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2018-04-14
Mattarella ha perso la pazienza. E la Casellati si prepara a esplorare
ANSA
Sergio Mattarella ha fretta, Matteo Salvini e Luigi Di Maio pure, e così il secondo turno di consultazioni apre un'autostrada a un governo formato da M5s e Lega, con un «terzo uomo» a Palazzo Chigi. Mattarella non ha intenzione di aspettare oltre che maturi il distacco tra la Lega e Forza Italia. Ieri il capo dello Stato ha incontrato i vertici istituzionali a partire dal presidente emerito, Giorgio Napolitano, che al termine del colloquio ha rilasciato una dichiarazione: «Come rappresentante istituzionale», ha detto Napolitano, «parlo per me ma sono convinto di esprimere un sentimento comune ai presidenti di Camera e Senato, siamo tutti accanto al presidente Mattarella nella ricerca di soluzioni. È un compito estremamente difficile e complesso», ha aggiunto Napolitano, «e presenta una sua innegabile urgenza e quindi lo sforzo del presidente è molto delicato e noi siamo pienamente solidali con lui».
Dopo Napolitano, è toccato al presidente della Camera, Roberto Fico, e al presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, incontrare Mattarella: nessuno dei due ha rilasciato dichiarazioni. Mattarella si è poi rivolto ai giornalisti: «Emerge con evidenza», ha scandito il capo dello Stato, «che il confronto fra i partiti politici per dare vita a una maggioranza che sostenga il governo non ha fatto progressi. Ho fatto presente alle varie forze politiche la necessità per il nostro Paese di avere un governo nella pienezza delle sue funzioni. Le attese dei nostri concittadini, i contrasti nel commercio internazionale, le scadenze importanti e imminenti nell'Ue, l'acuirsi delle tensioni internazionali in aree non lontane dall'Italia», ha aggiunto Mattarella, «richiedono con urgenza che si sviluppi e si concluda positivamente un confronto fra i partiti per raggiungere quell'obiettivo, di avere un governo nella pienezza delle sue funzioni. Attenderò perciò alcuni giorni, trascorsi i quali valuterò come procedere per uscire dallo stallo che si registra».
La strada, agli occhi di Mattarella, sarebbe tracciata: Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno vinto le elezioni, ripetono di essere pronti a formare un governo, hanno i numeri per farlo e quindi devono darsi una mossa. Di Maio, secondo fonti attendibili, avrebbe già accettato di rinunciare a Palazzo Chigi; sacrificio che verrebbe ricambiato da Salvini, sganciandosi da Forza Italia se la frattura aperta da Berlusconi dopo lo show al Quirinale non verrà in qualche modo sanata. Per portare al governo l'intero centrodestra, infatti, Salvini dovrebbe convincere il Cav a nominare un reggente «potabile» per il M5s, come accaduto nel Pd. «Parlo con Martina, non con Renzi», dice Di Maio ai suoi elettori per non farsi triturare dagli «ortodossi» del M5s. Il problema è che Berlusconi è assai più difficile da scalzare di Matteo Renzi: Forza Italia è sua. Non solo: Di Maio, al governo, non vorrebbe nessuno dei pretoriani berlusconiani (Paolo Romani, Renato Brunetta, Renato Schifani, Mara Carfagna, Mariastella Gelmini tanto per fare qualche nome). Insomma la miscela esplosiva innescata nelle ultime ore, se la posizione di Berlusconi dovesse restare di muro contro muro, potrebbe portare a una frattura dolorosa.
Ripercussioni sulle regioni governate dal centrodestra? Salvini immagina che, col tempo, un buon numero di azzurri possa passare dalla sua parte, con in cambio qualche poltrona di governo. Come potrebbe impattare tutto questo sulla prossima, decisiva, settimana? Mattarella potrebbe dare un incarico esplorativo a Elisabetta Casellati. La quale, se la situazione in casa centrodestra dovesse rimanere tesa, in pochi giorni potrebbe riferire al Colle l'impraticabilità di un'alleanza M5s-Lega-Forza Italia-Fdi; a quel punto, Salvini e Di Maio rompendo gli indugi (e il centrodestra) andrebbero da Mattarella per comunicargli di aver raggiunto «l'intesa sul programma». Il premier «terzo», per avere il via libera quirinalizio, dovrà avere determinate caratteristiche: esperienza, competenze, autorevolezza. In pole position, ad oggi, c'è Giacinto Della Cananea, che Di Maio ha incaricato di mettere a confronto i programmi di M5s, Lega e Pd, per trovare convergenze. Docente di diritto amministrativo europeo presso I'Università di Roma Tor Vergata, allievo di Sabino Cassese, europeista doc, a suo agio nei circoli che contano in Europa e negli Usa, Della Cananea potrebbe essere la scusa per il doppio passo indietro Di Maio-Salvini. Un governo che durerebbe uno o due anni, il tempo di varare qualche provvedimento come l'abolizione della legge Fornero, la chiusura di un paio di centri di accoglienza, il taglio degli stipendi dei parlamentari. Varata la nuova legge elettorale, con un premio di maggioranza alla lista, Di Maio e Salvini si ripresenterebbero agli elettori dicendo: «Abbiamo dimostrato di essere affidabili, ora scegliete uno di noi due». Certo, se lo scenario non dovesse concretizzarsi, resta sul tavolo l'alternativa ben nota del voto a ottobre.
