«Mattanza» di donne, i dati dicono altro: l’impennata riguarda le violenze sessuali
Ansa
Femminicidi in calo, ma la fattispecie diviene un reato autonomo. Intanto, si ignora l’ondata crescente di stupri, anche di gruppo.

Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri, che introduce il femminicidio come reato autonomo punibile con l’ergastolo, è sicuramente un ottimo segnale di inasprimento della pena per chi uccide una donna. «Una mattanza inaccettabile che dobbiamo fermare con le norme e con una rivoluzione culturale. Perché le leggi non bastano se le menti non cambiano», ha postato su X Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Nemmeno una morte, di uomo o donna che sia, dovrebbe essere tollerata per motivi di «discriminazione, di odio o per reprimere l’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà». Ma nemmeno dovrebbe essere accettato un omicidio, e punito con pene lievi, perché si è deciso «semplicemente» di sopprimere un uomo o una donna senza aggravanti discriminatorie. E siamo sicuri che non sia esagerato definirla una strage?

Proprio ieri Il Foglio titolava la notizia del ddl con «Femminicidi, lotte vere e leggi demagogiche». In quanto donna, la sensibilità sul tema è alta e mi risultano sempre sospetti i tentativi di ridimensionare la portata delle violenze. Ma c’è una questione sulla quale non si sta riflettendo. Dati alla mano, nel primo mese di quest’anno gli omicidi con vittime femminili sono scesi da 9 a 3, rispetto a gennaio 2024, e i femminicidi si sono dimezzati da 4 a 2, come evidenzia il report della violenza di genere del ministero dell’Interno.

«La diminuzione del fenomeno non può essere trascurata, quando si tratta di assumere decisioni politiche in merito», osserva il quotidiano fondato da Giuliano Ferrara. «La prevenzione del femminicidio e della violenza contro le donne è possibile, sta dando risultati e va studiata». Basta un calo delle morti per cantare vittoria? Certo che no, però meriterebbe conoscere gli strumenti che si sono adottati e che è necessario rafforzare in modo capillare.

Pensiamo invece alle quasi 3.000 violenze sessuali commesse nel primo semestre dello scorso anno, cresciute dell’11% rispetto allo stesso periodo del 2023. Al + 14% di violenza sessuale di gruppo. Pensiamo ai numeri contenuti nella relazione di apertura dell’anno giudiziario del presidente della Corte d’Appello di Milano, Giuseppe Ondei, in cui risultano aumentate del 15% «le iscrizioni relative a reati di violenza sessuale» e dell’8% quelle relative a «violenza sessuale di gruppo». Allo sportello San Camillo di Roma, l’unico nel Lazio ad essere aperto h24, il 17% donne che si presentano è vittima di violenze sessuali.

Nel primo semestre dello scorso anno, sempre secondo dati del ministero, le minorenni vittime di violenza sessuale sono state 441 e 17 quelle oggetto di abusi di gruppo. Stupri, aggressioni sessuali vengono compiuti nelle strade, su treni, nelle stazioni delle metropolitane e il problema sicurezza delle donne, non risolto ma anche assai poco affrontato, è infinitamente preoccupante. Non si prevengono i reati, non si puniscono i colpevoli, non si proteggono le vittime.

Il codice penale già punisce il femminicidio. Adesso viene introdotta la discriminazione di genere che, a differenza della rabbia, della gelosia o del raptus automaticamente eleverebbe la pena all’ergastolo. Siamo sicuri che funzionerebbe come deterrente e che sia facilmente provabile? Qualcuno si è anche chiesto perché non sia stata abbozzata una proposta di legge che preveda l’ergastolo pure quando è di sesso maschile il partner che viene ucciso, per odio o «per reprimere l’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà».

L’ex senatore Simone Pillon ha già avanzato una richiesta a riguardo, postando su X: «Cara Roccella, mi va bene punire con l’ergastolo chi uccide una donna in quanto donna, ma bisogna punire allo stesso modo chi uccide un uomo in quanto uomo. Le femmine non valgono più dei maschi, esattamente come i maschi non valgono più delle femmine. Si chiama pari dignità». Di sicuro, l’iter di approvazione di questa proposta di legge sarà costellato da polemiche e provocazioni.

Quanto alle circostanze aggravanti per i delitti già inseriti nel codice rosso, cambierà qualche cosa se sarà il pubblico ministero, non la polizia giudiziaria, ad ascoltare la persona vittima di lesioni personali, stalking, o altre violenze? A parte la preparazione che dovranno avere i magistrati chiamati a intervenire su un caso di presunta violenza di genere, e sulla quale non si possono non nutrire grandi perplessità (sono previsti corsi obbligatori…), c’è un problema di incapacità del sistema giudiziaria di affrontare questo aggravio di lavoro.

A mettere le mani avanti è stato lo stesso presidente dell’Anm, Cesare Parodi, che ha parlato di «un principio estremamente nobile, in astratto più che condivisibile, ma crea un problema pratico di proporzioni colossali, perché purtroppo non abbiamo gli strumenti da un punto di quantitativo per dare risposta adeguata a tutti questi casi […] Noi avremo tutta la volontà di applicarla, perché condividiamo il principio, ma di fatto, in concreto, non saremo in grado di farlo». Già la magistratura si chiama fuori.

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