
L’opzione militare è quindi più che mai sul tavolo e assume sempre più contenuto, vista l’intransigenza dei dirigenti cubani a fare concessioni sul piano delle riforme democratiche e dei diritti dell’uomo. Del resto i cubani della diaspora sono favorevoli, in grande maggioranza, all’intervento militare americano. E non vogliono sentire parlare di accordi con gli eredi di Raúl Castro (suo figlio e suo nipote), come molti esperti hanno adombrato. Ma anche i cubani residenti a Cuba si sono espressi, attraverso rocamboleschi sondaggi di opinione, a favore degli americani. Per loro qualunque cosa è meglio dello stato di squallore e di abbandono in cui si trovano: senza elettricità, senza luce, senza cibo, senza medicinali, senza carburante per il trasporto, senza… niente. Una vita che non è degna di essere vissuta. Nessuno crede più nella Rivoluzione, nessuno pensa che i dirigenti castristi siano in grado di risollevare l’economia del Paese.
E Rubio manda un messaggio all’isola: «Meglio l’intesa, ma pronti a tutto»
Cuba torna a vivere ore di forte tensione sociale e politica. Nella parte orientale dell’isola, nelle ultime notti, la rabbia della popolazione è esplosa nuovamente nelle strade a causa dei blackout continui, della mancanza di beni essenziali e del peggioramento delle condizioni economiche. Il punto più critico si è registrato ad Antilla, cittadina situata nell’estremo est del Paese a circa 800 chilometri dall’Avana, dove gruppi di residenti hanno protestato contro le interruzioni di corrente che da giorni paralizzano intere aree del territorio cubano. Secondo diverse testimonianze diffuse da media indipendenti e rilanciate sui social network, decine di persone sono scese in strada durante la notte battendo pentole e padelle nel classico «cacerolazo», diventato negli anni il simbolo della contestazione popolare contro il regime. Nei filmati condivisi online si sentono cori contro il governo e slogan che invocano libertà, insieme al motto «Patria y Vida», divenuto uno dei principali emblemi dell’opposizione al castrismo. Secondo testimonianze locali, il governo cubano avrebbe inviato agenti armati per impedire che le proteste si estendessero ad altre città dell’isola. Nei video diffusi online si vedono momenti di forte tensione tra manifestanti e forze di sicurezza. Non risultano vittime ufficiali, ma alcuni residenti riferiscono di avere sentito spari durante gli scontri. Un testimone anonimo ha raccontato che la polizia sarebbe intervenuta con durezza per disperdere la folla ed evitare una nuova escalation come quella delle proteste del luglio 2021.
Alla base della nuova ondata di proteste c’è la situazione economica ormai insostenibile per una larga parte della popolazione. In molte aree dell’isola mancano energia elettrica e acqua per gran parte della giornata, mentre l’inflazione continua a colpire duramente i beni di prima necessità. Generi alimentari, medicinali e carburante risultano sempre più difficili da reperire e il malcontento popolare cresce di settimana in settimana. La crisi interna si intreccia però con un quadro internazionale sempre più delicato. A L’Avana aumenta infatti la preoccupazione per il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane Washington ha intensificato la pressione politica e diplomatica nei confronti del governo cubano, contribuendo ad alimentare un clima di forte instabilità.
La tensione è salita ulteriormente dopo la decisione delle autorità statunitensi di incriminare l’ex leader Raúl Castro in relazione all’abbattimento di due aerei appartenenti a esuli cubani avvenuto trent’anni fa. Pochi minuti dopo l’annuncio dell’incriminazione, il Comando Sud degli Stati Uniti ha comunicato l’arrivo nei Caraibi della portaerei nucleare USS Nimitz insieme al proprio gruppo d’attacco. Attraverso un messaggio pubblicato sui social network, il Southcom ha confermato l’ingresso della flotta nell’area caraibica, gesto interpretato da molti analisti come un segnale politico diretto all’Avana. A rendere ancora più teso il clima sono state anche alcune dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente statunitense ha parlato apertamente della possibilità di «liberare Cuba» e le sue parole hanno provocato un’ondata di reazioni e alimentato voci, rilanciate soprattutto sui social, riguardo a una presunta presenza di agenti della Cia già attivi nel Paese. Poi Donald Trump ha respinto le accuse secondo cui l’invio della portaerei Nimitz nei Caraibi sarebbe stato deciso per intimidire Cuba o costringere il regime alla resa. Parlando con i giornalisti, il presidente americano ha sostenuto che l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di aiutare la popolazione cubana, descrivendo un Paese piegato dalla crisi economica e dalla mancanza di beni essenziali. «Vogliamo aiutare i cubani, che non hanno soldi, elettricità, cibo, niente», ha dichiarato Trump.
Nel tentativo di mostrare compattezza e capacità di risposta, il governo cubano ha diffuso attraverso i media ufficiali immagini dei sistemi di difesa antiaerea dell’isola posti in stato di massima allerta. Nei filmati pero’ appaiono vecchi sistemi missilistici di epoca sovietica ancora in dotazione alle Forze Armate Rivoluzionarie. Le autorità dell’Avana hanno inoltre convocato per oggi una grande manifestazione nella Piazza Anti-imperialista José Martí, davanti all’ambasciata americana, con l’obiettivo dichiarato di sostenere Raúl Castro e denunciare le accuse provenienti dagli Stati Uniti. Sul piano internazionale, il regime cubano ha incassato il sostegno di Cina e Russia.
Pechino ha accusato Washington di utilizzare la giustizia come strumento politico contro Cuba, mentre Mosca ha ribadito il proprio appoggio all’Avana promettendo assistenza in questa fase di forte difficoltà. Anche la Spagna ha preso posizione contro qualsiasi ipotesi di intervento armato, sostenendo che il futuro dell’isola debba essere deciso esclusivamente dal popolo cubano. Marco Rubio ha dichiarato che Cuba avrebbe accettato una proposta di aiuti umanitari americani da cento milioni di dollari, anche se i negoziati sarebbero ancora in corso. Washington ha inoltre ribadito di essere pronta a intervenire in caso di minacce agli interessi statunitensi. Intanto la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla Havana Docks Corporation nella disputa sui beni confiscati dal regime di Fidel Castro nel 1960. La decisione potrebbe aprire la strada a nuove cause legali da parte di aziende americane contro chi utilizza proprietà nazionalizzate da Cuba, aumentando ulteriormente la pressione economica e politica sull’Avana.
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