Carlo Tarallo
Per Salvini quello del Cavaliere non era solo uno show
Nei video del giorno ha sostituito Gianluigi Buffon. Impatto diverso ma conseguenze uguali: nessun trofeo, una rottura prolungata con il Movimento 5 stelle e tutto torna a complicarsi. Silvio Berlusconi gioca in contropiede e non intende entrare negli spogliatoi a prendere un tè caldo; il centrodestra unito in visita al capo dello Stato era semplicemente una foto ricordo, in realtà non è mai stato così diviso. La constatazione ha irritato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ieri ha dichiarato: «Non c'è stato nessun progresso dai partiti, fra qualche giorno deciderò come uscire dallo stallo». Il Cavaliere elettrico ribadisce la sua posizione da Termoli, dove si è recato in elicottero per la campagna elettorale il vista delle elezioni regionali del Molise (21 aprile): «Luigi Di Maio non può dirmi cosa devo fare, quello è un compito che spetta agli elettori». Nessun passo di lato rispetto al governo, che prevederebbe un appoggio esterno di Forza Italia già concordato fra Lega, 5 stelle e Sergio Mattarella, senza un endorsement pubblico, quel riconoscimento che i grillini continuano a non volergli concedere per non far indignare il 60% dei loro elettori, di provenienza centrosinistra.
Berlusconi sarebbe stato anche disponibile, ma l'uscita di Alessandro Di Battista («Lui è il male assoluto») lo ha fatto infuriare. Così si è arroccato e lo conferma dal Molise dove neppure un piatto di «u'bredette» - il brodetto alla termolese di pesce, pomodori e peperoni ma senza aglio in suo onore - riesce a placarlo. «Forza Italia va avanti unita e compatta intorno al suo leader», spiega da un predellino, quasi a evocare quello del 2007 che fece nascere il Popolo delle libertà, «come è unito il centrodestra, su un progetto politico e un programma con il quale ci siamo impegnati davanti agli elettori. Se Di Maio si illude di rompere un rapporto di lealtà reciproca e di condivisione di valori che va avanti da 20 anni, pecca di arroganza e di inesperienza. E dimostra di non conoscere nemmeno l'Abc della democrazia».Nessuno nella Lega s'immaginava di dover gestire un alleato così orgoglioso e capriccioso. Non Giorgia Meloni, che lo ha duramente rimproverato nei corridoi del Quirinale.
Non Giancarlo Giorgetti, un uomo con la pazienza di Giobbe, che a Porta a Porta non è riuscito a trattenersi. «La battutaccia di Berlusconi («Sappiate distinguere chi è democratico da chi non conosce l'Abc della democrazia», ndr) è stata poco felice e inopportuna. Ha alzato la palla allo schiacciatore, ha dato l'occasione e il pretesto a Di Maio per respingere l'offerta che il centrodestra aveva fatto un'ora prima. Se lui risponde all'orgoglio personale e non fa dei ragionamenti politici non aiuta soluzioni politiche ». Nella Lega si fa largo un'idea meno lineare sul comportamento del Cavaliere, ritenuto troppo navigato per commettere falli da rigore involontariamente. Berlusconi ha sempre sponsorizzato il governissimo, l'esecutivo istituzionale con il coinvolgimento del Pd a trazione renziana. Quindi l'operazione di disturbo rispetto all'accordo Salvini-Di Maio sarebbe tutt'altro che ingenua. Il sospetto non lascia indifferente Matteo Salvini, che ammonisce tutti: «Noi siamo pronti. Ci sono due veti contrapposti di 5 stelle e Forza Italia, chiedo a tutti di essere responsabili. Se continuano a bisticciare si stuferanno gli italiani, mi stuferò io e tra un mese si tornerà alle urne. O la smettono o si vota».
È la minaccia suprema ad uso degli alleati, perché nessuno in Forza Italia (in calo di consensi) vuol sentir parlare di nuove elezioni. Il leader della Lega ha colto l'occasione di un'intervista a Radio anch'io per ribadire le linee guida sul tema più scottante del momento: la crisi in Siria. «Condivido le scelte di Paolo Gentiloni, mi permetto di dire che le sanzioni contro la Russia sono un'idiozia. E Donald Trump che twitta sorridendo sul fatto che arrivano missili belli, nuovi e intelligenti è un problema e ha un problema. Gli Stati Uniti sono un alleato storico con cui si può ridiscutere. Il nemico non è Vladimir Putin ma il terrorismo islamico. Non voglio che l'Italia usi un solo missile per portare democrazia in giro così a caso».La settimana finisce com'era cominciata, con il cubo di Rubik in mano a Mattarella. Il presidente vorrebbe dare un incarico operativo a Giorgetti, l'esponente della Lega più istituzionale, ben visto anche dal Pd. Ma sa che i numeri sono un azzardo. Come piano B ha in canna un mandato esplorativo alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, anche se è quasi sicuro che questa volta i 5 stelle non la voteranno. A sbloccare la situazione potrebbe essere il Vinitaly di Verona, dove domani Salvini conta di incontrare Di Maio per riannodare i fili della vaporosa intesa. Dopo il patto della crostatina e quello delle vongole potrebbe nascere l'accordo del Valpolicella. Basta che non sappia di tappo.
Giorgio Gandola
Ipotesi su ipotesi; non si placa la ridda di voci sulle opzioni per dare un governo all'Italia. I leader dei partiti vincitori, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, continuano la loro corsa in solitaria e la loro campagna elettorale al punto che, fa notare chi i meandri del Quirinale li conosce bene, il capo dello Stato dovrebbe usare un po' più di «polso» con i giovani leoni della politica. «Ad ogni modo la situazione potrebbe sbloccarsi presto», osservano fonti del Colle, tanto che «sarebbe pronto anche un appello del presidente alle forze politiche per superare l'impasse». Un appello per richiamare la politica al senso di responsabilità nei confronti del Paese evitando ripicche e personalismi.
E la commissione sul programma voluta dai vertici 5 Stelle (e si dice ben vista dal Quirinale) va esattamente in questa direzione. Sentite cosa dice Di Maio: «Ho conferito ufficialmente al professor Giacinto Della Cananea l'incarico di esaminare i programmi ufficiali elettorali che sono stati presentati dalle forze politiche Lega e Partito democratico al fine di vagliare sia gli aspetti comuni, sia gli aspetti distintivi, segnalando le differenze di contenuto ritenute superabili e quelle - invece - insuperabili, al fine di valutare la compatibilità dei relativi programmi politici e, così, di avviare il percorso necessario a offrire un governo stabile e utile al Paese». Il professore «si impegna a consegnare una relazione finale, non oltre il 30 aprile, evidenziando anche obiettivi di intervento che, se pure non indicati esplicitamente nei rispettivi programmi elettorali, sono presupposti o che comunque tornano utili per migliorare le condizioni di vita dei cittadini e la competitività delle imprese. Il Comitato potrà avvalersi di esperti al fine di raccogliere e confrontare dati, predisporre relazioni preliminari, approfondire specifici temi».
Quello che però il capo politico dei 5 Stelle non dice è che i 5 Stelle accetterebbero di buon grado un governo del presidente (dopo un appello esplicito del capo dello Stato) purché ciò avvenga solo con l'appoggio esterno da parte dei partiti ovvero senza metterci la faccia (un po' come avvenne col governo Dini, governo interamente composto da personalità scelte al di fuori della politica attiva, quindi di area). Questa è l'unica condizione, la parolina magica: appoggio esterno. Un modo per dare comunque ai cittadini un assaggio delle loro capacità sperando poi di ottenere i voti per governare da soli alle prossime politiche. Questo il vero obiettivo dei 5 Stelle.
Dunque, se il capo dello Stato facesse un appello al senso di responsabilità dei partiti, e rumors quirinalizi lasciano supporre che potrebbe arrivare a breve, anche i grillini non avrebbero nulla da obiettare e Di Maio sarebbe pronto a farsi da parte.
Proprio a questo disegno è funzionale la Commissione sul programma messa in piedi dal Movimento. Sarà un modo per fare la sintesi tra i programmi dei vari partiti (da notare anche la tempistica, scade il 30 aprile cioè ottimo anche per sapere come finiranno le regionali) e poi, se proprio non si riuscirà ad avere Di Maio premier, allora sarà via libera ad un governo composto da esperti e personalità di area ma con priorità comunque scelte dalla politica, un governo che non abbia cioè carta bianca assoluta ma che attui le priorità scelte dai partiti. «Perché bisogna pur dare un governo al Paese» spiegano grillini di alto rango, «inutile baloccarsi coi numeri che ci vedono vincitori ma che non ci consentono di formare il governo. Se il capo dello Stato facesse un appello al senso di responsabilità delle forze politiche noi non potremmo certo tirarci indietro e risponderemmo "obbedisco". Così come sarebbe complicato anche per Lega, Forza Italia e Pd dire di no. E per quanto ci riguarda, il programma di governo dovrebbe essere quello che uscirà dai lavori della Commissione Della Cananea più ovviamente la riforma della legge elettorale». Insomma, i 5 Stelle puntano ancora al Piano A (governo Di Maio) ma si stanno già preparando al Piano B.
Marco Antonellis
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Il Quirinale è stato netto: «Serve un esecutivo con pieni poteri, tra pochi giorni decido». La presidente del Senato potrebbe avere l'incarico. In caso di ulteriore stallo, verso il premier «terzo» gradito al Colle.Non sono ancora terminati gli strascichi tra Salvini e Berlusconi dopo lo show del Cavaliere dopo le consultazioni al Quirinale.Nel frattempo i grillini continuano a portare avanti il loro Piano B, un governo sotto la supervisione del professore Della Cananea.Questo speciale contiene tre articoliSergio Mattarella ha fretta, Matteo Salvini e Luigi Di Maio pure, e così il secondo turno di consultazioni apre un'autostrada a un governo formato da M5s e Lega, con un «terzo uomo» a Palazzo Chigi. Mattarella non ha intenzione di aspettare oltre che maturi il distacco tra la Lega e Forza Italia. Ieri il capo dello Stato ha incontrato i vertici istituzionali a partire dal presidente emerito, Giorgio Napolitano, che al termine del colloquio ha rilasciato una dichiarazione: «Come rappresentante istituzionale», ha detto Napolitano, «parlo per me ma sono convinto di esprimere un sentimento comune ai presidenti di Camera e Senato, siamo tutti accanto al presidente Mattarella nella ricerca di soluzioni. È un compito estremamente difficile e complesso», ha aggiunto Napolitano, «e presenta una sua innegabile urgenza e quindi lo sforzo del presidente è molto delicato e noi siamo pienamente solidali con lui».Dopo Napolitano, è toccato al presidente della Camera, Roberto Fico, e al presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, incontrare Mattarella: nessuno dei due ha rilasciato dichiarazioni. Mattarella si è poi rivolto ai giornalisti: «Emerge con evidenza», ha scandito il capo dello Stato, «che il confronto fra i partiti politici per dare vita a una maggioranza che sostenga il governo non ha fatto progressi. Ho fatto presente alle varie forze politiche la necessità per il nostro Paese di avere un governo nella pienezza delle sue funzioni. Le attese dei nostri concittadini, i contrasti nel commercio internazionale, le scadenze importanti e imminenti nell'Ue, l'acuirsi delle tensioni internazionali in aree non lontane dall'Italia», ha aggiunto Mattarella, «richiedono con urgenza che si sviluppi e si concluda positivamente un confronto fra i partiti per raggiungere quell'obiettivo, di avere un governo nella pienezza delle sue funzioni. Attenderò perciò alcuni giorni, trascorsi i quali valuterò come procedere per uscire dallo stallo che si registra».La strada, agli occhi di Mattarella, sarebbe tracciata: Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno vinto le elezioni, ripetono di essere pronti a formare un governo, hanno i numeri per farlo e quindi devono darsi una mossa. Di Maio, secondo fonti attendibili, avrebbe già accettato di rinunciare a Palazzo Chigi; sacrificio che verrebbe ricambiato da Salvini, sganciandosi da Forza Italia se la frattura aperta da Berlusconi dopo lo show al Quirinale non verrà in qualche modo sanata. Per portare al governo l'intero centrodestra, infatti, Salvini dovrebbe convincere il Cav a nominare un reggente «potabile» per il M5s, come accaduto nel Pd. «Parlo con Martina, non con Renzi», dice Di Maio ai suoi elettori per non farsi triturare dagli «ortodossi» del M5s. Il problema è che Berlusconi è assai più difficile da scalzare di Matteo Renzi: Forza Italia è sua. Non solo: Di Maio, al governo, non vorrebbe nessuno dei pretoriani berlusconiani (Paolo Romani, Renato Brunetta, Renato Schifani, Mara Carfagna, Mariastella Gelmini tanto per fare qualche nome). Insomma la miscela esplosiva innescata nelle ultime ore, se la posizione di Berlusconi dovesse restare di muro contro muro, potrebbe portare a una frattura dolorosa. Ripercussioni sulle regioni governate dal centrodestra? Salvini immagina che, col tempo, un buon numero di azzurri possa passare dalla sua parte, con in cambio qualche poltrona di governo. Come potrebbe impattare tutto questo sulla prossima, decisiva, settimana? Mattarella potrebbe dare un incarico esplorativo a Elisabetta Casellati. La quale, se la situazione in casa centrodestra dovesse rimanere tesa, in pochi giorni potrebbe riferire al Colle l'impraticabilità di un'alleanza M5s-Lega-Forza Italia-Fdi; a quel punto, Salvini e Di Maio rompendo gli indugi (e il centrodestra) andrebbero da Mattarella per comunicargli di aver raggiunto «l'intesa sul programma». Il premier «terzo», per avere il via libera quirinalizio, dovrà avere determinate caratteristiche: esperienza, competenze, autorevolezza. In pole position, ad oggi, c'è Giacinto Della Cananea, che Di Maio ha incaricato di mettere a confronto i programmi di M5s, Lega e Pd, per trovare convergenze. Docente di diritto amministrativo europeo presso I'Università di Roma Tor Vergata, allievo di Sabino Cassese, europeista doc, a suo agio nei circoli che contano in Europa e negli Usa, Della Cananea potrebbe essere la scusa per il doppio passo indietro Di Maio-Salvini. Un governo che durerebbe uno o due anni, il tempo di varare qualche provvedimento come l'abolizione della legge Fornero, la chiusura di un paio di centri di accoglienza, il taglio degli stipendi dei parlamentari. Varata la nuova legge elettorale, con un premio di maggioranza alla lista, Di Maio e Salvini si ripresenterebbero agli elettori dicendo: «Abbiamo dimostrato di essere affidabili, ora scegliete uno di noi due». Certo, se lo scenario non dovesse concretizzarsi, resta sul tavolo l'alternativa ben nota del voto a ottobre.Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-ha-perso-la-pazienza-e-la-casellati-si-prepara-a-esplorare-2559728226.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-salvini-quello-del-cavaliere-non-era-solo-uno-show" data-post-id="2559728226" data-published-at="1767880694" data-use-pagination="False"> Per Salvini quello del Cavaliere non era solo uno show Nei video del giorno ha sostituito Gianluigi Buffon. Impatto diverso ma conseguenze uguali: nessun trofeo, una rottura prolungata con il Movimento 5 stelle e tutto torna a complicarsi. Silvio Berlusconi gioca in contropiede e non intende entrare negli spogliatoi a prendere un tè caldo; il centrodestra unito in visita al capo dello Stato era semplicemente una foto ricordo, in realtà non è mai stato così diviso. La constatazione ha irritato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ieri ha dichiarato: «Non c'è stato nessun progresso dai partiti, fra qualche giorno deciderò come uscire dallo stallo». Il Cavaliere elettrico ribadisce la sua posizione da Termoli, dove si è recato in elicottero per la campagna elettorale il vista delle elezioni regionali del Molise (21 aprile): «Luigi Di Maio non può dirmi cosa devo fare, quello è un compito che spetta agli elettori». Nessun passo di lato rispetto al governo, che prevederebbe un appoggio esterno di Forza Italia già concordato fra Lega, 5 stelle e Sergio Mattarella, senza un endorsement pubblico, quel riconoscimento che i grillini continuano a non volergli concedere per non far indignare il 60% dei loro elettori, di provenienza centrosinistra. Berlusconi sarebbe stato anche disponibile, ma l'uscita di Alessandro Di Battista («Lui è il male assoluto») lo ha fatto infuriare. Così si è arroccato e lo conferma dal Molise dove neppure un piatto di «u'bredette» - il brodetto alla termolese di pesce, pomodori e peperoni ma senza aglio in suo onore - riesce a placarlo. «Forza Italia va avanti unita e compatta intorno al suo leader», spiega da un predellino, quasi a evocare quello del 2007 che fece nascere il Popolo delle libertà, «come è unito il centrodestra, su un progetto politico e un programma con il quale ci siamo impegnati davanti agli elettori. Se Di Maio si illude di rompere un rapporto di lealtà reciproca e di condivisione di valori che va avanti da 20 anni, pecca di arroganza e di inesperienza. E dimostra di non conoscere nemmeno l'Abc della democrazia».Nessuno nella Lega s'immaginava di dover gestire un alleato così orgoglioso e capriccioso. Non Giorgia Meloni, che lo ha duramente rimproverato nei corridoi del Quirinale. Non Giancarlo Giorgetti, un uomo con la pazienza di Giobbe, che a Porta a Porta non è riuscito a trattenersi. «La battutaccia di Berlusconi («Sappiate distinguere chi è democratico da chi non conosce l'Abc della democrazia», ndr) è stata poco felice e inopportuna. Ha alzato la palla allo schiacciatore, ha dato l'occasione e il pretesto a Di Maio per respingere l'offerta che il centrodestra aveva fatto un'ora prima. Se lui risponde all'orgoglio personale e non fa dei ragionamenti politici non aiuta soluzioni politiche ». Nella Lega si fa largo un'idea meno lineare sul comportamento del Cavaliere, ritenuto troppo navigato per commettere falli da rigore involontariamente. Berlusconi ha sempre sponsorizzato il governissimo, l'esecutivo istituzionale con il coinvolgimento del Pd a trazione renziana. Quindi l'operazione di disturbo rispetto all'accordo Salvini-Di Maio sarebbe tutt'altro che ingenua. Il sospetto non lascia indifferente Matteo Salvini, che ammonisce tutti: «Noi siamo pronti. Ci sono due veti contrapposti di 5 stelle e Forza Italia, chiedo a tutti di essere responsabili. Se continuano a bisticciare si stuferanno gli italiani, mi stuferò io e tra un mese si tornerà alle urne. O la smettono o si vota». È la minaccia suprema ad uso degli alleati, perché nessuno in Forza Italia (in calo di consensi) vuol sentir parlare di nuove elezioni. Il leader della Lega ha colto l'occasione di un'intervista a Radio anch'io per ribadire le linee guida sul tema più scottante del momento: la crisi in Siria. «Condivido le scelte di Paolo Gentiloni, mi permetto di dire che le sanzioni contro la Russia sono un'idiozia. E Donald Trump che twitta sorridendo sul fatto che arrivano missili belli, nuovi e intelligenti è un problema e ha un problema. Gli Stati Uniti sono un alleato storico con cui si può ridiscutere. Il nemico non è Vladimir Putin ma il terrorismo islamico. Non voglio che l'Italia usi un solo missile per portare democrazia in giro così a caso».La settimana finisce com'era cominciata, con il cubo di Rubik in mano a Mattarella. Il presidente vorrebbe dare un incarico operativo a Giorgetti, l'esponente della Lega più istituzionale, ben visto anche dal Pd. Ma sa che i numeri sono un azzardo. Come piano B ha in canna un mandato esplorativo alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, anche se è quasi sicuro che questa volta i 5 stelle non la voteranno. A sbloccare la situazione potrebbe essere il Vinitaly di Verona, dove domani Salvini conta di incontrare Di Maio per riannodare i fili della vaporosa intesa. Dopo il patto della crostatina e quello delle vongole potrebbe nascere l'accordo del Valpolicella. Basta che non sappia di tappo. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mattarella-ha-perso-la-pazienza-e-la-casellati-si-prepara-a-esplorare-2559728226.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="particle-2" data-post-id="2559728226" data-published-at="1767880694" data-use-pagination="False"> Ipotesi su ipotesi; non si placa la ridda di voci sulle opzioni per dare un governo all'Italia. I leader dei partiti vincitori, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, continuano la loro corsa in solitaria e la loro campagna elettorale al punto che, fa notare chi i meandri del Quirinale li conosce bene, il capo dello Stato dovrebbe usare un po' più di «polso» con i giovani leoni della politica. «Ad ogni modo la situazione potrebbe sbloccarsi presto», osservano fonti del Colle, tanto che «sarebbe pronto anche un appello del presidente alle forze politiche per superare l'impasse». Un appello per richiamare la politica al senso di responsabilità nei confronti del Paese evitando ripicche e personalismi.E la commissione sul programma voluta dai vertici 5 Stelle (e si dice ben vista dal Quirinale) va esattamente in questa direzione. Sentite cosa dice Di Maio: «Ho conferito ufficialmente al professor Giacinto Della Cananea l'incarico di esaminare i programmi ufficiali elettorali che sono stati presentati dalle forze politiche Lega e Partito democratico al fine di vagliare sia gli aspetti comuni, sia gli aspetti distintivi, segnalando le differenze di contenuto ritenute superabili e quelle - invece - insuperabili, al fine di valutare la compatibilità dei relativi programmi politici e, così, di avviare il percorso necessario a offrire un governo stabile e utile al Paese». Il professore «si impegna a consegnare una relazione finale, non oltre il 30 aprile, evidenziando anche obiettivi di intervento che, se pure non indicati esplicitamente nei rispettivi programmi elettorali, sono presupposti o che comunque tornano utili per migliorare le condizioni di vita dei cittadini e la competitività delle imprese. Il Comitato potrà avvalersi di esperti al fine di raccogliere e confrontare dati, predisporre relazioni preliminari, approfondire specifici temi».Quello che però il capo politico dei 5 Stelle non dice è che i 5 Stelle accetterebbero di buon grado un governo del presidente (dopo un appello esplicito del capo dello Stato) purché ciò avvenga solo con l'appoggio esterno da parte dei partiti ovvero senza metterci la faccia (un po' come avvenne col governo Dini, governo interamente composto da personalità scelte al di fuori della politica attiva, quindi di area). Questa è l'unica condizione, la parolina magica: appoggio esterno. Un modo per dare comunque ai cittadini un assaggio delle loro capacità sperando poi di ottenere i voti per governare da soli alle prossime politiche. Questo il vero obiettivo dei 5 Stelle.Dunque, se il capo dello Stato facesse un appello al senso di responsabilità dei partiti, e rumors quirinalizi lasciano supporre che potrebbe arrivare a breve, anche i grillini non avrebbero nulla da obiettare e Di Maio sarebbe pronto a farsi da parte.Proprio a questo disegno è funzionale la Commissione sul programma messa in piedi dal Movimento. Sarà un modo per fare la sintesi tra i programmi dei vari partiti (da notare anche la tempistica, scade il 30 aprile cioè ottimo anche per sapere come finiranno le regionali) e poi, se proprio non si riuscirà ad avere Di Maio premier, allora sarà via libera ad un governo composto da esperti e personalità di area ma con priorità comunque scelte dalla politica, un governo che non abbia cioè carta bianca assoluta ma che attui le priorità scelte dai partiti. «Perché bisogna pur dare un governo al Paese» spiegano grillini di alto rango, «inutile baloccarsi coi numeri che ci vedono vincitori ma che non ci consentono di formare il governo. Se il capo dello Stato facesse un appello al senso di responsabilità delle forze politiche noi non potremmo certo tirarci indietro e risponderemmo "obbedisco". Così come sarebbe complicato anche per Lega, Forza Italia e Pd dire di no. E per quanto ci riguarda, il programma di governo dovrebbe essere quello che uscirà dai lavori della Commissione Della Cananea più ovviamente la riforma della legge elettorale». Insomma, i 5 Stelle puntano ancora al Piano A (governo Di Maio) ma si stanno già preparando al Piano B.Marco Antonellis
(Ansa)
«Il presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ed è fondamentale per la deterrenza nei confronti dei nostri avversari nella regione artica», ha affermato, martedì sera, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere: «Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo». Ieri, Leavitt ha ribadito che «la prima opzione di Donald Trump è sempre la diplomazia», che si sostanzierebbe nell’«acquisto nell’isola». Già il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva riferito ai membri del Congresso di questa intenzione. Ieri ha inoltre confermato che, la settimana prossima, avrà dei colloqui con i funzionari di Copenaghen. Tutto questo, mentre, secondo l’Economist, gli Stati Uniti starebbero tentando di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una soluzione con cui Washington garantirebbe alla Groenlandia autonomia interna e supporto finanziario, assumendone però il controllo in materia di difesa.
D’altronde, come chiarito dallo stesso Donald Trump domenica, la Casa Bianca vuole l’isola per una questione di sicurezza nazionale. In particolare, il presidente americano punta ad arginare l’influenza di Pechino e Mosca nell’Artico. La stessa Leavitt, ieri ha sottolineato che la Groenlandia darebbe a Washington «maggiore controllo sulla regione artica e garanzia che Cina, Russia e i nostri avversari non possano continuare la loro aggressione in questa regione così importante e strategica». Ricordiamo che nel 1941, a seguito della conquista della Danimarca da parte del Terzo Reich, gli Stati Uniti assunsero la gestione della difesa della Groenlandia, mantenendola fino al 1945. Washington si attivò quindi per proteggere dai tedeschi le locali riserve di criolite: un minerale cruciale per la produzione di alluminio. Il controllo dell’isola diede inoltre agli Usa un vantaggio sulla Luftwaffe in termini di stazioni metereologiche. Non a caso, nel 1946, l’amministrazione Truman tentò, per quanto senza successo, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Segno, questo, del fatto che Washington ritenesse l’isola significativamente strategica.
Venendo a tempi più recenti, non è che la voce grossa dei francesi e degli europei sia poi così giustificata. Al netto dei modi duri, Trump non ha esattamente tutti i torti quando pone la questione della Groenlandia. Innanzitutto, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme su un aumento della cooperazione sino-russa nell’Artico: Artico che tuttavia non era granché stato al centro dei pensieri dell’allora presidente americano. In secondo luogo, sono state proprio le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia (espresse già a gennaio dell’anno scorso) a dare una scossa agli europei su questo dossier. A ottobre, Copenaghen ha annunciato una spesa extra da 4,2 miliardi di dollari per rafforzare la difesa nella regione artica. Era inoltre il mese scorso, quando la Groenlandia ha concesso una licenza di sfruttamento per il giacimento di grafite di Amitsoq a GreenRoc Mining, in un’iniziativa che è stata sostenuta dall’Ue. Insomma, se non fosse stato per Trump, probabilmente gli europei avrebbero continuato a ignorare bellamente la strategicità dell’isola sia sul fronte militare che su quello delle materie prime.
Ma non è tutto. Per quanto possano fare la voce grossa, gli europei sanno bene di non poter fare a meno degli Stati Uniti sia per quanto riguarda il processo diplomatico ucraino sia per quanto concerne la credibilità della Nato. Trump di questo è consapevole e, proprio ieri, su Truth ha dichiarato: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti, e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Sono tutti fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, e che continuiamo a farlo. Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno per noi». Tutto questo evidenzia come le manie di grandezza della Francia abbiano le armi spuntate. Il peso geopolitico del Vecchio continente appare infatti sempre più inconsistente. Senza poi trascurare che Emmanuel Macron ha costantemente flirtato (e continua a flirtare) con la Cina: un discorso, questo, che ha riguardato anche il cancellierato di Olaf Scholz in Germania (durato dal 2021 al 2025). Tutto questo per dire che, oltre a ignorare sostanzialmente l’Artico, alcuni Paesi europei, in questi anni, hanno creato delle tensioni nelle relazioni transatlantiche. E questo ben prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Quindi, prima di gridare allo scandalo sulla Groenlandia, forse gli europei, a partire da Francia e Germania, dovrebbero pensare un tantino alle proprie responsabilità.
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La Guardia costiera Usa durante l'avvicinamento alla petroliera russa Bella 1 (Ansa)
L’operazione condotta dagli Stati Uniti nelle ultime ore al largo del Venezuela segna un cambio di passo nella strategia dell’amministrazione Trump e assume una portata che va oltre il quadro regionale. Il sequestro quasi simultaneo di due grandi petroliere in acque internazionali rappresenta un segnale diretto non solo a Caracas, ma anche a Mosca e Pechino, confermando la volontà di Washington di far rispettare il regime sanzionatorio anche fuori dalle acque territoriali e di trasformare il dossier energetico in un terreno di confronto geopolitico.
Il primo intervento è avvenuto nell’Atlantico settentrionale, a Sud dell’Islanda, dove le forze statunitensi hanno abbordato una petroliera precedentemente nota come Bella 1, sanzionata nel 2024 per il presunto trasporto di petrolio iraniano destinato a circuiti riconducibili a Teheran. Secondo funzionari americani, l’imbarcazione era riuscita per settimane a eludere i controlli cambiando più volte nome, bandiera e identità operativa. Negli ultimi giorni, tuttavia, la nave si sarebbe mossa sotto una copertura sempre più esplicita, con la presenza di una nave militare russa e il supporto di un sottomarino di Mosca che avrebbe mantenuto contatti radio con la petroliera. L’abbordaggio è stato eseguito con il supporto di elicotteri e di una nave della Guardia Costiera americana, in applicazione di un mandato emesso da un tribunale federale degli Stati Uniti. Fonti vicine all’operazione riferiscono che la componente russa non è intervenuta direttamente, ma la dinamica ha innalzato il livello di tensione. Il Regno Unito ha confermato di aver fornito supporto logistico e di sorveglianza attraverso assetti della Raf, sostenendo che la nave facesse parte di un sistema di elusione delle sanzioni riconducibile all’asse russo-iraniano. Il Cremlino ha espresso «preoccupazione» e avrebbe chiesto a Washington di interrompere l’operazione, senza ottenere riscontri. Nelle stesse ore, nel bacino dei Caraibi, un’altra petroliera, la Sophia, è stata fermata mentre operava in acque internazionali. Il Comando Sud degli Stati Uniti ha riferito che l’imbarcazione era coinvolta in traffici illeciti e che la Guardia Costiera ne ha assunto il controllo, scortandola verso porti statunitensi. Le immagini diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza interna mostrano militari americani salire a bordo durante un’operazione notturna. La Casa Bianca ha confermato che gli equipaggi delle navi sequestrate sono ora soggetti a procedimenti penali.
Nel commentare i sequestri, l’amministrazione ha insistito sulla cornice legale delle operazioni, presentandole come un’applicazione rigorosa delle norme vigenti. Allo stesso tempo, il messaggio politico è apparso chiaro: il commercio clandestino di petrolio viene considerato una minaccia globale e un obiettivo prioritario dell’azione statunitense. La pressione americana si estende però anche al futuro assetto del Venezuela e alla gestione delle sue risorse energetiche.
In un briefing riservato al Congresso, il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato un piano in tre fasi per il dopo Maduro. La prima, definita di stabilizzazione, punta a evitare il collasso del Paese e comprende una «quarantena» del petrolio venezuelano. La seconda riguarda la ripresa economica e l’accesso al mercato per le compagnie statunitensi e occidentali. La terza è quella della transizione politica, con un processo di riconciliazione, amnistie e la scarcerazione delle forze di opposizione. La Casa Bianca ha ribadito di essere in costante contatto con il governo ad interim di Caracas e di influenzarne le decisioni. In questo contesto si inserisce l’annuncio diretto del presidente Donald Trump sul petrolio venezuelano. In una dichiarazione su Truth, il presidente ha affermato: «Sono lieto di annunciare che le autorità provvisorie del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, sanzionato. Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti». Secondo l’amministrazione, l’operazione potrebbe proseguire nel tempo ed essere accompagnata da un alleggerimento selettivo delle sanzioni. Sul piano militare, Washington ha lasciato aperta anche l’ipotesi di un coinvolgimento diretto delle proprie forze armate e ha chiesto di recidere ogni legame con Rusia, Cina e Iran. Interpellata dai giornalisti, la portavoce Karoline Leavitt non ha escluso l’invio di soldati americani in Venezuela per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi - che venerdì dovrebbero incontrare il tycoon alla Casa Bianca - e altri operatori occidentali da eventuali attacchi o sabotaggi, precisando che «la diplomazia resta sempre la prima opzione». Nello stesso briefing, la Casa Bianca ha smentito le ricostruzioni su un ruolo marginale del vicepresidente JD Vance, chiarendo che è stato coinvolto in tutte le fasi della definizione della politica statunitense sul Venezuela. A Caracas, intanto, la fase di transizione è accompagnata da una profonda riorganizzazione degli apparati di sicurezza.
Il presidente ad interim Delcy Rodríguez ha destituito Javier Marcano Tábata, comandante della Guardia d’onore presidenziale e direttore del controspionaggio militare, figura centrale nel dispositivo di protezione di Nicolás Maduro. La misura è attribuita alla spinta del ministro dell’Interno Diosdado Cabello e del ministro della Difesa Vladimir Padrino López, indicati da fonti di intelligence come contrari a un’intesa strutturata con Washington. In questo quadro rientra anche il caso di Alex Saab, considerato uno dei principali snodi finanziari del sistema chavista. L’imprenditore ha patteggiato nell’ottobre scorso in Italia una condanna per riciclaggio, così come la moglie Camilla Fabri. Roma aveva confidato che l’accordo potesse aprire spazi di dialogo in merito ad Alberto Trentini detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024 , ma l’assenza di sviluppi concreti ha rafforzato la percezione che i dossier giudiziari continuino a essere utilizzati come leve politiche da parte di Caracas.
Dopo le litigate per gli scioperi, Cgil e Usb giocano a chi è più Maduro
Finite le vacanze natalizie ripartono le lotte di piazza. E dopo la Palestina, la Flotilla, il riarmo per l’Ucraina, i centri migranti in Albania, la manovra e chissà quale altra diavoleria si inventeranno, oggi il tema internazionale sentitissimo dai Compagni è la lotta bolivariana pro Maduro. L’importante è scioperare. E, dunque, un’altra ondata di piazzate ravvicinate, sempre di venerdì, sabato, lunedì o martedì, sta per arrivare. E questo solo perché a sinistra non si accetta che ci sia qualcuno più a sinistra dell’altro. Dunque, dopo il 3 ottobre, il 28 novembre, il 12 dicembre, il 5 gennaio, adesso arriva anche il 10 gennaio (e come contorno anche il 12 e 13 con un bello sciopero del comparto scuola).
Ma ad andare in scena sono le solite beghe tra Unione sindacale di base e Cgil. Gli ex fratelli fanno a gara per intestarsi la lotta a favore del dittatore sanguinario Nicolás Maduro, che per i sindacati rosso fuoco è stato ingiustamente arrestato da Trump il 3 gennaio.
Non ci interessa capire chi abbia torto o ragione o se l’America abbia o meno rispettato il diritto internazionale, peraltro calpestato da 30 anni da molti altri Paesi, compresi quelli europei (leggasi attacchi in Jugoslavia, Iraq o Libia). Interessa invece analizzare il perché i sindacati di casa nostra mettano ogni volta in ginocchio il Paese (sempre vicino al fine settimana) per cause lontane anni luce dalle loro competenze, solo per una ridicola gara interna a vincere il premio di comunista dell’anno.
E così sabato prossimo, 10 gennaio, Potere al popolo, Unione sindacale di base e Rete dei comunisti lanciano una mobilitazione nazionale per contestare l’intervento del presidente Usa in Venezuela e chiedere la liberazione di Maduro. E questo dopo che lo aveva già fatto la Cgil il 5 gennaio a Roma e dopo il corteo di lunedì scorso a Napoli, alla Rotonda Diaz, a poca distanza dal consolato americano. Buttata via la bandiera della Palestina, adesso è più «hype» sventolare quella blu, gialla e rossa del Venezuela, e una volta finito magari rifocillarsi con un bell’hamburger da McDonalds, postando tutto col proprio iPhone 17, tornando a casa con la Tesla.
Nel loro delirante comunicato si legge, per chi non fosse ben informato come loro, che tutto questo bendidio è per combattere «il terrorismo a stelle e strisce». Ah ecco. «Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela», scrivono, «e il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti hanno trovato subito una risposta in tantissime piazze italiane». Tremano tutti, soprattutto la Cgil che fa le stesse cose ma da sola. Perché il marketing di sinistra si capisce solo se si guarda al contrario. E come non metterci dentro anche il governo? «Il governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la natura predatoria dell’imperialismo occidentale», insistono. Ovvia, ora è tutto chiaro.
Anche Trump inizia a vacillare davanti all’Usb. Ma chi davvero batte i denti (e non di freddo) è Maurizio Landini, che teme che la Rete dei Comunisti gli rubi la scena. Il piatto è ricco e Maduro ingolosisce tutti. Esaurita la spinta propulsiva della Palestina, il capo della Cgil deve trovare un altro modo per pigliarsela con la Meloni. Ma non si deve essere ancora accorto che è rimasto da solo. Non lo segue più neppure la Uil. Landini ha barattato l’unità sindacale con una cieca lotta di opposizione al governo. Invece di pensare a tenere unite le rappresentanze dei lavoratori, la Cgil fa a gara con i sindacati di base. Affetto dalla febbre del vecchio Pci: nessun nemico a sinistra. E ripropone sulla causa pro Maduro lo stesso schemino usato per ingraziarsi i pro Pal. Ora si è messo a difendere un dittatore baffuto, capo di un regime corrotto che ha portato il 66% dei cittadini sotto la soglia di povertà. In un farneticante siparietto andato in scena il 5 gennaio in piazza Barberini, davanti all’ambasciata americana, dove un manipolo di militanti rossi inneggiava a Maduro nel nome di un fantomatico diritto internazionale, un sindacalisti ha investito con i suoi strali dei poveri esuli venezuelani accusandoli di sbagliare a esultare per la caduta di chi ha oppresso la sua gente. Per Landini, d’altronde, Maduro è un leader «legittimamente eletto dal popolo». E che importa se le elezioni in Venezuela sono truccate da 27 anni e che il popolo è da sempre perseguitato. Dettagli. È la nuova Cgil di Landini, che ha smesso di difendere i lavoratori a favore dei dittatori.
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il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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